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Terremoti in provincia di Trapani, ottobre 2017

Una sequenza sismica ha interessato nei giorni scorsi l’area di Castelvetrano, in provincia di Trapani, e più precisamente dal 27 settembre scorso, quando un evento di magnitudo 2.6 si è verificato nei pressi del lago artificiale della Trinità, formato per lo sbarramento del fiume Delia. Da allora gli eventi di magnitudo superiore a 2 sono stati 5 in tutto, anche se moltissimi altri di magnitudo più piccola si sono succeduti e, a causa della loro modesta profondità ipocentrale (tra 2 e 8 km), sono stati a volte avvertiti dalla popolazione.

Sismogramma della stazione sismica CAVT di Castelvetrano (TP) tra il 17 e il 19 ottobre. Sono visibili molti piccoli terremoti e quello di magnitudo 2.4 avvenuto il 19 ottobre alle ore 06.16 italiane (ora 04.16 UTC).

L’area di Castelvetrano è stata tra quelle colpite dalla disastrosa sequenza sismica iniziata il 14 gennaio 1968, che provocò danni ingenti e vittime in molti paesi della Valle del Belice.

Sismogramma del terremoto del Belice del 15 Gennaio 1968 (Mw 6.4, CPTI15), registrato dalla stazione di Messina

I modelli sismotettonici di questa regione sono stati inizialmente condizionati dall’ipotesi di faglie trascorrenti attive orientate N-S presenti nell’avampaese siciliano. Secondo questa ipotesi, tali faglie sono state considerate responsabili dei maggiori terremoti della Sicilia occidentale (es. l’evento del Belice nel 1968, Gasparini et al., 1985; Meletti et al., 2008). L’ultima zonazione del territorio nazionale (ZS9) segue questo schema sismotettonico. In essa la Sicilia appare nella parte centro-occidentale come un grande dominio asismico, con la sola esclusione di una fascia N-S comprendente l’area del Belice (Zona 934 della ZS9, Meletti et al., 2008).

In maniera alternativa, altri ricercatori (Lavecchia et al., 2007) hanno proposto come sorgente principale dei maggiori eventi sismici che hanno colpito la Sicilia centro-meridionale il sovrascorrimento alla base della catena orogenica (Sicilian Basal Thrust, si veda figura sotto).

Schema strutturale semplificato della struttura a thrust presente nell’area del Belice-Castelvetrano.

In questo studio hanno diviso la provincia sismogenetica compressiva in due sotto province, una superficiale e una profonda, sulla base dell’analisi dei terremoti storici e strumentali (di magnitudo M>4) con ipocentro compreso tra 0 e 30 km di profondità, e la realizzazione di sezioni geologiche e geofisiche regionali. La parte più superficiale, fino a 10 km di profondità, sarebbe strutturalmente caratterizzata dalla presenza di pieghe, faglie inverse (thrust) e faglie trascorrenti (strike-slip) originatesi a partire dal Pliocene superiore. La porzione profonda, tra 10 e 25 km di profondità, è caratterizzata da terremoti con meccanismi focali compressivi da thrust e trascorrenti con assi P orientati circa N-S (Anderson e Jackson, 1987; Frepoli e Amato, 2000; Neri et al., 2005; Pondrelli et al., 2006; Montone et al., 2012). A tale sub-provincia questi ricercatori attribuiscono l’origine di 11 terremoti con magnitudo compresa tra 4.5 e 5.5 avvenuti in Sicilia occidentale, fra cui quello dell’area del Belice del 1968.

Attraverso l’integrazione di dati SAR, GPS, morfotettonici, archeosismologici e di geofisica marina, lo studio multidisciplinare di Barreca et al. (2014) ha evidenziato l’attività di una faglia orientata NE-SO tra Castelvetrano e Campobello di Mazara come rampa di thrust obliqua (si intende un sovrascorrimento la cui direzione forma un angolo acuto rispetto alla direzione di trasporto tettonico; al contrario, in una rampa frontale le due direzioni sono ortogonali) immergente a NO, che potrebbe essere responsabile della sismicità storica dell’area. Tale attività coinvolge anche un insediamento archeologico di età greco-romana e potrebbe avere avuto un ruolo sia nei terremoti connessi alla distruzione della città greca di Selinunte, che nella sequenza simica del 1968 (figura sotto).

La sequenza sismica della Valle del Belice ed i terremoti di Selinunte. In blu la localizzazione e il meccanismo focale dell’ultimo terremoto di magnitudo Mw 4.9 verificatosi in Sicilia sudoccidentale il 7 giugno 1981 (da Barreca et al., 2014 che erroneamente riporta la data del 22 giugno 1981).

Quello che si evince da queste analisi è che stiamo parlando di un’area caratterizzata da una geodinamica particolarmente importante e che è dunque soggetta a crisi sismiche di varia entità. Nelle figure che seguono vengono rappresentate le distribuzioni, nel tempo e nello spazio, degli eventi che hanno interessato l’area della Sicilia sudoccidentale negli ultimi 30 anni. Sono chiaramente visibili quattro raggruppamenti temporali negli anni 1998, 2005-2006, 2010-2012, 2014-2015.

Distribuzione spaziale dei terremoti avvenuti in Sicilia sud-occidentale dal 1985 ad oggi (fonte dati http://info.terremoti.ingv.it/). Utilizzando colori diversi per evidenziare i diversi periodi temporali.

Andamento temporale delle sequenze sismiche che hanno interessato la Sicilia sudoccidentale dal 1985 in poi. In figura sono anche riportate le profondità ipocentrali degli eventi e la loro magnitudo.

L’attuale sequenza sembrerebbe aver avuto inizio alla fine del 2016, con alcuni eventi localizzati intorno alla città di Calatafimi, seguiti a maggio di quest’anno da un altra serie di terremoti con epicentro intorno a Menfi. La generale variabilità della distribuzione degli epicentri è da ricollegare a diversi fattori (non ultimi la disponibilità di dati e la qualità della rete sismica), ma certamente sono stati attivati vari sistemi faglie che hanno in comune un prevalente rilascio energetico a livello superficiale, tra i 5 e i 15 km di profondità.

Anche la sequenza che si sta verificando in questi giorni presenta questa caratteristica e ciò spiegherebbe anche la marcata percettibilità dei terremoti nell’area più prossima alle localizzazioni epicentrali. In estrema sintesi, dunque, tale sismicità sarebbe da associare alle strutture di “accomodamento” (splays frontali rappresentate nella terza figura) delle pieghe profonde, che si manifestano in superficie anche con fessurazioni sul terreno e fenomeni di creeping (movimenti della superficie lenti e asismici) rilevabili con reti geodetiche o telerilevamento SAR.

a cura di Mario Mattia  (INGV, Sezione di Catania) e Paolo Madonia (INGV, Sezione di Palermo).


Bibliografia

Anderson, H., J. Jackson (1987), Active tectonics of the Adriatic region. Geophys, J. R. Astron. Soc., 91, 937-983.

Barreca G., V. Bruno, C. Cocorullo, F. Cultrera, L. Ferranti, F. Guglielmino, L. Guzzetta, M. Mattia, C. Monaco, F. Pepe (2014), Geodetic and geological evidence of active tectonics in south-westernSicily (Italy). J. Geodyn., doi: 10.1016/j.jog.2014.03.004.

Frepoli, A., A. Amato (2000), Spatial variation in stresses in peninsular Italy and Sicily from background seismicity. Tectonophysics, 317, 109-124.

Gasparini, C., G. Iannaccone, R. Scarpa (1985), Fault-plane solutions and seismicity of the Italian peninsula. Tectonophysics, 117, 59-78.

Lavecchia, G., F. Ferrarini, R. de Nardis, F. Visini, M. S. Barbano (2007), Active thrusting as a possible seismogenic source in Sicily (Southern Italy): Some insights from integrated structural-kinematic and seismological data. Tectonophysics, 445, 145-167. doi:10.1016/j.tecto.2007.07.007.

Meletti, C., F. Galadini, G. Valensise, M. Stucchi, R. Basili, S. Barba, G. Vannucci, E. Boschi (2008), A seismic source zone model for the seismic hazard assessment of the Italian territory. Tectonophysics, 450, 85–108, doi:10.1016/j.tecto.2008.01.003.

Montone, P., M. T. Mariucci, S. Pierdominici (2012), The Italian present-day stress map, Geophys. J. Int., 189, 705-716, doi:10.1111/j.1365-246X.2012.05391.x.

Neri, G., G. Barberi, G. Oliva, B. Orecchio (2005), Spatial variations of seismogenic stress orientations in Sicily, south Italy. Phys. Earth Planet. Int., 148, 175-191.

Pondrelli, S., S. Salimbeni, G. Ekström, A. Morelli, P. Gasperini and G. Vannucci, 2006, The Italian CMT dataset from 1977 to the present, Phys. Earth Planet. Int.doi:10.1016/j.pepi.2006.07.008,159/3-4, pp. 286-303.

I terremoti del ‘900: il terremoto del 15 gennaio 1968, disastro naturale e disastro sociale

Vita (TP), 14 Gennaio 1968.

Da poco si è conclusa un’assemblea cittadina nella sala del consiglio comunale e, mentre gli uomini continuano a discutere animatamente, i bambini giocano ad acchiappareddu. All’improvviso, da una della case basse che danno sulla piazza, esce un uomo che afferra per i polsi uno dei bambini e lo spinge dentro casa gridando: ”Dentro, dentro, disgraziato! Dentro che c’è lu terremoto”. E lo trascina dentro casa, sbarrando il portone con tutti i ferri disponibili. Per chiudere fuori il terremoto.

Questo episodio, raccontato da Lorenzo Barbera in uno dei suoi libri, ci dà un’immagine quasi fotografica dell’impreparazione, quasi del rifiuto che l’idea stessa di terremoto generava tra la gente del Belice. Dopo le prime scosse accadute nel pomeriggio e nella serata del 14 gennaio causando danni limitati, un terremoto di magnitudo stimata Mw pari a 6.3 alle 3.01 del mattino del 15 gennaio 1968 si abbatté sulle case della gente del Belice, sulle loro vite, sui loro paesi, sulla loro storia e li distrusse per sempre. E distrusse anche quella ingenua speranza di tener lontano il disastro, che diventò invece una sorta di spartiacque del tempo, tanto che ancora oggi tra la gente del Belice si parla di “prima” e “dopo” il terremoto. In generale, questo concetto vale un po’ per tutta l’Italia. Tanto è vero che prima del 15 gennaio 1968 nessuno conosceva l’esistenza di Gibellina, Santa Ninfa, Montevago, Contessa Entellina, S. Margherita Belice, Vita, Salaparuta, Poggioreale. Da quella data in poi questi nomi sono entrati nell’immaginario collettivo come sinonimo di disastro. Disastro naturale e disastro sociale.

Copertina de “L’Unità” all’indomani del terremoto del 15 Gennaio 1968

Copertina de “L’Unità” all’indomani del terremoto del 15 Gennaio 1968.

La sequenza sismica

I freddi numeri raccontano di una sequenza sismica durata molto a lungo, sino a febbraio del 1969. La scossa principale fu preceduta da una serie di eventi minori iniziati il 14 Gennaio, di cui tre con magnitudo momento Mw compresa fra 4.9 e 5.2, e seguita da altri 79 eventi, con una forte replica di magnitudo Mw=5.5 il 25 gennaio (CPTI11). Dalla fine di gennaio al 1° giugno dello stesso anno furono registrati dall’Università di Messina altri 65 terremoti con magnitudo M≥3 e circa un migliaio di repliche con magnitudo M≥2. Per quel che riguarda la profondità, molti studiosi concordano con Bottari (1973) che sostiene una localizzazione crostale degli ipocentri (profondità ≤28 km), compresi i terremoti più forti. Secondo Anderson e Jackson (1987), invece, le profondità focali arriverebbero fino a 36 km. E’ da sottolineare che si discute ancora molto sulla localizzazione delle scosse principali della sequenza, sulle loro profondità e sulla determinazione della magnitudo. Tutti questi parametri risentono, ovviamente, della modesta densità di stazioni sismiche al tempo del terremoto e sulla non ottimale qualità dei pochi dati strumentali disponibili.

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