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Il terremoto del 16 dicembre 1857 in Basilicata, le radici della fotografia scientifica dei terremoti

Quando nella notte del 16 dicembre 1857  uno dei più disastrosi terremoti della storia sismica italiana devastò e portò la morte in un’ampia area del Vallo di Diano e dell’alta Val d’Agri, probabilmente anche Alfonse Bernoud a Napoli sentì violentemente il terremoto. Giusto il tempo che si sapesse, dalle prime frammentarie notizie, la drammatica gravità dell’evento e Bernoud senza indugio si preparò a intraprendere la prima campagna fotografica di un terremoto mai realizzata al mondo. Fra la fine di dicembre 1857 e gennaio 1858 compì tre spedizioni per documentare le distruzioni causate dal terremoto.

Tre fotogrammi di fotografie stereoscopiche utilizzate per realizzare l’incisione della veduta da ovest della parte alta di Polla distrutta dal terremoto del 16 dicembre 1857.

Ma chi era Bernoud e in cosa sta la straordinarietà della sua azione?

Alphonse Bernoud

Con la liberalizzazione della dagherrotipia da parte di François Arago, annunciata a Parigi il 19 agosto 1839, nacque l’arte della fotografia, la tecnica per dipingere con la luce. Un gran numero di operatori muniti di tutti gli strumenti necessari varcò le Alpi per cercare di diffondere nelle città italiane non solo la “divina scoperta”, ma anche per avere un’affermazione economica e commerciale, sfruttando tempestivamente i grandi entusiasmi suscitati dallo “specchio dotato di memoria” come lo aveva definito, con molta proprietà e con espressione quanto mai felice, Oliver Wendel Holmes. D’altra parte le fotografie delle città d’arte e dei monumenti italiani avrebbero rappresentato una fonte sicura di guadagno fuori dall’Italia. Nato nel 1820 a Meximieux (Lione), Jean Baptiste (in arte Alphonse) Bernoud verso il 1845 giunse in Italia per intraprendere il “mestier nuovo” e raggiunse ben presto una fama tale da divenire il fotografo della corte reale borbonica e poi del re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia. Dopo aver operato per anni in diverse città tra cui Genova, Firenze, Livorno, Siena e Roma, dal luglio 1858 Bernoud si stabilì a Napoli. In quel periodo egli mise a punto un nuovo metodo per colorare i dagherrotipi così reclamizzato: “Ritratti fotogenici all’acquerello. Metodo nuovo e tutto speciale di Alphonse Bernoud professore di fotografia”. Le prove fino a ora rintracciate (un dagherrotipo stupendo è conservato nella collezione Malandrini degli archivi Alinari) sono sempre di altissimo livello. In questi anni Bernoud raggiunse una grande qualità tecnica e partecipò ad alcune esposizioni in Italia (Toscana 1854) e all’estero Parigi (1855 e 1857) dove venne premiato con due ambitissimi riconoscimenti. Sull’onda di questa giusta notorietà Bernoud si portò prima a Roma dove quasi sicuramente scattò molte fotografie, anche in formato stereoscopico, dei monumenti più importanti di questa città e poi a Napoli, che divenne la sua sede operativa più importante, dove aprì due atelier. A seguito della fama raggiunta per la sua abilità tecnica e artistica esplicata nell’esecuzione di ritratti e di vedute, ebbe un’affermazione ampia e incondizionata nel pubblico napoletano e soprattutto nell’ambiente assai vivace e internazionale della corte borbonica. A Napoli Bernoud rivelò tutta la sua complessa personalità. Oltre a una straordinaria dinamica di spostamenti, da un luogo a un altro per essere al posto giusto nel momento giusto, Bernoud ebbe la sottile capacità di intuire i fatti salienti del suo tempo dei quali fu spettatore e cronista. Egli non conobbe ostacoli: aiutato da una robusta salute e da una prestanza fisica eccezionale poté affrontare con relativa facilità i disagi dei viaggi lungo tutta la penisola o recarsi all’estero. Per questo suo contatto frequente con l’estero, Bernoud fu tra i primi in Italia ad introdurre le novità fotografiche e tutti i miglioramenti apportati alla tecnica fotografica, in quegli anni di grande evoluzione. Nel campo della stereoscopia Bernoud fu un vero pioniere, come testimoniano le sue vedute effettuate con questo mezzo. Come tutti gli stereoscopisti di quel periodo, egli in un primo momento impiegò una sola macchina scattando prima un’immagine e, dopo uno spostamento di pochi centimetri, pressappoco come a distanza pupillare, la seconda immagine.

Bernoud e Il terremoto del 16 Dicembre 1857

Appresa la notizia del terremoto del 16 dicembre, fra il 21 e il 22 dicembre, Bernoud partì per una prima ricognizione, come testimoniato da una lettera di raccomandazione al Ministro della Polizia borbonica:

recasi in cotesta Provincia il fotografo Signor Alfonso Bernoud, al fine di ritrarre delle vedute su’ luoghi di disastri che hanno testé desolato le contrade della Basilicata. […] la prego che a quest’ultimo Signor Bernoud vengano usate tutte le agevolazioni” (Lettera di Trojano Folgori al direttore del Ministero della Polizia generale, Napoli 20 dicembre 1857).

Partire per una campagna fotografica a quel tempo era molto impegnativo sia dal punto di vista tecnico e logistico sia dal punto di vista delle autorizzazioni e della sicurezza personale. Le fotografie venivano realizzate su lastre fotografiche con l’uso di ingombranti e pesanti macchine fotografiche di legno, metallo e vetro ottico. Le operazioni di inserimento delle lastre fotografiche negli appositi caricatori (chassis) dovevano avvenire al riparo della luce sotto apposite tende. Per questo Bernoud aveva con sé un aiutante con uno zaino che riportava la scritta “A. Bernoud Photographe”. Questo zaino figurava spesso nelle fotografie e rappresenta una sorta di firma anti-pirateria, come diremmo oggi. Segno evidente che anche allora occorreva difendersi dalle riproduzioni abusive.

Da sinistra a destra: camera oscura per reportage in esterni costituita da una tenda dentro la quale, al riparo dalla luce venivano effettuate tutte le operazioni di caricamento delle macchine fotografiche. Caricatura della fatica del fotografo nella copertina del volume di Cuthbert Bede Photographic Pleasures (1855). Fotogramma di sinistra della foto stereoscopica di Bernoud delle rovine di Santa Trinità a Polla in cui si vede, in alto a sinistra, l’assistente di Bernoud con lo zaino delle attrezzature fotografiche. Un’accurata analisi permette di distinguere sullo zaino la scritta “A. Bernoud Photographe” (Coll. Royal Society n. 166).

Muoversi con questa attrezzatura era già complicato in condizioni normali, figuriamoci in zone impervie dell’entroterra lucano devastato dal terremoto e insicuro per non rari episodi di brigantaggio. Nonostante ciò, Bernoud fu in grado in pochi giorni di spingersi fino ai paesi più colpiti del Vallo di Diano (Lucania occidentale o interna) e rientrare il 28 di dicembre a Napoli.

Le prime immagini divennero famose soprattutto attraverso il settimanale parigino L’Illustration, che le pubblicò il 9 gennaio 1858 in una corrispondenza inviata da Napoli dal giornalista e scrittore Marc Monnier, con notizie dettagliate della grave calamità. Per poterle pubblicare, le fotografie dovettero essere trasformate in incisioni. Così Monnier ricorda la prima missione di Bernoud:

“Un fotografo di grande abilità, il Signor Bernoud […] è accorso immediatamente nella città distrutta. È ritornato ieri (28 dicembre) con parecchie fotografie stereoscopiche sviluppate in gran fretta: vi invio le più caratteristiche.” (L’llustration, Journal Universel 9 gennaio 1858).

Fra la fine di dicembre 1857 e la seconda metà di gennaio 1858 Bernoud completò le sua campagna fotografica, spingendosi ad Auletta, Atena Lucana, Tito, Vignola (Pignola), Paterno, Marsico Nuovo e Potenza. Alcune di queste fotografie furono pubblicate dall’llustration e sull’Illustrated London News.

Da sinistra a destra: fotogramma di sinistra della foto stereoscopica di Bernoud di Porta Salza a Potenza con i danni per il terremoto (Coll. Royal Society n. 305) e a seguire le incisioni tratte da questa fotografia e pubblicate sull’Illustration (30 gennaio 1858) e l’Illustrated London News (23 gennaio 1858).

Robert Mallet e le fotografie del disastro

Con il supporto di un finanziamento di 150 sterline da parte della Royal Society di Londra, il 27 gennaio 1858 l’ingegnere irlandese Robert Mallet partì dalla capitale inglese per studiare il terremoto che aveva devastato alcune aree interne del Regno di Napoli. Mallet arrivò a Napoli il 5 febbraio 1858, quando Bernoud aveva già portato a termine ben tre ricognizioni fotografiche esponendone i risultati in uno dei suoi studi. In quei giorni, oltre a trovare accompagnatori, attrezzature e viveri per il suo viaggio, Mallet vide le immagini di Bernoud che trovò, pur artistiche ma di scarsa utilità per la scienza. Ottenuto finalmente il permesso di proseguire verso l’interno del regno, il 10 febbraio Mallet partì per le zone colpite dal terremoto. In una lettera del 18 febbraio a Charles Lyell, Mallet spiegò l’importanza che il mezzo fotografico avrebbe potuto avere per la sua missione scientifica e, rammaricato di non aver potuto portare con sé un fotografo, chiese all’amico di intercedere presso la Royal Society per un ulteriore finanziamento di 50 sterline al fine di  affidare a “un signore francese” oppure a un altro eccellente fotografo a Napoli, la documentazione fotografica degli oggetti e delle vedute che lui reputava interessanti e di cui stava stilando un elenco.

Sarebbe valsa una qualsiasi somma se avessi potuto portare con me un fotografo come avevo tanto desiderato – un signore francese è stato in alcuni dei paesi ma le sue vedute sono di scarsa utilità per la scienza – il modo migliore sarebbe stato di poterlo dirigere al momento della veduta da riprendere – spesso sarebbe di parti degli interni – di statue o di immagini e di altri oggetti spostati o scagliati ecc.  Io ho fatto un elenco strada facendo degli oggetti principali e delle vedute di quelli che sarebbero ancora molto interessanti da fotografare, e ho l’intenzione ritornando a Napoli entro circa otto giorni da oggi di tentare di accordarmi sul contratto con il francese per ripercorrere le mie tappe e fotografare queste vedute.  Robert Mallet  (Lettera di R. Mallet a Ch. Lyell, Tramutola 18 febbraio 1858).

L’eccellente fotografo di cui parla Mallet è certamente Bernoud, mentre il “signore francese” con cui prese accordi è dimostrato essere Claudio Grillet (ma che Mallet cita come Grellier, probabilmente confondendo il nome), di cui scrive il 6 marzo 1858 a Lyell che “si era già recato nelle Province (e allo stesso tempo e in alcuni dei luoghi in cui ero stato)”. Eppure, delle 156 fotografie che Mallet utilizzò nel redigere il suo Rapporto (Mallet 1862), almeno 57 sono di Bernoud  (Bechetti e Ferrari 2004). Quelle allegate al manoscritto del Rapporto, conservato presso la Royal Society di Londra, sono le prime fotografie degli effetti di un terremoto, oltre che di molti dei paesi ritratti. In particolare, costituiscono i primi documenti scientifici per la nascente sismologia e un rilevante patrimonio di informazioni grazie al quale oggi è possibile ricostruire molte delle trasformazioni paesaggistiche intercorse negli ultimi 150 anni (Ferrari, Caciagli e Tarabusi 2004).

Da sinistra a destra: Pertosa – Rovine nella zona ovest con persone e animali in posa. (n.146 Coll. Roy. Soc). L’immagine è sicuramente di Bernoud ed è fra quelle considerate da Mallet artistiche, ma per lui inutili. Trinità – Rovine della Chiesa della Santa Trinità (n.209 Coll. Roy. Soc). E’ certamente una delle fotografie commissionate da Mallet a Grillet, come si evince dalle misure angolari che ne trae l’ingegnere irlandese.

Le 156 fotografie allegate al Rapporto di Mallet

Le fotografie allegate al manoscritto del Rapporto di Mallet si possono dividere in due gruppi a seconda del formato: il primo gruppo è composto da 36 foto monoscopiche, realizzate su commissione di Mallet, da C.Grillet, mentre le restanti 120 sono stereoscopiche montate su cartoncini di vario tipo e attribuibili solo in parte a Bernoud in maniera certa, anche se le foto furono tutte commissionate da Mallet a Grilllet. Si è ipotizzato che Grillet, non riuscendo a completare un così complesso e rischioso reportage fotografico, abbia spedito a Mallet anche foto di Bernoud, rendendole anonime. Ma non del tutto, infatti in alcune delle fotografie compare l’assistente di Bernoud con uno zaino sul quale è scritto chiaramente “A.Bernoud Photographe”.

Camera stereoscopica ideata nel 1852 dall’ottico di Manchester J.B. Dancer.

Questo espediente serviva a evidenziare le dimensioni del soggetto della foto oltre a tutelare, come si è detto, la proprietà del lavoro contro i “pirati di immagini”. Le coppie stereoscopiche sono state eseguite con una macchina stereoscopica quasi sicuramente con il metodo del collodio albuminato inventato da Taupenot (lastra al collodio secco) e variato da Bernoud stesso, che permetteva di preparare le lastre alcuni mesi prima dell’uso. Bernoud fu un vero pioniere in questo tipo di fotografia e la lunga esperienza, accumulata in vari anni di pratica, gli permetteva di padroneggiare il mezzo tecnico – fotografico con assoluta sicurezza e ottimi risultati. Durante le sue campagne fotografiche del terremoto, egli eseguì circa 150 immagini che, considerate le difficoltà di spostamento e la complessità delle operazioni, costituiscono il più ampio reportage mai eseguito fino ad allora. Per realizzare tali immagini impiegò prevalentemente la macchina stereoscopica, anche perché il piccolo formato delle lastre negative (7,7×7,5 cm circa) permetteva quasi l’istantanea, abbreviando di molto il tempo di posa. Due lastre di questo formato pesavano assai meno di una lastra grande ed erano più maneggevoli.

Il problema delle attribuzioni

Bernoud fece molte più foto stereoscopiche di quelle presenti nella collezione conservata alla Royal Society di Londra. L’archivio privato di Salerno, in particolare, conserva la più completa raccolta di foto di Bernoud del terremoto del 1857 finora reperita e comprende 71 fotografie stereoscopiche numerate dallo stesso Bernoud. Lo studio comparato delle fotografie di Bernoud note e delle 120 immagini stereoscopiche allegate al manoscritto del Rapporto di Mallet ha permesso di identificare alcuni elementi distintivi dello stile fotografico dell’illustre fotografo francese: la frequente presenza dello zainetto con la scritta “A.Bernoud Photographe” e di persone chiaramente in posa, il cartiglio firmato, le annotazioni sul fronte in lingua italiana. Inoltre, 18 delle fotografie allegate al Rapporto di Mallet coincidono con altrettante foto note di Bernoud. Per contro, le foto verosimilmente realizzate da Grillet per Mallet sono prive di persone e il cartiglio è anonimo, mentre le scritte sono sempre in francese. È così risultato che 57 fotografie (48%) sono attribuibili a Bernoud e 38 (32%) a Grillet, mentre le restanti 25 non sono risultate attribuibili sulla base dei parametri a disposizione.

Mallet e Grillet: la trattativa e i costi del nuovo reportage fotografico

Al suo rientro a Napoli, il 28 febbraio, Mallet trovò un telegramma da Londra che lo autorizzava ad affidare un reportage fotografico a Grillet a corredo della sua missione, come da lui richiesto a Lyell nella lettera del 18 febbraio.  In una nuova lettera del 6 marzo 1858 a Lyell, Mallet affermava:

Mi aspetto di concludere la trattativa [con Grillet] oggi e credo che sarà sostanzialmente come segue: ho preparato un elenco preciso dei luoghi, delle scene e degli oggetti seguendo l’intero tracciato del mio percorso che lui dovrà seguire e fotografare – il numero totale di vedute è di circa 125. Di queste una trentina sono da ingrandire essendo principalmente scene che dimostrano le relazioni delle cittadine ecc. rispetto al paesaggio circostante o adiacente – le loro formazioni ecc. ecc. Le altre saranno di dimensioni stereoscopiche che sarà del tutto sufficiente io ritengo per mostrare gli oggetti vicini con chiarezza. Devo garantire a una cifra tra le 40 e le 50 sterline (non ancora definito con esattezza) e prendere un numero fisso (dieci) copie di ciascuna veduta ad una tariffa fissa cadauna che sarà di circa 3 carlini per le piccole e il doppio per le vedute più grandi. Non ci sarà alcuna difficoltà immagino a piazzare le 10 serie di rovine a pari prezzo o persino a prezzo superiore a Londra e noi possiamo avere tutte le serie che vogliono – Grellier [Grillet] terrà e rimarrà proprietario dei negativi.

Nonostante la fiducia di Mallet nei confronti di Grillet, il fotografo inviò a Mallet le fotografie molto più tardi del previsto, molte delle quali senza didascalie o indicazioni dei luoghi fotografati, rendendo molto difficoltosa da parte di Mallet la ricostruzione a memoria di molti luoghi rappresentati. Questo sarà motivo, in alcuni documentati casi, di errori di identificazione di vedute di paesi da parte di Mallet, a cui si è potuto risalire attraverso una massiccia campagna di rilievi sul territorio alla ricerca di persistenze e mutazioni proprio a partire dalle foto del Rapporto di Mallet (Ferrari, Caciagli e Tarabusi 2004). Uno dei casi più eclatanti è la foto monoscopica attribuita a Viggiano (PZ), che in realtà rappresenta Caggiano (SA).

Due esempi di foto monoscopiche di Grillet. Da sinistra a destra: Caggiano – veduta sud-ovest (n.271 Coll. Roy Soc.) erroneamente attribuita a Viggiano da Mallet e ciò che restava del Palazzo Giliberti di Grumento Nova, allora Saponara (n. 251 Coll: Roy Soc.).

a cura di Graziano Ferrari (INGV – Amministrazione Centrale).


Bibliografia

Becchetti P., Ferrari G. (2004). Fotografia e osservazione scientifica. Il reportage di Alphonse Bernoud nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857. In: Ferrari G. (2004-2009) pp. 63-92.

Ferrari G. (2004-2009) (a cura di), Viaggio nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857, Bologna, 6 voll. e  3 DVD ROM multimediali.

Ferrari G., Caciagli M. e Tarabusi G., (2004). Sulle tracce di Robert Mallet e Alphonse Bernoud: paesaggi naturali e antropici che cambiano. In: Ferrari G. (2004-2009) pp. 289-312.

Mallet R. (1862). Great Neapolitan earthquake of 1857. The first principles of observational seismology, Londra. Traduzione italiana in Ferrari G. 2004-2009, vol. 2.


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I terremoti nella STORIA: nel giorno di Santa Costanza, 25 febbraio 1695, il più forte terremoto del Veneto

Quest’anno a Vicenza non ci sarà la processione votiva del 25 febbraio, che invece si era svolta regolarmente un anno fa . A chi studia i processi di conservazione della “memoria sismica collettiva” questa interruzione dispiace. Infatti la processione vicentina era forse la più longeva tra le manifestazioni devozionali “perpetue” originate dal terremoto del 25 febbraio 1695 e di cui abbiamo notizia in varie località del Veneto (Castelfranco Veneto, Cittadella, Cologna Veneta, Cornuda, Lendinara, Marsan). E non a torto, visto che questo terremoto, di magnitudo Mw 6.5 secondo CPTI11 (CPTI11) è il più forte evento sismico localizzato  in Veneto, insieme a quello bellunese del 29 giugno 1873 (Mw 6.3) e soprattutto l’ultimo terremoto distruttivo di cui si abbia notizia nel territorio della Provincia di Treviso, da 320 anni in qua.

Stampa settecentesca raffigurante s. Costanza martire, che per una casualità del calendario ha dato al terremoto il suo nome

Stampa settecentesca raffigurante s. Costanza martire, che per una casualità del calendario ha dato al terremoto il suo nome.

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I terremoti nella STORIA: Il catastrofico terremoto dell’11 gennaio 1693 nella Sicilia orientale, l’evento più forte della storia sismica italiana

Questo terremoto rappresenta una vera e propria “pietra miliare” nella storia sismica del nostro paese. Nell’attuale versione del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI11) risulta essere il più forte evento sismico (Mw=7.4) avvenuto negli ultimi 1000 anni sull’intero territorio nazionale. Inoltre, per vastità dell’area colpita, numero di vittime e gravità degli effetti provocati, è tra i terremoti maggiormente distruttivi della storia sismica italiana; infine, riveste un’importanza enorme per la colossale e problematica opera di ricostruzione e di riedificazione che modificò radicalmente l’intera rete insediativa di una ampia parte della Sicilia.

I ruderi dell’antico borgo medievale di Occhiolà. Il borgo in rovina circa tre mesi dopo il terremoto dell’11 gennaio 1693 fu abbandonato dai superstiti e al suo posto fu fondata, 2 km più a sud, l’odierna Grammichele [fonte: Azzaro et al. (2008) http://www.edurisk.it/it/itinerari/viaggi-virtuali.html].

I ruderi dell’antico borgo medievale di Occhiolà. Il borgo in rovina circa tre mesi dopo il terremoto dell’11 gennaio 1693 fu abbandonato dai superstiti e al suo posto fu fondata, 2 km più a sud, l’odierna Grammichele [fonte: Azzaro et al. (2008) http://www.edurisk.it/it/itinerari/viaggi-virtuali.html].

Il terremoto colpì un territorio vastissimo in due riprese, con due violentissime scosse avvenute a distanza di due giorni. Il primo forte evento si verificò il 9 gennaio 1693 attorno alle ore 21:00 GMT (il tempo medio di Greenwich, orario riportato per convenzione nei cataloghi sismici), le 4:30 secondo l’uso orario “all’italiana” in vigore all’epoca. Nonostante questa prima scossa sia avvenuta a meno di 48 ore dal secondo, ben più grave terremoto, il quadro complessivo dei suoi effetti macrosismici risulta comunque ben documentato. Secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007), ripreso dal catalogo CPTI11, la scossa raggiunse un’intensità epicentrale valutabile tra i gradi 8 e 9 della Scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS). I danni furono gravissimi in centri come Augusta, Avola (l’attuale Avola Vecchia), Noto (l’attuale Noto Antica), Floridia e Melilli, dove crollarono molti edifici. Gravi danni e crolli interessarono anche Catania e Lentini. A Catania, già seriamente danneggiata dalla distruttiva eruzione dell’Etna del 1669, molti palazzi e abitazioni, nonché chiese e monumenti, subirono lesioni diffuse, alcune case private crollarono provocando la morte di 16 persone. A Siracusa molti edifici furono lesionati, alcuni rimasero pericolanti, ma nel complesso i danni furono meno gravi rispetto a Catania. La scossa fu avvertita fortemente, ma senza danni, a Messina e a Malta, e sensibilmente fino a Palermo. Leggi il resto di questa voce

I terremoti nella STORIA: il terremoto del 16 dicembre 1857 in Basilicata, uno dei più distruttivi della storia sismica italiana

Questo terremoto riveste una particolare importanza almeno per tre aspetti: è uno dei più distruttivi della storia sismica italiana degli ultimi 25 secoli, è il primo al mondo documentato fotograficamente, è il primo per cui la scienza dei terremoti è definita come sismologia.

Veduta da ovest della parte alta di Polla distrutta dal terremoto del 16 dicembre 1857 (da Mallet, 1862).

Veduta da ovest della parte alta di Polla distrutta dal terremoto del 16 dicembre 1857 (da Mallet, 1862).

Il 16 dicembre 1857, alle ore 20:15, 20:18 e 21:15 (del tempo medio di Greenwich – GMT) tre violentissime scosse di terremoto devastarono una vasta area della Basilicata e una parte della Campania: in particolare furono colpite l’attuale provincia di Potenza e la zona centro-orientale di quella di Salerno. I danni più gravi furono risentiti nelle zone montuose, in particolare nell’alta Val d’Agri. Più di 180 località, comprese in un’area di oltre 20.000 km2, subirono danni gravissimi al patrimonio edilizio, tanto da rendere inagibili gran parte delle case. Entro quest’area, più di 30 centri subirono danni disastrosi: interi paesi e villaggi sparsi su una superficie di 3.150 km2 furono rasi al suolo.

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Ciao Aldo

aldo

Ieri abbiamo dato il nostro saluto (non l’ultimo!) al nostro amico Aldo, che se n’è andato il 23 luglio. Continuo a guardare la sua foto, con quella faccia buona e il sorriso sornione, e mi pare che debba entrare da un momento all’altro nella mia stanza a raccontarmi dell’ennesimo terremoto difficile che è riuscito a localizzare, o della magnitudo che “non torna”. Quante discussioni, anni fa, quando passammo alla magnitudo Richter abbandonando la Md, quella che si calcolava con la durata delle onde sismiche!

Aldo non era un turnista qualunque. Aldo era IL turnista. Disponibile a prendersi sempre il turno di qualcuno di noi che aveva un problema, lo faceva sempre con il suo sorriso. Anche nei suoi formidabili momenti di arrabbiatura, tanta umanità e subito tornava a essere il buon Aldo. Bello ieri conoscere la sorella (la famosa sorella di Aldo, quella delle telefonate, per me era un po’ come la moglie del tenente Colombo) e sentirla dire, con il suo stesso sguardo e i suoi movimenti, “ci facevamo certe litigate!! ma ci volevamo un bene dell’anima”.  Non ne dubitavamo, in fondo. Mi piace pensarlo su una nuvoletta, comodo a guardarci sornione mentre in Sala Sismica continuiamo a discutere di terremoti e di magnitudo, accanto a un altro pezzo di storia dell’INGV “Guarda Luciano, hanno risbagliato la magnitudo. E passami ‘sto narghilè dai!”.  Alessandro

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Ho purtroppo saputo solo di recente della malattia di Aldo, e solo ora
leggo del triste epilogo. Sul blog sono state dette tutte le cose che
più gli appartenevano e lo ricordano.
Da parte mia posso solo unirmi a tutti per il dispiacere immenso che
la notizia mi arreca. Ho trascorso con lui anni all’Osservatorio di
Monte Porzio. Piacevoli le discussioni sulla musica che ci
appassionava e che ascoltavamo nella sua sgangherata auto. Litigavamo
solo per le troppe sigarette che fumava. ciao Aldo.
Riccardo Galgano

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Ho iniziato a lavorare all’ING nel 1994, e quasi subito cominciai a fare i turni in sala sismica. Allora la sismometria era analogica, e c’era un gruppo di “vecchi” turnisti, dei quali faceva parte anche Aldo, che mi stupivano sempre perché erano in grado di capire già ad “orecchio” (ovvero da come suonavano gli allarmi) se un evento era locale o un telesisma, e persino di produrre una stima attendibile della zona e della magnitudo.
Aldo fumava molto, ma è l’unica persona il cui fumo passivo sopportavo volentieri in virtù delle sue qualità umane. Era sincero, onesto, gentile, modesto pur sapendo molto: qualità che raramente ho ritrovato altrove.
Sembra proprio che siano sempre i migliori ad andarsene: mi mancherai.
Damiano Pesaresi

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Aldo era, come me,  un ragazzo degli anni settanta. Questa cosa ci univa; ci si capiva con uno sguardo.
Anche l’amore per la musica ci univa. Era una persona estremamente semplice e pulita. Non ho mai sentito Aldo parlare male di qualcuno.
Era un collega ed amico al quale volevo bene e che godeva del mio massimo rispetto. Non sapevo della gravità delle sue condizioni e me ne dispiace. Avrei voluto rivederlo per
salutarlo ancora una volta e per incrociare il suo sguardo buono ed umano.
Stefano Brizzolara

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Mi sembra ieri l’ultimo turno fatto insieme….  e quanti ne abbiamo fatti! Era un piacere per me ogni volta che capitavamo in turno insieme: la tua esperienza mi infondeva sicurezza e la tua presenza era discreta. Ricorderò sempre la tua espressione gentile quando ti alzavi dalla postazione e con un cenno, mostrando la sigaretta, mi chiedevi il permesso di uscire “Allora vado eh?”. Sei stato un grande maestro ma mi facevi sentire tua pari e chiedevi sempre il mio parere. Mi mancheranno i turni con te! Ciao Aldo!
M.Teresa

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“Ohi Betta!” “Buongiorno Aldo!”. Cosi’ iniziavano più o meno tutte le nostre mattine lavorative. Sono entrata come un uragano nella tua stanza, ereditando la scrivania del grande Franco, e portandoti casino, andirivieni, porta sempre aperta. Leggi il resto di questa voce

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