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I terremoti nella STORIA: 26 maggio 1798, un terremoto di fine secolo XVIII a Siena

“[…] Ieri cadde al Bruco la casa del Mariottini, ed in quest’ultima vi erano stati gli famosi ingegnieri fiorentini […] quali avevano giudicato per ora non esser [in] pericolo; non erano sortiti dalla contrada del Bruco che la casa era caduta, onde: sono venuti a pappare, i fiorentini.”

Così scriveva, il 12 giugno 1798 (compiaciutissimo di poter confermare che da Firenze non c’è da aspettarsi nulla di buono…) Anton Francesco Bandini, il diarista che ci ha lasciato una minuziosissima cronaca giornaliera dei fatti senesi nel periodo 1786-1838. La ragion per cui gli “ingegnieri fiorentini” andavano perlustrando in quei giorni i rioni della città di Siena era il terremoto avvenuto due settimane prima, sabato 26 maggio 1798, vigilia di Pentecoste, poco dopo l’una del pomeriggio.

Il territorio della Contrada del Bruco (indicato nel rapporto governativo riportato più sotto come “Ovile”, per la prossimità della omonima Porta cittadina), con le sue casette in ripido pendio fu tra le zone popolari più danneggiate dal terremoto senese del maggio 1798.

Il territorio della Contrada del Bruco (detto “Ovile” nel rapporto governativo citato più avanti nel testo, per la prossimità della omonima Porta cittadina), con le sue casette in ripido pendio fu tra le zone popolari più danneggiate dal terremoto senese del maggio 1798.

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Evento sismico in provincia di Firenze, M 3.7, 13 settembre ore 03.04

Un terremoto di magnitudo ML 3.7 è avvenuto alle ore 03:04:34 italiane ed è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV tra le province di Firenze e Siena ad una profondità di 9 km.

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Localizzazione dell’evento sismico di magnitudo 3.7 avvenuto oggi, 13 settembre, alle ore 03.04 italiane.

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I terremoti nella STORIA: Il terremoto del 14 agosto 1846 di Orciano Pisano

“… ecco che la sala comincia da prima a vibrare; alla vibrazione succede un agitazione violenta in direzione orizzontale con un rumore vorticoso orribile. […] Accorro ad una delle finestre che mette nel giardino di una prossima casa, e quivi fui testimonio di uno de’ spettacoli più terribili, che possono occorrere allo sguardo dell’uomo. Le case dintorno erano agitate in una maniera spaventevole; gli alberi del giardino co’ loro movimenti annunziavano la violenta agitazione dell’ atmosfera; questi movimenti associati a quelli della sala in cui io era mi produssero una vertigine, la quale mi obbligò ad aggrapparmi alla finestra. L’agitazione seguiva evidentemente in direzione orizzontale di va e vieni, ma con violenza estrema. In tale terribile situazione cominciano a cadermi addosso calcinacci dalla sala; le grida che si sollevavano dalle case vicine aumentavano l’orrore del flagello. Fu un istante che io credei la città nabissare. Allora sospinto da un impulso istintivo ascendo sulla finestra per saltare nel sottoposto giardino. Ma un residuo di riflessione mi ritenne. Il suolo a poco a poco ritornò nella sua primiera tranquillità.”

Sono queste le parole con cui Leopoldo Pilla descrive il terremoto del 14 agosto 1846 che colpì la Toscana occidentale.

Leopoldo Pilla - Poche parole sul tremuoto

Frontespizio del racconto di Leopoldo Pilla sul terremoto pisano del 1846 (Pilla, 1846a). Si notino le parole “sul tremuoto” deformate a voler rappresentare lo scuotimento.

Pilla era titolare della cattedra di geologia all’Università di Pisa e quel giorno si trovava nelle sale del Museo di Storia Naturale, dove ancora oggi ha sede il Dipartimento di Scienze della Terra. Il racconto è contenuto in un opuscolo dato alle stampe 5 giorni dopo il terremoto.

Il terremoto ha la peculiarità di avere interessato un’area prossima alla costa tirrenica toscana che non è certo conosciuta per essere fra le più sismiche in Italia. Quello dell’agosto 1846, infatti, fu un evento distruttivo che colpì un’area caratterizzata da una sismicità “moderata”, di livello medio-basso, decisamente meno intensa e frequente di quella che caratterizza, ad esempio, il tratto di catena appenninica che si estende dalla Lunigiana-Garfagnana alla Val Tiberina, passando per il Mugello (per rimanere in area toscana). A tutt’oggi la magnitudo stimata sulla base degli effetti del terremoto (Mw 5.9 secondo il catalogo CPTI11) rimane la magnitudo più elevata di tutta la costa tirrenica, dalla Toscana fino alla Campania.

Molte informazioni su questo terremoto derivano dalle estese descrizioni sui suoi effetti e sulle interpretazioni geologiche scritte degli studiosi dell’Università di Pisa che percorsero in lungo e in largo il territorio colpito dall’evento e riportarono le loro osservazioni in diversi libri monografici.

Il risentimento nelle località

La scossa principale avvenne il 14 agosto alle 12:53 e fu seguita da un’altra scossa forte alle ore 22:00 dello stesso giorno. Fu colpita l’area collinare al confine tra le attuali province di Pisa e di Livorno, compresa tra le valli dei fiumi Arno, a nord, e Cecina a sud.

I centri maggiormente danneggiati furono quelli situati nella valle del torrente Fine e sulle colline che si estendono a sud di Pontedera e della valle dell’Arno, ad est della città di Livorno. Danni molto gravi interessarono anche alcuni paesi collocati più a sud, nella valle del fiume Cecina.

Distribuzione degli effetti macrosismici del terremoto toscano del 14 agosto 1846 secondo Guidoboni et al. (2007) [figura da: DBMI11].

Distribuzione degli effetti macrosismici del terremoto toscano del 14 agosto 1846 secondo Guidoboni et al. (2007) [figura da: DBMI11].

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I terremoti nella STORIA: Il terremoto del 3 giugno 1781 nell’Appennino marchigiano, un evento disastroso in un periodo di intensa attività sismica tra Romagna e Marche

La primavera-estate del 1781 fu un periodo particolarmente difficile per le popolazioni dell’Italia centro-orientale. Nell’arco di soli quattro mesi, tra il 4 aprile e il 17 luglio ben tre terremoti molto significativi si verificarono in Romagna e nelle Marche settentrionali. L’intera area interessata apparteneva a diverse regioni dello Stato pontificio ed è negli archivi degli uffici periferici e centrali dell’amministrazione papale che si conserva la parte più consistente dei documenti coevi che ci permettono di ricostruire gli effetti di questi terremoti.

Gli eventi furono localizzati alle due estremità di un tratto di catena appenninica che si estende per circa 130 km in linea d’aria tra il forlivese a nord e l’area di Cagli-Fabriano a sud.

Il più forte e “disastroso” di questi terremoti, e anche uno dei massimi eventi sismici dell’Italia centrale  (magnitudo Mw 6.4 e intensità Io pari al grado 10 della scala macrosismica Mercalli-Cancani-Sieberg; CPTI11), ebbe luogo la mattina della domenica 3 giugno 1781. I suoi maggiori effetti interessarono l’area appenninica che si trova al confine attuale tra Marche settentrionali, Umbria e Toscana, e in particolare l’area compresa tra Cagli e Piobbico, nell’entroterra appenninico della odierna Provincia di Pesaro-Urbino. All’epoca si trattava di un’area caratterizzata da una fitta rete di insediamenti rurali di modeste dimensioni e di poderi isolati facenti capo a chiese parrocchiali o pievanili. Qui si ebbero gravissime ed estese distruzioni (“buona parte delle parrocchiali, e un’infinità di case coloniche sono del tutto rovinate” [1]). La coincidenza del terremoto con una importante festa liturgica – la domenica di Pentecoste – contribuì ad accentuare il numero delle vittime. La mortalità, infatti, fu abbastanza elevata principalmente a causa del crollo di numerose chiese rurali. Un contemporaneo riporta:

il massimo però degli effetti tragici di questo sì orribile castigo si è rovesciato nella campagna attorno alla città predetta [Cagli, NdR] con essere diroccate interamente da settecento case rurali, compresovi quasi tutte le chiese tutte de’ curati, dicesi tutte perite, ed estinte, al tempo in cui li poveri curati celebravano al loro popolo la Santa Messa, e contasi la mortalità di campagna a novecento e più persone con li curati che sopra, ed in seguito restò sotto sassi gran quantità di bestiame. (Pichi, 1781)

Le perdite umane in realtà sembrano essere state più contenute. Gli studi più accreditati (basati su documenti riepilogativi coevi per lo più conservati presso l’Archivio di Stato di Pesaro) suggeriscono da un minimo di 260 a un massimo di poco più di 300 morti. Numeri comunque elevatissimi per un’area rurale, soprattutto considerando le dimensioni relativamente piccole della maggior parte degli insediamenti colpiti.

Un testimone di eccezione del terremoto del 3 giugno 1781 fu il vescovo di Cagli, Ludovico Agostino Bertozzi, che dopo essere fortunosamente scampato al crollo della cupola della cattedrale di Cagli (in cui si trovava al momento della scossa) scrisse una relazione delle sue esperienze per il cardinal Antonelli, Protettore della città di Cagli (Bertozzi, 1781). Proprio a partire da questa lettera è possibile ricostruire la cronologia delle scosse avvenute quel 3 giugno.

Un foglio volante (un vero e proprio volantino dell’epoca) dedicato al terremoto del 3 giugno 1781.

Un foglio volante (un vero e proprio volantino dell’epoca) dedicato al terremoto del 3 giugno 1781.

Dopo una prima, lieve scossa forse avvertita nella notte tra il 2 e il 3 giugno (“sostengono certuni d’aver sentita una piccola concussione”), due scosse fortissime si verificarono la mattina del giorno 3, alle 11:00 e alle 11:15 “italiane” (secondo l’uso orario “all’italiana” in vigore all’epoca), corrispondenti alle 7:00 e alle 7:15 circa, ora locale [2] (cioè le 6:00 e le 6:15 GMT). La prima, che potrebbe essere stata la più violenta, causò il crollo della cupola del duomo di Cagli, in cui rimasero uccisi molti dei fedeli che gremivano la cattedrale per la messa mattutina: Leggi il resto di questa voce

I terremoti nella STORIA: l’epicentro del terremoto del 13 aprile 1558 in Toscana era nascosto tra le colline del Chianti

Il 16 aprile 1558 un anonimo autore di avvisi (gli antenati dei moderni giornali) scriveva da Firenze:

“Qua è stato un gran[dissi]mo terremoto, che ha ruinato di molte case, et conquassato chiese con morte d’alcune persone et è stato tanto horrendo che ha posto spavento ad ogni persona.”

I danni causati dal terremoto di cui parlava l’anonimo non si erano verificati a Firenze ma nelle colline del Chianti e oltre, nel Valdarno e in Valdambra. Di questo fatto però, nessuno era consapevole fino a pochi anni fa.

L’esistenza del terremoto del 1558 era nota fin dal Settecento alle compilazioni descrittive di terremoti toscani, ma le uniche fonti di questa conoscenza erano le scarse notizie fornite da due diaristi coevi, il canonico Agostino Lapini di Firenze e la monaca senese suor Girolama Caterina Bocciardi, i quali si limitavano a descriverne gli effetti a Siena (danni non molto gravi ma diffusi), a Firenze (avvertimento) e nell’area compresa tra le due città. Per quanto da queste testimonianze risultasse evidente che i maggiori effetti di questo terremoto si erano verificati appunto in quest’area, le definizioni usate dai testimoni (“contadi di Siena e Fiorenza”, Val d’Arno di sopra e Chianti”) erano troppo vaghe per consentirne una precisa localizzazione epicentrale o tanto meno una attendibile valutazione degli effetti massimi. In mancanza di informazioni più precise, fino al 2004 l’epicentro del terremoto era stato individuato nelle vicinanze di Siena, una delle località maggiormente danneggiate.

E’ stato grazie a una di quelle fortunate scoperte casuali che a volte capitano al frequentatore di archivi e biblioteche, che si è riusciti a ricollocare il terremoto del 1558 nel suo autentico contesto e – al tempo stesso – ad arricchire la storia sismica di un’area della Toscana (quella compresa tra Siena e Firenze) che occupa un posto di riguardo nel contesto dell’economia e del patrimonio culturale toscano, ma la cui sismicità è sporadica, di modesta entità e concentrata soprattutto nel settore nord del Valdarno Superiore e nelle colline del Chianti. Inoltre, va detto che la storia sismica di questa zona non risaliva più indietro del 1770, anno del primo terremoto sicuramente localizzato in tale area e relativamente ben conosciuto.

A partire da considerazioni storiche basate sull’estrema specificità del contesto socio-politico e amministrativo in cui si inquadra il terremoto del 1558 (era da poco terminata la “guerra di Siena” e la città del Palio – dopo un lungo e durissimo assedio –  era appena entrata a far parte parte dei dominii di Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze) è stato avviato presso l’Archivio di Stato di Firenze un sondaggio che ha portato a individuare una trentina tra rapporti sugli effetti del terremoto, deliberazioni prese per affrontarne le conseguenze, suppliche e una dettagliatissima perizia dei danni relativa alla località di Caposelvi, in Valdambra.

Cosimo dei Medici

Il ritratto del Duca di Firenze Cosimo dei Medici che dopo una lunga guerra aveva annesso la città di Siena ai suoi domini.

I dati raccolti, tutti prodotti da ufficiali di governo al servizio del duca, hanno permesso di ricostruire una breve sequenza sismica cominciata, alle 10.15 circa del mattino del 13 aprile 1558, con una scossa descritta come lunga “un Credo” (circa 40 secondi) e che causò Leggi il resto di questa voce

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