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Una story map sul terremoto in Irpinia e Basilicata del 23 novembre 1980

La sera del 23 novembre 1980 alle ore 19:34 la terra tremò in larga parte del sud Italia. La scossa principale fu di magnitudo M 6.9 con epicentro tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. Colpì una vasta area dell’Appennino meridionale con effetti devastanti soprattutto in Irpinia e nelle zone adiacenti delle province di Salerno e Potenza. Un approfondimento su questo evento è disponibile in un articolo del BLOG.

In occasione dei 38 anni dall’accadimento viene presentata una story map che racconta Il tragico impatto di questo terremoto in alcuni dei suoi aspetti principali attraverso mappe interattive, narrazione, testimonianze, immagini e video.

La story map propone una ricostruzione della sequenza sismica e dello stato del monitoraggio sismico nel 1980 anche attraverso l’ausilio di alcune mappe interattive.  I testi, le immagini e i video raccontano invece i giorni dell’emergenza, l’impatto sulle località colpite, la ricostruzione e gli aspetti socio-economici di questa tragedia che ha interessato oltre 600 comuni dell’Italia meridionale. Sono 7 le aree tematiche in cui è suddivisa:

  • Area epicentrale e sequenza sismica
  • Rete sismica nel 1980
  • Distribuzione degli effetti
  • Impatto nelle località colpite
  • Numeri del terremoto
  • Impatto socio-economico
  • Interventi, gestione dell’emergenza e ricostruzione

La descrizione dell’impatto del terremoto del 23 novembre 1980 in alcune delle località più colpite anche attraverso foto d’epoca.

Il modello utilizzato per la realizzazione della story map è lo “Story Map Cascade℠” (https://storymaps.arcgis.com/en/app-list/cascade/) che consente di combinare testo narrativo con mappe, immagini e contenuti multimediali in un’esperienza di scorrimento a schermo intero molto coinvolgente.  In una story map di tipo “Cascade” le sezioni contenenti testo e media in linea possono essere intervallate da sezioni “immersive” che riempiono lo schermo con mappe, immagini e video, ideale per creare storie avvincenti e approfondite, facilmente consultabili dagli utenti.

Tra i contenuti più interessanti della story map c’è la mappa interattiva della Rete Sismica operativa nel 1980. Già dal 1954 l’Istituto Nazionale di Geofisica controllava circa 23 punti di osservazione divisi tra Osservatori base e Stazioni. Gli Osservatori erano delle strutture che collaboravano con l’ING e oltre ad avere la funzione di registrare ed elaborare gli eventi sismici, erano adibiti anche alla ricerca, mentre le stazioni si limitavano alla registrazione degli eventi ed erano generalmente locali messi a disposizione dalle Università e da Enti pubblici o privati.

La mappa interattiva dei punti di osservazione nel 1980 suddivisi in Osservatori (blu), Università (verde), Stazioni ING (arancio). Nella mappa è rappresentata anche la sismicità 1980-1981 nell’area epicentrale del terremoto del 23 novembre 1980.

Per il terremoto del 23 novembre 1980 non si riuscirono a fornire notizie precise e tempestive riguardanti l’esatta localizzazione dell’evento per mancanza di dati disponibili in tempo reale, dal momento che non esisteva un unico centro di raccolta e di elaborazione dati.

ll sismogramma del terremoto delle 19:34 del 23 novembre 1980 registrato alla stazione sismica ING di Duronia in provincia di Campobasso.

Un’altra importante testimonianza presente nella parte finale della story map è l’appello del Presidente della Repubblica Sandro Pertini sul ritardo dei soccorsi e sul perdurare dell’emergenza contenuto in un video di un servizio della RAI sui giorni successivi al terremoto.

Per la realizzazione della story map sono state utilizzate le seguenti fonti:
  • i dati sulla sequenza sismica del 1980 in Irpinia e Basilicata tratti dalla Scheda SPECIALE CAMPANIA dell’INGV;
  • I testi e i dati di impatto sono estratti dal volume: IL PESO ECONOMICO E SOCIALE DEI DISASTRI SISMICI IN ITALIA NEGLI ULTIMI 150 ANNI 1861-2011 di Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise;  
  • I dati macrosismici provengono dal Database macrosismico italiano 2015 (DBMI15 – https://emidius.mi.ingv.it/DBMI/ ).

La story map è stata inserita nella galleria StoryMaps & Terremoti ed è disponibile al seguente LINK.

A cura di Maurizio Pignone e Anna Nardi (INGV – Osservatorio Nazionale Terremoti)


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Sequenza sismica in Italia centrale: scarpate di faglia prodotte dall’evento del 30 ottobre 2016

Il terremoto del 30 ottobre in Italia Centrale ha prodotto almeno 15 km di scarpata di faglia tra gli abitati di Arquata del Tronto e Ussita, in corrispondenza della intersezione del piano di faglia responsabile del terremoto e la superficie topografica. Questo spostamento cosismico (causato cioè dal terremoto e descritto anche in un altro articolo di questo blog) è comune per terremoti con magnitudo prossima o superiore a 6 e rappresenta la prosecuzione verso la superficie della rottura e dello scorrimento avvenuto sulla faglia in profondità.

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Vista del versante occidentale del monte Vettore dove si notano due scarpate di faglia cosismiche prodotte dall’evento del 30 ottobre, una più in quota lungo il piano di faglia principale e una più in basso lungo una faglia minore.

Già dopo il terremoto del 24 agosto erano state osservate delle scarpate sul fianco del monte Vettore, ma erano ben più limitate (vedi porzione del sistema di faglia evidenziato nella mappa in verde – figura sotto), così come quelle segnalate più a nord che si estendono fino a Cupi e causate dal terremoto del 26 ottobre (vedi porzione del sistema di faglia evidenziato in mappa in arancione).

Mappa delle faglie attive (in rosso) note nell’area della sequenza sismica iniziata il 24 agosto. Le stelle in diverso colore indicano la localizzazione dei tre eventi principali della sequenza (24 agosto M 6.0, 26 ottobre M 5.9, 30 ottobre M 6.5). Le fasce colorate indicano i settori del sistema di faglia lungo i quali sono state prodotte rotture cosismiche in occasione dell’evento indicato con lo stesso colore (24 agosto in verde, 26 ottobre in arancione, 30 ottobre in rosa).

Le scarpate di faglia del 30 ottobre (vedi porzione del sistema di faglia evidenziato in mappa in rosa) sono molto evidenti e appaiono come un gradino nella topografia di entità variabile tra 20 e 70 cm, la loro localizzazione lungo la faglia geologica, unitamente alla loro geometria ed entità della deformazione sono del tutto consistenti con il movimento avvenuto in profondità che ha raggiunto picchi superiori a 2 m che hanno prodotto il ribassamento del settore occidentale rispetto a quello orientaleRibassamenti simili sono stati misurati anche elaborando i dati satellitari e tutte insieme queste osservazioni, effettuate sulla superficie terrestre, ci consentono di comprendere cosa è avvenuto in profondità e quindi di caratterizzare il terremoto e la sua faglia sismogenetica.

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Le rotture cosismiche non sono localizzate in modo casuale. Queste avvengono in corrispondenza di faglie geologiche attive che, nel caso di questa sequenza, formano il sistema Vettore-Porche-Bove già noto ai geologi italiani. Infatti i grandi terremoti rompono ripetutamente le stesse faglie e quelle estensionali provocano il ribassamento e il relativo sollevamento delle due porzioni di crosta separate dalla faglia. Il ripetersi di terremoti successivi lungo le stesse faglie porta all’accumularsi delle deformazioni di ciascun terremoto che è alla base della crescita delle montagne e dell’ampliamento dei bacini (es. Mt. Vettore-Piana di Castelluccio). Il terremoto è quindi una delle forze guida principali dell’evoluzione del paesaggio di questo bellissimo settore dell’Appennino centrale.

Anche durante il terremoto del 23 novembre in Irpinia si erano prodotte scarpate di faglia per circa 40 km tra Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi, con scarpate alte fino a 120 cm.

In rosso la traccia della scarpata di faglia prodotta dal terremoto dell’Irpinia M6.9 del 1980

In rosso la traccia della scarpata di faglia prodotta dal terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980 (Mw 6.8 secondo il CPTI15).

Scarpata di faglia del terremoto dell’Irpinia del 1980 sul monte Carpineta, qui il rigetto verticale ha raggiunto anche 120 cm.

Scarpata di faglia del 1980 attraverso la Piana di San Gregorio Magno, alla terminazione sud della rottura dove il rigetto verticale era di 20-40 cm.

Scarpata di faglia del terremoto dell’Irpinia del 1980 attraverso la Piana di San Gregorio Magno, alla terminazione sud della rottura dove il rigetto verticale era di 20-40 cm.

La dimensione della scarpata e, in particolare, la lunghezza e l’altezza sono proporzionali alla magnitudo del terremoto. Il grafico mostra che per una magnitudo 6.5 ci si può aspettare la formazione di scarpate lunghe una ventina di km e alte in media 40 cm, in accordo con quanto osservato per il terremoto del 30 ottobre.

Relazioni empiriche che legano la magnitudo del terremoto con la lunghezza della fagliazione in superficie e con l’altezza della scarpata media (dislocazione). La stella rossa è il terremoto del 30 ottobre 2016 (M 6.5) e quella blu è relativa al terremoto del 1980 (M 6.8).


Video del rilievo dei geologi del gruppo EMERGEO

I geologi del gruppo EMERGEO dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia in collaborazione con i geologi di altre università e enti di ricerca hanno raggiunto il versante sud occidentale di Monte Bove Sud in corrispondenza dell’espressione di superficie della faglia responsabile del terremoto di magnitudo 6.5 del 30 ottobre scorso. È stata osservata la rottura cosismica primaria che presenta un rigetto di circa cinquanta centimetri, diretta espressione in superficie  del movimento del piano di faglia in profondità. La rottura cosismica individuata si localizza sul prolungamento del lineamento tettonico Monte Vettore-Monte Porche-Monte Bove attivatosi durante l’evento di magnitudo 6.5. Il gruppo EMERGEO sin dal 24 agosto è impegnato in rilievi di terreno atti ad identificare e caratterizzare, da un punto di vista geometrico e cinematico, i settori di faglia responsabili della sequenza sismica in corso.

a cura del Gruppo operativo EMERGEO (2016).


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I terremoti nella STORIA: 8 settembre 1694, una scossa devastante colpisce la dorsale appenninica irpino-lucana

Un violento terremoto nell’area appenninica tra Campania e Basilicata: sono devastati una trentina di paesi, fra cui Pescopagano, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora, Caposele, Conza della Campania, Lioni, Santomenna… A chi ha l’età per ricordare, la memoria corre immediatamente al terremoto del 23 novembre 1980 (Imax X mcs, Mw 6.8, catalogo CPTI15 – DBMI15) il più grande disastro sismico della seconda metà del Novecento in Italia. Tuttavia, il terremoto di cui tratta questo articolo, di analoga intensità ed energia (Imax X mcs, Mw 6.7), è accaduto quasi tre secoli prima, l’8 settembre 1694.

Le fonti memorialistiche

Questo evento era ben noto alla letteratura sismologica italiana di fine Ottocento e inizio Novecento (si veda Baratta 1901, pp. 173-181), le cui conoscenze erano basate essenzialmente su tre fonti coeve pubblicate a Napoli: due relazioni ‘protogiornalistiche’ anonime e una lettera dell’abate Giovanni Battista Pacichelli. Tali fonti fornivano notizie su molte località seguendo uno schema simile, elencando cioè le città e i paesi per provincia di appartenenza. Le due relazioni furono pubblicate dagli stessi stampatori (Parrino e Cavallo) con un titolo quasi identico: la prima fu stampata tra il 16 e il 18 settembre 1694; la seconda quasi un mese dopo, il 15 ottobre, come risulta dal frontespizio.

Frontespizio delle due relazioni anonime pubblicate a Napoli con notizie sui danni causati dal terremoto dell’8 settembre 1694. La seconda, pubblicata circa un mese dopo la prima, riporta informazioni più precise.

Frontespizio delle due relazioni anonime pubblicate a Napoli con notizie sui danni causati dal terremoto dell’8 settembre 1694. La seconda, pubblicata circa un mese dopo la prima, riporta informazioni più precise.

Le informazioni riportate dalle due relazioni sono praticamente identiche per ciò che riguarda Napoli e le vicine località della provincia di Terra di Lavoro (corrispondente in parte all’attuale provincia di Caserta) mentre differiscono, a volte notevolmente, nella descrizione dei danni delle altre province. Evidentemente nella prima furono riassunte le iniziali, confuse e in parte esagerate notizie pervenute dalle zone più colpite subito dopo il terremoto, mentre la seconda si avvalse di informazioni più precise e dettagliate giunte successivamente. La lettera scritta da Pacichelli a un suo corrispondente romano, datata 18 settembre 1694 e pubblicata nel 1695, riprende in gran parte le notizie della prima relazione, aggiungendo pochi particolari soprattutto sugli effetti a Napoli, di cui l’autore fu testimone oculare.

Le ricerche archivistiche

A partire dai primi anni 1990, per migliorare le conoscenze su questo evento, sono state condotte approfondite ricerche sulle fonti archivistiche, che hanno consentito di integrare e precisare notevolmente le informazioni sugli effetti subiti dalle località dell’area colpita e di ricostruire il quadro dell’impatto che il terremoto ebbe sulle popolazioni. Dallo spoglio della documentazione amministrativa conservata all’Archivio di Stato di Napoli non sono emerse le relazioni sui danni inviate dalle autorità periferiche (presidi e percettori provinciali) al governo centrale. Probabilmente tale documentazione è andata perduta o dispersa nelle distruzioni belliche subite dall’archivio napoletano. Tale grave lacuna è stata in parte compensata dalla documentazione reperita in Spagna all’Archivo General de Simancas che, insieme alla corrispondenza intercorsa tra il viceré di Napoli, Francisco de Benavides conte di Santisteban, e il re di Spagna, Carlo II d’Asburgo, conserva copie delle relazioni inviate a Napoli dai presidi delle Udienze di Principato Ultra, Principato Citra, Basilicata e Capitanata corrispondenti all’incirca alle attuali province di Avellino, Salerno, Potenza e Foggia.

Relazione sui danni causati dal terremoto inviata a Madrid dal viceré di Napoli conte di Santisteban conservata all’Archivo General de Simancas.

Relazione sui danni causati dal terremoto inviata a Madrid dal viceré di Napoli conte di Santisteban conservata all’Archivo General de Simancas.

L’analisi della documentazione pubblica ha interessato anche le corrispondenze di carattere diplomatico. All’Archivio di Stato di Venezia sono stati reperiti i dispacci inviati dal residente (ambasciatore) veneziano a Napoli Giacomo Resio al doge Silvestro Valier. Analogamente l’Archivio di Stato di Firenze conserva numerosi dispacci e avvisi indirizzati dal residente Giovanni Berardi ad Apollonio Bassetti, segretario del granduca Cosimo III de’ Medici. Si tratta di testimonianze interessanti che forniscono notizie relative non solo ai danni prodotti dal terremoto a Napoli, ma anche alle dinamiche istituzionali e sociali innescate dall’evento.

In ambito ecclesiastico, all’Archivio Segreto Vaticano è stata analizzata la documentazione dell’archivio della Segreteria di Stato, in cui sono stati reperiti numerosi dispacci del nunzio apostolico Lorenzo Casoni, con allegati “fogli di avvisi” o “note” relativi alle località colpite. Lo stesso archivio conserva, inoltre, le lettere inviate al segretario di Stato dall’arcivescovo di Napoli Gherardo Cantelmo, dall’arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini e dai vescovi di Bitetto, Campagna, Muro Lucano, Trevico, Volturara Appula. Nell’archivio della Congregazione del Concilio sono stati infine trovati riscontri del terremoto in numerose relazioni vescovili. Tali documenti, detti relationes ad limina, riguardano le diocesi di tutta l’area colpita dal terremoto. Com’è ovvio, si riferiscono soprattutto allo stato degli edifici ecclesiastici, ma in qualche caso riportano informazioni anche sulle condizioni generali del patrimonio edilizio dei paesi. Più in generale, per la sua scansione diacronica, questa documentazione ha fornito indicazioni utili sui tempi e i modi della ricostruzione degli edifici ecclesiastici. Gran parte dei dati raccolti in queste ricerche sono confluiti nella scheda pubblicata nel Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (Guidoboni et al. 2007), che rappresenta lo stato delle conoscenze più aggiornato su questo evento.

Gli effetti

Questo terremoto causò estese distruzioni nella regione appenninica al confine tra le attuali province di Avellino e Potenza e danni ingenti in un’area estesa a gran parte della Campania e della Basilicata e a parte della Puglia. La scossa distruttiva avvenne l’8 settembre alle ore 12:40 circa locali (le 17 e tre quarti secondo l’antico uso orario “all’italiana”, con l’inizio del giorno fissato mezz’ora dopo il tramonto). A Napoli fu percepita di durata variabile tra 30 e 60 secondi («un credo recitato» o «un miserere», secondo le espressioni utilizzate dai testimoni), distinti in un primo scuotimento e una immediata replica definita «laterale».

L’area dei massimi effetti risultò localizzata nell’alta valle dell’Ofanto; le distruzioni gravi e diffuse si estesero a nord fino all’alta valle del fiume Ufita e a sud fino all’alta valle del Sele e alle propaggini settentrionali dei Monti della Maddalena. Furono quasi completamente distrutti 14 paesi: Atella, Bella, Cairano, Calitri, Carife, Castelgrande, Guardia Lombardi, Muro Lucano, Pescopagano, Rapone, Ruvo del Monte, Sant’Andrea di Conza, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora. In queste località quasi tutti gli edifici crollarono, compresi numerosi palazzi pubblici, chiese e monasteri; le abitazioni e gli edifici rimasti in piedi risultarono quasi tutti inagibili; molte centinaia di persone rimasero uccise sotto le macerie (per la descrizione dettagliata degli effetti in tutte le località interessate da questo terremoto, si veda la scheda relativa di CFTI4).

Distruzioni estese a circa la metà dell’abitato furono riscontrate in altri 18 paesi della dorsale appenninica irpino-lucana, fra cui: Caposele, Balvano, Bisaccia, Conza della Campania, Lioni, Santomenna, Tito.

Distribuzione degli effetti del terremoto dell’8 settembre 1694 secondo Guidoboni et al. (2007) [fonte: CPTI15-DBMI15] http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/.

Distribuzione degli effetti del terremoto dell’8 settembre 1694 secondo Guidoboni et al. (2007) [fonte: CPTI15-DBMI15, http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/].

In circa 80 località, tra cui Potenza, Melfi, Ariano Irpino, Nusco, alcuni centri del Materano e del Foggiano, ci furono danni gravi: i crolli totali furono generalmente più limitati, ma gran parte del patrimonio edilizio fu interessato da crolli parziali, diffusi dissesti strutturali e lesioni. A Potenza il terremoto causò il crollo totale o parziale di circa 300 case e le rimanenti riportarono lesioni di varia entità; danni rilevanti subì anche l’edilizia monumentale: furono danneggiati il castello e la cattedrale di S.Gerardo, crollarono la chiesa e il campanile della SS. Trinità, il palazzo vescovile e il seminario.

In oltre 90 centri abitati, fra cui le città di Avellino, Napoli e Salerno, furono rilevati crolli sporadici e lesioni diffuse. In particolare, a Napoli (già gravemente colpita qualche anno prima dal terremoto del 6 giugno 1688) ci furono danni, per lo più leggeri, in quasi tutte le abitazioni. Danni più gravi ed estesi interessarono invece l’edilizia monumentale ecclesiastica e civile. Nel Duomo si aprirono lesioni nella tribuna dell’altare maggiore, nella navata laterale destra e nella cappella del Tesoro di S.Gennaro, in particolare nella cupola affrescata da Domenichino e da Giovanni Lanfranco. Altre 30 chiese, numerosi monasteri e conventi subirono dissesti di varia entità. Fu notevolmente danneggiato il Castel Nuovo (o Maschio Angioino); a Castel Capuano, sede dei Tribunali, si allargarono lesioni preesistenti nel campanile e nel tetto dell’archivio, che fu reso pericolante; nel Regio Arsenale risultarono danneggiati alcuni archi e pilastri. Tra le dimore nobiliari subirono danni notevoli i palazzi dei duchi Carafa di Maddaloni, Carafa d’Andria e Pignatelli di Monteleone.

Conza della Campania dopo il terremoto dell’8 settembre 1694 (incisione di Francesco Cassiano de Silva pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva (1703) di G.B. Pacichelli. Secondo le fonti coeve l’abitato era in pessime condizioni e semispopolato già prima della scossa distruttiva. Il paese ha abbandonato il suo sito antico dopo il terremoto del 1980.

Conza della Campania dopo il terremoto dell’8 settembre 1694 (incisione di Francesco Cassiano de Silva pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva (1703) di G.B. Pacichelli. Secondo le fonti coeve l’abitato era in pessime condizioni e semispopolato già prima della scossa distruttiva. Il paese ha abbandonato il suo sito antico dopo il terremoto del 1980.

Danni leggeri furono rilevati a Bari, Benevento, Foggia e in altre 30 località circa. Il terremoto fu sentito fino alle Marche, verso nord, e a Messina, in direzione sud. La scossa distruttiva fu seguita da molte repliche, che proseguirono fino ai primi mesi del 1695; tuttavia, dopo il mese di settembre 1694 non furono rilevati altri danni. Nell’area dei massimi effetti si attivarono frane e si aprirono spaccature nel terreno. A Bisaccia si riattivarono o accentuarono estesi movimenti franosi che resero instabili le fondazioni degli edifici e causarono l’apertura di spaccature nel suolo, aggravando notevolmente i danni subiti dai fabbricati. A Calitri e a Colliano i danni sismici furono peggiorati da frane di massi rocciosi che precipitarono sulle abitazioni sottostanti. Nelle vicinanze di Teora e Tito si aprirono grandi spaccature nel suolo; fenditure di dimensioni minori, con fuoriuscita di gas, furono rilevate a Ricigliano e Tricarico.

L’impatto antropico

Le vittime furono alcune migliaia: dalla relazione anonima pubblicata a Napoli il 15 ottobre 1694 si desume una cifra complessiva di 4820 morti. Va però rilevato che laddove è stato possibile verificare su testimonianze dirette le cifre riportate da tale fonte, esse si sono rivelate sovrastimate. Ad esempio a Calitri, dove secondo la relazione ci furono 700 morti, il parroco annotò nel registro dei morti della parrocchia 311 nomi; analogamente, nei registri parrocchiali di Tito è riportata la cifra di circa 70 morti, mentre la relazione ne indica 100; a Sant’Angelo dei Lombardi un notaio, in una nota in calce al registro degli atti del 1694, ricorda 206 persone morte invece delle 700 riportate dalla relazione.

Nota de morti per causa del terremoto sortito ad otto settembre 1694 ad hore 18 trascritta nel registro dei morti conservato nell’Archivio Parrocchiale di S.Canio di Calitri.

Nota de morti per causa del terremoto sortito ad otto settembre 1694 ad hore 18 trascritta nel registro dei morti conservato nell’Archivio Parrocchiale di S.Canio di Calitri.

In tutti i paesi devastati la popolazione superstite si rifugiò nelle campagne alloggiando in capanne, pagliai o in grotte (come a Calitri) in condizioni di grande disagio; in alcune località ci furono gravi problemi anche per il reperimento dei viveri. I provvedimenti attuati da parte dell’amministrazione spagnola ricalcarono lo schema consueto ai governi di ancien régime: intervento diretto per la riparazione e la ricostruzione degli edifici di proprietà pubblica ed esenzioni fiscali a favore delle popolazioni colpite per agevolare il processo di ricostruzione e ripristino dell’edilizia abitativa privata. In questo caso, tuttavia, mancano dati certi sulla durata delle esenzioni concesse.

Il processo di ricostruzione è documentato con qualche precisione solo per quanto riguarda l’edilizia ecclesiastica. Come sopra accennato, le informazioni relative sono contenute nelle relationes ad limina prodotte dai vescovi delle diocesi interessate dal terremoto, in particolare quelle di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia, Trevico, Ascoli Satriano, Potenza, Campagna e Venosa. Pur tra molte difficoltà, gli edifici religiosi furono generalmente ricostruiti in economia entro alcuni anni dal terremoto, spesso con il determinante contributo in lavoro delle popolazioni locali. Intoppi maggiori si rilevano dalle relazioni inviate dai vescovi delle diocesi riunite di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia. A causa dell’estrema indigenza della diocesi, a Sant’Angelo dei Lombardi la ricostruzione della cattedrale si prolungò per circa mezzo secolo. Ebbe inizio nel 1697 grazie agli aiuti economici del papa Innocenzo XII, delle famiglie benestanti che vi possedevano altari o cappelle e della popolazione, peraltro impossibilitata a contribuire in maniera adeguata. Nel 1704 terminarono i primi lavori di ripristino della chiesa, ma non era ancora iniziata la ricostruzione del campanile, il cui onere era direttamente a carico della comunità locale. Da una successiva relazione del 1723, emerge poi che la cattedrale era stata ricostruita «senza simmetria e struttura» e che a causa dell’esaurimento dei fondi era rimasta incompiuta. Pertanto, nel 1729, si decise di procedere alla demolizione dell’edificio e se ne intraprese la ricostruzione totale, che era quasi ultimata nel 1738.

Veduta di Bisaccia (AV) oggi (foto di Marco Santoro: http://www.panoramio.com/photo/5034586). In questo paese dell’avellinese i lavori di ricostruzione furono ostacolati dall’estrema instabilità dei terreni di fondazione; le frane che minacciavano l’intera area su cui era edificato il paese, resero vana ogni ricerca di un’area sicura per ricostruire la cattedrale e si decise perciò di riedificarla nel sito originario. I lavori di ricostruzione furono completati entro il 1710.

Veduta di Bisaccia (AV) oggi (foto di Marco Santoro: http://www.panoramio.com/photo/5034586). In questo paese dell’avellinese i lavori di ricostruzione furono ostacolati dall’estrema instabilità dei terreni di fondazione; le frane che minacciavano l’intera area su cui era edificato il paese, resero vana ogni ricerca di un’area sicura per ricostruire la cattedrale e si decise perciò di riedificarla nel sito originario. I lavori di ricostruzione furono completati entro il 1710.

a cura di Dante Mariotti  (INGV, Sezione di Bologna)


Bibliografia

Baratta M. (1901), I terremoti d’Italia. Saggio di storia, geografia e bibliografia sismica italiana, Torino.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G. (2007), CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500), INGV-SGA. http://storing.ingv.it/cfti4med/

Pacichelli G.B. (1695), Tremuoto di Napoli, e del Regno a puntino spiegato (Al signor abate Francesco Battistini maestro di camera dell’eminentiss. Negrone, Roma), in Lettere familiari, istoriche, & erudite, tratte dalle memorie recondite dell’abate D. Gio. Battista Pacichelli in occasione de’ suoi studj, viaggi, e ministeri, ed. D.A. Parrino, vol. 2, pp. 353-363, Napoli.

Per un elenco completo delle fonti storiche utilizzate dallo studio di Guidoboni et al (2007) si rimanda al sito: http://storing.ingv.it/cfti4med/quakes/01166.html


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I terremoti nella STORIA: 1561, un’estate di forti terremoti tra Napoli e Potenza

Il Vallo di Diano è un’ampia vallata che si apre nella Campania sud-orientale (provincia di Salerno) a ridosso del confine con la Basilicata, tra l’Appennino lucano a est, e i Monti Alburni e il Cilento a ovest.

Una veduta panoramica del Vallo di Diano ripresa da sud; in primo piano il borgo di Teggiano (SA) [foto di Enzo d’Elia]

Una veduta panoramica del Vallo di Diano ripresa da sud; in primo piano il borgo di Teggiano (SA) [foto di Enzo d’Elia].

Da un punto di vista sismico questa zona si trova tra due aree ad elevata sismicità, sede di forti terremoti con magnitudo Mattorno a 7.0: a N-NW l’Irpinia, area epicentrale di grandi eventi come quelli dell’8 settembre 1694 (M6.8) e del 23 novembre 1980 (M6.9); a E-SE la Val d’Agri, sede del violento terremoto del 16 dicembre 1857 (M7.0; CPTI11, Rovida et al. 2011). Il Vallo di Diano, invece, storicamente presenta una sismicità relativamente scarsa e poco conosciuta con una sola, notevole eccezione: il grande terremoto dell’estate del 1561.

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I terremoti storici dal Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI11).

Quella del luglio-agosto 1561 è una serie complessa di eventi sismici con almeno un paio di grandi scosse che causarono estese distruzioni e danni gravissimi in alcuni centri tra Irpinia, Salernitano, Potentino e il Vallo stesso.

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I terremoti nella STORIA: Il grande terremoto del Sannio del 5 giugno 1688

Il 5 giugno 1688 (un sabato, vigilia di Pentecoste), attorno alle ore 20 locali1, un violento terremoto (Mw 7.0) colpì l’Italia meridionale, provocando estese distruzioni e gravissimi danni in un’area dell’Appennino molisano e campano che dai Monti del Matese si allunga al Beneventano e all’Irpinia.

Pompeo Sarnelli, all’epoca Abate del collegio di Santo Spirito a Benevento e testimone oculare dell’evento, così racconta i terribili attimi della scossa da lui stesso vissuti:

Era il quinto giorno di Giugno, Sabato vigilia della SS. Pentecoste, sesta del nostro insigne Collegio di S. Spirito nella Chiesa di S. Maria di Costantinopoli, quando io, Abate del medesimo [Collegio, ndr], preparavami per andarvi à celebrare la solennità de’ primi Vespri. Ed, essendo già hora, pensava d’inviarmi verso colà […]. Ed ecco, che sonate le 20. hore, sentii una grande scossa alla stanza. […] ed in un subito (erano le venti hore, e mezza) senza accorgermi di altra scossa, vidi precipitarmi addosso la soffitta, e tetto della stanza. […] onde cessata la scossa, restai tutto pesto, e contuso sotto le rovine della soffitta, del tetto, e del muro à me vicino… [Sarnelli 1688, pp.70-71]

I massimi effetti distruttivi si ebbero nel Sannio, a nord-ovest di Benevento e a sud-ovest dei Monti del Matese: i paesi di Cerreto Sannita, Civitella Licinio e Guardia Sanframondi furono completamente rasi al suolo. In questi centri l’intensità macrosismica della scossa arrivò al grado 11 della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS), tra le più alte rilevate nella intera storia sismica italiana. Altri 20 paesi e villaggi situati nelle attuali province di Benevento e di Avellino furono quasi completamente distrutti (I>9 MCS).

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Effetti del terremoto del 5 giugno 1688 [fonte: DBMI11].

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