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La governance del rischio tsunami. La XV sessione dell’ICG/NEAMTWS all’UNESCO a Parigi.

Si è tenuta a Parigi la quindicesima sessione di lavoro dell’Intergovernmental Coordination Group for the Tsunami Early Warning and Mitigation System in the North-eastern Atlantic, the Mediterranean and connected seas (ICG/NEAMTWS). L’appuntamento, che si è svolto dal 26 al 29 novembre presso la sede dell’Unesco di Parigi, ha avuto lo scopo di fare il punto sui progressi scientifici, sulle strategie di mitigazione del rischio tsunami e sulla loro implementazione nella regione NEAM, per migliorare la sicurezza delle popolazioni costiere.

All’evento ha partecipato la delegazione italiana, composta dai rappresentanti dei tre Enti (DPC, ISPRA e INGV) che compongono il Sistema d’Allertamento nazionale per i Maremoti generati da sisma (SiAM).

Una parte importante della discussione ha riguardato l’analisi di due maremoti (tsunami) recenti: il maremoto di Sulawesi (Indonesia) innescato dal terremoto di magnitudo 7.4 del 28 settembre 2018, che ha causato oltre 2000 vittime e circa mille dispersi e il piccolo tsunami generato da un terremoto di magnitudo 6.8, che si è verificato lo scorso 25 ottobre 2018 nel mar Ionio, vicino all’isola di Zante (Grecia).

Schermata del programma JET usato al Centro Allerta Tsunami dell’INGV per l’analisi dei terremoti e maremoti a livello globale. Nella mappa, prodotta in automatico dal CAT pochi minuti dopo l’evento, si vede l’epicentro del terremoto del 28 settembre 2018 in Indonesia (magnitudo 7.3) e le isocrone della propagazione dello tsunami.

L’evento nel Mar Ionio in Grecia ha fatto scattare un’allerta maremoto arancione per le coste meridionali dell’Italia, corrispondente a inondazione attesa molto limitata e a possibili forti correnti. L’analisi di questi due eventi ha evidenziato la necessità di accelerare e intensificare il lavoro sul cosiddetto ultimo miglio del sistema di allertamento, migliorando la capacità del sistema di protezione civile di diffondere i messaggi di allerta a tutta la popolazione interessata dal rischio, e quella dei cittadini di rispondere all’evento, anzitutto attraverso l’allontanamento rapido delle fasce costiere minacciate.

Come consigliato da tutti i centri di allerta tsunami, questo deve avvenire non solo a seguito dei messaggi di allerta dalle autorità, ma anche attraverso una corretta interpretazione dei segnali naturali che accompagnano lo tsunami, come lo scuotimento del terreno forte e/o prolungato, un forte rumore che proviene dal mare aperto, improvvise anomalie del livello del mare come il ritiro dell’acqua o forti correnti.

Un esempio della Segnaletica di emergenza per il rischio Maremoto messa a punto dal Dipartimento della Protezione Civile nazionale

Per dare concretamente seguito a questo lavoro, sono state recentemente pubblicate in Gazzetta Ufficiale le “Indicazioni alle componenti ed alle strutture operative del Servizio nazionale di protezione civile per l’aggiornamento delle pianificazioni di protezione civile per il rischio maremoto”, a firma del Capo del DPC. Le Indicazioni sono state illustrate a Parigi alle delegazioni e al Gruppo di Coordinamento del NEAMTWS, insieme allo stato di avanzamento generale dell’implementazione del SiAM, al resoconto delle esercitazioni svolte quali NEAMWave17, e infine alla metodologia per la definizione delle mappe di evacuazione, prodotte dal SiAM per tutte le coste italiane sulla base del modello di pericolosità TSUMAPS-NEAM (www.tsumaps-neam.eu).

Nel corso del meeting sono stati presentati i risultati della “Ricerca Pilota sulla Percezione del Rischio Tsunami” realizzata dall’INGV su un campione statistico di 1021 residenti nei comuni costieri di Puglia e Calabria. È stata inoltre proposta un’analisi delle possibili conseguenze legate alla gestione del rischio tsunami, in termini di responsabilità penali e civili per gli scienziati e le autorità di protezione civile.

I risultati di queste attività di ricerca hanno destato grande interesse tra i rappresentanti delle quindici delegazioni presenti, e saranno considerati nella stesura del nuovo Piano di Implementazione (Implementation Plan) del NEAMTWS e della Guida operativa per gli utenti (Operational Users Guide, IOUG).

A cura del Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’INGV


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Una story map sul terremoto in Irpinia e Basilicata del 23 novembre 1980

La sera del 23 novembre 1980 alle ore 19:34 la terra tremò in larga parte del sud Italia. La scossa principale fu di magnitudo M 6.9 con epicentro tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. Colpì una vasta area dell’Appennino meridionale con effetti devastanti soprattutto in Irpinia e nelle zone adiacenti delle province di Salerno e Potenza. Un approfondimento su questo evento è disponibile in un articolo del BLOG.

In occasione dei 38 anni dall’accadimento viene presentata una story map che racconta Il tragico impatto di questo terremoto in alcuni dei suoi aspetti principali attraverso mappe interattive, narrazione, testimonianze, immagini e video.

La story map propone una ricostruzione della sequenza sismica e dello stato del monitoraggio sismico nel 1980 anche attraverso l’ausilio di alcune mappe interattive.  I testi, le immagini e i video raccontano invece i giorni dell’emergenza, l’impatto sulle località colpite, la ricostruzione e gli aspetti socio-economici di questa tragedia che ha interessato oltre 600 comuni dell’Italia meridionale. Sono 7 le aree tematiche in cui è suddivisa:

  • Area epicentrale e sequenza sismica
  • Rete sismica nel 1980
  • Distribuzione degli effetti
  • Impatto nelle località colpite
  • Numeri del terremoto
  • Impatto socio-economico
  • Interventi, gestione dell’emergenza e ricostruzione

La descrizione dell’impatto del terremoto del 23 novembre 1980 in alcune delle località più colpite anche attraverso foto d’epoca.

Il modello utilizzato per la realizzazione della story map è lo “Story Map Cascade℠” (https://storymaps.arcgis.com/en/app-list/cascade/) che consente di combinare testo narrativo con mappe, immagini e contenuti multimediali in un’esperienza di scorrimento a schermo intero molto coinvolgente.  In una story map di tipo “Cascade” le sezioni contenenti testo e media in linea possono essere intervallate da sezioni “immersive” che riempiono lo schermo con mappe, immagini e video, ideale per creare storie avvincenti e approfondite, facilmente consultabili dagli utenti.

Tra i contenuti più interessanti della story map c’è la mappa interattiva della Rete Sismica operativa nel 1980. Già dal 1954 l’Istituto Nazionale di Geofisica controllava circa 23 punti di osservazione divisi tra Osservatori base e Stazioni. Gli Osservatori erano delle strutture che collaboravano con l’ING e oltre ad avere la funzione di registrare ed elaborare gli eventi sismici, erano adibiti anche alla ricerca, mentre le stazioni si limitavano alla registrazione degli eventi ed erano generalmente locali messi a disposizione dalle Università e da Enti pubblici o privati.

La mappa interattiva dei punti di osservazione nel 1980 suddivisi in Osservatori (blu), Università (verde), Stazioni ING (arancio). Nella mappa è rappresentata anche la sismicità 1980-1981 nell’area epicentrale del terremoto del 23 novembre 1980.

Per il terremoto del 23 novembre 1980 non si riuscirono a fornire notizie precise e tempestive riguardanti l’esatta localizzazione dell’evento per mancanza di dati disponibili in tempo reale, dal momento che non esisteva un unico centro di raccolta e di elaborazione dati.

ll sismogramma del terremoto delle 19:34 del 23 novembre 1980 registrato alla stazione sismica ING di Duronia in provincia di Campobasso.

Un’altra importante testimonianza presente nella parte finale della story map è l’appello del Presidente della Repubblica Sandro Pertini sul ritardo dei soccorsi e sul perdurare dell’emergenza contenuto in un video di un servizio della RAI sui giorni successivi al terremoto.

Per la realizzazione della story map sono state utilizzate le seguenti fonti:
  • i dati sulla sequenza sismica del 1980 in Irpinia e Basilicata tratti dalla Scheda SPECIALE CAMPANIA dell’INGV;
  • I testi e i dati di impatto sono estratti dal volume: IL PESO ECONOMICO E SOCIALE DEI DISASTRI SISMICI IN ITALIA NEGLI ULTIMI 150 ANNI 1861-2011 di Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise;  
  • I dati macrosismici provengono dal Database macrosismico italiano 2015 (DBMI15 – https://emidius.mi.ingv.it/DBMI/ ).

La story map è stata inserita nella galleria StoryMaps & Terremoti ed è disponibile al seguente LINK.

A cura di Maurizio Pignone e Anna Nardi (INGV – Osservatorio Nazionale Terremoti)


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Sciame sismico sul versante occidentale dell’Etna – 20 novembre 2018

Uno sciame sismico ha interessato il settore occidentale dell’Etna tra le ore 05:55 e le ore 15:21 (ora locale) di oggi, 20 novembre 2018. Le reti di monitoraggio dell’INGV-Osservatorio Etneo hanno registrato oltre 40 eventi sismici con magnitudo Ml compresa tra 1.6 e 3.5.

20181120 Figura 1

Mappa degli epicentri dello sciame sismico del 20 novembre 2018 nel versante occidentale dell’Etna. Fonte: Gruppo Analisti ell’Osservatorio Etneo, Catania (Sismoweb) http://sismoweb.ct.ingv.it/index.php

Il terremoto di magnitudo maggiore (Ml = 3.5) è avvenuto alle ore 6:06 ed è stato localizzato a circa 5 chilometri a nord est del comune di Adrano,  a una profondità di circa 22 chilometri.

20181120 Figura 2

Localizzazione dell’evento sismico (stella bianca) di magnitudo ML 3.5 sovrapposta al Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani dall’anno 1000 al 2014 (CPTI 15).

Gli epicentri degli eventi sismici registrati sono tutti localizzati sul fianco occidentale del vulcano, a monte dei comuni di Bronte, Adrano e Biancavilla, prevalentemente nella zona di Monte Minardo. La profondità degli ipocentri varia tra 15 e 27 km. Si tratta di una zona in cui già in passato si sono verificati sciami sismici.

20181120 Figura 3

Localizzazione dell’evento sismico (stella bianca) di magnitudo ML 3.5 sovrapposta alla mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale.

Sebbene lo sciame sismico sia stato dichiarato concluso nel pomeriggio, alcune scosse sismiche isolate continuano ad avvenire nell’area occidentale dell’Etna.

Nel frattempo prosegue la modesta attività stromboliana ai crateri sommitali Bocca Nuova, Cratere di Nord-Est e Nuovo Cratere di Sud-Est, che è in corso da diverse settimane. In particolare, il piccolo cono di scorie presente all’interno della bocca orientale del Nuovo Cratere di Sud-Est (NCSE) sta emettendo nella serata del 20 novembre anche una piccola colata di lava che rimane comunque confinata all’interno della stessa bocca orientale del NCSE.

A cura di Boris Behncke (INGV – OE), Maddalena De Lucia (INGV – OV) , Marco Neri (INGV – OE) e Maurizio Pignone (INGV – ONT)


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Il nuovo CFTI5Med: navigando tra continuità e innovazione

La sismologia storica in Italia poggia su una lunga tradizione che caratterizza il nostro paese fin dall’epoca medievale. Tra il XII e il XV secolo, seguendo il progressivo sviluppo della città, le amministrazioni pubbliche iniziarono ad affinare il loro rapporto con la proprietà immobiliare privata e a produrre quelle fonti istituzionali che ci consentono oggi di conoscere nel dettaglio gli effetti dei grandi terremoti del passato. Un punto di arrivo di questa tradizione – che è allo stesso tempo anche un punto di partenza tutte i successivi sviluppi della sismologia storica – è senza dubbio il catalogo compilato da Mario Baratta (1901). Con sorprendente lungimiranza Baratta asserì che “Le ricerche sui terremoti antichi, insieme allo studio monografico di ogni singola scossa che viene ai nostri dì a colpire una data regione, servono alla identificazione dei vari centri o radianti di scuotimento“. Baratta elencò oltre 250 centri sismici italiani ben distinti, in media uno ogni 1.200 km2, arrivando a definire la localizzazione dei terremoti storici con una accuratezza che non è stata superata dai dati strumentali se non nella prima metà degli anni ’70. A partire da quegli stessi anni però la sismologia storica ha “cambiato pelle”, ripartendo dalla lezione di Baratta e avviando ricerche che per quantità e qualità dei dati prodotti hanno portato l’Italia all’avanguardia nel mondo in questo settore disciplinare. Queste ricerche sono state sviluppate principalmente in due ambiti diversi: quello del CNR-Gruppo Nazionale Difesa dai Terremoti (GNDT), da un lato, e quello dell’ING-SGA Storia Geofisica Ambiente, dall’altro. Entrambe queste realtà sono poi confluite nellINGV, un evento suggellato dall’aver pubblicato congiuntamente la prima versione del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (denominato CPTI99), ma hanno poi continuato a svolgere le attività più congeniali a ciascuna: il primo gruppo ha ripreso l’eredità del catalogo CPTI e della sottostante banca dati nota come Database Macrosismico Italiano (DBMI), garantendone l’aggiornamento a intervalli regolari, nonché dell’Archivio Storico Macrosismico Italiano (ASMI), mentre il secondo gruppo ha proseguito lo sviluppo del Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI)È importante ricordare che il CPTI e il CFTI non si pongono in alternativa tra loro, come dimostra il fatto che il contenuto di CFTI è ripreso dal CPTI, ma descrivono la sismicità storica con approcci diversi: il primo garantendo la completezza e la corretta parametrizzazione di tutti i terremoti d’interesse per l’Italia con Imax ≥ 5 o M ≥ 4.0 nella finestra temporale 1000-2014; il secondo trattando nel dettaglio i terremoti più forti avvenuti in Italia e nel bacino del Mediterraneo a partire da epoche molto remote. Come tale il CPTI è lo strumento principe per l’elaborazione di modelli di pericolosità sismica a varie scale, mentre il CFTI si presta per la elaborazione di scenari di danno e come supporto per ricerche anche di carattere non strettamente sismologico.

In questo post viene presentata l’ultima versione del Catalogo dei Forti Terremoti in Italia, denominata CFTI5Med; in un prossimo post verranno presentati gli sviluppi più recenti del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani, denominata CPTI15

Prosegue un percorso mai interrotto

Nel 1995 veniva pubblicata la prima versione del Catalogo dei Forti Terremoti in ltalia (Catalogue of Strong Italian Earthquakes: Boschi et al., 1995: CFTI 1; Figura 1). Si trattava del principale risultato di una collaborazione avviata nel 1987 tra l’Istituto Nazionale di Geofisica (ING; dal 2000 confluito nell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, INGV) e la SGA (Storia Geofisica Ambiente), una società privata specializzata nella ricerca sui fenomeni naturali avversi del passato e nella sistematizzazione dei relativi dati. La collaborazione è proseguita per oltre due decenni fino al 2007, quando la maggior parte del personale SGA è stato assorbito permanentemente dall’INGV.

Figura 1 – Le copertine dei volumi delle prime tre edizioni di CFTI.

Il Catalogo dei Forti Terremoti in ltalia nasceva come un repertorio esaustivo dei “forti terremoti” italiani, del loro impatto sul territorio e delle loro conseguenze sociali ed economiche. La decisione di concentrarsi solo sui forti terremoti fu imposta dalla grande ricchezza del patrimonio di fonti storiche sulla sismicità dell’Italia, e dalla conseguente necessità di stabilire un criterio di priorità tra i numerosissimi terremoti riportati nei cataloghi sismici italiani. Inizialmente erano stati considerati solo i terremoti con intensità massima maggiore del grado VIII della scala Mercalli – Càncani – Sieberg (MCS), ma tale soglia fu progressivamente abbassata con le versioni successive del catalogo. La seconda versione, pubblicata due anni dopo la prima, includeva un numero maggiore di terremoti, era basata su ricerche e dati più accurati, e copriva un intervallo cronologico di un decennio più lungo, dal 461 a.C. al 1990 (Boschi et al., 1997: CFTI 2; Figura 1).

La consapevolezza che il catalogo avrebbe potuto essere di interesse per un’ampia audience internazionale portò alla pubblicazione di una versione del catalogo in inglese (ad eccezione dei commenti storico-critici). La nuova versione (Boschi et al., 2000; CFTI 3; Figura 1) estendeva l’arco cronologico fino al 1997 e ancora una volta si avvaleva di ricerche più approfondite, oltre che di una attenta messa a punto di metodi e algoritmi.

A seguito della pubblicazione di due immensi corpora di dati sulla sismicità di area mediterranea fino all’anno 1000 (Guidoboni et al., 1994) e tra l’XI e il XV secolo (Guidoboni e Comastri, 2005), anche l’area di pertinenza del catalogo ha potuto essere estesa a tutto il bacino del Mediterraneo. I nuovi contenuti, che includevano solo i parametri sismologici fondamentali (valori di intensità assegnati alle singole località e parametri epicentrali per i terremoti italiani; solo parametri epicentrali per gli altri terremoti di area mediterranea) sono stati pubblicati in una nuova versione del catalogo (CFTI4Med), pubblicata nel 2007 sotto forma di una banca-dati informatizzata gestita attraverso un sistema web-GIS (Guidoboni et al., 2007).

Figura 2 – La homepage del CFTI5Med.

Nelle scorse settimane, a distanza di un decennio dalla pubblicazione del CFTI4Med, è stata pubblicata una nuova versione del catalogo, denominata CFTI5Med (Guidoboni et al., 2018). Si tratta di un elaborato ampiamente rivisto nei contenuti, aggiornato con i risultati delle ricerche più recenti e consultabile attraverso una nuova interfaccia grafica, realizzata con l’obiettivo di rendere sempre meglio accessibili tutte le potenzialità del catalogo, valorizzandole al massimo (Figura 2).

La necessità di innovare

Nei primi anni ’90 la comunità dei sismologi storici e degli esperti di pericolosità sismica aveva cominciato a immaginare nuove forme di catalogazione e rappresentazione dei dati sui terremoti del passato, complice anche la disponibilità dei Sistemi Informativi Geografici, che iniziavano a diffondersi proprio in quegli anni. Il patrimonio informativo storico di cui disponiamo in Italia e nel Mediterraneo è indubbiamente straordinario, ma proprio questa ricchezza rendeva sempre più urgente poter analizzare i dati storici congiuntamente ad altri dati geofisici e territoriali e in un contesto geografico rigoroso: qualcosa che era assolutamente precluso ai cataloghi elaborati fino ad allora. Si andava inoltre  diffondendo la consapevolezza che, se anche la presentazione dei dati offerta da questi cataloghi forniva le informazioni minime richieste per l’elaborazione dei modelli di pericolosità sismica convenzionali, allo stesso tempo determinava una non più accettabile dispersione dell’informazione disponibile, con il possibile risultato di generare una prospettiva distorta del potenziale sismogenetico delle diverse aree del territorio. In molti casi questo potenziale veniva sottostimato, ma poteva verificarsi anche a una sovrastima: entrambi i casi possono avere gravi conseguenze, soprattutto in aree in rapida evoluzione dal punto di vista economico e urbanistico.

Oggi sappiamo bene che due terremoti crostali di magnitudo 6.0 e 7.0 possono causare la stessa accelerazione di picco e effetti macrosismici massimi simili, ma l’evento di magnitudo maggiore causerà forte scuotimento in un’area molto più estesa. In assenza di dati strumentali, l’importanza relativa dei due terremoti potrà essere compresa solo attraverso un esame complessivo degli effetti dinamici: una prospettiva che i cataloghi tradizionali, in cui la severità di un terremoto veniva valutata con riferimento alla sola intensità epicentrale, non erano in grado di offrire.

Negli anni ’90 quindi si è compreso che la sola definizione dei parametri epicentrali, essenzialmente localizzazione e magnitudo, era insufficiente per le analisi più dettagliate che il progresso della ricerca sismologica imponeva. Dopo un biennio di sperimentazione reso possibile dalla introduzione su larga scala dei sistemi GIS, nel 1995 il Catalogo dei Forti Terremoti in ltalia per primo ha introdotto una nuova prospettiva, grazie alla quale il sismologo avrebbe potuto valutare pienamente l’entità dell’energia complessivamente rilasciata da ogni terremoto e i dettagli più minuti del suo impatto sul territorio. A testimonianza del fatto che i tempi erano ormai maturi, due anni dopo, nel 1997, è nato il Database delle Osservazioni Macrosismiche (DOM), che proponeva un approccio simile ma esteso non solo ai forti terremoti, ma a tutti i terremoti al di sopra della soglia del danno.

Il Catalogo dei Forti Terremoti in ltalia era quindi definibile come un catalogo analitico, ovvero uno strumento che fornisce tutta l’informazione disponibile per ciascun terremoto e per ciascuna località in un formato predefinito e di facile accessibilità. Questa informazione viene corredata da testi di sintesi, definiti commenti storico-critici, che trattano diversi aspetti significativi dell’evento (es. Cronologia della sequenza, Risposta sociale e istituzionale, Effetti sul contesto antropico, Effetti sull’ambiente naturale ecc.). Si tratta quindi di uno strumento che consente all’utente di analizzare i dati separatamente dalla loro interpretazione corrente, in modo che l’eventuale futura adozione di nuovi paradigmi e schemi interpretativi si traduca subito in nuove valutazioni a partire dalle stesse osservazioni di base. E ancora, si tratta di un catalogo che include anche dati e osservazioni che non sono immediatamente utilizzati nei modelli correnti per la valutazione della pericolosità sismica, ma che possono essere di grande interesse per numerosi altri tipi di analisi della vulnerabilità e del rischio.

I principi fondamentali del Catalogo dei Forti Terremoti in ltalia sono stato descritti in dettaglio in un intero volume della rivista Annali di Geofisica (successivamente ribattezzata Annals of Geophysics) che accompagnava il CFTI 3 (Boschi et al., 2000): ad esso si rimanda il lettore per qualunque approfondimento. Inoltre, ampie sintesi della struttura del Catalogo, delle sue funzionalità e dei suoi attuali contenuti sono fornite nelle sezioni “Info” e “Help” del sito web.

Il Catalogo dei Forti Terremoti in ltalia è dunque lo scrigno che preserva per le generazioni presenti e future i tanti risultati ottenuti attraverso antiche e nuove strategie di ricerca nell’arco di oltre tre decenni. I risultati sono presentati secondo uno schema razionale e uniforme, che consente al lettore di muoversi a ritroso dai parametri del singolo terremoto fino alle fonti originali che hanno reso possibile lo studio di quello specifico evento. Per tutte queste ragioni ci auguriamo che gli utenti lo troveranno non solo utile, ma anche interessante e stimolante, e li invitiamo a contattarne gli autori per qualunque segnalazione, richiesta o proposta di collaborazione.

Il CFTI5Med: una nuova interfaccia, nuove funzionalità, e molti dati inediti 

La nuova versione del Catalogo si è avvalsa degli strumenti software più aggiornati e di una riorganizzazione dell’immenso database a cui esso attinge per proporre uno strumento decisamente innovativo rispetto alle versioni precedenti. Tra le principali novità segnaliamo:

  • Il recupero e la formattazione con criteri moderni e omogenei di oltre 23.000 documenti bibliografici, sotto forma di scansioni o trascrizioni, che nel complesso costituiscono circa la metà di tutti quelli utilizzati per la costruzione del CFTI5Med. Per questi documenti è ora disponibile on-line una versione memorizzata in formato PDF ricercabile, accessibile in modo interattivo anche all’interno dei singoli testi di sintesi (Figura 3). Tali documenti sono in gran parte disponibili come trascrizioni delle porzioni di testo utili alla ricerca e in parte come scansioni digitali delle opere originali, fornite in formato PDF, ricercabili per i soli testi a stampa. Per i testi in lingua non italiana (latino, greco, spagnolo, francese, inglese, tedesco) nelle trascrizioni sono fornite le traduzioni letterali. I due diversi tipi di PDF – trascrizioni e scansioni – sono indicati rispettivamente come PDF_T e PDF_R, e sono richiamati in diversi punti dei commenti storico-critici (bibliografie, note dei commenti ecc.). In alcuni casi per la stessa testimonianza sono stati resi disponibili sia il PDF_T che il PDF_R, poiché mentre la parte trascritta è l’estratto testuale utile alla definizione dello scenario degli effetti macrosismici, la scansione digitale del documento originale permette di consultare integralmente i vari contributi storico-critici, geologici, sismologici (per esempio: introduzione geologica/sismologica, disegni, fotografie, mappe, interpretazioni, teorie ecc.). Ciascun PDF riporta il riferimento bibliografico, il testo e una fincatura che illustra i crediti e le modalità di utilizzo del contenuto.

    Figura 3 – Esempio di accesso ai documenti bibliografici in formato PDF attraverso l’interfaccia web. Lo stesso documento può essere disponibile come testo trascritto (immagine a sinistra) o come scansione digitale, che consente di visualizzare le pagine originali complete di eventuali figure (immagine a destra).

  • La reinterpretazione geologica, il miglioramento della georeferenziazione e il riprocessamento di oltre 2.300 descrizioni di effetti sismo-indotti sull’ambiente naturale (Figura 4), relative a circa 200 diverse sequenze sismiche (IV sec A.C. – 1990). Tali effetti sono oggi tutti disponibili e ricercabili attraverso una interfaccia web-GIS di facile utilizzo (Figura 5) e sono generalmente localizzati in corrispondenza delle località nel cui territorio sono stati osservati. In alcuni casi, dove le descrizioni storiche lo consentono, gli effetti sono localizzati sulle evidenze geografiche in cui si sono manifestati (monti, fiumi ecc.).

    Figura 4 – Classificazione e distribuzione delle diverse tipologie di effetti sismo-indotti sull’ambiente, con indicazioni numeriche e percentuali.

    Fig4

    Figura 5 – Pagina di accesso agli effetti sismo-indotti sull’ambiente naturale.

  • L’elaborazione di numerosi testi delle fonti utilizzate e di testi di commento che non erano stati inclusi nella precedente versione CFTI4Med (Figura 6).

    Figura 6 – Grafico dell’incremento delle referenze bibliografiche, dei testi originali memorizzati e delle descrizioni nelle diverse versioni del CFTI dal 1995 (CFTI 1) al 2018 (CFTI5Med).

  • La nuova interfaccia web-GIS, totalmente ridisegnata, veloce e di uso semplice e intuitivo (Figura 7).

    Figura 7 – Schema di consultazione della nuova interfaccia del CFTI5Med.

  • Dalle sintesi descrittive di tutti i forti terremoti, sia generali che analitiche, sono state estratte le informazioni relative al numero delle vittime. Le informazioni sul numero delle vittime di un terremoto sono spesso fra le più incerte e variabili tra quelle che si ricavano dalle testimonianze storiche sui terremoti censiti, e la loro accuratezza è principalmente funzione del periodo storico e dell’affidabilità delle testimonianze. Per i periodi più antichi queste ultime, spesso intrise di significati simbolici, riportano numeri non particolarmente affidabili. In assenza di stime ufficiali, provenienti da perizie, sono frequenti testimonianze molto discordanti che restituiscono intervalli molto ampi del numero delle vittime. Per queste ragioni si è deciso di dividere il numero delle vittime in cinque macro-intervalli (<10, 11-100, 101-1000, 1001-10.000, >10.000), attribuendo loro una classe di affidabilità variabile tra 1, affidabilità bassa, e 3, affidabilità alta. L’affidabilità bassa è stata attribuita ai casi di informazioni molto generiche, quella alta ai casi in cui i dati provengono da stime ufficiali, mentre quella media è stata attribuita per tutti gli altri casi. Tramite il roll-over del mouse sulle icone della categoria di numerosità delle vittime viene visualizzata una finestra in cui è riportato un numero preciso – se da stime ufficiali – o un intervallo o una stima descrittiva ritenuta più verosimile (es. molte vittime), seguito dalla legenda della simbologia.
  • Per tutte le finestre di mappa dell’interfaccia possono essere attivati dei livelli informativi provenienti da altre banche dati e archivi informatici raggiungibili attraverso servizi di interoperabilità. Questa funzionalità permette il confronto immediato su base cartografica dei dati del CFTI con altre tipologie di dati utili per una migliore comprensione dei fenomeni descritti e parametrizzati nel catalogo (Figura 8).

    Figura 8 – Esempi di livelli informativi di diversa provenienza sovrapponibili ai dati del CFTI attraverso la funzione presente nell’interfaccia, che utilizza i servizi di interoperabilità: a sinistra la cartografia topografica dell’IGM e il catalogo delle frane del Portale Cartografico Nazionale; a destra la sismicità strumentale di INGV-CNT, le sorgenti sismogeniche del DISS e i confini amministrativi ISTAT.

  • Attraverso la pagina di consultazione del singolo terremoto è disponibile un collegamento diretto con i corrispondenti eventi presenti nelle banche dati CPTI/DBMI e ASMI. Per molti terremoti del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (al momento la versione corrente è il CPTI15) e del Database Macrosismico Italiano (oggi DBMI15) il CFTI4Med è lo studio di riferimento, mentre nell’Archivio Storico Macrosismico Italiano (ASMI) lo stesso CFTI4Med è citato come uno dei diversi studi di un dato terremoto. Le due icone CPTI-DBMI e ASMI che compaiono nell’approfondimento di ciascun terremoto del CFTI5Med costituiscono dei link alle rispettive pagine di CPTI-DBMI e ASMI.

Dati e numeri del CFTI5Med

Complessivamente la nuova versione del Catalogo dei Forti Terremoti in ltalia include:

1.259 terremoti per l’area italiana (tra il 461 A.C. e il 1997), di cui 98 che si sono rivelati falsi, con 42.663 punti per cui sono stati classificati effetti relativi al contesto antropico (osservazioni macrosismiche) e 2.338 punti per cui sono stati classificati effetti sismo-indotti sull’ambiente naturale.

475 terremoti per l’area mediterranea estesa, Italia esclusa (tra il 760 a.C. e il 1500). Per i terremoti fino al X secolo (223) sono disponibili solo le localizzazioni epicentrali, mentre per quelli compresi nell’intervallo cronologico tra i secoli XI e XV (252) sono per la prima volta consultabili 635 punti per cui sono stati classificati effetti relativi al contesto antropico (osservazioni macrosismiche) e 68 punti per cui sono stati classificati effetti relativi al contesto ambientale (effetti sismo-indotti sull’ambiente).

Nel marzo 2018, data ufficiale di pubblicazione del CFTI5Med, sono state rese accessibili in formato PDF 23.538 del totale delle 47.211 testimonianze associate a tutte le sequenze sismiche. Di queste 20.940 sono trascrizioni (PDF_T) e 3.400 scansioni del testo originale (PDF_R).

Figura 9 – Esempio di accesso ai PDF ricercabili tratti da Guidoboni e Comastri (2005) per i terremoti del periodo XI-XV secolo.

Nel CFTI4Med non erano disponibili i testi di commento sui principali effetti per 87 terremoti di area italiana avvenuti in epoca medievale; il materiale relativo a questi eventi necessitava di un aggiornamento alla luce delle nuove conoscenze e analisi pubblicate da Guidoboni e Comastri (2005) per il periodo XI-XV secolo. Per questi terremoti sono stati elaborati i testi di commento sullo stato delle conoscenze e sui maggiori effetti, ora disponibili con lo stesso formato e le stesse modalità che caratterizzano i terremoti più recenti, mentre per gli altri commenti vengono forniti i file PDF ricercabili tratti da Guidoboni e Comastri (2005) (Figura 9).

a cura di Gianluca Valensise (INGV-Roma1), Graziano Ferrari (INGV-AC), Gabriele Tarabusi (INGV-Roma1), Giulia Sgattoni (INGV-Roma1)


 

Riferimenti bibliografici e web

Baratta, M. (1901). I Terremoti d’Italia. Saggio di Storia, Geografia e Bibliografia Sismica Italiana con 136 sismocartogrammi. Torino, 950 pp.

Boschi, E. (2000). A «new generation» earthquake catalogue. Annali di Geofisica, 43(4), 609-620.

Boschi, E., G. Ferrari, P. Gasperini, E. Guidoboni, G. Smriglio & G. Valensise (1995): Catalogo dei Forti Terremoti in ltalia dal 461 a.C. al 1980, ING-SGA, Bologna, pp. 973 con database su CD-ROM.

Boschi, E., E. Guidoboni, G. Ferrari, G. Valensise & P. Gasperini (1997): Catalogo dei Forti Terremoti in ltalia dal 461 al 1990, ING-SGA, Bologna, pp. 644 con database su CD-ROM.

Boschi, E., E. Guidoboni, G. Ferrari, D. Mariotti, G. Valensise & P. Gasperini (eds.) (2000). Catalogue of Strong Italian Earthquakes, Annali di Geofisica, 43(4), pp. 268, con database su CD-ROM, https://www.annalsofgeophysics.eu/index.php/annals/issue/view/268.

Gruppo di Lavoro Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (GLCPTI): E. Boschi, P. Gasperini, G. Valensise [ING]; R. Camassi, V. Castelli, M. Stucchi, A. Rebez, G. Monachesi, M. S. Barbano, P. Albini [GNDT]; E. Guidoboni, G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri [SGA]; D. Molin [SSN] (1999). Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani, ING GNDT SGA SSN. Ed. Compositori, Bologna, pp. 92. https://emidius.mi.ingv.it/CPTI99/.

Guidoboni, E., A. Comastri & G. Traina (1994). Catalogue of Ancient Earthquakes in the Mediterranean Area up to the 10th Century, ING-SGA, Bologna, 504 pp..

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Guidoboni E., G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri, G. Tarabusi & G. Valensise (2007). CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500), INGV-SGA, http://storing.ingv.it/cfti4med/.

Guidoboni, E., G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri, G. Tarabusi, G. Sgattoni, G. Valensise (2018). CFTI5Med, Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (461 a.C.-1997) e nell’area Mediterranea (760 a.C.-1500). Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), http://storing.ingv.it/cfti/cfti5/.


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I terremoti del ‘900: 10 novembre 1918, cento anni dopo

“Il mio babbo mi ha raccontato che c’è stato un grosso terremoto qui a Santa Sofia nel 1918, il 10 novembre. Lui era al militare e gli hanno dato una settimana di congedo senza dirgli il motivo: quando è arrivato a Santa Sofia lo ha scoperto: il suo babbo era morto sotto le macerie della sua casa che era venuta giù. La mia nonna si è salvata perché era andata a prendere l’acqua alla fontana. Quel terremoto ha fatto crollare la chiesa mentre dicevano la messa, quindi tante persone sono morte lì e anche alcune bambine. In tutto quel terremoto ha fatto 26 morti”. [Maria Alba, 87 anni, intervistata da Nicolò e Veronica, Istituto Comprensivo di Civitella di Romagna]

L’improvviso ritorno a casa, anticipato rispetto alla smobilitazione seguita alla fine della guerra, di un militare di Santa Sofia – nella testimonianza raccolta da Nicolò – racconta da una parte una straziante vicenda personale, dall’altra tratteggia in parole essenziali la drammaticità di un evento che ha segnato profondamente questi territori, e che ancora è molto presente nella memoria locale.

Rappresentazione del terremoto di Santa Sofia del 1918 [Scuola primaria di Civitella, classe V].

Tempi difficili

Il terremoto del 10 novembre 1918 si verifica in un momento storico e in un contesto sociale ed economico comprensibilmente molto complesso. Già nel 1916, in tempo di guerra, territori non tanto lontani avevano dovuto affrontare una lunga sequenza sismica: il 17 maggio e il 16 agosto 1916 due forti terremoti, avvertiti sensibilmente anche nella Valle del Bidente, avevano colpito il Riminese. L’8 gennaio 1917 una forte scossa aveva prodotto qualche lesione e il crollo di alcuni camini a Civitella di RomagnaIl 26 aprile dello stesso anno 1917 un forte terremoto aveva colpito l’Alta Valtiberina, provocando vittime e danni, terremoto che fu molto forte anche nell’Alta Valle del Savio (qualche danno, leggero, a Bagno di Romagna). Ma fu all’inizio del mese di dicembre 1917 che il terremoto divenne un problema serio anche per gli abitanti dell’Alta Valle del Bidente.

“La prima scossa di terremoto, molto leggera, non fu avvertita che da pochi… La seconda, fortissima, terribile, parve dovesse abbattere tutte le case e fu accompagnata da un lungo boato sinistro […] La gente si rovesciò per le vie, nell’oscura notte di dicembre […] Ma col sole, tornò la calma. Tutti rientrarono nelle case e videro… C’erano sì, lunghi crepi nei muri… c’erano sì oggetti, vetri infranti. Ma le case potevano ancora riparare dalle intemperie” [Cangini, 2002].

La prima notizia sul terremoto del 2 dicembre 1917 [Il Resto del Carlino, 4 dicembre 1917, p. 2].

Una successiva corrispondenza, pubblicata dal Resto del Carlino del 5 dicembre,  descrive in sintesi gli effetti prodotti da questo terremoto:

La zona tra Santa Sofia e Mortano è senza dubbio il paese della Romagna più danneggiato dal terremoto che cominciò ieri alle ore 18 e che ha continuato in diverse riprese. Alcune case, il castello, quattro case coloniche nel comune di Santa Sofia ed altre nel comune di Mortano sono già state dichiarate inabitabili dall’autorità comunale. L’ospedale degli infetti e moltissime altre case sono gravemente lesionate. Si hanno a lamentare alcuni feriti nelle campagne. La popolazione è accampata all’aperto”.

In una corrispondenza successiva si riportano alcune interessanti considerazioni del direttore dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze, lo scolopio padre Guido Alfani, incontrato dal Sindaco di Santa Sofia Torquato Nanni:

Nessun valore, egli dice, sulle cause vulcaniche, come molti credono, hanno le acque termali di Bagno di Romagna e di Castrocaro e la fontana ardente presso Portico. I terremoti dell’Alta Romagna non sono di origine vulcanica, ma terremoti di assestamento che si ripetono a lunghi periodi. Il primo e più sicuro rimedio contro i terremoti è la stabilità degli edifici, stabilità che è indispensabile nella regione tosco-romagnola che è una zona storicamente battuta dal terremoto” [Il Resto del Carlino, 15 gennaio 1918).

Ma in poco tempo il terremoto finì di nuovo sullo sfondo di anni e mesi sempre più difficili, segnati, nell’autunno del 1918, dall’avanzare della febbre spagnola.

10 novembre 1918: la scossa principale

Uno spiraglio di luce parve manifestarsi il 4 novembre, con la firma dell’armistizio con l’Austria che segnava, di fatto, la fine della guerra. Quelli successivi  furono giorni di fermento, in attesa della firma dell’armistizio con la Germania, formalizzato la mattina del 10 novembre.

L’annuncio della firma dell’armistizio con la Germania e della fine della guerra nella prima pagina del Corriere della Sera del 12 novembre 1918.

Fermento che è ben descritto dal diario di Biancamargherita Cangini:

A Santa Sofia – la gente riunita a gruppi in piazza, discuteva animatamente di guerra, di pace, di feste […] Poi un sussulto violento, breve, e prima che ognuno capisse ciò che avveniva, il rombo ricominciò: la terra fu agitata da convulsioni spasmodiche, gli edifici oscillarono con violenza, lungamente, si abbatterono al suolo, fra un turbinare di polvere, con schianto di muri”.

La scossa, violentissima, venne registrata dal tromometrografo Alfani dell’Osservatorio Poggi di Imola alle 16.11.35 ora locale. Le primissime telegrafiche notizie, raccolte la sera stessa dal Resto del Carlino, riferiscono di una forte scossa avvertita da tutta la popolazione a Firenze e Imola, che produce spavento nella popolazione a Faenza, Meldola, Riolo e Galeata, ma senza danno. Ma già il giorno successivo arrivano le prime notizie che riferiscono di danni gravi a Santa Sofia e nel circondario di Rocca San Casciano. L’effetto più grave subito riferito dai giornali è quello del crollo della volta della chiesa di Santa Sofia:

A S. Sofia – che sembra il punto più colpito – è crollata la volta della chiesa parrocchiale e molte case sono diroccate o lesionate. Vi sono quattordici morti, rimasti sotto le macerie, e parecchi feriti dei quali alcuni gravi” [Il Resto del Carlino, 12 novembre 1918].

Un lungo resoconto, trasmesso nella serata del 13 novembre, viene pubblicato dallo stesso giornale:

Torno ora da Bagno e da Sampiero. Anche qui come a S. Sofia e a Mortano le case sono quasi tutte inabitabili; apparentemente sembrano intatte, ma all’interno è una vera ruina. Pure il palazzo comunale di Bagno è lesionatissimo. I negozi sono chiusi. Così i caffè e perfino le farmacie, che hanno sofferto un danno rilevante per la devastazione di vetrine e guasti ai medicinali. Le chiese non possono per ora aprirsi al culto. Parte della popolazione è partita, l’altra è attendata. La desolazione nei paesi visitati è indescrivibile. Anche nella campagna attorno si hanno danni rilevanti e si sono constatate cinque vittime. Numerosissime case, che hanno resistito a tutte le violente manifestazioni della natura per secoli, sono in rovina. Piani interi sono caduti, e i muri screpolati con fenditure larghissime di modo che nessuno più si arrischia di ritornarvi dentro. Sampiero trovasi in condizioni peggiori di Bagno. Nelle campagne, come ho detto, le case hanno subito devastazioni e danni gravissimi […] I feriti di Santa Sofia, che furono numerosi, sono stati trasportati in automobile a Forlì, insieme ai malati dell’ospedale. Sono ritornato a Mortano, il paesello, che quantunque congiunto a S. Sofia, fa parte di Forlì. In paese non più una casa che non minacci. Anche le salde costruzioni dei signori Bianchini, Quercioli, Fontana, Benevicesti e Chiaramonti sono ridotte in uno stato da non potersi arrischiare ad abitarne un angolo. Le maestre Cangini e Veneziani fortunatamente illese, sono rimaste prive di ogni loro avere, di tutto il mobilio, frutto di tanti anni di lavoro. Gli abitanti hanno trasportato la loro temporanea dimora sulla piana pubblica, ove sono attendati e accudiscono con rassegnazione alle faccende di famiglia. Il quadro, sotto un bel sole iridescente, è impressionante e doloroso […] S’invocano soccorsi immediati. Conviene provvedere ad attendare i poveri contadini, di cui tante case sono atterrate”. [Il Resto del Carlino, 14 novembre 1918].

Oltre che a Santa Sofia, Mortano e San Piero in Bagno, i danni furono gravi in numerosi piccoli insediamenti dei dintorni. Danni si ebbero anche in diverse località tra la Romagna e la Toscana, a Modigliana, Bagno di Romagna, Galeata, Civitella, Predappio e Verghereto e, più leggeri, fino a Cesena e Faenza. L’evento fu avvertito sensibilmente in tutta la Romagna, nell’aretino e nel pesarese.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 10 novembre 1918 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/)%5D.

I soccorsi furono tempestivi: come racconta il diario della maestra Cangini, già a mezzanotte arrivò una squadra di pompieri da Rocca San Casciano e la mattina successiva arrivarono un reparto del Genio, soldati di un reggimento di fanteria e un reparto di pompieri di Ravenna.

Le cause dei danni

Come già riscontrato per i terremoti riminesi del 1916 e quello dell’Alta Valtiberina del 1917, gli effetti di danno furono dovuti in gran parte all’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio dell’area, caratterizzato dall’utilizzo di materiali da costruzione inadeguati e scarsissima manutenzione.  Queste condizioni sono rappresentate in modo molto netto da una lunga e dettagliatissima corrispondenza firmata da un ‘tecnico”, che si firma R. Marinelli, pubblicata dal Resto del Carlino del 16 novembre.

Titolo dell’articolo sulle “vere cause delle disgrazie” [Il Resto del Carlino, 16 novembre 1918, p. 2].

Il terremoto in Romagna e le vere cause della disgrazia  […] Nella borgata ad eccezione della parte vecchia, costituita da una specie di corridoio angusto e tetro che è tutta diroccata e mal sicura per il suo stato miserevole in cui è ridotta, la parte moderna invece, che dà a S. Sofia una nota di gaiezza per le vie spaziose e per la buona manutenzione esterna delle case fra le quali talune di recente costruzione, reca a prima vista, l’illusione che il terremoto non sia stato così forte come fu segnalato in quanto all’esterno non appaiono che lesioni dove più e dove meno profonde.

Due vedute di Santa Sofia dopo il terremoto – Collezione Greggi Luciano.

Entrando però in alcune di esse lo spettacolo dei danni si appalesa subito terrorizzante e, a tal segno, da poter affermare senz’altro l’inabitabilità di tutte indistintamente […]”.

La corrispondenza prosegue poi con un’approfondita serie di considerazioni desunte dall’esame delle macerie:

dato dunque questo stato di cose, e cioè: a) la struttura muraria di quasi tutti i fabbricati, costituita con sasso di fiume messo in opera senza alcuna preparazione e probabilmente allestita con polvere di strada; b) le travi, travetti, etc. che sono allocate senza regola nei riguardi del collegamento e dell’appoggio forse non furono mai sottoposti a visita di stabilità; c) l’assenza quasi totale delle catene per il collegamento dei muri esterni con gli altri elementi della fabbrica; non poteva non avverarsi il disastro […]

sulla base delle quali conclude:

Veduta di Santa Sofia dopo il terremoto – Collezione Greggi Luciano.

da quanto è suesposto, chiaro emerge che i gravi danni verificatisi nella zona colpita dal terremoto vanno attribuiti in gran parte alle pessime condizioni statiche in cui si trovano quasi tutti i fabbricati” [R. Marinelli, Il Resto del Carlino, 1918.11.16].

A peggiorare le cose, poco più di un mese dopo il terremoto una piena del Bidente produsse nuovi danni in alcuni centri della vallata (in particolare a Civitella).

La mia nonna aveva 7 anni nel 1918 e ovviamente ha avuto molta paura. Ma erano persone di altri tempi, con caratteri forti, abituati a reagire nelle difficoltà” [Stefano, 42 anni, intervistato da Pietro, classe IV, Scuola Primaria di Santa Sofia].

Il percorso di riparazione e ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto fu lungo e travagliato, anche perché quando ancora tale percorso non era iniziato, il forte terremoto del Mugello del 29 giugno 1919 (Mw 6.4) colpì anche tutto il versante romagnolo, danneggiando ulteriormente edifici già danneggiati o indeboliti, in particolare, nella Valle del Bidente, a Civitella e Cusercoli.

Costruzione di un villaggio di casette ‘asismiche’ – Collezione Greggi Luciano.

La storia sismica

Come accennava Guido Alfani, l’Appennino forlivese ha una storia sismica lunga e articolata:

la regione tosco-romagnola che è una zona storicamente battuta dal terremoto”.

Terremoti localizzati in un raggio di 12 km da Santa Sofia [fonte: Rovida et al., 2016].

Una semplice estrazione dal più recente catalogo parametrico dei terremoti italiani mostra diversi terremoti di energia stimata prossima a Mw 6, che dalla seconda metà del ‘500 risultano localizzati nell’area. I precedenti più importanti sono il terremoto del 10 settembre 1584 (Mw 6.0), localizzato in prossimità di San Piero in Bagno, quello del 22 marzo 1661 (Mw 6.1), localizzato fra Civitella di Romagna e Rocca San Casciano, e quello del 19 ottobre 1768 (Mw 6.0), localizzato a Santa Sofia. Ma anche per i secoli precedenti sono presenti tracce di alcuni terremoti importanti che hanno interessato l’area: di uno, non ben localizzato e databile fra il 1190 e il 1194, è visibile una traccia in una bella epigrafe collocata sulla facciata della chiesa di S. Piero in Bosco di Galeata. Un altro terremoto, avvenuto il 30 aprile 1279 (Mw 5.5), quasi contemporaneamente a un terremoto distruttivo nell’Appennino umbro-marchigiano, è attualmente localizzato, con molte incertezze, in prossimità di Dovadola. Di un ulteriore terremoto, relativamente minore, avvenuto il 15 giugno 1393 (Mw 5.1), si hanno tracce di danneggiamento moderato a Galeata.

Fare memoria

Proprio per le caratteristiche di pericolosità sismica di questo territorio, da molti anni sono state attivate iniziative di sensibilizzazione della popolazione e di educazione al rischio nelle scuole. Non a caso la prima sperimentazione del progetto EDURISK è stata realizzata a partire dal 2003 proprio nelle scuole dell’Alta Valle del Bidente.  Per questa stessa ragione, in occasione del centenario del terremoto del 10 novembre 1918, il Comune di Santa Sofia ha promosso una serie di iniziative  per ricordare questo eventi, fra le quali – sabato 10 novembre alle 16:12 – una cerimonia in piazza Montini per ricordare l’anniversario, l’allestimento di un punto informativo della campagna nazionale Io Non Rischio e l’inaugurazione, alle 17:30, della mostra “Santa Sofia 1918, dalle rovine alla rinascita” presso la Galleria d’arte contemporanea “Vero Stoppioni”.

All’interno di queste iniziative si inserisce anche una nuova tappa del progetto “Cento anni dopo: Appennino Settentrionale. L’Italia [sismica] dei 100 anni”  avviato nel 2016, in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile, un progetto che collega le ricorrenze centenarie dei terremoti che fra il 1916 e il 1920, dal Riminese alla Garfagnana, hanno attraversato l’Appennino settentrionale, in una serie di percorsi di ricostruzione della memoria, di conoscenza del territorio e di attivazione delle comunità locali per promuovere sensibilizzazione e scelte di riduzione del rischio.

Il lavoro avviato nel settembre scorso con gli istituti Comprensivi di Santa Sofia e di Civitella di Romagna va esattamente in questa direzione: circa 300 bambine e bambini hanno lavorato sull’immaginare cosa può essere stata l’esperienza di quel terremoto di cento anni fa per le persone che abitavano questi territori, poi hanno interrogato le proprie famiglie – i genitori, i nonni, i parenti, gli amici – per raccogliere testimonianze e ricordi di terremoti o di altri eventi con cui hanno avuto a che fare in passato.  Le quasi 200 interviste raccolte (mettendo in subbuglio, immaginiamo, queste tranquille comunità dell’Appennino forlivese) raccontano: alcune memorie di terza o quarta generazione sul terremoto di cento anni fa; molti ricordi diretti, riferiti dai nonni, sulla lunga sequenza sismica che interessa questi territori fra il 1952 e il 1957; ricordi diretti, molto vivi, sul terremoto del gennaio 2013 o di piccole sequenze molto recenti, oltre ad alcuni racconti di esperienze drammatiche di chi è venuto da paesi lontani.

Il paese ricostruito [Scuola primaria di Civitella, classe V].

Tutto questo sarà raccontato e illustrato, a partire da sabato 10 novembre, da un originale allestimento, in parte incluso all’interno della mostra ospitata presso la Galleria d’arte contemporanea, in parte ‘diffuso’ nelle vetrine di negozi e spazi pubblici di Santa Sofia, e fra alcune settimane nei tanti spazi che accoglieranno queste particolarissime ‘testimonianze’ a Santa Sofia, Galeata, Civitella e Cusercoli.

In questo modo bambine e bambini, ragazze e ragazzi di queste comunità solleciteranno gli adulti a ricordare e fare in modo che il ricordo diventi una motivazione ad agire, per lavorare fin da ora alla riduzione del rischio, perché – come ricorda padre Alfani – “il primo e più sicuro rimedio contro i terremoti è la stabilità degli edifici”.

a cura di R. Camassi, INGV-Bologna.


Bibliografia

Cangini B., 2002. Ricordi e speranze, Libreria Carta&Matita, Santa Sofia.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G., 2007. CFTI4Med, catalogue of strong earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean area (760 B.C.-1500). INGV-
SGA, http://storing.ingv.it/cfti4med/ (http://storing.ingv.it/cfti4med/)

Guidoboni E., Valensise G., 2011. Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni, Bologna, Ingv-Bononia University Press, 550 pp.

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E., 2016. DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15 (http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15)

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds), 2016. CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15 (http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15)


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