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Evento sismico del 14 giugno 2019, Mw 3.7 (Ml 4.0), in provincia di Udine

Alle ore 15:57 italiane del 14 giugno 2019 un evento sismico di magnitudo Mw 3.7 (Ml 4.0) è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV 1 km a nord di Verzegnis (provincia di Udine) ad una profondità di 5 chilometri.

L’evento è stato localizzato nella provincia di Udine nelle vicinanze dei comuni di Verzegnis e Tolmezzo. Nella tabella di sotto i comuni entro 10 km dall’epicentro.

L’area interessata dall’evento sismico di questo pomeriggio è considerata a pericolosità sismica molto ALTA, come è mostrato dal modello di pericolosità per il territorio nazionale.

La sismicità storica dell’area riporta in questa area diversi eventi sismici di elevata magnitudo. Dalla mappa dei terremoti del passato estratti dal Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) si evidenzia che il terremoto del 27 marzo 1928, di magnitudo stimata Mw 6.0,  ebbe un epicentro quasi coincidente con l’evento sismico odierno.

Altri eventi sismici nel passato si sono verificati nel 1511, nel 1794 e soprattutto nel 1976 con area epicentrale qualche chilometro a sud dell’odierno epicentro. In particolare ricordiamo la lunga sequenza sismica che ha colpito il Friuli nel 1976, con diverse scosse di magnitudo elevata che si sono protratte per molti mesi. Al terremoto principale di magnitudo 6.5, avvenuto il 6 maggio alle 21 della sera, sono seguite numerose repliche (aftershocks) nei giorni e nei mesi successivi.

Come si evince dalla Mappa del risentimento sismico in scala MCS elaborata a partire dai questionari online dal sito www.haisentitoilterremoto.it vengono evidenziati risentimenti fino IV-V grado MCS in un’area estesa da Tolmezzo fino alla città di Udine.

Al momento (ore 20:00) si registrano altre due scosse nella zona: una di magnitudo Ml 0,9 alle ore 16:33 ed una di magnitudo Ml 2.1 alle ore 18:13. Per ulteriori informazioni: http://terremoti.ingv.it/ 


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27 giugno 1719: due medici e un terremoto

Forse non tutti sanno che… tra Cinquecento e prima metà del Settecento, studiare i terremoti era roba da medici. E lo hanno fatto in tanti, tra cui veri e propri luminari, come Giorgio Baglivi, e illustri sconosciuti, come il ferrarese Iacomo Antonio Buoni (1570), il narnese Federico Zerenghi (1626) e tanti altri di cui sappiamo i nomi solo grazie agli opuscoli che hanno pubblicato per descrivere questo o quel terremoto dei loro tempi.

Figura_1

Figura 1. Frontespizi di alcuni opuscoli scritti da medici su terremoti.

Si potrebbe pensare che quei medici si occupassero di terremoti perché questi fenomeni possono essere una causa indiretta di malattie, dovute allo stress o alle condizioni di vita precarie in cui gli scampati sono costretti a vivere per periodi più o meno lunghi. In realtà, però, il vero motivo era la salute di un paziente molto particolare: il pianeta Terra.

Figura_2 La stampa

Figura 2. L’articolo si riferisce alla condizione delle popolazioni colpite dal terremoto di Umbria e Marche del settembre-ottobre 1997 [La Stampa (Torino), 8 ottobre 1997].

Infatti la cultura medica di allora considerava la Terra come un organismo vivente, dalla fisiologia simile a quella umana ed esposto alle stesse malattie. Era un’opinione che risaliva all’antichità classica di Seneca e Lucrezio ma era condivisa senza esitazioni anche da un “genio moderno” come Leonardo da Vinci.

«[…] potremmo dire la terra avere anima vegetativa e che la sua carne sia la terra, i suoi ossi siano gli ordini delle collegazione dei sassi di che si compongano le montagne, il suo tenerume sono i tufi, il suo sangue sono le vene delle acque; il lago del sangue, che sta intorno al core, è il mare occeano; il suo alitare […] è il flusso e riflusso del mare; e il caldo dell’anima del mondo è il fuoco ch’è infuso per la terra […]» (Leonardo da Vinci, Codice Leicester, c. 34r).

Secondo questo modo di vedere, la causa dei terremoti era l’invecchiamento della Terra o più precisamente la sua “arteriosclerosi”, causata dai depositi minerali che ne occludevano le “arterie” (cavità sotterranee) impedendo la libera circolazione dei venti racchiusi nel globo. Sforzandosi di farsi strada in queste cavità per raggiungere l’esterno, le correnti d’aria sotterranee generavano terremoti e disgregavano le incrostazioni minerali, rilasciando nell’atmosfera vapori velenosi e corpuscoli maligni le cui “influenze” a loro volta causavano malesseri e malattie di ogni tipo, dalle vertigini alla nausea, alle infezioni e alle epidemie. Sono credenze che vennero abbandonate del tutto solo verso la fine dell’Ottocento, dopo le rivoluzionarie scoperte di Louis Pasteur (1822-1895) e Robert Koch (1843-1910), i padri fondatori della microbiologia e della batteriologia moderne.

Anche se i presupposti dei loro studi erano errati, i medici che hanno studiato i terremoti per cercare rimedi alle “influenze” meritano la nostra gratitudine. Infatti dobbiamo loro molti dati storici preziosi e la conservazione del ricordo di terremoti importanti, anche se a volte di limitata portata geografica, come quello del 27 giugno 1719, descritto da Antonio Celestino Cocchi, medico condotto a Cascia, in una lettera spedita al celeberrimo Gianmaria Lancisi, cattedratico e medico personale di Papa Clemente XI.

Figura_3_Frontespizio

Figura 3. Frontespizio della raccolta di lettere di Antonio C. Cocchi ai professori Lancisi e Morgagni.

Oggi il dottor Antonio Celestino Cocchi (1685-1747) è quasi del tutto dimenticato e su Internet spesso viene confuso con un quasi omonimo Antonio Cocchi, medico anche lui ma di dieci anni più giovane, noto soprattutto come primo italiano affiliato a una loggia massonica in Italia (ma questa è un’altra storia).

Il nostro eroe, nato a Fumone (FR) e cresciuto tra Firenze e Roma, era un enfant prodige: laureato a 19 anni e autore pubblicato a 22 anni (non a caso con un trattato De Terraemotu,eiusque causis …effectibus et prognosi). Appena laureato fu chiamato come medico condotto a Cascia (PG), poi ad Ascoli (Piceno) e Frascati (RM), e concluse la carriera come professore universitario di botanica e anatomia a Roma. Dev’essere stato un tipo pratico e positivo: senza preoccuparsi di contestare le strambe teorie mediche tradizionali, si tenne al corrente delle più recenti scoperte mediche e si concentrò sulla ricerca di cure efficaci per le malattie incontrate nella pratica professionale, svolgendo studi approfonditi sulle proprietà medicinali delle piante che lo portarono a consigliare il chinino come antimalarico e “rischiarono” di farlo diventare protomedicus (cioè consulente dell’intero Stato pontificio) per la bonifica dei territori infestati dalla malaria.

La sismologia storica gli è debitrice di due vivaci testimonianze su altrettanti terremoti da lui vissuti in prima persona mentre si trovava a Cascia, nel 1716 e nel 1719, cioè durante il periodo della ricostruzione dopo la grande catastrofe sismica che aveva devastato la Valnerina, l’Aquilano e l’Appennino centrale nel 1703 (con due eventi principali di Mw 6.9 e 6.7).

Il 28 giugno 1719 Cocchi si mise alla scrivania per descrivere all’amico e maestro Lancisi le due scosse di terremoto avvertite il giorno prima, la mattina (tra le 6:15 e le 7:30 locali) e nel tardo pomeriggio (tra le 19 e le 20 locali), chiarendo che avevano causato fenditure in edifici di recente costruzione a Cascia e Norcia e danni maggiori (ma imprecisati) a Preci, all’abbazia di Sant’Eutizio, a Todiano, Saccovescio, Croce e Castelvecchio, tutte località comprese in una ristretta area ai piedi dei Monti Sibillini, una quarantina di chilometri a nord di Cascia.

Figura_4 Lancisi

Figura 4. Gianmaria Lancisi in un’incisione settecentesca

Sembra poco probabile – anche se non impossibile – che Cocchi abbia raccolto tutte le notizie di persona, perlustrando l’intera area durante la giornata. Le notizie sui danni a Preci e dintorni potrebbero essere state portate a Cascia da viandanti e per conseguenza riguardare soprattutto gli effetti del primo evento, che potrebbe essere stato il più energetico dei due.

Confermano questa ipotesi le poche testimonianze non locali. Rispondendo da Roma alla lettera di Cocchi, Gianmaria Lancisi racconta di aver anche lui avvertito, la stessa mattina, mentre si trovava al capezzale del Papa, una scossa di terremoto che lo aveva spaventato. A Perugia invece il diarista Pietro Vermiglioli le avvertì entrambe ma quella della sera fu “più debole”. Sul versante orientale dei Monti Sibillini l’avvertimento potrebbe essere stato più sensibile, visto che la stessa sera del 27 giugno il Consiglio comunale di Sanseverino Marche si riuniva per discutere l’organizzazione di una processione in cui pregare per la fine delle scosse “continue e pericolose”. Non si ha però notizia di danni, e una iscrizione tuttora visibile nel Santuario di Macereto (Visso, MC) afferma categoricamente che il territorio vissano non subì alcuna conseguenza negativa per le scosse del 1719.

Quello del giugno 1719 è uno dei numerosi terremoti che nel corso della storia hanno interessato la Valnerina, e non è certo uno dei più forti. Niente a che vedere con quelli, già citati, avvenuti nel 1703, o anche con gli ultimi devastanti eventi che hanno interessato l’area nel 2016. L’intensità epicentrale, sulla base delle informazioni disponibili nelle fonti storiche, è attestata al grado VIII della scala MCS e la magnitudo momento “equivalente”, cioè stimata sulla base delle (poche) osservazioni macrosismiche, è valutata a Mw 5.6.

A Spoleto, Foligno, Nocera e Rieti la scossa fu avvertita fortemente, senza danni. L’area di risentimento si estese fino a Perugia e Roma, ma come abbiamo detto, con tutta probabilità fu interessato anche il versante marchigiano dell’Appennino.

Figura_5

Figura 5. L’area interessata dai massimi effetti del terremoto del 27 giugno 1719: in una stampa dell’epoca (da una mappa di G.M. Cassini, Roma 1792), a sinistra; come compare nell’odierno Catalogo CPTI15 (https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/), a destra.

A cura di Viviana Castelli, INGV – Ancona.


I testi originali delle lettere di Cocchi e Lancisi

Cocchi A.C., «De immani histerico affectu [Cascia, 28 giugno 1719]». In: Id., Epistolae physico-medicae ad clarissimos viros Lancisium et Morgagnum, Roma 1732, pp. 34-36.

Lancisi G.B., «Lancisio Cocchio suo [Roma, 5 luglio 1719]». In: Cocchi A.C., Epistolae physico-medicae ad clarissimos viros Lancisium et Morgagnum, Roma 1732, pp. 37-40.


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Evento sismico Ml 3.9 in provincia di Barletta Andria Trani del 21 maggio 2019

Alle ore 10:13 italiane del 21 maggio 2019 un evento sismico di magnitudo Ml 3.9 è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV 4 km a SE di Barletta (BT), ad una profondità di 34 chilometri.

L’epicentro del terremoto di questa mattina alle ore 10:13 in provincia di Barletta (la stella bianca).

L’epicentro del terremoto è a pochi chilometri di distanza dalla città di Barletta, Andria e Trani. In tabella i comuni entro 20 km dall’epicentro.

L’area interessata dall’evento è in una zona considerata a media pericolosità sismica, come è mostrato dal modello di pericolosità per il territorio nazionale.

La sismicità storica riporta pochi eventi sismici rilevanti in quest’area. Tra questi il terremoto del 11 maggio del 1560 con una magnitudo stimata (Mw) di 5.7 con epicentro tra Trani e Bisceglie. Un altro evento di magnitudo inferiore (Mw 4.9) è del 21 settembre 1689 con epicentro tra Barletta e Andria.

Come si evince dalla  Mappa del risentimento sismico in scala MCS elaborata a partire dai questionari online dal sito http://www.haisentitoilterremoto.it vengono evidenziati risentimenti fino V grado MCS in alcune località della provincia di Barletta Andria Trani ma anche in alcune zone delle province di Bari, Matera e Foggia.

In questi minuti, i sismologi stanno effettuando ulteriori analisi per vincolare meglio i parametri ipocentrali e il meccanismo focale, in quanto l’area, molto vicina alla costa, ha una copertura non ottimale della Rete Sismica Nazionale.


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Terremoto-non-terremoto: probabile scoppio in cava in provincia di Viterbo

Le stazioni della Rete Sismica Nazionale (RSN) dell’INGV hanno registrato venerdì 10 maggio 2019 alle ore 12:52 italiane un evento sismico di magnitudo ML 0.9 (MD 1.9) inizialmente localizzato e valutato come un piccolo terremoto strumentale.

Mappa epicentrale dell’evento del 10/05/2019 in provincia di Viterbo. Sulla sinistra l’elenco dei terremoti localizzati dal sistema di acquisizione in funzione presso la Sala di Sorveglianza Sismica e Allerta Tsunami dell’INGV, sulla destra i parametri ipocentrali ottenuti dopo la revisione delle registrazioni.

Una successiva analisi più approfondita dei sismogrammi delle stazioni sismiche che avevano concorso alla localizzazione ipocentrale dell’evento ha consentito di rivalutare il piccolo terremoto come la probabile registrazione di uno scoppio in cava, quindi direttamente collegato ad attività antropica nell’area circostante l’abitato di Proceno in provincia di Viterbo. Data la sua posizione, l’evento in questione è stato registrato da 9 stazioni sismiche ubicate nell’alto Lazio, in Toscana e in Umbria, come mostrato nella mappa epicentrale sopra (quadrati giallo-rossi in figura). Va precisato che l’incertezza con cui può essere effettuata una determinazione ipocentrale con i pochi dati a disposizione per un piccolo evento come quello descritto, non può essere minore di 1-2 km. Per questo motivo non è possibile asserire con certezza assoluta che la sorgente dell’evento sia una specifica cava. Se però esaminiamo i dintorni dell’epicentro calcolato troviamo una cava poco più a sud (a circa 1 km). È quindi ragionevole ipotizzare che sia quella la sorgente dei segnali rilevati e mostrati più avanti.

La mappa della figura sottostante mostra la posizione dell’epicentro calcolato, l’abitato di Proceno e la cava possibile luogo di origine dei segnali registrati dalle stazioni sismiche della RSN.

Mappa di dettaglio (da Google Earth) della zona di Proceno, in cui si vede in alto a sinistra l’epicentro stimato per l’evento (simbolo rosso con le coordinate), in alto a destra l’abitato di Proceno e in basso a sinistra la cava dove potrebbe essere stato effettuato lo scoppio, a scopi estrattivi. La distanza tra l’epicentro calcolato e la cava è di circa 1000 metri.

Le caratteristiche salienti che consentono di discriminare un piccolo terremoto da un evento legato ad attività di estrazione in cava (scoppio) non sono sempre così evidenti nelle registrazioni; inoltre nella Sala di Sorveglianza Sismica e Allerta Tsunami la tempistica di comunicazione e di elaborazione degli eventi spesso non consente di soffermarsi troppo sui sismogrammi con analisi di estremo dettaglio, soprattutto per i microterremoti.

Proprio per questo motivo il Gruppo di Analisti del Bollettino Sismico Italiano (BSI) si impegna da più di un decennio nella rielaborazione in tempi piuttosto rapidi di alcuni di questi segnali; l’individuazione, ove possibile, dell’ubicazione sul territorio nazionale di cave estrattive ci consente di raccogliere informazioni per realizzare un catalogo più omogeneo e completo di registrazioni di piccoli eventi legati ad attività antropica e al tempo stesso di poter discriminare in tempi più rapidi tali eventi rispetto ai piccoli terremoti.

Sismogrammi dell’evento del 10 maggio alle ore 12:52 italiane, ordinati in ordine di tempo di arrivo dell’onda P. Sono riportate le componenti verticali del moto del suolo. Le barre verticali rosse indicano l’arrivo dell’onda P.

Le registrazioni di eventi legati ad attività antropica appaiono generalmente differenti rispetto ad un normale segnale sismico di origine tettonica. I segnali di esplosioni si presentano solitamente più “monocromatici” di un terremoto, a causa del tipo di impulso che genera le onde. Inoltre, sulla componente della registrazione che mostra il movimento verticale del terreno il primo arrivo è generalmente caratterizzato da un impulso verso l’alto (movimento compressivo), tipico dei segnali causati da una esplosione (nel caso di un terremoto, al contrario, si hanno sia primi impulsi verso l’alto che verso il basso, a causa del movimento di due blocchi ai lati della faglia e delle caratteristiche della distribuzione di radiazione delle onde). L’analisi completa di tutta la registrazione evidenzia la presenza di molteplici fasi secondarie, che potrebbero erroneamente essere interpretate come fasi S, ma che in realtà sono molto probabilmente onde superficiali o eventualmente fasi convertite in corrispondenza di superfici di discontinuità.

L’analisi di migliaia di terremoti che avvengono ogni anno in Italia consente di riconoscere numerose sorgenti di eventi “sismici anomali”, tra cui molte cave in diverse regioni italiane (Mele et al., 2010) e alcuni cementifici (Latorre et al., 2014). Si tratta comunque di eventi di bassa magnitudo, generalmente inferiore a 2.0, che raramente vengono avvertiti, tranne nei casi in cui le cave si trovano in prossimità di centri abitati, come per l’evento sopra descritto. Mediamente negli ultimi dieci anni la percentuale di eventi di origine antropica rispetto a quelli di origine tettonica è stata tra il 2% e il 3%.

a cura di Anna Nardi, Alessandro Marchetti e Alessandro Amato, Osservatorio Nazionale Terremoti, INGV.


Riferimenti bibliografici

Mele, F., Arcoraci, L., Battelli, P., Berardi, M., Castellano, C., Lozzi, G., Marchetti, A., Nardi, A., Pirro, M., e A. Rossi (2010). Bollettino Sismico Italiano 2008. Quaderni di Geofisica, 85, INGV, Roma.

Latorre, D., Amato, A., Cattaneo, M., Carannante, S., e A. Michelini (2014). Man-induced low-frequency seismic events in Italy. Geophysical Research Letters, vol. 41, p. 8261-8268, ISSN: 0094-8276, doi: 10.1002/2014GL062044


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Ricordando il terremoto del 6 aprile 2009: 4) Il rilievo del danno con qualche considerazione sul futuro

Il terremoto nell’aquilano del 6 aprile 2009 ha avuto una intensità epicentrale compresa tra il IX e il X grado della scala MCS: questo vuol dire che le località più danneggiate, in questo caso Onna e Castelnuovo, hanno subito danni gravissimi e crolli a più della metà degli edifici. Il terremoto è anche conosciuto semplicemente come terremoto dell’Aquila, in quanto dopo un secolo, è stata colpita in Italia una città importante, con decine di migliaia di abitanti e un impianto urbanistico vasto e complesso, e dove purtroppo si sono concentrati due terzi delle vittime.

L’assegnazione dell’intensità macrosismica necessita della tempestiva raccolta dei dati sul danneggiamento nei centri colpiti tramite rilievi di dettaglio che permettono di ricostruire l’impatto del terremoto sull’edificato. Subito dopo l’evento l’INGV aveva attivato il Gruppo Operativo per il rilievo macrosismico QUEST – costituito, in questa occasione, da squadre di esperti rilevatori delle sezioni INGV di Bologna, Roma, Napoli e Catania, in coordinamento con squadre del Dipartimento della Protezione Civile (supportate da tecnici ENEA) e da colleghi dell’Università della Basilicata e del CNR (IMAA) – avviando nell’immediato il rilievo degli effetti macrosismici.

La valutazione finale dell’intensità in ogni località (Figura 1) è quindi frutto del lavoro collegiale di un team di esperti di rilevamento macrosismico ed è stata condotta a partire dall’analisi e discussione delle osservazioni riportate dalle singole squadre. La valutazione del grado macrosismico è stata condotta sulla base della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS).

Figura 1. Mappa delle intensità del terremoto del 6 aprile 2009 (Rovida et al., 2015).

Il terremoto dell’Aquila ha tuttavia prodotto nuovi stimoli e riflessioni per quanto riguarda le tecniche di rilievo macrosismico; proprio in quell’occasione è stata usata per la prima volta in modo sistematico, per lo studio dei danni nella città dell’Aquila, anche la scala EMS-98 (Grünthal, 1998; Tertulliani et al., 2011).

Figura 2. Questa mappa mostra, con una scala di colori, come è stata valutata la vulnerabilità (intesa come suscettibilità al danno sismico), per tutti gli edifici del centro storico dell’Aquila, all’epoca dello studio citato. Con il rosso sono rappresentati gli edifici considerati particolarmente vulnerabili, con il verde chiaro quelli più resistenti. In questa figura è evidente che gli edifici più recenti (classi C e D in giallo e verde chiaro) circondano la parte più antica del centro storico, caratterizzata da edifici classe a vulnerabilità più alta (classi A e B, in rosso e arancio).

L’uso della scala EMS-98 permette di classificare le diverse tipologie costruttive presenti nelle nostre città e paesi e, diversamente da quanto si poteva fare con le precedenti scale macrosismiche, la EMS-98 consente di valutare l’impatto del terremoto su edifici a diversa resistenza, dai più vulnerabili (classe A) a quelli antisismici (classe D), a cui viene assegnato un grado di danno (da 0: non danneggiato, a 5: collasso) (esempio in Figura 2 per la città di L’Aquila). L’insieme di queste valutazioni riconduce lo scenario complessivo degli effetti in una località a indicare un grado di intensità. Le modalità di applicazione del rilievo in EMS-98, implementate durante il terremoto del 2009 sono state poi adottate per tutti i terremoti che si sono succeduti nel decennio appena trascorso. Il rilievo svolto, edificio per edificio, nel centro storico dell’Aquila ha permesso di raccogliere dati di tale dettaglio che sono divenuti la base per studi multidisciplinari con tecniche sismologiche, ingegneristiche e satellitari per mettere in evidenza la distribuzione territoriale e le caratteristiche dei danni subiti dagli edifici. Queste elaborazioni, ad esempio, hanno permesso di valutare il ruolo degli “effetti di sito” e ricostruire quanto il danneggiamento fosse stato influenzato anche da fattori di geologia superficiale, indipendentemente dalla vulnerabilità dell’edificato (Tertulliani et al., 2012; Di Giulio et al., 2014; Bordoni et al., 2014). Si è visto ad esempio che nella zona meridionale del centro storico dell’Aquila il forte danneggiamento, in particolare per quanto riguarda il cemento armato, coincideva con aree a evidente amplificazione locale (vedi Figure 3 e 4), e la presenza della formazione cosiddetta dei Limi Rossi del Colle dell’Aquila.

Figura 3. In questa figura abbiamo evidenziato solo gli edifici che subirono crolli parziali o totali. La scala di colore è la stessa della figura 2. Come si nota gli edifici in cemento armato (in giallo) crollati o parzialmente crollati (gradi di danno 4 e 5), erano edificati nella zona periferica del centro storico a sud ovest, a grande predominanza di Limi Rossi. In alto a destra in verde si nota il Forte Spagnolo.

 

Figura 4. Nei grafici è mostrata la frequenza percentuale di edifici danneggiati da danno 0 a danno 5 (muratura / classe B a sinistra, cemento armato / classe C a destra) in confronto al terreno di edificazione. Si nota chiaramente come oltre il 65% degli edifici in cemento armato crollati (D5, colonna bianca all’estrema destra) fossero edificati sui Limi Rossi (red silts).

È inoltre interessante il contributo che i dati macrosismici, in questo caso utilizzati come verità a terra (ground truth), offrono per il confronto con sistemi automatici di damage detection con l’uso di immagini satellitari.

I dati sugli edifici raccolti nel centro dell’Aquila rappresentano il riferimento per la calibrazione di algoritmi di riconoscimento e classificazione del danno in termini di scala macrosismica (o altro tipo di classificazione) che in via automatica possono fornire una stima preliminare del danneggiamento in tempi molto rapidi (esempi in Figura 5), per indirizzare ulteriori interventi di protezione civile (Dell’Acqua et al., 2011; Anniballe et al., 2018).

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Figura 5. Esempio di confronto tra classificazione automatica del danno e verità a terra (INGV-QUEST) (Dell’Acqua et al., 2011). Al poligono in rosso viene assegnato un grado di danneggiamento in base all’algoritmo di riconoscimento.

Ma al di là degli sviluppi scientifici, che ogni terremoto inevitabilmente stimola, l’analisi macrosismica si innesta naturalmente sul terreno dell’impatto umano e economico prodotto da un evento come quello di dieci anni fa.

All’indomani del terremoto di L’Aquila la comunità scientifica internazionale mise immediatamente in evidenza la sproporzione tra la magnitudo del terremoto del 6 aprile, Mw 6.1-6.3 (per la stima della magnitudo si veda qui), e l’entità dei danni e il numero delle vittime, un costo troppo elevato per un paese occidentale e moderno (Tertulliani, 2009).

A dieci anni dal terremoto, c’è da chiedersi se la stessa domanda sia sempre attuale e se la lezione del terremoto aquilano sia servita.

Nei dieci anni seguiti al 6 aprile 2009 il territorio italiano ha avuto ben poco riposo dal punto di vista sismico, e la comunità scientifica e quella ingegneristica hanno avuto diversi altri momenti (Emilia 2012, Italia centrale 2016-2017, Ischia 2017, Molise e Etna 2018) per riproporre lo stesso quesito e fornire risposte contrastanti.

Il terremoto aquilano aveva fatto riemergere, dal punto di vista del danno osservato, alcune croniche debolezze del patrimonio costruito italiano: l’edilizia tradizionale, spesso priva di manutenzione, pagava il prezzo più alto, mentre le nuove costruzioni avevano statisticamente mostrato una “ovvia” miglior resistenza. Se possiamo infatti descrivere il crollo di un edificio recente in cemento armato come un incidente, dovuto a cause ben precise, spesso singolari (si veda ad esempio l’intervista a Rui Pinho), il crollo degli edifici in muratura tradizionale per eventi di magnitudo considerata moderata, è purtroppo la quasi normalità in Italia, al confronto di altri Paesi dove si è investito maggiormente in prevenzione. Una grande maggioranza di questo tipo di edifici infatti è vetusta, con murature scadenti e scarsa manutenzione, specialmente nei piccoli centri appenninici; necessiterebbe quindi di interventi di consolidamento.

Il fatto che nel 2009 vi siano stati più morti in edifici di cemento armato che in case di muratura (135 vittime in 16 palazzi contro meno della metà in centinaia di case in muratura relativamente a L’Aquila) è sicuramente dovuto alla maggior concentrazione di abitanti in tali grandi strutture, ma anche perché quella seppur piccola percentuale di edifici in cemento armato che sono crollati, aveva molto probabilmente problemi strutturali.

Nonostante ciò, se analizziamo i numeri relativi al centro storico dell’Aquila notiamo come, su circa 500 edifici in cemento armato, meno del 6% ha sofferto danni che vanno dal grave danno strutturale al collasso. Su circa 1300 edifici in muratura (pietra locale, più o meno lavorata, in qualche caso mattoni) questa percentuale sale invece a oltre il 20%, e sale ancora di più nei centri minori, dove l’edilizia tradizionale era più povera e la qualità delle murature peggiore. Queste statistiche non tengono conto delle chiese.

Il terremoto di Amatrice dell’agosto del 2016 ha purtroppo confermato proprio questa criticità (D’Ayala and Paganoni, 2011; Sorrentino et al. 2018).

Ci vorrà qualche decennio per capire se la lezione impartita dal terremoto aquilano in termini di sicurezza sismica avrà risultati positivi. Il caso recente dell’Umbria, dove il terremoto del 30 ottobre 2016 (Mw 6.5) non ha fatto vittime, e prodotto danni tutto sommato contenuti dovuti anche alla buona pratica della ricostruzione post 1997, fa ben sperare.

A cura di Andrea Tertulliani, INGV – Roma1.


Bibliografia e sitografia

Anniballe R., Noto F., Scalia T., Bignami C., Stramondo S., Chini M., Pierdicca N., (2018). Earthquake damage mapping: An overall assessment of ground surveys and VHR image change detection after L’Aquila 2009 earthquake, Rem. Sens. Environ. 210,166-178, doi: 10.1016/j.rse.2018.03.004.

D’Ayala D.F. and Paganoni S. (2011). Assessment and analysis of damage in L’Aquila historic city centre after 6th April 2009, Bull. Earthq. Eng. 9, 81, doi: 10.1007/s10518-010-9224-4.

Dell’Acqua F., Bignami, C., Chini, M., Lisini, G., Polli D.A., Stramondo, S. (2011). Earthquake damagesr mapping by satellite remote sensing data: L’Aquila April 6th, 2009 event, Ieee J. Selected Topics in Applied Earth Observations and Remote Sensing., 4, 935-943, doi: 10.1109/JSTARS.2011.2162721

https://terremotiegrandirischi.com/2017/09/27/che-cosa-vuol-dire-antisismico-what-does-anti-seismic-mean-intervista-a-rui-pinho/

Rovida A, Locati M, Camassi R, Lolli B, Gasperini P (eds) (2016) CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15

Sorrentino L., Cattari S., da Porto F., Magenes G., Penna A. (2018). Seismic behaviour of ordinary masonry buildings during the 2016 central Italy earthquakes. Bull. Earthq. Eng. doi: 10.1007/s10518-018-0370-4.

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