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Localizzazioni ipocentrali e magnitudo: facciamo un po’ di chiarezza

L’altro ieri (4 luglio) alle ore 13:37 italiane c’è stato un terremoto di magnitudo 3.5 in Pianura Padana. La procedura seguita dalla nostra Sala di monitoraggio sismico è stata la solita: entro 2 minuti, non appena disponibili i primi dati dei nostri sistemi di calcolo automatico, è stata effettuata la prima telefonata al telefono rosso del Dipartimento di Protezione Civile (DPC) con l’indicazione della provincia interessata (Mantova) e un’indicazione approssimativa della magnitudo. Dopo 5 minuti dall’evento, la seconda telefonata con una prima stima delle coordinate ipocentrali e la magnitudo automatica determinata con più dati  (intorno a 3.5). Intanto i sismologi in turno avevano iniziato a rivedere i dati disponibili, rianalizzando tutti i sismogrammi e, dopo una ventina minuti, avevano ricalcolato i parametri ipocentrali.

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La Sala di monitoraggio sismico dell’INGV – Roma.

A questo punto, i nostri turnisti hanno effettuato la terza telefonata al DPC per fornire i valori definitivi, inclusi i comuni interessati, e contemporaneamente hanno pubblicato i dati sulle pagine web dell’INGV: magnitudo 3.5 alle ore 13:37 e 23 secondi, epicentro nella Pianura Padana in provincia di Mantova, profondità 5 chilometri.

Fino al momento della pubblicazione dei dati rivisti dell’INGV, le persone che avevano sentito il terremoto sono andate in cerca di notizie, e le hanno trovate sui siti e nei tweet di agenzie sismologiche internazionali che rilasciano il dato preliminare, prima che questo sia rivisto da un sismologo esperto. Capita spesso che questi dati preliminari siano sbagliati, proprio perché determinati da procedure non controllate.

È quanto accaduto anche l’altro ieri con la prima stima fornita dal Centro Sismologico Euro-Mediterraneo (CSEM), con sede in Francia, a cui tutti gli istituti di ricerca e monitoraggio sismico della regione euro-mediterranea, compreso l’INGV, inviano i dati. Lo CSEM riporta sul proprio sito tutte le localizzazioni ipocentrali (automatiche e riviste da un sismologo) e le magnitudo che riceve da questi istituti, man mano che arrivano; ognuno di questi istituti, però, utilizza una combinazione diversa di dati (propri o di altri istituti di ricerca italiani ed europei) e ottiene quindi delle soluzioni diverse. La figura sotto mostra la distribuzione delle localizzazioni pervenute allo CSEM per il terremoto in provincia di Mantova.

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Mappa degli epicentri pubblicati dallo CSEM per il terremoto in provincia di Mantova del 4 luglio 2016. Le sigle all’interno dei cerchi rappresentano gli istituti di ricerca che hanno calcolato quel particolare epicentro. La stella rossa è la localizzazione dell’INGV, considerata da CSEM quella di riferimento per l’Italia (fonte: CSEM).

Si nota una notevole dispersione degli epicentri, che spaziano dalle Alpi agli Appennini. Stesso discorso per le magnitudo. La tabella sotto riporta le varie soluzioni pubblicate dallo CSEM, con i valori di magnitudo calcolati dai diversi istituti: si va da 3.0 a 4.1. La prima informazione diffusa da CSEM su Twitter, alcuni minuti dopo il terremoto, è proprio la localizzazione con il valore di magnitudo più alto (4.1) calcolato, in via preliminare, dal GFZ (German Research Centre for Geosciences, Potsdam). Lo stesso GFZ nella pagina relativa a questo terremoto  pubblica un Disclaimer: Unless revised by a geophysicist, automatically determined earthquake locations may be erroneous! (Finché non rivista da un geofisico, la localizzazione determinata automaticamente può essere errata!).

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Tabella con tutte le localizzazioni ipocentrali arrivate a CSEM da diversi istituti di ricerca (fonte: CSEM).

Alcune decine di minuti dopo, CSEM ha ricalcolato la localizzazione e la magnitudo in base a tutti i dati arrivati, ottenendo un valore di magnitudo pari a 3.6. Si deve notare che i sismologi dello CSEM non analizzano i sismogrammi, come fanno invece i sismologi presenti nella sala di monitoraggio sismico, perché ricevono dai vari istituti soltanto i dati numerici pre-elaborati (tempi di arrivo e valori di ampiezza massima e periodo). La rielaborazione si basa su dati ottenuti dai sistemi automatici, che pertanto possono essere anch’essi sbagliati.

Nel caso del terremoto del 4 luglio, il calcolo della magnitudo effettuato nella nostra sala di monitoraggio sismico si è basato su un numero molto elevato di dati (212), come si vede nel grafico sotto. Come sempre accade, ogni sismometro fornisce un valore diverso di magnitudo, in quanto le ampiezze misurate (per la magnitudo Richter si usa l’ampiezza massima su un particolare periodo delle oscillazioni) dipendono dalla geologia locale, dalla propagazione nei diversi strati rocciosi, ecc. Il valore finale viene quindi determinato facendo la media (o meglio la mediana) di tutti i valori entro 600 km di distanza dall’epicentro e con una buona copertura in tutte le direzioni attorno all’epicentro. Il valore ottenuto è tanto più affidabile quanto più numerose e ben distribuite sono le stazioni sismiche, sia in termini di distanza che di copertura angolare attorno all’epicentro.

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Distribuzione dei valori di magnitudo ottenuti da tutti i sismometri della Rete Sismica Nazionale dell’INGV che hanno registrato il terremoto in provincia di Mantova del 4 luglio. Si nota una notevole dispersione di valori intorno al valore medio di 3.5. (Fonte: INGV)

Da un paio d’anni stiamo lavorando per il rilascio di informazioni automatiche al pubblico, prima dell’invio di quelle riviste. Comprendiamo l’esigenza di fornire prima possibile i dati di un terremoto, ma sappiamo anche che le soluzioni automatiche, come mostrato sopra, possono essere “errate”, sia in termini di epicentro che di magnitudo. E sappiamo anche che una volta che un’informazione viene pubblicata (sul web, su Twitter, ecc.) è molto difficile modificarla senza generare confusione. Per questo motivo abbiamo effettuato numerosi test al riguardo, e stiamo cercando il miglior compromesso tra rapidità e affidabilità dell’informazione.

Per ora, abbiamo scelto di non pubblicare direttamente e non inviare quindi a CSEM le nostre elaborazioni automatiche per evitare di diffondere informazioni poco affidabili.


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Cosa sappiamo delle Terre Calde di Medolla?

Il 20 ottobre 2015 in provincia di Modena, nell’area tra Mirandola e Poggio Rusco, sono state registrate due lievi scosse sismiche di magnitudo ML 2.3 e 3.5. Nei giorni precedenti e successivi nelle aree circostanti sono stati segnalati dei fenomeni di innalzamento della temperatura dell’acqua rispetto alle temperature tipiche della zona. In particolare, il 17 ottobre era stato segnalato un pozzo a Camurana, nel comune di Medolla, che mostrava acqua con temperatura superiore ai 40 gradi, mentre il 25 ottobre, a San Felice sul Panaro, è stata segnalata acqua calda in un canale di irrigazione.

Questo fenomeno ha suscitato un certo allarme, alimentando tra l’altro la sensazione diffusa che terremoto e acque calde possano essere collegati fra loro. Valutare l’esistenza di un nesso fra i due fenomeni è importante: infatti, se potessimo dimostrare che esiste una correlazione, potremmo dire che, almeno in questo caso, il riscaldamento dell’acqua si è comportato come un precursore.

Che esista un nesso fra comportamento dell’acqua e terremoto è plausibile: sappiamo infatti che i fluidi del sottosuolo e le faglie interagiscono fra loro in modo complesso. Le forze che scatenano il terremoto agiscono anche sui fluidi, talvolta mettendoli in movimento verso zone a minor pressione. In linea teorica, è quindi possibile che le condizioni che portano alla generazione di un terremoto possano allo stesso tempo causare anomalie nelle acque di falda. In pratica, però, le anomalie osservate possono avere cause completamente indipendenti dal terremoto. L’attenzione verso questi fenomeni si è risvegliata dopo il terremoto del 2012 e la Regione Emilia Romagna ha attivato un sito per censire le segnalazioni di fenomeni geologici anomali (http:// ambiente.regione.emilia-romagna.it/geologia/temi/geologia/fenomeni-geologici-particolari). Dal 2012 ad oggi sono state raccolte una ventina di segnalazioni, per lo più in assenza di sismicità nell’area.

Una possibile spiegazione delle temperature anomale osservate nella bassa Pianura Padana è stata recentemente trattata in due lavori pubblicati sulla rivista Journal of Geophysical Research: Solid Earth da un team di ricercatori dell’Università di Bologna, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dell’Università di Firenze e del CNR-IGG di Firenze (Capaccioni et al., 2015; Nespoli et al., 2015). La zona in questione, nota con il nome di “Terre Calde di Medolla” si riferisce ad un’area agricola a nord-est della provincia di Modena, conosciuta dalla popolazione locale per le temperature relativamente alte del terreno.

Articolo della Gazzetta di Modena del 1893 dal titolo "Una SALSA e TERRE CALDE in Medolla"

Articolo su Il Panaro (Gazzetta di Modena) del 1893 dal titolo “Una SALSA e TERRE CALDE in Medolla”.

Questo fenomeno risulta particolarmente evidente in inverno, quando il manto nevoso su questa area si scioglie molto più rapidamente che altrove (Gasperi e Pellegrini, 1981). Quest’area era già stata segnalata in tempi passati, come documentato dal quotidiano Il Panaro (Gazzetta di Modena) nel 1893 ed è caratterizzata dalla presenza di chiazze subcircolari dove il riscaldamento del terreno influisce negativamente sulla crescita della coltivazione stagionale (foto sotto).

 

Figura 1: foto che illustra cosa accade alle coltivazioni in corrispondenza delle chiazze subcircolari caratterizzate da elevate temperature. La coltivazione cresce più velocemente, ma poi viene bruciata dal calore presente nei livelli più superficiali del suolo.

Questa  foto mostra cosa accade alle coltivazioni in corrispondenza delle chiazze subcircolari caratterizzate da elevate temperature. La coltivazione cresce più velocemente, ma poi viene bruciata dal calore presente nei livelli più superficiali del suolo.

Gli studi pubblicati nel 2015 hanno permesso di comprendere il fenomeno naturale che porta il suolo ad avere temperature anomale in determinate aree: si tratta di un processo superficiale di ossidazione del metano.

Il sottosuolo della Pianura Padana è ricco di metano, che si può generare a partire dalla materia organica contenuta nei sedimenti attraverso due meccanismi principali: per azione batterica (metano biogenico) e per maturazione termica (metano termogenico) (Mattavelli et al., 1983). Vari studi infatti hanno riconosciuto la presenza di torba e materiale organico a varie profondità (fino ai 180 metri), sia entro gli acquiferi sabbiosi, sia dentro le lenti limose e argillose al contorno degli strati acquiferi. Capaccioni et al. ipotizzano che i livelli di torba presenti a circa 50 m di profondità (Bonori et al., 2000) possano essere la sorgente del metano presente alle Terre Calde di Medolla (figura sotto).

Figura 2: schema del modello concettuale che illustra la produzione e l’ossidazione del metano (CH4) le frecce verdi rappresentano il metano prodotto dai livelli di torba che risale verso la superficie, le frecce rosse indicano la dispersione del calore dal livello superficiale ricco di batteri metanotrofi (da Nespoli et al., 2015).

Schema che illustra la produzione e l’ossidazione del metano (CH4). Le frecce verdi rappresentano il metano prodotto dai livelli di torba che risale verso la superficie, le frecce rosse indicano la dispersione del calore dal livello superficiale ricco di batteri metanotrofi (da Nespoli et al., 2015).

Nei siti dove il metano riesce a risalire e a raggiungere livelli ben areati, può avvenire il processo di ossidazione che, essendo fortemente esotermico, rilascia calore. L’ossidazione del metano avviene preferibilmente in ambiente aerobico nel momento in cui il metano entra in contatto con i batteri metanotrofi (ossia che si nutrono di metano) che lo trasformano in anidride carbonica. La quantità di batteri metanotrofi dipende dalla disponibilità di metano e ossigeno presenti nel sistema e controlla la quantità di gas che viene ossidato e quindi il calore prodotto (Sundh et al., 1995; Hanson e Hanson, 1996). Le osservazioni geochimiche svolte alle Terre Calde di Medolla hanno permesso agli autori di questo studio di spiegare il riscaldamento osservato senza bisogno di invocare la risalita di fluidi caldi, di origine ancora più profonda. La perdita di metano all’interno del terreno a causa di processi di ossidazione è un fenomeno ben noto (Romanak et al. 2012), ma non era chiaro se il calore generato in questo modo fosse sufficiente per produrre le anomalie di temperatura osservate: i dati raccolti hanno permesso di calcolare la quantità di calore rilasciata nel caso di Medolla (Nespoli et al., 2015) e di confermare che l’ossidazione del metano è in grado di causare le temperature anomale osservate (figura sotto).

Figura 3: profilo delle temperature misurate alle terre calde di Medolla da 0 a 2,5 metri di profondità (da Nespoli et al. 2015).

Valori di temperatura e presenza di gas misurati a Medolla a varie profondità. La temperatura più alta si osserva proprio dove il metano scompare a causa del processo di ossidazione (da Nespoli et al. 2015).

Questo fenomeno è spontaneo e naturale, ma dato che le condizioni opportune per l’ossidazione del metano non si verificano sempre e dappertutto, il riscaldamento si osserva solo in certi luoghi e solo in certi momenti. Questo stesso meccanismo può anche spiegare fenomeni come le acque gorgoglianti e le acque riscaldate, riportate da diversi testimoni nella zona durante e dopo la sequenza sismica del terremoto dell’Emilia maggio-giugno 2012.

Il recente riscaldamento del pozzo di Camurana si inserisce in questo contesto: il pozzo è superficiale, e le temperature che ha raggiunto sono coerenti con quelle osservate a Medolla. Nelle settimane successive, la temperatura delle acque del pozzo è scesa, suggerendo un progressivo esaurimento del metano necessario ad alimentare il processo. A confermare la natura superficiale del fenomeno, un pozzo più profondo che si trova nelle vicinanze non ha subito variazioni di temperatura.

Naturalmente, la geologia non è una scienza esatta e la cautela è d’obbligo: quello che osserviamo in superficie ci fornisce una rappresentazione approssimativa dei processi che operano nel sottosuolo. Un’attenzione costante al territorio e ai segnali che ci manda è l’unico mezzo che abbiamo per comprendere i fenomeni che ci accadono intorno, e per abitare il pianeta in modo consapevole. Per questo INGV continua a monitorare la zona effettuando misure in pozzi e suoli, misurando parametri chimico-fisici e composizioni, e analizzando le possibili variazioni, similitudini e/o trend stagionali.

a cura di M. Todesco (INGV-Bo), A. Sciarra (INGV-Rm1) e  B. Capaccioni (Università di Bologna).


Per chi vuole approfondire…

Bonori, O., M. Ciabatti, S. Cremonini, R. Di Giovambattista, G. Martinelli, S. Maurizzi, and E. Zantedeschi (2000), Geochemical and geophysical monitoring in tectonically active areas of the Po Valley (northern Italy). Case histories linked to gas emission structures, Geogr. Fis. Dinam. Quat., 23(2000), 3–20.

Capaccioni, B., F. Tassi, S. Cremonini, A. Sciarra, and O. Vaselli (2015), Ground heating and methane oxidation processes at shallow depth in Terre Calde di Medolla (Italy): Observations and conceptual model, J. Geophys. Res. Solid Earth, 120, doi:10.1002/2014JB011635.

Cremonini, S. (1993), Alcuni dettagli fotografici per le ricostruzioni paleo ambientali nella Pianura Padana [in Italian], Civiltà Padana, 4, 145–171.

Cremonini, S. (2007), Some remarks on the evolution of the Po river plain (Italy) over the last four millennia, in China-Otaly Bilateral Symposium on the Coastal Zone: Evolution and Safeguard, Bologna, 4–8 November, edited by F. Marabini, A. Galvani, and M. Ciabatti, pp. 17–24, Bologna, Italy.

Cremonini, S. (2010), A preliminary overview of sinkholes in the Emilia-Romagna Region (Italy), in II Int. Workshop “I sinkholes, gli sprofondamenti catastrofici nell’ambiente naturale ed in quello antropizzato”, pp. 257–281, ISPRA, Rome, 3–4 December 2009.

Gasperi, G., and M. Pellegrini (1981), Note di geologia del comprensorio di pianura della bassa pianura modenese, Povegliano Veronese (VR), 98 p.

Hanson, R. S., and T. E. Hanson (1996), Methanotrophic bacteria, Microbiol. Rev., 60, 439–471.

Mattavelli L., Ricchiutto T., Grignani D., Schoell M. (1983). Geochemistry and habitat of Natural Gases in Po Basin, Northern Italy. AAPG Bulletin, 12, 2239-2254.

Nespoli, M., M. Todesco, B. Capaccioni, and S. Cremonini (2015), Ground heating and methane oxidation processes at shallow depth in Terre Calde di Medolla (Italy): Numerical modeling, J. Geophys.Res. Solid Earth, 120, doi:10.1002/2014JB011636.

Spinelli, A. G. (1893), Una salsa e terre calde in Medolla, Il Panaro–La Gazzetta di Modena, 87.

Spinelli, A. G., and A. Cuoghi Costantini (1893), Una salsa e terre calde in Medolla, Il Panaro–La Gazzetta di Modena, 117 pp

I terremoti dell’Emilia 2012, l’effetto della liquefazione e le conoscenze sismiche pregresse

L’INGV ha contribuito alla realizzazione della mostra “TERREFERME – EMILIA 2012. IL PATRIMONIO CULTURALE OLTRE IL SISMA”, presso la Triennale di Milano. Riportiamo qui il contributo (pubblicato nel catalogo della mostra) dei colleghi Francesca Cinti e Paolo Marco De Martini. La mostra è stata inaugurata il 29 maggio e resterà aperta fino al 20 luglio 2014.  I dettagli dell’evento sono disponibili qui

L’area epicentrale della sequenza sismica emiliana del maggio-giugno 2012 ricade nella porzione meridionale della Pianura Padana, circa 40 km a nord della catena Appenninica settentrionale. La sequenza è stata caratterizzata da due forti scosse principali (stelle rosse in figura 1). La prima, avvenuta il 20 maggio alle 04:03 ora italiana di magnitudo M 5.9 a una profondità di 6.3 km, ha colpito l’area tra Finale Emilia e San Felice sul Panaro; la seconda scossa, avvenuta il 29 maggio alle 09:00 ora italiana, con una magnitudo M 5.8 e profondità di 10.2 km, è stata localizzata circa 12 km a sud-ovest della precedente. L’area delle repliche si è estesa in direzione est-ovest per più di 50 km, ed è stata caratterizzata dall’occorrenza di cinque eventi di magnitudo M ≥5.0 (stelle grigie in figura 1) e più di 1800 con magnitudo M >1.5 (cerchi verdi in figura 1). I dati della sequenza indicano che si sono attivate due faglie inverse, facenti parte del sistema tettonico compressivo dell’area (linee nere con barbette in figura 1), sepolte al di sotto di una spessa copertura di sedimenti della piana del Po.

Figura 1. Localizzazione della sequenza Emiliana del 2012, e sismicità storica e strumentale nell’area. (modificato da EMERGEO W.G., NHESS, 2013).

Figura 1. Localizzazione della sequenza Emiliana del 2012 e sismicità storica e strumentale nell’area. (modificato da EMERGEO W.G., NHESS, 2013).

Le informazioni storiche rivelano che l’area epicentrale del 2012 ricade in una regione a sismicità relativamente moderata (gli eventi storici sono indicati con quadrati blu in figura 1), con terremoti che hanno prodotto effetti sino all’VIII grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg. Questi effetti sono stati osservati nel 1570 a causa di un terremoto che ha colpito la provincia di Ferrara, a soli 35 km di distanza dagli epicentri del 2012. L’evento storico ha avuto origine lungo il prolungamento orientale del sistema di faglie inverse responsabili della sequenza del 2012. Alcuni dei paesi colpiti dagli eventi recenti erano già stati scossi dal terremoto del 1570. I dati storici evidenziano anche che, analogamente al 2012, la sequenza sismica del 1570 è durata molto tempo (circa due anni) ed è stata caratterizzata da scosse principali multiple. Inoltre anche in questo caso, i terremoti hanno causato fenomeni di liquefazione in diverse località, oltre che fratture del terreno e cambiamenti del regime delle acque di superficie. La memoria storica riporta tracce di un terremoto nel 1346 a Ferrara, ma le informazioni a disposizione sono poche e le incertezze nella localizzazione sono molto elevate. Il settore settentrionale della provincia di Modena è stato scenario di eventi sismici di magnitudo medio-bassa nel 1986 (M 4.6) e nel 1987 (M 4.7) (cerchi celesti in figura 1). Più frequente, invece, è la sismicità con eventi di magnitudo moderata al limite occidentale dell’area del 2012. Questa zona nel 1996 è stata colpita da un terremoto di magnitudo M 5.4 (cerchio celeste in figura 1) che ha prodotto effetti molto estesi, principalmente nei paesi di Bagnolo in Piano e Correggio, fino ad interessare anche le zone danneggiate nel 2012. Un terremoto comparabile all’evento del 1996 è avvenuto circa 10 km più a nord nel 1806 (non in figura 1) danneggiando Correggio (VII grado MCS), e altre località colpite anche nel 2012, quali Reggiolo e Carpi (VI-VII grado MCS). Leggi il resto di questa voce

SPECIALE Due anni dal terremoto in Emilia

Per questa occasione abbiamo pensato di proporre 10 domande ai ricercatori dell’INGV che stanno studiando questo terremoto e cercare quindi di fare il punto su quanto è stato compreso finora.

1) Dal punto di vista geologico, i terremoti del 20 e 29 maggio 2012 sono stati una sorpresa?

No, perché i terremoti del maggio 2012 sono accaduti in un’area geologicamente attiva, ben conosciuta e descritta in tutti i modelli geologici e sismologici. Il settore esterno dell’Appennino settentrionale (cioè tutta la porzione a Nord e a Est dello spartiacque in direzione dell’Adriatico, compreso il margine sepolto sotto i depositi della Pianura Padana) è caratterizzato da una tettonica compressiva. Le strutture, conosciute anche nel loro andamento in sottosuolo grazie all’esplorazione per la ricerca di idrocarburi, mostrano evidenze di deformazione in atto le cui caratteristiche sono confermate dai dati delle reti sismiche, dai meccanismi focali dei terremoti recenti, delle reti di stazioni GPS, dai dati del campo di stress. Il Database delle sorgenti sismogenetiche DISS proponeva per l’area, già prima del 2012, strutture in grado di generare terremoti fino a magnitudo 6.2.

 

2) E dal punto di vista storico? Leggi il resto di questa voce

Terremoti e satelliti: Giuseppe Pezzo premiato dall’Associazione per la Geofisica “Licio Cernobori”

Il nostro Giuseppe Pezzo è stato premiato a Trieste dall’Associazione per la Geofisica Licio Cernobori per un lavoro su Geologia e misure di spostamento da satellite.

Ogni anno, in occasione del congresso nazionale di Geofisica del GNGTS (Gruppo Nazionale di Geofisica della Terra Solida), l’Associazione per la Geofisica “Licio Cernobori“, premia i tre migliori lavori presentati al congresso da giovani ricercatori nei tre temi: Geodinamica, Caratterizzazione sismica del territorio e Geofisica Applicata. Quest’anno il premio nella sessione Geodinamica è andato a Giuseppe Pezzo, un giovane ricercatore dell’INGV, per il lavoro: “Fault activity measurements from InSAR space geodesy: the fundamental role of geological constraints for correct data interpretation and analytical fault modeling”. La commissione ha apprezzato “il lavoro che combina in modo integrato diverse discipline geofisiche, esaustivamente discusse, insieme ai limiti del loro utilizzo per lo studio e la modellazione delle faglie nelle fasi inter- , co- e post-sismica. Inoltre il lavoro è ben scritto, strutturato e presentato attraverso esempi che illustrano con chiarezza i risultati conseguiti con i metodi utilizzati.”

Figura 1: Misure di spostamento del suolo da serie storiche ERS-ENVISAT lungo la linea di vista del satellite in geometria ascendete (A) e discendente (B); in blu sono segnati gli spostamenti in avvicinamento al satellite ed in rosso quelli in allontanamento. (C) Componente Est e (D) verticale dello spostamento; in blu gli spostamenti verso Est, in rosso quelli verso Ovest. La componente verticale non mostra spostamenti di rilievo. (Pezzo et al. 2013, in revisione)

Figura 1: Misure di spostamento del suolo da serie storiche ERS-ENVISAT lungo la linea di vista del satellite in geometria ascendete (A) e discendente (B); in blu sono segnati gli spostamenti in avvicinamento al satellite ed in rosso quelli in allontanamento. (C) Componente Est e (D) verticale dello spostamento; in blu gli spostamenti verso Est, in rosso quelli verso Ovest. La componente verticale non mostra spostamenti di rilievo. (Pezzo et al. 2013, in revisione)

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