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Insieme per convivere con i terremoti, Amatrice 29-30 ottobre 2017

A più di un anno dall’inizio della sequenza sismica che ha colpito il Centro Italia, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) incontra cittadini e studenti di Amatrice per presentare i risultati del lavoro svolto dall’Istituto durante questi mesi, la storia sismica dell’area, le prospettive di ricerca sui terremoti e le ultime novità sulle tecniche ricostruttive nel campo dell’edilizia. Una due giorni di conferenze, seminari, incontri e caffè scientifici.

Dopo il Festival del Cinema di Venezia 2017, sarà proiettato ad Amatrice il documentario di Gianni Amelio, Casa d’altri, girato e dedicato alla città reatina, prodotto da Bartleby con Rai Cinema. Gianni Amelio torna per la prima volta sui luoghi del set per presentare la sua opera alla città. Saranno presenti il Produttore Massimo Di Rocco e il Responsabile Rapporti Istituzionali Rai Cinema Carlo Brancaleoni.

Un percorso divulgativo descriverà le attività dell’Istituto durante l’emergenza, curato dai gruppi operativi e di ricerca INGV. Si parlerà degli effetti geologici prodotti in superficie da eventi sismici e di quelli di sito legati alla geologia del sottosuolo, del danneggiamento/risentimento, degli spostamenti del suolo visti da satellite e di cosa accade durante un processo sismico. Ampio spazio alle mappe e alle applicazioni multimediali per raccontare la sismicità e la pericolosità sismica del nostro territorio.

Infine, visite alla Sala di Sorveglianza Sismica, riprodotta all’interno della Tenda del Centro Operativo Emergenze Sismiche dell’INGV, per conoscere da vicino cosa fanno i sismologi durante il servizio di sorveglianza sismica e imparare a localizzare un terremoto.

Domenica 29 ottobre dalle 11.00 alle 17.00 – Conferenza, Tenda Cinema

A dare il benvenuto, il Sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi e il Direttore Generale dell’INGV Maria Siclari.

Aprirà i lavori il Presidente dell’INGV, Carlo Doglioni, che introdurrà la sequenza sismica del 2016-2017 e il contributo dell’INGV.

Interverranno: i sismologi INGV Romano Camassi e Giovanna Cultrera (I terremoti del passato e gli effetti di sito); l’ingegnere dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Sonia Giovinazzi (Il comportamento sismico degli edifici e le tecniche ricostruttive); il Direttore della Struttura Terremoti-INGV, Daniela Pantosti (Le prospettive di ricerca sui terremoti).

Nel pomeriggio, incontro con il regista Gianni Amelio e proiezione del suo documentario Casa d’altri (2017, 16 minuti), girato e dedicato ad Amatrice, prodotto da RAI Cinema.

A seguire, appuntamento al Caffè scientifico con gli esperti INGV.

Lunedì 30 ottobre, dalle 9.30 alle 16.30 – presso la scuola e la Tenda Cinema

Un programma interamente dedicato alle scuole. La mattina, appuntamento con i ragazzi del liceo scientifico nel laboratorio Le città invisibili. Tratto liberamente dall’omonimo libro di Italo Calvino, il laboratorio si focalizza su ciò che il terremoto ha trasformato, concentrandosi sui concetti di memoria, relazioni, desideri.

Nel pomeriggio, incontro introduttivo al progetto “EDURISK per RIETI” (Percorsi educativi per la riduzione del rischio), rivolto ai docenti.

Scarica la locandina dell’evento


Comunicato Stampa INGV del 25 ottobre 2017

 

I terremoti del ‘900: I terremoti riminesi del 1916

“IL TERREMOTO DI RIMINI. Quattro morti – Trenta feriti – Enormi danni – I soccorsi – L’opera del Governo. Il flagello. Pochi secondi di cieco furore della natura, in uno di quei terribili sconvolgimenti che la scienza non sa spiegare e tanto meno prevedere, hanno piombato la nostra città, così duramente già provata dalle conseguenze della guerra, nella più tragica rovina. Non occorrono aggettivi per ampliare l’articolo; basta un semplice sguardo alle torri smantellate, ai tetti scoperchiati, alle mura rovinanti, alla popolazione attendata, nelle piazze e nelle campagne, per rendersi conto dell’immane disastro[…]”. [Corriere Riminese, 27 agosto 1916]

I titoli di prima pagina del settimanale Corriere Riminese del 27 agosto 1916.

I titoli di prima pagina del settimanale Corriere Riminese del 27 agosto 1916.

Con questi toni drammatici il settimanale “Corriere Riminese” inizia un lungo resoconto sul forte terremoto che il 16 agosto 1916 poco dopo le 9 del mattino (ora locale, ore 7.06 GMT) colpisce Rimini e la costa Adriatica.

Il giorno precedente, martedì 15, non era stato, per i riminesi e i pesaresi, un ordinario giorno di Ferragosto. Alcune decine di scosse (una cinquantina, di cui una decina molto sensibili secondo Baratta [1917]) erano state avvertite a Pesaro e Rimini:

“tutta la giornata di martedì sulla spiaggia da Bellaria a Pesaro fu un succedersi di scosse di terremoto con un sensibile progresso di intensità. Nullostante, Rimini – provata a ben maggiori tormenti – non cessava dalle abituali occupazioni, già avvezza da qualche mese al ripetersi di più o meno intensi movimenti tellurici: alla spiaggia continuava nella solita vita di gioconda animazione…” [Il Resto del Carlino, 1916.08.18].

“Verso le ore 23 le ire del sottosuolo si placarono […] ma la gente non si azzardò di dormire nelle case e nelle ville e si accampò alla meglio, su materassi gettati dove vi fosse un poco di riparo dal vento e dalla guazza, oppure si ricoverò più comodamente nei capanni a mare. Coloro i quali erano venuti per qualche giorno, approfittando del Ferragosto, rifecero in fretta e furia le valigie e scapparono a Bologna” [L’Avvenire d’Italia, 1916.08.18].

Mercoledì 16 a Rimini era giornata di mercato settimanale e la città cominciava ad animarsi dopo una notte passata dai più all’aperto quando arrivò la scossa più forte dell’intera sequenza, preceduta da una scossa sensibile una ventina di minuti prima.

La sequenza

La prima scossa che aveva dato inizio alla sequenza si era verificata il 17 maggio, con effetti molto gravi a Rimini e a Cattolica.

I titoli del resoconto del settimanale Corriere Riminese del 31 maggio 1916 sugli effetti della scossa del 17 maggio.

I titoli del resoconto del settimanale Corriere Riminese del 31 maggio 1916 sugli effetti della scossa del 17 maggio.

A Rimini, in particolare, centinaia di edifici furono danneggiati: “moltissime case presentano profonde lesioni ai muri portanti, ai muri divisori, ai soffitti, ai cornicioni; i tetti di moltissime abitazioni, si sono mossi e spostati, i cornicioni distaccati dai muri maestri, in parte precipitati ed in parte pericolanti, i camini minacciano di precipitare nelle vie” [Corriere Riminese, 1916.05.31].

I danni più gravi e diffusi interessarono il rione Montecavallo e le case lungo la via Flaminia. Fra gli edifici monumentali, minuziosamente descritti dal lungo reportage corredato da fotografie del settimanale riminese, lesioni si ebbero al palazzo comunale, al Teatro Vittorio Emanuele, alla Rocca Malatestiana e al palazzo Gambalunga.

Numerose chiese furono danneggiate, alcune in modo grave: in particolare le chiese di S. Bartolomeo, di S. Giovanni Battista, della Colonnella, di S. Agostino, di S. Bernardino.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 17 maggio 1916 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15)]

Distribuzione degli effetti del terremoto del 17 maggio 1916 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15]

Un’altra forte scossa, meno violenta di quella di maggio, si verificò il 16 giugno, causando nuovi danni (e una decina di feriti) ad alcuni edifici di Rimini (palazzo comunale, Teatro, Sottoprefettura, chiesa di S. Bartolomeo, dove crollò il soffitto a cassettoni), oltre che a Cattolica e Gabicce, più sporadici a Savignano di Romagna, San Mauro Pascoli, Gatteo, Sant’Arcangelo e nel territorio della Repubblica di San Marino. Anche a Pesaro produsse nuove lesioni e caduta di tegole e camini, così come a Fano.

Gli studi e le fonti

I terremoti del 1916 sono stati studiati da diversi autori, da Camassi et al. (1991), un lavoro dedicato alla revisione delle conoscenze sulla sismicità di interesse per il territorio della Repubblica di San Marino, a Guidoboni et al. (2007), che è l’attuale studio di riferimento da cui derivano i parametri del catalogo (Rovida et al., 2016) e da cui deriva anche la scheda inclusa nel volume “Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni” di Guidoboni e Valensise (2011).

Nonostante la contemporaneità delle vicende belliche, le fonti disponibili per lo studio di questo terremoto si sono rivelate numerose.

Innanzitutto è significativa la disponibilità della stampa nazionale e locale, che consente di tratteggiare con una certa precisione l’entità del danneggiamento nell’area epicentrale, grazie soprattutto alla disponibilità di diversi periodici riminesi. Gli interventi di censura sono riscontrabili, ma generalmente non compromettono il carattere informativo dei testi.

A integrare le informazioni desumibili dalla stampa periodica, sono disponibili presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma i dispacci trasmessi dall’Agenzia di stampa Stefani, che consentono di controllare l’immagine di questo terremoto, così come ricostruibile dai quotidiani nazionali; presso lo stesso Archivio sono disponibili le serie di dispacci telegrafici trasmessi dalle autorità locali (sindaci, prefetti, funzionari, ufficiali dei carabinieri, ecc.) al Ministero dell’Interno.

Nell’archivio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia sono conservate le cartoline macrosismiche pervenute all’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica in occasione di questo periodo sismico, particolarmente interessanti per la definizione delle aree di risentimento.

Elenco delle case visitate e di quelle dichiarate inabitabili in seguito ai danni subiti dal terremoto, Archivio di Stato di Forlì, Genio Civile, b. 1.

Elenco delle case visitate e di quelle dichiarate inabitabili in seguito ai danni subiti dal terremoto, Archivio di Stato di Forlì, Genio Civile, b. 1.

Il fondo archivistico più significativo per lo studio di questo terremoto è quello del Genio Civile di Forlì, depositato presso il locale Archivio di Stato.

All’indomani della scossa del 16 agosto venne creato un Ufficio Speciale per i lavori del terremoto, con il compito di redigere le perizie tecniche dei danni prodotti dal terremoto sui singoli edifici e di coordinare gli interventi urgenti di riparazione. La quantità di documentazione disponibile è imponente e di non semplice utilizzo, considerando anche che i danni rappresentati sono necessariamente cumulativi dell’intero periodo sismico.

Insieme alla singole perizie tecniche sono disponibili alcuni materiali a carattere riassuntivo che consentono un bilancio molto realistico e dettagliato dell’impatto complessivo di questi terremoti sul patrimonio edilizio.

Altro tipo di documentazione di un certo interesse, soprattutto per l’area urbana di Rimini, è quello fotografico; le principali raccolte note sono quelle dei Vigili del Fuoco, conservate presso la Biblioteca Gambalunga di Rimini, e quella dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, ma anche nell’ambito del collezionismo antiquario esistono fotografie relative agli effetti di questi terremoti.

Nella ricostruzione complessiva degli effetti delle diverse scosse di questa sequenza sismica occorre tenere presente un certo effetto di “saturazione” delle fonti, un meccanismo che fa sì che l’attenzione degli organi di informazione, ma anche dei corrispondenti del Servizio Geodinamico dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica tenda ad allentarsi dopo le prime scosse. La cosa è particolarmente vistosa per le cartoline macrosismiche che per la scossa del 17 maggio forniscono informazioni per 111 località, per la scossa del 16 giugno documentano gli effetti per 23 località e infine forniscono notizie relativamente alla scossa del 16 agosto per sole 50 località, nonostante si tratti della scossa di entità più elevata.

Gli effetti

Il terremoto del 16 agosto colpì un’area già danneggiata e indebolita, fattore che ne incrementò la portata distruttiva: accentuò i danni causati dalle scosse precedenti e ne causò di nuovi e, in qualche caso, molto gravi.

Alcuni crolli parziali a Rimini [Fonte: http://riminisparita.info/]

Alcuni crolli parziali a Rimini [Fonte: http://riminisparita.info/]

Una quarantina di località lungo la fascia costiera tra Rimini e Pesaro e nell’entroterra subirono crolli e gravi lesioni negli edifici. Particolarmente colpita fu Riccione, dove molte case, specialmente nella parte alta della cittadina, andarono distrutte.

A Rimini la scossa aggravò ulteriormente i danni causati dal terremoto del 17 maggio: “nessuna casa di Rimini, dalla più modesta alla più sontuosa, è stata risparmiata” [Baratta, 1917].

In un’ottantina di altri centri, compresa Pesaro, molti edifici rimasero seriamente lesionati e divennero inagibili. Danni più lievi furono rilevati in tutta l’area compresa tra Fano, Cesena e Urbino. L’avvertimento si estese ad un’area molto vasta dell’Italia centro settentrionale: la scossa fu avvertita fortemente fino a Venezia, verso nord, a Bologna e a Modena verso nord-ovest, ad Ancona, Macerata e Tolentino, verso sud-est, e a Città di Castello verso sud-ovest.

Fu risentita fino a Milano e a Genova, nelle città della Toscana settentrionale fino a Livorno, nelle Marche meridionali e in alcune località del Lazio.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 16 agosto 1916 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15)]

Distribuzione degli effetti del terremoto del 16 agosto 1916 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15]

Perché questi effetti

I danni prodotti da questa lunga e complessa sequenza sismica furono gravi e diffusi, seppure non comparabili a quelli di terremoti molto più forti che a inizio del secolo scorso hanno interessato altre parti del Paese.

Le ragioni di questi effetti sono imputabili a diverse ragioni. Prima di tutto il quadro complessivo rappresenta, come abbiamo visto, l’esito di una sequenza di alcuni mesi di terremoti, con due eventi principali il 17 maggio e il 16 agosto e almeno una quindicina di scosse di magnitudo Mw ≥4.5. Questa stessa area, inoltre, era stata colpita appena una quarantina di anni prima, 17 marzo 1875, da un altro forte terremoto (Mw 5.7), i cui danni erano stati riparati in qualche caso in modo approssimativo. Ma un elemento fondamentale per comprendere le dimensioni dell’impatto dei terremoti del 1916 è nella particolare vulnerabilità sismica del patrimonio costruito. Di questo scrive il geografo Mario Baratta, dopo aver svolto un’indagine accurata:

“Un esame atto circa i metodi usati per le costruzioni delle case ci chiarisce che il disastro di Rimini, più che alla forza distruttiva del terremoto, è dovuto a notevoli difetti di costruzione e di manutenzione degli edifizi. Nei più antichi e modesti predominano come elementi delle strutture murarie grossi ciottoli collegati da malte abbondanti, che però si possono giudicare di qualità scadentissima. I tetti in genere sono pesanti e spingenti sopra i muri perimetrali: mancano quasi ovunque chiavi che garantiscano un efficace collegamento fra le diverse parti delle costruzioni. Bastano questi semplici accertamenti per metterci sull’avviso che case sì fatte hanno condizioni strutturali tutt’altro che atte a resistere a violenti concussioni del suolo…”

E relativamente agli edifici più antichi e prestigiosi, apparentemente solidi e ben costruiti, aggiunge:

“spesso si deve ricercare la causa dei danni subiti nelle sopraelevazioni e nelle aggiunte non ben connesse con il corpo principale: negli adattamenti posteriormente eseguiti, che hanno indebolita la resistenza delle strutture murarie: nella mancanza di un razionale collegamento delle varie parti dell’edifizio stesso […] e in altri difetti provenienti dalla trascurata manutenzione degli stabili” [Baratta, 1917].

Ipotesi scientifiche, previsioni, dicerie

Una sequenza sismica così lunga e complessa, in un momento storico tanto particolare, non poteva non aumentare insicurezze, ansie e paure, come racconta il bel libro “Rimini negli anni della Grande Guerra” (Bagnaresi, 2015).

Questo fa sì che il dibattito pubblico sulla localizzazione del terremoto, sulle sue cause, sulla possibile durata della sequenza e sui precedenti storici sia molto vivace e coinvolga i principali scienziati del tempo. Oltre a Mario Baratta, che l’anno successivo pubblicherà un approfondito articolo su questa sequenza (Baratta, 1917), l’area colpita è visitata, in tempi diversi, da Padre Venanzio Vari, direttore dell’Osservatorio di Benevento, da Padre Guido Alfani, sismologo e direttore dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze, da Luigi Palazzo, fisico e direttore dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica e altri ancora.

Frequenti e approfonditi sui giornali locali sono i riferimenti alla storia sismica riminese e pesarese. Fra i tanti il più dettagliato è un articolo intitolato “L’attuale terremoto e le sue analogie con quello del 1786” [Corriere Riminese, 1916.09.03] che, riprendendo il testo di un opuscolo sul terremoto del 1786, osserva come la ricorrenza di forti terremoti riminesi sia pressoché secolare, ricordando i terremoti del 1308, del 1584, del 1672, del 1786 e del 1875.

Il clima di incertezza e l’osservazione di fenomeni di non semplice interpretazione (i boati che precedono l’avvertimento delle scosse, la fuoriuscita di acqua dal terreno) pongono interrogativi e alimentano in qualche caso la proliferazione di vere e proprie dicerie sulle cause del terremoto.

In una corrispondenza non firmata da Fano del 20 agosto 1916, pubblicata dal Resto del Carlino, intitolato “origine e cause delle attuali scosse” l’autore ipotizza che il terremoto sia localizzato poco al largo della costa fra Pesaro e Riccione. “Il rombo cupo che preavvisava le scosse più forti indicava chiaramente il punto preciso ove avveniva l’esplosione del gas […] trattasi certamente di un vulcano in eruzione sotto l’acqua del mare, e ciò è provato dalle fenditure del suolo che eruttavano melma e acqua bollente, osservata dall’onorevole Sitta lungo la spiaggia nelle vicinanze di Riccione…” [Il Resto del Carlino, 1916.08.21].

L’ipotesi della presenza di un vulcano a mare è contestata puntigliosamente dal Presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Riccione, tal Primo Galavolti, che il 22 agosto scrive al giornale. Nel testo fornisce una spiegazione molto semplice, ma efficace, del fenomeno della liquefazione, smentendo drasticamente – sulla base di testimonianze dirette – che l’acqua avesse temperatura diversa dal normale e imputando la fuoriuscita dell’acqua in buona parte alla rottura di una conduttura [Il Resto del Carlino, 1916.08.23].

Queste stesse considerazioni sono sostenute da tutti gli scienziati che visitano l’area. In un articolo del Corriere Riminese viene riportato il parere del prof. Palazzo sulle caratteristiche della sequenza, la sua localizzazione a mare e il carattere tettonico di questi eventi.

In questo testo c’è anche un riferimento alla diceria sulla presunta presenza di un vulcano: “a proposito della notizia pubblicata da un giornale di Bologna circa la esistenza di un vulcano tra Pesaro e Riccione, lo stesso prof. Palazzo l’ha smentita nel modo più esplicito […] non ha fondamento alcuno [Corriere Riminese, 1916.09.03], e a sostegno di questa conclusione sono riportati i rilievi effettuati dal prof. Martinelli, capo della sezione sismica dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica.

La diffusione di dicerie non è solo questione di opinioni e dibattito scientifico, ma ha una forte rilevanza sociale, alimentando incertezze e paure, soprattutto fra le persone più deboli. Di questo è ben consapevole Primo Galavolti quando scrive: “Era mio desiderio il rettificare l’inesatta interpretazione di un fenomeno, giacché da una tale inesattezza erano sorte ovunque serie preoccupazioni non solo fra tutti coloro che oggi accampati all’aperto vivono fra le privazioni, coll’impressione del terribile passato e nell’angoscia dell’ignoto domani, ma anche fra quelli che […] essendo affezionati a questa spiaggia sulla quale vengono a riposarsi durante i mesi estivi leggono con ansia le notizie che si riferiscono a Riccione” [Il Resto del Carlino, 1916.08.23].

Una consapevolezza rara, di cui tener conto anche oggi.

Pericolosità e rischio, cento anni dopo

Come abbiamo già segnalato in un altro articolo su questo blog, un motivo che rende importante ricordare un forte terremoto riminese è nella rilevanza che ha il terremoto nelle valutazioni di rischio di quest’area, in considerazione anche della forte presenza turistica nel periodo estivo

I Comuni colpiti dai terremoti del 1916, e dai successivi terremoti dell’Appennino Settentrionale, sono stati classificati sismici nel 1927. Ma solo una decina di anni dopo (Decreti Ministeriali n. 1193 del 27/07/1938,  n. 33 del 18/11/1938 e n. 287 del 7/08/1941) Rimini, Riccione e altri comuni del riminese  e pesarese sono stati cancellati dall’elenco dei Comuni nei quali era obbligatoria l’osservanza delle speciali norme sismiche, con la seguente motivazione: “…l’assoggettamento delle norme del decreto citato costituisce un notevole intralcio allo sviluppo edilizio di quella zona, di cui vari centri sono importanti stazioni balneari”.

Questa paradossale vicenda ha fatto sì che fino al 1983, anno in cui questi Comuni sono stati di nuovo classificati sismici (su questo vedi qui), lo sviluppo edilizio dell’area sia avvenuta in assenza di normativa sismica.

Storia sismica di Rimini dall’anno 1000 al 2015 [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15)]

Storia sismica di Rimini dall’anno 1000 al 2015 [fonte: DBMI15]

Il terremoto del 1916 oltre ad essere uno dei più forti terremoti della storia sismica del Riminese, che ha come precedenti più importanti i terremoti del 14 aprile 1672 (Mw 5.6), del 25 dicembre 1786 (Mw 5.7) e del 17 marzo 1875 (Mw 5.7), è anche l’inizio di alcuni dei più forti terremoti della storia sismica dell’Appenino Settentrionale: rispettivamente i terremoti del 26 aprile 1917 in Valtiberina (Mw 6.0), del 10 novembre 1918 in Appennino romagnolo (Mw 6.0), del 29 giugno 1919 nel Mugello (Mw 6.4), del 7 settembre 1920 in Garfagnana (Mw 6.5).

L’area interessata dalla serie di forti terremoti fra 1916 e 1920 [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15)]

L’area interessata dalla serie di forti terremoti fra 1916 e 1920 [fonte: DBMI15]

Questa serie di ricorrenze è un’opportunità per sensibilizzare le comunità locali su un tema che rischia di essere rimosso dalla memoria e dalla pratica quotidiana di cittadini e istituzioni locali, dalle scelte che possono influire sulla vulnerabilità materiale e sociale e aumentare (invece che ridurre) il rischio.

Che un processo di rimozione sia in atto è comprensibile, ma qualche indizio fa pensare che in questo momento sia particolarmente forte. Su quotidiani locali, anche di recente, non sono mancate dichiarazioni di scetticismo sull’effettiva pericolosità dell’area e sull’opportunità di ricordare i terremoti del 1916, avvenuti in un momento e un contesto troppo diverso dall’attuale.

“Terremoti, tocchiamo ferro”, lettera a un quotidiano riminese, giugno 2016.

“Terremoti, tocchiamo ferro”, lettera a un quotidiano riminese, giugno 2016.

Il punto è che la pericolosità sismica del Riminese e del Pesarese è indiscutibilmente rilevante (certo, ci sono zone più pericolose in Italia), quell’area ha un livello di esposizione molto più elevato (soprattutto in certi periodi dell’anno) rispetto a quello di inizio secolo scorso e la vulnerabilità di parte del patrimonio edilizio, per le ragioni ricordate sopra, potrebbe essere alta.

Per tutte queste ragioni è necessario e urgente sensibilizzare tutti i cittadini perché da oggi in poi facciano scelte consapevoli per la riduzione del rischio.

Per questa ragione a partire dal mese di settembre 2016 avvieremo un ambizioso progetto che collegherà tali ricorrenze attraverso una serie di iniziative non celebrative ma coinvolgenti e attivanti, rivolte alle scuole e alle comunità locali del Riminese e del Pesarese e successivamente, in una sorta di ideale passaggio di consegne, nei territori interessati dalle successive ricorrenze centenarie.

Il 15 e 16 ottobre prossimi, inoltre, volontari di associazioni di protezione civile, dopo essersi preparati per mesi, allestiranno in piazza a Rimini, Riccione e in altre settecento località italiane, un punto informativo della campagna nazionale “Io Non Rischio”, per dare a tutti i loro concittadini la possibilità di avere informazioni e sapere cosa possono fare, fin da subito, per ridurre il rischio ed essere preparati.

a cura di Romano Camassi, INGV – Bologna.


Ulteriori notizie sulla sismicità e sul rischio sismico in Emilia Romagna sono disponibili nella Scheda Speciale Emilia Romagna

 

 

 

 


Bibliografia

Bagnaresi D. (2015). Vivere a Rimini negli anni della Grande Guerra. La quotidianità tra bombardamenti, terremoti, fame e profughi, Rimini, Panozzo Editore.

Baratta M. (1917). Il periodo sismico di Pesaro del maggio-settembre 1916, La Geografia, A. V, luglio-ottobre 1917, N. 7-8, Novara, pp. 263-291.

Camassi R., Meloni F., Postpischl D. e Sangiorgi A. (1991). I terremoti riminesi del 1916. In: Postpischl D. (ed.), San Marino e il terremoto, Bologna, pp. 167-187.

Cavasino A. (1935). I terremoti d’Italia nel trentacinquennio 1899-1933,  Roma.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G. (2007). CFTI4Med, catalogue of strong earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean area (760 B.C.-1500). INGV-SGA (http://storing.ingv.it/cfti4med/)

Guidoboni E., Valensise G. (2011). Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni, Bologna, Ingv-Bononia University Press, 550 pp.

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E. (2016). DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds), 2016. CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15

I terremoti del ‘900: il terremoto del Friuli del 6 maggio 1976

Catastrofico terremoto in Friuli. Alle 21 una scossa sismica dell’ottavo grado della scala Mercalli ha devastato Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d’Asio e molti altri paesi della pedemontana. Generosa opera di soccorso per estrarre le vittime dalle macerie. A Udine e in tutti i centri della regione una notte di paura e di veglia all’aperto. L’alba ci mostra i segni dell’immane disastro. [da Messaggero Veneto, 7 maggio 1976]

“Catastrofico terremoto in Friuli. Alle 21 una scossa sismica dell’ottavo grado della scala Mercalli ha devastato Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d’Asio e molti altri paesi della pedemontana. Generosa opera di soccorso per estrarre le vittime dalle macerie. A Udine e in tutti i centri della regione una notte di paura e di veglia all’aperto. L’alba ci mostra i segni dell’immane disastro”. [Messaggero Veneto, 7 maggio 1976]

La prima pagina del Messaggero Veneto del  7 maggio 1976.

La sera del 6 maggio 1976 ebbe inizio in Friuli una delle sequenze sismiche più forti e devastanti della seconda metà del Novecento in Italia. L’evento principale avvenne alle ore 21 locali del 6 maggio e raggiunse un valore di magnitudo momento Mw pari a 6.5, fra i più alti mai registrati nell’Italia settentrionale; l’intensità epicentrale fu pari al IX-X grado della scala macrosismica Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS).

La scossa interessò circa 120 comuni delle province di Udine e di Pordenone, per una popolazione complessiva di circa 500.000 persone. Gli effetti più distruttivi si ebbero nella zona a nord di Udine lungo la media valle del Tagliamento, dove interi paesi e cittadine subirono estese distruzioni; fra questi Gemona del Friuli, Forgaria nel Friuli, Osoppo, Venzone, Trasaghis, Artegna, Buia, Magnano in Riviera, Majano, Moggio Udinese, solo per citarne alcuni.

Effetti del terremoto del 6 maggio 1976. E’ ben visibile la notevole estensione dell’area con diffusi effetti distruttivi (≥VIII grado MCS) (fonte: DBMI11).

Effetti del terremoto del 6 maggio 1976. E’ ben visibile la notevole estensione dell’area con diffusi effetti distruttivi (≥VIII grado MCS) (fonte: DBMI11).

Gravi danni e crolli si ebbero anche in tutta l’area carnica, mentre danni diffusi, di moderata entità, interessarono le città di Udine e di Pordenone. Danni più leggeri furono registrati fino a Gorizia e a Trieste, verso sud-est, e in molte località del Veneto e del Trentino-Alto Adige verso ovest e sud-ovest, da Verona a Venezia, da Bolzano a Treviso, da Belluno a Padova, da Trento a Vicenza.

La devastazione a Forgaria nel Friuli (UD) [foto Diego Molin]

La devastazione a Forgaria nel Friuli (UD) [foto Diego Molin]

La scossa fu avvertita in un’area vastissima, estesa a tutta l’Italia centro-settentrionale fino a Roma e a Torino, all’Austria, alla Svizzera, la Repubblica Ceca e la Slovacchia, gran parte della Germania e della Croazia e parte della Francia, della Polonia e dell’Ungheria. Inoltre, produsse danni, oltre che nelle regioni Friuli-Venezia Giulia e Veneto, in vaste aree dell’Austria meridionale ed in buona parte della Slovenia.

veduta aerea delle rovine di Venzone (UD) [foto Diego Molin]

Veduta aerea delle rovine di Venzone (UD) [foto Diego Molin]

L’estensione dell’area colpita fu di circa 5000 kmq. Complessivamente furono distrutte circa 17.000 case, morirono 965 persone ed altre 3.000 rimasero ferite. Quasi 200.000 persone persero la casa (Boschi et al. 2000).

Moltissime le repliche. Le più forti si verificarono a oltre 4 mesi dall’inizio della sequenza, l’11 e il 15 settembre 1976, con intensità analoghe a quella della scossa del 6 maggio. Ci furono nuovi gravi danni, ulteriori distruzioni e qualche vittima. Un’altra forte scossa avvenne un anno più tardi, il 16 settembre 1977.

Le scosse dell’intera sequenza sismica vennero localizzate con i dati degli osservatori sismologici allora esistenti, italiani ed esteri  (es., Trieste, Bologna, Pavia, Lubiana, Zagabria, Garmisch, … ). Importante era la stazione di Trieste che faceva parte delle stazioni della Worldwide Seismographic Stations Network (WWSSN), la più vicina all’epicentro,  gestita dall’Osservatorio Geofisico Sperimentale (oggi Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale). Il monte San Simeone fu indicato come epicentro e divenne per tutti i friulani il simbolo dell’Orcolat, l’orco tradizionalmente associato ai terremoti (fonte Edurisk).

L’ultimo terremoto di entità paragonabile a quella della scossa del 6 maggio 1976 era avvenuto quasi 500 anni prima, nel marzo 1511, e prima ancora nel 1348. Tuttavia in questo settore terremoti potenzialmente distruttivi, ovvero di magnitudo pari o superiore a 5.5, avvengono frequentemente: negli ultimi otto secoli nell’area del Friuli Venezia Giulia se ne è verificato in media uno ogni 80 anni, mentre terremoti che hanno causato effetti al di sopra della soglia del danno lieve sono documentati storicamente in media ogni 6 anni circa. Negli ultimi 30 anni si sono verificati tre terremoti di magnitudo superiore a 4.5 entro 100 km da Udine (fonte: ISIDE), ma grazie all’importante opera di ricostruzione e di adeguamento antisismico nel settore friulano questi terremoti non hanno provocato danni.

Schema sismotettonico dell'Italia nordorientale (da Cheloni et al., 2012)

Schema sismotettonico dell’Italia nordorientale (da Cheloni et al., 2012). Le linee nere rappresentano le strutture tettoniche cartografate (TR, Tricesimo fault; SU, Susan fault; BU, Buia fault; BE, Bernadia thrust; PE, Periadriatic thrust ). I cerchietti verdi sono gli epicentri degli aftershock del terremoto del 1976, tra i quali sono evidenziati in rosso quelli più forti (da Peruzza et al., 2002). Nell’inserto in basso a sinistra sono mostrati i meccanismi focali dei terremoti principali (vedi testo sotto).

I terremoti della regione alpina e prealpina in Italia nord-orientale sono causati dalla spinta della placca adriatica verso nord, che avviene con una velocità di circa 1.5-2 mm/anno rispetto all’Europa stabile (D’Agostino et al.2005). Nell’inserto in alto a sinistra si vede la posizione del polo di rotazione della placca Adria rispetto all’Europa (stella) che spiega la compressione sul fronte alpino. I meccanismi focali dei terremoti del 1976, come pure di quelli avvenuti negli anni successivi, riflettono proprio questo processo di raccorciamento crostale. Sono infatti tipici meccanismi compressivi, con asse di compressione orizzontale orientato nord-sud e piani di faglia inverse orientate est-ovest (Aoudia et al. 2000;  Pondrelli et al. 2001). I dati sismici e geodetici registrati durante i terremoti principali, pur non essendo di elevata qualità come quelli odierni (non esistevano ad esempio le misure satellitari GPS e DInSAR), hanno permesso di ricostruire la geometria delle faglie responsabili dei terremoti e il movimento avvenuto su di esse durante le rotture principali (si veda Cheloni et al., 2012, 2014 e la bibliografia riportata).

con il contributo di Filippo Bernardini, INGV-Bo.


Bibliografia

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