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Terremoto dell’Isola d’Ischia del 21 agosto 2017: il rilievo macrosismico

A seguito del terremoto che ha colpito l’isola di Ischia il 21 agosto 2017, alle ore 20:57 italiane, squadre del gruppo operativo QUEST (QUick Earthquake Survey Team) dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con personale dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA) hanno iniziato a svolgere il rilievo macrosismico sul terreno a partire dal pomeriggio del 23 agosto. Il rilievo è stato condotto secondo la scala europea EMS98 (European Macroseismic Scale [Grünthal, 1998] da qui in poi EMS, che contempla una casistica dettagliata di tipologie costruttive e di livelli di danno miranti a rendere il più oggettiva possibile la valutazione dell’intensità) ed ha riguardato solo il danno esterno agli edifici.

L’area maggiormente danneggiata (e quasi unicamente) è risultata la parte collinare di Casamicciola Terme, il cui abitato è distribuito sul versante settentrionale dell’isola. Per distinguere chiaramente le zone a diversità di danneggiamento all’interno dello stesso territorio comunale di Casamicciola Terme, sono state tenute separate, in questa fase del rilievo, due aree: la parte collinare di Casamicciola (Zona Rossa) e Marina di Casamicciola.

Marina di Casamicciola non appare particolarmente danneggiata, avendo subito danni lievi anche se abbastanza diffusi (Intensità EMS VI).

Sulla parte collinare (Zona Rossa) l’abitato di Casamicciola risulta edificato sulle creste di piccole vallette o terrazzi e conoidi, a guisa di piccoli insediamenti separati. Qui il danno si presenta localmente molto grave. Infatti, sebbene la maggioranza delle abitazioni fosse di tipo B, secondo la classificazione della scala EMS (edifici di buona fattura in mattoni o blocchetti di tufo o pietra squadrata),  non erano presenti tiranti e catene o altri elementi vincolanti. Percentualmente, invece, poche le case di tipo A (edifici in pietra non lavorata, muratura a sacco con malte scadenti a volte assenti, in generale le più vulnerabili) e di tipo C (generalmente in cemento armato o in muratura cordolata).

Casamicciola. Lesione sulla parete con espulsione di muratura.

I danni osservati sono pochi crolli totali, molti danni come lesioni a croce, perdita di verticalità e ribaltamento di pareti, espulsione di spigoli, qualche crollo parziale (vedi foto sopra e sotto). Gli edifici in cemento armato hanno subito in rari casi danni come lievi lesioni alle tamponature.

Casamicciola. Crollo parziale.

Il complesso dei danni osservati giustifica l’assegnazione del grado VIII alla zona rossa di Casamicciola Terme.

Danni diffusi anche nella frazione Fango di Lacco Ameno a cui è stata assegnata una intensità pari al VII EMS. In Lacco Ameno capoluogo si osservano sporadici danni molto lievi (Intensità EMS V).

La assegnazione dei gradi più bassi, laddove non vi è manifestazione del danno, è stata svolta tramite interviste alla popolazione, con la valutazione degli effetti transitori, come la caduta di oggetti e il livello di percezione della popolazione.

Località Intensità EMS
Casamicciola T. (zona rossa) VIII
Fango (Lacco Ameno) VII
Marina di Casamicciola VI
Fontana V-VI
Ciglio V
Lacco Ameno V
Serrara V
Forio IV-V
Perrone IV-V
Barano IV-V
Ischia Porto IV

La concentrazione dei danni e loro gravità configura un chiaro effetto di sito nella zona collinare di Casamicciola Terme. Questo si accorda anche con la fortissima attenuazione osservata: infatti, a distanze anche molto ridotte dalla zona più danneggiata, non compare alcun effetto di danno (vedi tabella sopra).

Il rilievo è ancora in corso da parte delle squadre di QUEST al fine di completare il quadro di risentimento su tutta l’isola.


Citare come R. Azzaro, S. Del Mese, G. Martini, S. Paolini, A. Screpanti, V. Verrubbi A. Tertulliani (2017), QUEST- Rilievo macrosismico per il terremoto dell’isola di Ischia del 21 agosto 2017, Rapporto interno, doi:10.5281/zenodo.849091.

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Terremoto dell’Isola d’Ischia del 21 agosto 2017: dichiarazione del Presidente dell’INGV, Carlo Doglioni

In questi giorni su diversi organi di stampa sono usciti articoli che paventano inefficienze nell’operato dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) durante l’emergenza a Ischia. In realtà la macchina organizzativa interna e le analisi condotte sono state svolte e continuano con i consueti rigore e sollecitudine. Tutti i prodotti scientifici forniti in questi giorni dall’INGV alle istituzioni competenti rispettano totalmente i requisiti qualitativi e i protocolli decisi per la gestione delle emergenze che rappresentano lo stato dell’arte a livello mondiale. L’INGV è il più importante ente geofisico in Europa ed è un patrimonio nazionale con personale di altissima professionalità e con una serie di reti osservazionali di inestimabile valore per la comunità scientifica e per i cittadini. Metterne in dubbio la competenza, la terzietà e l’efficienza significa non conoscere come funziona l’istituto, alimentare una polemica inutilmente pretestuosa e danneggiare ingiustamente l’immagine di un’istituzione pubblica di ricerca che opera quotidianamente per la sorveglianza sismica e vulcanica in Italia.

Come da procedura consolidata e formalizzata con il Dipartimento della Protezione Civile, l’INGV fornisce entro pochi minuti dall’evento sismico la stima della magnitudo di un qualsiasi terremoto sul territorio nazionale maggiore o uguale a 2.5 (1.5 per Ischia e i Campi Flegrei). Tale procedura è stata adottata anche la sera del 21 agosto scorso in cui la sala sismica di Roma, che riceve i dati registrati dalle oltre 400 stazioni sismiche distribuite sul territorio nazionale, ha rilevato un evento a Ischia di Ml 3.6. Questa è chiamata magnitudo locale (Ml) ed è un valore che, pur potendo avere un errore in più o meno di circa 0.2, è tuttora confermato. La sala operativa dell’INGV a Napoli ha contemporaneamente elaborato le registrazioni sismiche dell’evento e calcolato con una tecnica diversa (magnitudo durata, Md) stimando il terremoto a Md 4. L’INGV ha comunicato in tempo reale alla Protezione Civile anche questo nuovo dato secondo le procedure concordate con la stessa per le aree vulcaniche. Una stima successiva della magnitudo momento (Mw) ha confermato la M 4. Tutte le stime di magnitudo maggiori di quest’ultima sono dimostrabilmente non realistiche sulla base dei dati a nostra disposizione.

Veniamo alla localizzazione dell’evento: anche qui vi sono dei protocolli chiari che prevedono una valutazione in automatico e delle successive verifiche e raffinamenti progressivi. I tempi dell’emergenza non sono quelli della ricerca scientifica accurata che sono necessariamente più lunghi.

Nell’emergenza, la prima stima della profondità, fatta entro i 2 minuti in cui la sala sismica registra la scossa, è sempre approssimativa. La seconda valutazione ha portato l’evento a circa 5 km di profondità, 3 km a nord di Casamicciola. Queste le stime nella fase critica: tuttavia, consapevoli dell’importanza di queste informazioni in una vicenda tragica come quella di Ischia, l’Ente si è immediatamente attivato per una migliore localizzazione dell’evento (raggiunta nei giorni scorsi e comunicata la mattina del 25 agosto alla Commissione Grandi Rischi) che è stato innalzato a circa 2 km di profondità e all’interno dell’isola.

ischia localizzazione

L’INGV ha comunicato i dati e le elaborazioni che sono state via via elaborate nella più totale trasparenza e rapidità, non ultimi quelli fondamentali dell’effetto di sito rilevato; infatti, oltre alla superficialità dell’ipocentro, ha giocato un ruolo fondamentale l’amplificazione delle onde al passaggio in terreni con velocità sismiche basse, che hanno variato addirittura l’accelerazione di gravità di oltre un quarto, provocando le oscillazioni del suolo e il conseguente danneggiamento degli edifici, nonostante la magnitudo relativamente modesta.

Roma, 26 agosto 2017


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Terremoto dell’Isola d’Ischia del 21 agosto 2017: elaborazione dati INGV presentata alla Commissione Grandi Rischi (CGR) del 25 agosto 2017

Come in ogni emergenza, anche a seguito del terremoto che ha colpito l’isola di Ischia il 21 agosto 2017, alle ore 20:57 italiane, il personale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), organizzato in varie squadre, sta svolgendo sia attività sul campo sia elaborazioni dei dati nelle sale operative INGV del Centro Nazionale Terremoti di Roma e dell’Osservatorio Vesuviano (OV) a Napoli per approfondire la comprensione del fenomeno in atto e fornire supporto agli interventi di Protezione Civile.

In tutto tre le diverse squadre operative INGV che si sono recate a Ischia per le seguenti attività di ricerca:

– rilievo macrosismico da parte del gruppo QUEST (QUick Earthquake Survey Team)

– indagini geologiche da parte del Servizio Emergenze Geologiche – OV

– analisi geochimiche da parte del gruppo geochimico di Palermo

Il terremoto che ha colpito Ischia la sera del 21 agosto ha avuto Magnitudo Locale M3.6 ± 0.2 e Magnitudo Durata MD 4.0 ± 0.3.

Le due stime di magnitudo sono visibili alla pagina informativa dell’evento sismico così come la stima automatica della Magnitudo Momento (disponibile sulla pagina Meccanismo focale) ancora preliminare.

L’INGV utilizza diverse stime di magnitudo. La Magnitudo Locale ML (o Magnitudo Richter, dal nome del sismologo che l’ha proposta) è la più rapida da calcolare ed è la misura più diffusa per stimare l’energia rilasciata dai terremoti crostali. Nelle nostre aree vulcaniche è spesso utilizzata la Magnitudo Durata MD, perché si può calcolare rapidamente, anche se necessita della registrazione completa dell’evento, e perché per essa disponiamo di un’apposita calibrazione che tiene in considerazione le condizioni particolari di propagazione delle onde sismiche all’interno della crosta terrestre interessata da fenomeni vulcanici. La Magnitudo Momento Mw, invece, fornisce una stima accurata e complessiva dell’energia rilasciata dal terremoto ed è particolarmente adatta a stimare l’energia dei terremoti più forti.

Per quanto riguarda l’evento di Ischia, essendosi verificato all’interno di una porzione della crosta molto superficiale ed eterogenea, si è preferito utilizzare come stima dell’energia rilasciata dal terremoto la Magnitudo Durata MD, che è pari a 4.0. Per questa stima sono state utilizzate solo le stazioni della regione vulcanica campana, così che le caratteristiche delle rocce che compongono la crosta di Ischia in termini di velocità delle onde sismiche e di attenuazione potessero essere tenute in considerazione. Ciò non vale per la magnitudo ML, calcolata a tutte le stazioni disponibili della Rete Sismica Nazionale.

Per poter essere localizzati con precisione, i terremoti in zone vulcaniche richiedono modelli di velocità specifici dell’area, sia per la forte variabilità litologica, che per l’alto gradiente geotermico.
Tali modelli sono disponibili e ben verificati per l’area vesuviana e quella etnea, ma non per l’Isola d’Ischia perché, per essere messi a punto e calibrati, deve essere utilizzata la sismicità locale stessa. Dal 1999 a Ischia vi sono stati in media meno di 5 terremoti l’anno (di magnitudo M<2.5), insufficienti per elaborare un modello di velocità di riferimento affidabile. L’utilizzo di modelli non specifici permette di ottenere risultati approssimativi utili alle esigenze immediate di protezione civile e rappresenta l’unica procedura attuabile nei tempi brevissimi richiesti dall’emergenza.

Consapevoli di tale approssimazione, i sismologi dell’INGV hanno per questo iniziato da subito dopo l’evento un percorso di affinamento della localizzazione, utilizzando modelli di velocità prototipali. Questo ha permesso ieri di ottenere un primo risultato migliore che è stato comunicato alla Commissione Grandi Rischi nella riunione di stamattina, 25 agosto 2017, presso la Protezione Civile a Roma. Tale rivalutazione è da considerarsi preliminare, ovvero ancora passibile di raffinamento una volta che sarà determinato un modello di velocità tridimensionale dell’area.

1 km SW Casamicciola Terme (NA)

I parametri ipocentrali presentati alla CGR localizzano il terremoto a 1 km SW di Casamicciola Terme (NA), con coordinate geografiche (lat, lon) 40.74°, 13.90° a una profondità di circa 2 km.

Il forte danneggiamento rilevato nella zona alta di Casamicciola con intensità macrosismica VIII, oltre alla scarsa resilienza del costruito, è dunque imputabile sia alla superficialità dell’evento, che all’amplificazione locale dei terreni che ha dato valori di accelerazione del suolo di circa 0.28 g e di velocità di scuotimento del suolo di quasi 18 cm/s.


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I terremoti del ‘900: 26 aprile 1917, cento anni dopo

Il 3 maggio 1917 un fante dell’esercito italiano acquartierato sul fronte di guerra italo-austriaco scriveva a casa, molto preoccupato:

“Cartolina dal fronte, 3 maggio 1917, da Castelli et al., 2016”.

“Zona di guerra, 3 maggio 1917. Carissimi genitori […] molto in agitazione mi tiene di non sentire – è diversi giorni – vostre notizie ma voglio sperare che il terremoto, come ho inteso che è stato nella nostra provincia, a Gubbio abbia risparmiato. Mi pare che i gastighi siano anche troppi e non mancherebbe anche questo […]”

Il terremoto che preoccupava il soldatino di Gubbio era accaduto sette giorni prima, in Valtiberina, al confine tra Umbria e Toscana.  A darne le primissime, generiche notizie era stata, il 27 aprile, la Gazzetta Ufficiale (che allora pubblicava non solo leggi e atti ufficiali ma anche notizie di cronaca fornite dall’agenzia di stampa Stefani).

Titoli di corrispondenze del Resto del Carlino del 27 e 30 aprile 1917.

«Ieri mattina, fra le 11.30 e le 11.40, si è verificata una forte scossa di terremoto nella provincia di Perugia e specialmente in quella di Arezzo. In quest’ultima Provincia danni di una certa gravità, ma fortunatamente senza vittime, si sono finora constatati nei comuni di San Sepolcro, Citerna, Santa Maria, Anghiari. Invece nel comune di Monterchi oltre a gravi danni ai fabbricati, si segnalano pure vittime e feriti. Dal prefetto di Arezzo è stato disposto l’invio immediato di soldati e funzionari di pubblica sicurezza, di medici e medicinali. Si recò sul luogo il sottosegretario all’interno on. Bonicelli, con funzionari del genio civile.» [Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 27 aprile 1917, n. 99, p. 2169].

Le vittime

Lo stesso giorno i maggiori quotidiani nazionali forniscono i primi dettagli, anzitutto sulle vittime, che si teme siano numerose: “si presume che a Monterchi, in seguito al terremoto, i morti superino la quarantina, fra cui alcune ragazze delle scuole.” [Corriere della Sera, 27 aprile 1917, p. 4].  Il 28 aprile si precisa il quadro del crollo della scuola di Monterchi: «sembra che i bambini e le bambine che si trovavano in essa al momento del terremoto fossero una ventina circa. L’edificio è crollato interamente. Tetto e pavimento sono sprofondati, travolgendo nelle macerie quei meschini che non avevano potuto mettersi in salvo in tempo, come hanno potuto fare alcuni, la maestra compresa» [Corriere della Sera, 28 aprile 1917, p. 4]. In seguito però una corrispondenza da San Sepolcro chiarirà che i bimbi vittime del crollo della scuola fortunatamente sono stati solo 4.

Gli effetti del terremoto a Mercatale [La Domenica Illustrata, 20 maggio 1917].

Anche il totale delle vittime accertate si rivela inferiore rispetto ai timori iniziali: il Corriere della Sera del 28 aprile ne segnala 16 a Monterchi (dove però il recupero dei corpi è ancora in corso) e 1 ad Anghiari. Infatti al momento della grande scossa buona parte della popolazione si trovava già all’aperto, chi perché occupato a lavorare in campagna e chi perché impaurito da scosse più lievi che si erano avvertite nella mattinata.

A Monterchi [La Domenica del Corriere, 13 maggio 1917].

I feriti però sono molte decine, specie a Monterchi, Citerna, Anghiari e Sansepolcro, compresi anche alcuni soccorritori («l’ingegnere del genio civile Bruno Rossi, cinque pompieri e un cantoniere») travolti dai crolli causati a Monterchi, alle 13.55 del 27 aprile, dalla più forte delle molte repliche che seguirono la scossa principale [Corriere della Sera, 28 aprile 1917, p. 4].

Gli effetti principali

Gli effetti complessivi del terremoto sono efficacemente sintetizzati in uno studio di Alfonso Cavasino (1935):

“1917 […] Al mattino del 26 aprile, a partire dalle 5h25m, cominciarono a sentirsi in vari paesi dell’alta valle del Tevere una mezza dozzina di scosse […] assai sensibili che misero in allarme quelle popolazioni, allorché a 10h36m dello stesso giorno [da poco era stata introdotta l’ora legale, Ndr] sopraggiunse una violentissima scossa che assunse tutti i caratteri di un vero disastro soprattutto a Monterchi e frazioni: ivi il 90% delle case si resero inabitabili e la maggior parte di esse crollarono, le rimanenti furono danneggiate più o meno lievemente; si dovettero inoltre deplorare una ventina di morti ed una trentina di feriti […] A Citerna, a Monte S. Maria Tiberina e nella frazione di Lippiano, a Lugnano […] il disastro fu un po’ meno grave, giacché solo il 50% delle case crollarono o si resero inabitabili e non vi furono vittime […] A S. Sepolcro il terremoto fu rovinoso: crollarono una diecina di case, oltre 200 si resero inabitabili, circa 900 rimasero lesionate e le rimanenti ebbero leggere lesioni. A S. Giustino ed Anghiari il danno fu un po’ meno grave, giacché non si verificarono crolli. A Città di Castello, Montone e Umbertide […] lesioni gravi in parecchie case, leggere nelle rimanenti. Ad Arezzo, Badia Tedalda, Bagno di Romagna, Castiglione Fiorentino, Civitella della Chiana, Cortona, Foiano della Chiana e Monte S. Savino si ebbero solo leggere lesioni in alcune case […] Le repliche, numerose nel primo giorno, andarono diminuendo nei giorni successivi e cessarono del tutto al mattino del 9 maggio. La più notevole […] ebbe luogo a circa 13h55m del 27 aprile, ed ebbe tale intensità nella zona epicentrale da provocare la caduta di qualche muro pericolante e rendere più gravi le lesioni prodotte dalla scossa principale del giorno precedente.” [Cavasino, 1935, pp. 160-161]

Distribuzione degli effetti del terremoto del 26 aprile 1917 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15].

La lezione di Oddone

Il terremoto del 26 aprile 1917 causò un gravissimo danneggiamento agli edifici. Uno strumento prezioso per comprendere le ragioni del suo impatto disastroso è lo studio del 1918 in cui il sismologo Emilio Oddone pubblicò i risultati di una “visita al luogo del disastro” fatta circa venti giorni dopo l’evento, corredandoli con alcune immagini fotografiche di un certo interesse.

Emilio
Oddone (1861-1940).

Anche se lo scopo principale del lavoro di Oddone (1918) era sismologico -discutere i principali parametri del terremoto e fornire elementi per un suo inquadramento complessivo dal punto di vista geologico, storico e della vulnerabilità degli edifici-, le riflessioni per noi più originali e interessanti riguardano le cause del danneggiamento gravissimo osservato dal sismologo.  Oddone ne mette in evidenza diverse: le caratteristiche dei terreni di fondazione (i centri abitati più colpiti sono costruiti su forte rilievo o pendio); le caratteristiche dell’edilizia locale (altezza degli edifici, tetti pesanti e spingenti); i fattori economici e sociali che rendono migliore la qualità edilizia nei centri abitati più importanti (Città di Castello, Sansepolcro, Anghiari) e peggiore nelle zone più depresse, proprio come si è riscontrato nei recenti terremoti dell’Italia Centrale. In buona sostanza, osserva Oddone, «Il terremoto fortissimo, ha spazzato il mal fatto ed ha anche guastato varie costruzioni non cattive, ma si è spuntato contro i fabbricati ad ossatura buona; la qual cosa deve servire da monito e da conforto».

Anche nel 1917, come ai giorni nostri, nelle settimane successive al terremoto si discusse l’ipotesi di delocalizzare alcuni dei centri maggiormente danneggiati. A questo proposito Oddone non ha dubbi: «quelle borgate si devono conservare, solo occorre che le riparazioni e le ricostruzioni siano guidate dalle saggie [sic] norme dell’Ingegneria antisimica». Non c’è motivo di delocalizzare, basta costruire come si deve.

Cartoline illustrate che riproducono gli effetti del terremoto a Monterchi e Citerna [Tacchini, 1992].

Storia sismica, pericolosità, riduzione del rischio

Oddone si preoccupa anche di considerare la storia sismica, che nelle aree colpite dal terremoto del 1917 è complessa e abbastanza ben documentata almeno per i centri abitati più importanti (Città di Castello e Sansepolcro).

Storia sismica di Sansepolcro, DBMI15.

Passati in rassegna i principali terremoti storici dell’area (1352, 1389, 1458, 1694, 1789 e 1865) e osservato che essi «si seguono irregolarmente» e quindi la sismicità non è stazionaria, non presenta cadenze regolari nel tempo, Oddone affronta l’ancora attualissimo tema della possibilità di fare o meno ‘previsioni’. E giunge a una conclusione estremamente lucida

«in quanto a noi sismologi, possiamo dire molte cose assai più importanti di un presagio: possiamo dare agli ingegneri i dati che loro permettono di costruire le case asismiche, intese a risolvere il grande problema della sicurezza».

La lezione che questo terremoto fornisce è chiarissima:

«[…] si ispezionino a dati intervalli gli edifici esistenti, sia per far consolidare quelli che non offrono serie garanzie di solidità, sia per fare addirittura sgombrare quelli pericolanti […] nella ubicazione e costruzione di edifici sia sentito il parere di un sismologo e rispettati i regolamenti antisismici […] una severa disciplina nelle riparazioni o ricostruzioni di edifici varrà a difenderci bastantemente […]».

La ricostruzione

Ma è poi andata così? Non proprio. Dopo l’interesse iniziale, la vicenda del terremoto di Monterchi-Citerna scomparve rapidamente dalle pagine dei giornali; in un contesto storico difficile (le vicende belliche prima, la crisi del dopoguerra poi) e di una legislazione specifica ancora in embrione (si svilupperà solo nei decenni successivi, tra il 1924 e il 1935), la ricostruzione dei due paesi, nei siti originari, si svolse lentamente ed ebbe esiti discontinui e controversi. A Monterchi “l’opera fu condotta in modo discutibile, tanto che si diffuse il detto: ciò che non fece il terremoto lo ha fatto il Genio Civile” (Tacchini, 1992, p. 110). A Citerna, secondo il periodico L’Alta Valle del Tevere (citato in Tacchini, 1992):

“molto più gravi danni arrecarono quelli che con molti milioni dello Stato dovevano ripararli […] demolizioni inconsulte, mutilazioni sconce e non necessarie, riparazioni paliative, maltrattamento, sperpero e sottrazione di materiale demolito  e utilizzabile”.

Cento anni dopo

Il 27 aprile 1917 il Resto del Carlino pubblicava una corrispondenza della sera prima da Montescudo (Rimini), che dopo aver segnalato il forte avvertimento del terremoto, notava che «proprio in questi giorni si procedeva con celerità a gettare le fondamenta delle case antisismiche, destinate alle famiglie che ebbero distrutte le abitazioni dal terremoto dell’anno scorso» [Il Resto del Carlino – La Patria, 1917.04.27, n. 117, p. 2]).  A meno di un anno dai forti terremoti che – fra maggio e agosto 1916 – avevano colpito il Riminese e il Pesarese, si era avviata con decisione la ricostruzione con criteri antisismici. Il terremoto del 26 aprile 1917 (Mw 6.0), infatti, come ricordato in un post precedente, fa parte di una serie fra i più forti terremoti che caratterizzano la storia sismica  dell’Appenino Settentrionale: rispettivamente il 17 maggio (Mw 5.8) e 16 agosto 1916 (Mw 5.8), 10 novembre 1918 Appennino romagnolo (Mw 6.0), 29 giugno 1919 Mugello (Mw 6.4) e 7 settembre 1920 Garfagnana (Mw 6.5).

Rappresentazione cumulativa semplificata dei terremoti che fra 1916 e 1920 attraversano tutto l’Appennino Settentrionale, DBMI15.

Per questa ragione nel 2016, in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile, abbiamo avviato un progetto, con diverse scuole riminesi e pesaresi, che collega queste ricorrenze centenarie attraverso una serie di percorsi di ricostruzione della memoria, di conoscenza del territorio e di attivazione delle comunità locali per promuovere sensibilizzazione e scelte di riduzione del rischio, progetto che in una sorta di ideale passaggio di consegne, coinvolgerà, nei prossimi mesi, i diversi territori, dall’Adriatico alla Garfagnana.

In Valtiberina, una sfida che ci proponiamo di affrontare nell’ambito di questo progetto, è quella di scovare il maggior numero possibile di “memorie materiali” del terremoto del 1917. Ne conosciamo già alcune, per esempio a Monterchi  e a Sansepolcro  ma confidiamo nell’aiuto di studenti e cittadini di questo territorio così ricco di storia, per riuscire a riscoprire, condividere e valorizzare un patrimonio culturale tanto importante e, spesso, tanto dimenticato.

a cura di Romano Camassi (INGV – Bologna), Viviana Castelli (INGV – Bologna/Ancona).


Bibliografia

Castelli V., Camassi R., Cattaneo M., Cece F., Menichetti M., Sannipoli E.A. e Monachesi G., 2016. Materiali per una storia sismica del territorio di Gubbio: terremoti noti e ignoti, riscoperti e rivalutati, Quaderni di Geofisica, 133, http://www.ingv.it/editoria/quaderni/2016/quaderno133/“.

Cavasino A., 1935. I terremoti d’Italia nel trentacinquennio 1899-1933,  Roma.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G., 2007. CFTI4Med, catalogue of strong earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean area (760 B.C.-1500). INGV-SGA, http://storing.ingv.it/cfti4med/

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E., 2016. DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15

Oddone E., 1918. Il Terremoto dell’Alta Valle del Tevere del 26 Aprile 1917. Bollettino della Società Sismologica Italiana, 21, pp. 9-27.

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds), 2016. CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15

Tacchini A., 1992. L’Alta Valle del Tevere in cartolina, Città di Castello.


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