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I terremoti nella STORIA: 8 settembre 1694, una scossa devastante colpisce la dorsale appenninica irpino-lucana

Un violento terremoto nell’area appenninica tra Campania e Basilicata: sono devastati una trentina di paesi, fra cui Pescopagano, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora, Caposele, Conza della Campania, Lioni, Santomenna… A chi ha l’età per ricordare, la memoria corre immediatamente al terremoto del 23 novembre 1980 (Imax X mcs, Mw 6.8, catalogo CPTI15 – DBMI15) il più grande disastro sismico della seconda metà del Novecento in Italia. Tuttavia, il terremoto di cui tratta questo articolo, di analoga intensità ed energia (Imax X mcs, Mw 6.7), è accaduto quasi tre secoli prima, l’8 settembre 1694.

Le fonti memorialistiche

Questo evento era ben noto alla letteratura sismologica italiana di fine Ottocento e inizio Novecento (si veda Baratta 1901, pp. 173-181), le cui conoscenze erano basate essenzialmente su tre fonti coeve pubblicate a Napoli: due relazioni ‘protogiornalistiche’ anonime e una lettera dell’abate Giovanni Battista Pacichelli. Tali fonti fornivano notizie su molte località seguendo uno schema simile, elencando cioè le città e i paesi per provincia di appartenenza. Le due relazioni furono pubblicate dagli stessi stampatori (Parrino e Cavallo) con un titolo quasi identico: la prima fu stampata tra il 16 e il 18 settembre 1694; la seconda quasi un mese dopo, il 15 ottobre, come risulta dal frontespizio.

Frontespizio delle due relazioni anonime pubblicate a Napoli con notizie sui danni causati dal terremoto dell’8 settembre 1694. La seconda, pubblicata circa un mese dopo la prima, riporta informazioni più precise.

Frontespizio delle due relazioni anonime pubblicate a Napoli con notizie sui danni causati dal terremoto dell’8 settembre 1694. La seconda, pubblicata circa un mese dopo la prima, riporta informazioni più precise.

Le informazioni riportate dalle due relazioni sono praticamente identiche per ciò che riguarda Napoli e le vicine località della provincia di Terra di Lavoro (corrispondente in parte all’attuale provincia di Caserta) mentre differiscono, a volte notevolmente, nella descrizione dei danni delle altre province. Evidentemente nella prima furono riassunte le iniziali, confuse e in parte esagerate notizie pervenute dalle zone più colpite subito dopo il terremoto, mentre la seconda si avvalse di informazioni più precise e dettagliate giunte successivamente. La lettera scritta da Pacichelli a un suo corrispondente romano, datata 18 settembre 1694 e pubblicata nel 1695, riprende in gran parte le notizie della prima relazione, aggiungendo pochi particolari soprattutto sugli effetti a Napoli, di cui l’autore fu testimone oculare.

Le ricerche archivistiche

A partire dai primi anni 1990, per migliorare le conoscenze su questo evento, sono state condotte approfondite ricerche sulle fonti archivistiche, che hanno consentito di integrare e precisare notevolmente le informazioni sugli effetti subiti dalle località dell’area colpita e di ricostruire il quadro dell’impatto che il terremoto ebbe sulle popolazioni. Dallo spoglio della documentazione amministrativa conservata all’Archivio di Stato di Napoli non sono emerse le relazioni sui danni inviate dalle autorità periferiche (presidi e percettori provinciali) al governo centrale. Probabilmente tale documentazione è andata perduta o dispersa nelle distruzioni belliche subite dall’archivio napoletano. Tale grave lacuna è stata in parte compensata dalla documentazione reperita in Spagna all’Archivo General de Simancas che, insieme alla corrispondenza intercorsa tra il viceré di Napoli, Francisco de Benavides conte di Santisteban, e il re di Spagna, Carlo II d’Asburgo, conserva copie delle relazioni inviate a Napoli dai presidi delle Udienze di Principato Ultra, Principato Citra, Basilicata e Capitanata corrispondenti all’incirca alle attuali province di Avellino, Salerno, Potenza e Foggia.

Relazione sui danni causati dal terremoto inviata a Madrid dal viceré di Napoli conte di Santisteban conservata all’Archivo General de Simancas.

Relazione sui danni causati dal terremoto inviata a Madrid dal viceré di Napoli conte di Santisteban conservata all’Archivo General de Simancas.

L’analisi della documentazione pubblica ha interessato anche le corrispondenze di carattere diplomatico. All’Archivio di Stato di Venezia sono stati reperiti i dispacci inviati dal residente (ambasciatore) veneziano a Napoli Giacomo Resio al doge Silvestro Valier. Analogamente l’Archivio di Stato di Firenze conserva numerosi dispacci e avvisi indirizzati dal residente Giovanni Berardi ad Apollonio Bassetti, segretario del granduca Cosimo III de’ Medici. Si tratta di testimonianze interessanti che forniscono notizie relative non solo ai danni prodotti dal terremoto a Napoli, ma anche alle dinamiche istituzionali e sociali innescate dall’evento.

In ambito ecclesiastico, all’Archivio Segreto Vaticano è stata analizzata la documentazione dell’archivio della Segreteria di Stato, in cui sono stati reperiti numerosi dispacci del nunzio apostolico Lorenzo Casoni, con allegati “fogli di avvisi” o “note” relativi alle località colpite. Lo stesso archivio conserva, inoltre, le lettere inviate al segretario di Stato dall’arcivescovo di Napoli Gherardo Cantelmo, dall’arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini e dai vescovi di Bitetto, Campagna, Muro Lucano, Trevico, Volturara Appula. Nell’archivio della Congregazione del Concilio sono stati infine trovati riscontri del terremoto in numerose relazioni vescovili. Tali documenti, detti relationes ad limina, riguardano le diocesi di tutta l’area colpita dal terremoto. Com’è ovvio, si riferiscono soprattutto allo stato degli edifici ecclesiastici, ma in qualche caso riportano informazioni anche sulle condizioni generali del patrimonio edilizio dei paesi. Più in generale, per la sua scansione diacronica, questa documentazione ha fornito indicazioni utili sui tempi e i modi della ricostruzione degli edifici ecclesiastici. Gran parte dei dati raccolti in queste ricerche sono confluiti nella scheda pubblicata nel Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (Guidoboni et al. 2007), che rappresenta lo stato delle conoscenze più aggiornato su questo evento.

Gli effetti

Questo terremoto causò estese distruzioni nella regione appenninica al confine tra le attuali province di Avellino e Potenza e danni ingenti in un’area estesa a gran parte della Campania e della Basilicata e a parte della Puglia. La scossa distruttiva avvenne l’8 settembre alle ore 12:40 circa locali (le 17 e tre quarti secondo l’antico uso orario “all’italiana”, con l’inizio del giorno fissato mezz’ora dopo il tramonto). A Napoli fu percepita di durata variabile tra 30 e 60 secondi («un credo recitato» o «un miserere», secondo le espressioni utilizzate dai testimoni), distinti in un primo scuotimento e una immediata replica definita «laterale».

L’area dei massimi effetti risultò localizzata nell’alta valle dell’Ofanto; le distruzioni gravi e diffuse si estesero a nord fino all’alta valle del fiume Ufita e a sud fino all’alta valle del Sele e alle propaggini settentrionali dei Monti della Maddalena. Furono quasi completamente distrutti 14 paesi: Atella, Bella, Cairano, Calitri, Carife, Castelgrande, Guardia Lombardi, Muro Lucano, Pescopagano, Rapone, Ruvo del Monte, Sant’Andrea di Conza, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora. In queste località quasi tutti gli edifici crollarono, compresi numerosi palazzi pubblici, chiese e monasteri; le abitazioni e gli edifici rimasti in piedi risultarono quasi tutti inagibili; molte centinaia di persone rimasero uccise sotto le macerie (per la descrizione dettagliata degli effetti in tutte le località interessate da questo terremoto, si veda la scheda relativa di CFTI4).

Distruzioni estese a circa la metà dell’abitato furono riscontrate in altri 18 paesi della dorsale appenninica irpino-lucana, fra cui: Caposele, Balvano, Bisaccia, Conza della Campania, Lioni, Santomenna, Tito.

Distribuzione degli effetti del terremoto dell’8 settembre 1694 secondo Guidoboni et al. (2007) [fonte: CPTI15-DBMI15] http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/.

Distribuzione degli effetti del terremoto dell’8 settembre 1694 secondo Guidoboni et al. (2007) [fonte: CPTI15-DBMI15, http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/].

In circa 80 località, tra cui Potenza, Melfi, Ariano Irpino, Nusco, alcuni centri del Materano e del Foggiano, ci furono danni gravi: i crolli totali furono generalmente più limitati, ma gran parte del patrimonio edilizio fu interessato da crolli parziali, diffusi dissesti strutturali e lesioni. A Potenza il terremoto causò il crollo totale o parziale di circa 300 case e le rimanenti riportarono lesioni di varia entità; danni rilevanti subì anche l’edilizia monumentale: furono danneggiati il castello e la cattedrale di S.Gerardo, crollarono la chiesa e il campanile della SS. Trinità, il palazzo vescovile e il seminario.

In oltre 90 centri abitati, fra cui le città di Avellino, Napoli e Salerno, furono rilevati crolli sporadici e lesioni diffuse. In particolare, a Napoli (già gravemente colpita qualche anno prima dal terremoto del 6 giugno 1688) ci furono danni, per lo più leggeri, in quasi tutte le abitazioni. Danni più gravi ed estesi interessarono invece l’edilizia monumentale ecclesiastica e civile. Nel Duomo si aprirono lesioni nella tribuna dell’altare maggiore, nella navata laterale destra e nella cappella del Tesoro di S.Gennaro, in particolare nella cupola affrescata da Domenichino e da Giovanni Lanfranco. Altre 30 chiese, numerosi monasteri e conventi subirono dissesti di varia entità. Fu notevolmente danneggiato il Castel Nuovo (o Maschio Angioino); a Castel Capuano, sede dei Tribunali, si allargarono lesioni preesistenti nel campanile e nel tetto dell’archivio, che fu reso pericolante; nel Regio Arsenale risultarono danneggiati alcuni archi e pilastri. Tra le dimore nobiliari subirono danni notevoli i palazzi dei duchi Carafa di Maddaloni, Carafa d’Andria e Pignatelli di Monteleone.

Conza della Campania dopo il terremoto dell’8 settembre 1694 (incisione di Francesco Cassiano de Silva pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva (1703) di G.B. Pacichelli. Secondo le fonti coeve l’abitato era in pessime condizioni e semispopolato già prima della scossa distruttiva. Il paese ha abbandonato il suo sito antico dopo il terremoto del 1980.

Conza della Campania dopo il terremoto dell’8 settembre 1694 (incisione di Francesco Cassiano de Silva pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva (1703) di G.B. Pacichelli. Secondo le fonti coeve l’abitato era in pessime condizioni e semispopolato già prima della scossa distruttiva. Il paese ha abbandonato il suo sito antico dopo il terremoto del 1980.

Danni leggeri furono rilevati a Bari, Benevento, Foggia e in altre 30 località circa. Il terremoto fu sentito fino alle Marche, verso nord, e a Messina, in direzione sud. La scossa distruttiva fu seguita da molte repliche, che proseguirono fino ai primi mesi del 1695; tuttavia, dopo il mese di settembre 1694 non furono rilevati altri danni. Nell’area dei massimi effetti si attivarono frane e si aprirono spaccature nel terreno. A Bisaccia si riattivarono o accentuarono estesi movimenti franosi che resero instabili le fondazioni degli edifici e causarono l’apertura di spaccature nel suolo, aggravando notevolmente i danni subiti dai fabbricati. A Calitri e a Colliano i danni sismici furono peggiorati da frane di massi rocciosi che precipitarono sulle abitazioni sottostanti. Nelle vicinanze di Teora e Tito si aprirono grandi spaccature nel suolo; fenditure di dimensioni minori, con fuoriuscita di gas, furono rilevate a Ricigliano e Tricarico.

L’impatto antropico

Le vittime furono alcune migliaia: dalla relazione anonima pubblicata a Napoli il 15 ottobre 1694 si desume una cifra complessiva di 4820 morti. Va però rilevato che laddove è stato possibile verificare su testimonianze dirette le cifre riportate da tale fonte, esse si sono rivelate sovrastimate. Ad esempio a Calitri, dove secondo la relazione ci furono 700 morti, il parroco annotò nel registro dei morti della parrocchia 311 nomi; analogamente, nei registri parrocchiali di Tito è riportata la cifra di circa 70 morti, mentre la relazione ne indica 100; a Sant’Angelo dei Lombardi un notaio, in una nota in calce al registro degli atti del 1694, ricorda 206 persone morte invece delle 700 riportate dalla relazione.

Nota de morti per causa del terremoto sortito ad otto settembre 1694 ad hore 18 trascritta nel registro dei morti conservato nell’Archivio Parrocchiale di S.Canio di Calitri.

Nota de morti per causa del terremoto sortito ad otto settembre 1694 ad hore 18 trascritta nel registro dei morti conservato nell’Archivio Parrocchiale di S.Canio di Calitri.

In tutti i paesi devastati la popolazione superstite si rifugiò nelle campagne alloggiando in capanne, pagliai o in grotte (come a Calitri) in condizioni di grande disagio; in alcune località ci furono gravi problemi anche per il reperimento dei viveri. I provvedimenti attuati da parte dell’amministrazione spagnola ricalcarono lo schema consueto ai governi di ancien régime: intervento diretto per la riparazione e la ricostruzione degli edifici di proprietà pubblica ed esenzioni fiscali a favore delle popolazioni colpite per agevolare il processo di ricostruzione e ripristino dell’edilizia abitativa privata. In questo caso, tuttavia, mancano dati certi sulla durata delle esenzioni concesse.

Il processo di ricostruzione è documentato con qualche precisione solo per quanto riguarda l’edilizia ecclesiastica. Come sopra accennato, le informazioni relative sono contenute nelle relationes ad limina prodotte dai vescovi delle diocesi interessate dal terremoto, in particolare quelle di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia, Trevico, Ascoli Satriano, Potenza, Campagna e Venosa. Pur tra molte difficoltà, gli edifici religiosi furono generalmente ricostruiti in economia entro alcuni anni dal terremoto, spesso con il determinante contributo in lavoro delle popolazioni locali. Intoppi maggiori si rilevano dalle relazioni inviate dai vescovi delle diocesi riunite di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia. A causa dell’estrema indigenza della diocesi, a Sant’Angelo dei Lombardi la ricostruzione della cattedrale si prolungò per circa mezzo secolo. Ebbe inizio nel 1697 grazie agli aiuti economici del papa Innocenzo XII, delle famiglie benestanti che vi possedevano altari o cappelle e della popolazione, peraltro impossibilitata a contribuire in maniera adeguata. Nel 1704 terminarono i primi lavori di ripristino della chiesa, ma non era ancora iniziata la ricostruzione del campanile, il cui onere era direttamente a carico della comunità locale. Da una successiva relazione del 1723, emerge poi che la cattedrale era stata ricostruita «senza simmetria e struttura» e che a causa dell’esaurimento dei fondi era rimasta incompiuta. Pertanto, nel 1729, si decise di procedere alla demolizione dell’edificio e se ne intraprese la ricostruzione totale, che era quasi ultimata nel 1738.

Veduta di Bisaccia (AV) oggi (foto di Marco Santoro: http://www.panoramio.com/photo/5034586). In questo paese dell’avellinese i lavori di ricostruzione furono ostacolati dall’estrema instabilità dei terreni di fondazione; le frane che minacciavano l’intera area su cui era edificato il paese, resero vana ogni ricerca di un’area sicura per ricostruire la cattedrale e si decise perciò di riedificarla nel sito originario. I lavori di ricostruzione furono completati entro il 1710.

Veduta di Bisaccia (AV) oggi (foto di Marco Santoro: http://www.panoramio.com/photo/5034586). In questo paese dell’avellinese i lavori di ricostruzione furono ostacolati dall’estrema instabilità dei terreni di fondazione; le frane che minacciavano l’intera area su cui era edificato il paese, resero vana ogni ricerca di un’area sicura per ricostruire la cattedrale e si decise perciò di riedificarla nel sito originario. I lavori di ricostruzione furono completati entro il 1710.

a cura di Dante Mariotti  (INGV, Sezione di Bologna)


Bibliografia

Baratta M. (1901), I terremoti d’Italia. Saggio di storia, geografia e bibliografia sismica italiana, Torino.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G. (2007), CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500), INGV-SGA. http://storing.ingv.it/cfti4med/

Pacichelli G.B. (1695), Tremuoto di Napoli, e del Regno a puntino spiegato (Al signor abate Francesco Battistini maestro di camera dell’eminentiss. Negrone, Roma), in Lettere familiari, istoriche, & erudite, tratte dalle memorie recondite dell’abate D. Gio. Battista Pacichelli in occasione de’ suoi studj, viaggi, e ministeri, ed. D.A. Parrino, vol. 2, pp. 353-363, Napoli.

Per un elenco completo delle fonti storiche utilizzate dallo studio di Guidoboni et al (2007) si rimanda al sito: http://storing.ingv.it/cfti4med/quakes/01166.html


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La GEOLOGIA dei terremoti: Il terremoto della Val d’Agri del 16 dicembre 1857, storia e geologia si interrogano per comprendere un grande terremoto di epoca pre-strumentale

Nonostante l’enorme vulnerabilità del patrimonio edilizio delle zone che ha colpito, quello del 16 dicembre 1857 fu certamente un terremoto molto forte. A questo terremoto e alla figura di Robert Mallet, l’ingegnere-sismologo irlandese che ne fece un formidabile oggetto di studio, è stato dedicato l’articolo “I terremoti nella Storia: il terremoto del 16 dicembre 1857 in Basilicata…”, pubblicato il 16 dicembre scorso. Oggi il terremoto è ben compreso dal punto di vista geodinamico, essendo stato riconosciuto come causato da una delle numerose grandi faglie estensionali che interessano la dorsale appenninica dalla Toscana alla Calabria: ma quale fu esattamente la sua magnitudo? Quanto era lunga la faglia responsabile del terremoto? Quanto è durato lo scuotimento?

E’ noto che la magnitudo non è l’unico parametro sismologico che influenza la severità di un terremoto, così come non tutti i terreni di fondazione rispondono nello stesso modo alla sollecitazione sismica e non tutti gli edifici si danneggiano con le stesse modalità a parità di scuotimento. Capire a fondo tutte queste circostanze è cruciale per stimare lo scuotimento atteso in ogni singola porzione del territorio e per progettare edifici in grado di resistergli. Ma come si è ripetuto tante volte su queste pagine, disponiamo di dati di dettaglio solo per i forti terremoti degli ultimi 20-30 anni, un intervallo che rappresenta una frazione minima della plurisecolare storia sismica italiana.

Il terremoto del 1857 causò danni notevoli in un’area eccezionalmente grande: la regione caratterizzata da intensità macrosismiche (MCS) pari al X grado o superiore si estende per circa 900 km2 . La maggior concentrazione dei danni fu riscontrata nell’Alta Val d’Agri a monte della diga del Pertusillo, ma intensità di IX e X grado MCS furono registrate in una regione estesa della parte settentrionale del Vallo di Diano fino al bacino di Sant’Arcangelo.

Intensità macrosismiche del terremoto del 16 dicembre 1857 (scala MCS) riprese dal Catalogo CPTI11 (Rovoda et al., 2011) e basate su di uno studio nel Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (Guidoboni et al., 2007). La mappa è centrata sull'alta Val d'Agri e non comprende le zone periferiche del campo macrosismico. In nero è rappresentata la proiezione in superficie delle sorgenti sismogenetiche Melandro-Pergola (a nordovest) e Val d’Agri (a sud-est) del database DISS (link http://diss.rm.ingv.it/diss/). La zona che ha subito intensità di X grado o superiori è definita dalla linea blu a tratteggio. Il rettangolo nero tratteggiato è la sorgente macrosismica derivata dalle analisi automatiche dei dati di intensità (Gasperini et al., 1999). Le stelle rosse con i numeri 1 e 2 indicano rispettivamente l’epicentro proposto da Mallet e quello ottenuto dalle analisi automatiche (Gasperini et al., 1999). La linea bianca/blu mostra il percorso seguito da Mallet nel Vallo di Diano e nell’Alta Val d’Agri (tratto da Ferrari, 2004-2009, vedi anche

Figura 1 – Intensità macrosismiche del terremoto del 16 dicembre 1857 (scala MCS) riprese dal Catalogo CPTI11 (Rovida et al., 2011) e basate su di uno studio nel Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (Guidoboni et al., 2007). La mappa è centrata sull’alta Val d’Agri e non comprende le zone periferiche del campo macrosismico. In nero è rappresentata la proiezione in superficie delle sorgenti sismogenetiche Melandro-Pergola (a nord-ovest) e Agri Valley (a sud-est) del database DISS . La zona che ha subito intensità di X grado o superiori è definita dalla linea blu a tratteggio. Il rettangolo nero tratteggiato è la sorgente macrosismica derivata dalle analisi automatiche dei dati di intensità (Gasperini et al., 1999). Le stelle rosse con i numeri 1 e 2 indicano rispettivamente l’epicentro proposto da Mallet e quello ottenuto dalle analisi automatiche (Gasperini et al., 1999). La linea bianca mostra il percorso seguito da Mallet nel Vallo di Diano e nell’Alta Val d’Agri (tratto da Ferrari, 2004-2009, vedi anche “Il terremoto del 16 dicembre 1857“).

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Un terremoto “sospetto”: 28 dicembre 2014 in Val d’Agri (M3.2)

Il 28 Dicembre 2014 alle 07:08 (ora italiana) un terremoto di magnitudo locale 3.2 è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale (RSN) dell’INGV nell’Appennino Lucano, e più precisamente nel settore meridionale della Val d’Agri, a una profondità di circa 16 km.

Sismogramma del terremoto in Val d'Agri registato alla stazione sismica di Monticello (MCEL) a circa 30 km dall'epicentro. Sono graficate le tre componenti del moto del suolo (verticale, nord-sud, est-ovest)

Sismogramma del terremoto in Val d’Agri registrato alla stazione sismica di Monticello (MCEL) a circa 17 km dall’epicentro. Nel grafico, le tre componenti del moto del suolo: verticale, nord-sud, est-ovest.

L’ipocentro del terremoto, che è stato risentito leggermente fino a distanze epicentrali di 20 km, ricade in una regione che negli anni recenti è stata più volte interessata da sciami sismici di bassa magnitudo e che ha precedenti storici importanti, come quello del terremoto del 1857. La sismicità recente di bassa energia è in parte riconducibile ad attività antropiche (Rapporto ISPRA, 2014). Per questo motivo, nell’ambito delle attività che l’INGV svolge nel campo dello studio della sismicità naturale ed indotta della Val d’Agri è stata eseguita un’analisi di dettaglio del terremoto del 28 dicembre. Questa analisi si basa sull’integrazione dei dati registrati dalla RSN con quelli della rete locale dell’ENI per il monitoraggio dalla concessione di coltivazione di idrocarburi della Val d’Agri. L’analisi da noi effettuata, descritta nel seguito, fa propendere decisamente per un terremoto “naturale”, portando ragionevolmente a escludere che sia stato innescato da attività antropiche.

Inquadramento sismo-tettonico della Val d’Agri Leggi il resto di questa voce

I terremoti nella STORIA: il terremoto del 16 dicembre 1857 in Basilicata, uno dei più distruttivi della storia sismica italiana

Questo terremoto riveste una particolare importanza almeno per tre aspetti: è uno dei più distruttivi della storia sismica italiana degli ultimi 25 secoli, è il primo al mondo documentato fotograficamente, è il primo per cui la scienza dei terremoti è definita come sismologia.

Veduta da ovest della parte alta di Polla distrutta dal terremoto del 16 dicembre 1857 (da Mallet, 1862).

Veduta da ovest della parte alta di Polla distrutta dal terremoto del 16 dicembre 1857 (da Mallet, 1862).

Il 16 dicembre 1857, alle ore 20:15, 20:18 e 21:15 (del tempo medio di Greenwich – GMT) tre violentissime scosse di terremoto devastarono una vasta area della Basilicata e una parte della Campania: in particolare furono colpite l’attuale provincia di Potenza e la zona centro-orientale di quella di Salerno. I danni più gravi furono risentiti nelle zone montuose, in particolare nell’alta Val d’Agri. Più di 180 località, comprese in un’area di oltre 20.000 km2, subirono danni gravissimi al patrimonio edilizio, tanto da rendere inagibili gran parte delle case. Entro quest’area, più di 30 centri subirono danni disastrosi: interi paesi e villaggi sparsi su una superficie di 3.150 km2 furono rasi al suolo.

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I terremoti nella STORIA: 1561, un’estate di forti terremoti tra Napoli e Potenza

Il Vallo di Diano è un’ampia vallata che si apre nella Campania sud-orientale (provincia di Salerno) a ridosso del confine con la Basilicata, tra l’Appennino lucano a est, e i Monti Alburni e il Cilento a ovest.

Una veduta panoramica del Vallo di Diano ripresa da sud; in primo piano il borgo di Teggiano (SA) [foto di Enzo d’Elia]

Una veduta panoramica del Vallo di Diano ripresa da sud; in primo piano il borgo di Teggiano (SA) [foto di Enzo d’Elia].

Da un punto di vista sismico questa zona si trova tra due aree ad elevata sismicità, sede di forti terremoti con magnitudo Mattorno a 7.0: a N-NW l’Irpinia, area epicentrale di grandi eventi come quelli dell’8 settembre 1694 (M6.8) e del 23 novembre 1980 (M6.9); a E-SE la Val d’Agri, sede del violento terremoto del 16 dicembre 1857 (M7.0; CPTI11, Rovida et al. 2011). Il Vallo di Diano, invece, storicamente presenta una sismicità relativamente scarsa e poco conosciuta con una sola, notevole eccezione: il grande terremoto dell’estate del 1561.

storicablog

I terremoti storici dal Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI11).

Quella del luglio-agosto 1561 è una serie complessa di eventi sismici con almeno un paio di grandi scosse che causarono estese distruzioni e danni gravissimi in alcuni centri tra Irpinia, Salernitano, Potentino e il Vallo stesso.

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