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Rubrica di approfondimento sugli aspetto psicosociali dei terremoti.

A proposito di rumors: cosa sono, come nascono, perché ci crediamo, come si diffondono, come combatterli

Nel primo post della rubrica Terremoti e Società dedicato alle “Post verità, rumor e terremoti”, abbiamo introdotto il tema dell’influenza che le false notizie hanno sulla comunicazione. In questo articolo ritorniamo sull’argomento dei rumors, delle voci, delle false notizie, delle dicerie con l’intento di comprendere i meccanismi di funzionamento e l’influenza che queste hanno sulle persone, su di noi.

Il filo conduttore, del nostro viaggio nel mondo dei rumors ci consentirà di rispondere ad alcune domande: cosa sono, come nascono, perché ci crediamo, come si diffondono, infine introdurremo alcune strategie per combattere i rumors sul terremoto.

Cosa sono i rumors

Il termine “Rumors” non ha un sostanziale corrispondente nella lingua italiana, a meno che non si faccia ricorso a una serie di sinonimi, tanto suggestivi quanto imperfetti: dicerie, leggende metropolitane, chiacchiere, indiscrezioni. Nessuna di queste espressioni, infatti, restituisce a tutto tondo il significato all’originale rumour, che deriva dal latino rumor (pl. rumores),  cioè voce (voci) ormai internazionalizzata in rumour (col plurale anglosassone rumours).

La storia dei rumors è antica come la storia dell’uomo. Da sempre, fin nella remota antichità, le voci, i pettegolezzi, le dicerie, le bufale, venivano messe in circolazione – in buona o in cattiva fede – per influenzare le vicende umane. Gli antichi romani avevano una divinità dedicata ai rumors: la dea Fama. La dea era rappresentata come una donna sempre in moto, gridava continuamente diffondendo notizie buone e cattive, era figurata giovane e irruente con ali cosparse di occhi, di bocche e di lingue, in atto di suonare una tromba, oppure due, una per la verità, l’altra per la menzogna. Questo mostro alato rappresentava allegoricamente le dicerie che nascono, si diffondono, acquistano credibilità, non fanno distinzione tra vero e falso, amplificano e distorcono a piacimento i fatti.

Dea Fama
Fama (deriva dal latino fari che significa parlare) era una divinità allegorica, personificazione della voce pubblica nella mitologia romana. Della sua personificazione ne parla Virgilio immaginandola creata dalla Terra dopo Ceo ed Encelado. La locuzione latina Fama volat, tradotta letteralmente, significa la fama [la notizia] vola (Virgilio, Eneide, III, 121).

Gli psicologi Nicholas Di Fonzo e Prashant Bordia, nel saggio intitolato Rumor Psychology: Social and Organizational Approaches, definiscono i rumors notizie non verificate che nascono in contesti di incertezza, pericolo o potenziale minaccia e che hanno la funzione di aiutare le persone a dare un senso alle cose, a gestire il rischio. I rumors, hanno delle caratteristiche precise: non sono verificati, servono a dare senso ad un qualunque vissuto, nascono in contesti specifici e si muovono all’interno di una comunità di persone. In termini di sociologia della comunicazione, la creazione, la diffusione e il seguito, che hanno le voci, sono processi di significazione della realtà umana e come tali non si possono eliminare. Si pensi alla ricerca spasmodica di notizie durante un grande evento in tempo reale, come un terremoto o un attacco terroristico. Le notizie, per loro natura, non possono essere certe, essendo riferite a momenti di grande concitazione e confusione; eppure le persone vogliono sapere. Non la verità, ma qualunque cosa provenga dal luogo in cui sta accadendo la situazione.

Alla genesi del rumor e al suo dinamismo contribuiscono il grado di probabilità che assegniamo a certi eventi, i nostri stereotipi mentali e le nostre convinzioni, il nostro stato d’animo e la nostra immaginazione, il gruppo di riferimento o il contesto.

Perché ci crediamo

Jean-Noël Kapferer, nel saggio Rumeurs. Le plus vieux média du monde (1987), sostiene che quali che siano gli ambiti delle nostra vita sociale il rumor è dappertutto. Si pensi ai rumors, spesso smentiti, di imminenti crack finanziari capaci di far crollare le borse; oppure di acquisizioni e joint-venture, in grado, al contrario, di far innalzare i titoli. Si pensi a quelli, ancor più planetari e tragici, sulla fine del mondo, su catastrofi naturali, su intere città rase al suolo dal terremoto.

Ricorderete la previsione del terremoto che – stando alla voce che circolava – avrebbe dovuto cancellare Roma dalla carta geografica l’11 maggio 2011. A nulla sono valse le ennesime smentite dei sismologi accompagnate dalla spiegazione che “prevedere i terremoti, allo stato attuale, è impossibile”. La capitale si è letteralmente svuotata in vista del sisma. In particolare il quartiere Esquilino, la “Chinatown romana”, ha assunto un aspetto inquietante: serrande abbassate e negozianti in fuga dalla città.

I rumors sulla previsione del terremoto che l’11 maggio 2011 avrebbe dovuto colpire Roma.

Non è un caso: fra le informazioni in grado di generare un rumor si trova principalmente tutto ciò che disturba l’ordine delle cose e provoca una reazione, vale a dire notizie che presentano un interesse pragmatico diretto come avvisaglie di pericolo, questioni morali, mutamenti di ordine sociale, cambiamenti dell’ambiente naturale.

Kapferer nel saggio sostiene che affinché la notizia possa dar luogo a quella dinamica di ripetizione-discussione, tipica del rumor, è necessario che l’informazione sia attesa o temuta, che risponda cioè alle speranze e alle paure, più o meno consapevoli, degli individui. Occorre inoltre che sia inaspettata e che abbia conseguenze immediate e importanti per il gruppo. Secondo l’autore sono tre gli elementi necessari e sufficienti a definire un rumor: la fonte (non ufficiale), il processo (diffusione a catena) e il contenuto (si tratta di una notizia che verte su un fatto di attualità).

Da ciò si comprende come l’ambito di studio del rumor è interdisciplinare: siamo all’intersezione della sociologia, della psicologia e delle dottrine dei processi comunicativi.

I primi studi sistematici condotti in maniera specifica sui rumors sono di taglio psicologico, americani, e risalgono alla Seconda Guerra Mondiale: gli effetti negativi sul morale di truppe e popolazione prodotti dal susseguirsi di voci e dicerie sullo stato del conflitto, indussero numerosi ricercatori a interessarsi al fenomeno. È a due psicologi sociali Allport e Postman (1947) che si deve il principale modello teorico di riferimento in tal senso. Secondo gli autori, il rumor è una proposizione legata ai fatti del giorno, non verificata ma destinata ad essere creduta, che si propaga da individuo a individuo e si trasmette in genere attraverso il passaparola. Esiste una logica ben precisa che governa i meccanismi di formazione e trasmissione dei rumors: essa risponde ai processi cognitivi di elaborazione dell’informazione (riduzione: gli effetti dell’oblio e della memoria selettiva semplificano il messaggio; accentuazione: gli individui ricordano in maniera distinta solo certi particolari, valorizzandoli, oppure aggiungono dettagli e spiegazioni al racconto al fine di rafforzarne la coerenza o l’impatto; assimilazione: gli individui si appropriano del messaggio in funzione di valori, convinzioni o emozioni preesistenti).

Così, per Allport e Postman, il rumor è, di fatto, una forma di comunicazione non rigidamente vincolata ai criteri oggettivi della verità perché è espressione della naturale tendenza degli individui a livellare, affinare e assimilare il messaggio e i suoi contenuti al contesto personale e culturale.

Come nascono i rumors?

Le origini dei rumors come mezzi di comunicazione si possono far risalire alla fase che l’antropologo Walter Jackson Ong definisce dell’“oralità primaria”, quella che precede la scrittura e in cui il pensiero e l’espressione tendono ad essere strutturati per favorire una facile memorizzazione della parola. La voce che corre “rientra in quei canali naturali di comunicazione in microgruppi” che appartengono alla forma più elementare di trasmissione delle informazioni, quella personale e diretta che interviene tra individui faccia a faccia. Prima che esistesse la scrittura, infatti, il passaparola era l’unico canale di trasmissione delle informazioni all’interno delle società.  La voce, in questo caso, sia in senso astratto che figurato, veicolava le notizie, faceva e disfaceva le reputazioni, degenerava in sommosse o conflitti. Ma il rumor è anche (e soprattutto) il frutto di un processo cognitivo di elaborazione dell’informazione. I rumors nascono spesso proprio da un errore nell’interpretazione di un messaggio; il malinteso va fatto risalire a una “testimonianza di testimonianza” e alla differenza fra il messaggio che è stato emesso e quello che è stato decodificato.

Va detto, però, che i rumors non possono essere considerati esclusivamente come il risultato di una informazione distorta, di una comunicazione “difettosa”. Le persone, in situazioni ambigue o in contesti caratterizzati dall’incertezza, tendono a comportarsi come pragmatici problem-solvers: mettono in comune risorse intellettuali – che includono dati precisi, congetture, convinzioni, opinioni correnti – da ogni fonte disponibile, per dare senso a ciò che accade. Così, ogni volta che il pubblico vorrebbe comprendere ma non riceve risposte, nasce un rumor.

Come si diffondono?

In origine i rumors si diffondevano a voce da persona a persona, con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa e soprattutto di internet, la diffusione si è velocizzata. Il web, per mezzo dei blog forum e siti di informazione, è quindi un efficace veicolo per la loro disseminazione. La rilevanza e la pervasività sociale del fenomeno si sono accentuate in maniera significativa proprio negli ultimi vent’anni, parallelamente alla rivoluzione tecnologica dell’era digitale, alla globalizzazione dei mercati e dell’informazione, oltre che all’internazionalizzazione delle culture, delle “conversazioni”, della paura e persino del terrore.

Gioacchino Belli … un veggente? NO… È solo un rumor… Questa poesia è stata scritta ai giorni nostri da un poeta metropolitano che per avere più risonanza ha avuto l’idea di attribuirla a Giuseppe Gioacchino Belli.

Come contrastare i rumors?

Combattere i rumors non è impresa da poco. Generalmente ci si limita a poche e semplici raccomandazioni da dispensare ad un pubblico generico, quali:

  • verificare le fonti da cui provengono le notizie;
  • non prendere per buone le informazioni che ci vengono sia da media tradizionali sia da new media;
  • non considerare autorevole a priori nessuna fonte;
  • aumentare la cultura scientifica di base;
  • mantenere sempre un sano scetticismo e sviluppare il senso critico.

A questo proposito persiste un ampio dibatto, sugli elementi da considerare per “contrastare la diffusione dei rumors e sicuramente la verifica dell’attendibilità della fonte è il primo passo per contrastare la diffusione delle false notizie.

Silverman, un giornalista esperto di meccanismi dell’informazione online e in particolare di disinformazione nelle testate giornalistiche online, ha condotto una ricerca presso The Tow Center at Columbia University Graduate School of Journalism, che si concentra su come le informazioni non verificate e le voci vengono riportati dai media, con l’obiettivo di sviluppare le migliori pratiche per sfatare la disinformazione. Nel rapporto conclusivo (Lies, damn lies and viral content) Silverman sintetizza il processo attraverso il quale i giornali contribuiscono alla diffusione di false notizie.

«È un circolo vizioso eppure ben noto: una storia si fa spazio sui social media o in altri luoghi della rete. Uno o più siti di news scelgono di riprenderla. Alcuni usano titoli che la dichiarano vera per incoraggiare le condivisioni e i clic, mentre altri utilizzano formule difensive come «a quanto pare». Una volta che la stampa le ha attribuito il suo sigillo di credibilità, la storia è quindi pronta per essere ripresa e replicata da altri siti di news, che citeranno i primi siti come fonte. Alla fine, la sua fonte originaria sarà oscurata da una massa di articoli che si linkano tra loro, pochi (se non nessuno) dei quali aggiungeranno maggiori contenuti o un qualche tipo di contestualizzazione a beneficio del lettore. Nel giro di qualche minuto o di qualche ora, una storia può così trasformarsi da singolo tweet o racconto infondato a notizia ripetuta da dozzine di siti di news, che genera decine di migliaia di condivisioni. E una volta raggiunta una certa massa critica, la sua ripetizione comincia a esercitare un effetto significativo sulla persuasione: agli occhi dei lettori, il rumor diventa attendibile semplicemente in virtù della sua ubiquità.

Il fatto di essere dappertutto rende credibile la notizia agli occhi di un lettore non abituato a mettere in discussione ciò che legge. Il risultato di ciò, dice Silverman, è che i media tradizionali sono parte del problema della disinformazione rispetto ad esserne una efficace soluzione.

L’autore conclude dicendo che proprio i giornali e anche le testate tradizionali hanno un grosso ruolo nella diffusione delle notizie false in rete, ed è convinto che ci sono dei modi e delle pratiche del giornalismo di sempre e di quello digitale che invece potrebbero essere applicate per fornire un servizio di informazione più affidabile senza perdere in traffico o lettori.

Riteniamo che per combattere i rumors si dovrebbe andare in due direzioni: da una parte promuovere un giornalismo scientifico di qualità, fatto da giornalisti preparati in diversi ambiti disciplinari; dall’altro coinvolgere maggiormente chi fa scienza a formarsi ed impegnarsi nell’ambito della comunicazione e della divulgazione scientifica.

Open day all’INGV dell’11 Maggio.

Contrastare i rumors sui terremoti

L’occorrenza di un forte terremoto genera una sensibilizzazione sociale al tema del rischio, che si esprime anche in forma di richiesta di informazione e di conoscenza. Questo bisogno di informazione è particolarmente sentito in occasione di sequenze sismiche di lunga durata e con un certo livello di complessità. L’informazione, in tutti i sui aspetti, influisce in modo rilevante sulla capacità delle singole persone e delle comunità coinvolte nell’affrontare la situazione di emergenza.

Per questa ragione, così come avvenuto in occasione della sequenza sismica aquilana nel 2009, a seguito degli eventi di maggio 2012 in Pianura Padana è stata realizzata una lunga e complessa iniziativa formativa e informativa, che in varie fasi, fra il maggio e settembre 2012, ha coinvolto la popolazione.

Terremoto parliamone insieme – Terremoti della Pianura Padana del 2012.

Questa esperienza, denominata “Terremoto: parliamone insieme” che ha assunto una valenza prevalentemente di sostegno psicosociale, si è rivelata particolarmente importante sia per la complessità della sequenza in atto che ha messo in allarme una vasta area, densamente abitata, sia per la circolazione ‘virale’ di leggende metropolitane, dicerie, rumors e false notizie che hanno messo a dura prova la capacità delle persone coinvolte di affrontare in modo adeguato l’emergenza e ostacolato un buona gestione delle problematiche organizzative e sociali.

Con l’intento di contrastare le voci e rumors durante l’emergenza sismica, abbiamo condotto una vera e propria campagna di raccolta e classificazione dei rumors utilizzando i siti web istituzionali. Partendo dagli studi di Alport e Postman abbiamo stilato una classifica dei rumors più forti, in circolazione e li abbiamo “confutati” durante gli incontri rivolti alla popolazione colpita. La sensibilizzazione e l’educazione della popolazione in questo senso ha favorito l’abbassamento del livello d’ansia e le possibili tensioni sociali e tra le istituzioni.

A questo punto, se questo argomento vi ha appassionato, vi anticipiamo che nei prossimi post della rubrica Terremoti e Società presenteremo nel dettaglio gli esiti della Raccolta dei rumors, la classifica dei rumors più forti circolati durante il terremoto della Pianura Padana e come li abbiamo “combattuti” .…ma questa è un’altra storia…

A cura di Federica La Longa (INGV – Roma1).


Riferimenti bibliografici

Crescimbene, M., La Longa, F., Lanza, T., (2012) The science of rumors. Annals of Geophisics, 55, 3, 2012, pp 421-424.

DiFonzo, P. Bordia, (2007). Rumor psychology: Social and organizational approaches. Washington, DC: American Psychological Association.

La Longa, M. Crescimbene, R. Camassi (2014)- Il contrasto di voci e dicerie sui terremoti del 20 e 29 Maggio 2012 in Pianura Padana – Atti del 33° Convegno del Gruppo Nazionale di Geofisica della Terra Solida (GNGTS) Bologna 25-27 Novembre 2014 vol 2, pp 401-409 ISBN 978-88-940442-2-5. 

N. Kapferer (2012), Rumors. I più antichi media del mondo. Traduzione e cura di L. Minestroni. Armando Editore.

Silverman- (2015) Lies, damn lies and viral content. How news websites spread (and debunk) online rumors, unverified claims, and misinformation Tow Center for Digital Journalism A Tow/Knight Report 2015.

Link utili

Post verità, rumors e terremoti

https://ingvterremoti.wordpress.com/2012/06/20/terremoto-in-pianura-padana-emiliana-attivita-di-informazione-alla-popolazione/

Terremoto parliamone insieme – Terremoti della Pianura Padana del 2012

Open day all’INGV dell’11 Maggio 2012


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Il rischio e la sua percezione

Sempre più spesso, oggigiorno, sentiamo parlare di percezione del rischio di “qualcosa”: criminalità, malattie, terrorismo, economico, etc. Ma cosa s’intende esattamente con il termine “percezione”? Quali sono i principali approcci scientifici allo studio della percezione? E inoltre, cosa intendono i sismologi con il termine rischio sismico e perché questo termine è spesso confuso o considerato sinonimo di pericolosità e pericolo? Introdurremo, infine, lo studio sulla percezione del rischio sismico in Italia realizzato dall’INGV in questi ultimi anni, i cui risultati saranno oggetto di successivi articoli di questa rubrica.

La percezione

Contrariamente a quanto siamo abituati a pensare, la nostra percezione del mondo non è un dato “oggettivo”, al contrario la percezione è fortemente influenzata – a volte addirittura distorta – dalla nostra mente e dalla rappresentazione che abbiamo del mondo. Gli esempi classici riguardano la percezione visiva. Immagini come quelle riportate di seguito (Figura 1) dimostrano chiaramente come il nostro modo di vedere è guidato oltre che dal senso della vista (in questo caso) anche dal nostro cervello che elabora le informazioni sensoriali secondo il contesto, la luce, il colore, le esperienze pregresse.

Figura 1 – A sinistra: variazione di percezione della lunghezza di un segmento in base alla variazione del contesto. A destra: il triangolo bianco viene percepito anche se in realtà non è disegnato.

Questo stesso modello percettivo – cioè guidato dalla nostra mente – influenza la nostra percezione ad un livello cognitivo complesso. In un famoso esperimento Loftus e Palmer (1974) sottoposero alcuni gruppi di soggetti alla visione di un filmato di due auto che si scontravano (vedi filmato). Subito dopo la visione del filmato lo sperimentatore formulava ai soggetti la seguente domanda, nella quale utilizzava un termine diverso: “A quale velocità andavano le due auto quando si sono fracassate/scontrate/colpite/urtate/toccate?” I due autori si accorsero che le risposte dei soggetti variavano sulla base del termine che era stato utilizzato nel porre la domanda, e che si ottenevano stime della velocità delle auto molto diverse. Nella tabella seguente (Tabella 1) sono riportati i risultati dell’esperimento, con una valutazione della velocità media delle risposte dei soggetti che varia da 31,8 Km/h se nella domanda si usa il termine “toccate” a 40,8 quando si usa il termine “fracassate”.

Termine usato nella domanda Velocità stimata
Fracassate (Smashed) 40,8
Scontrate (Collided) 39,3
Colpite (Bumped) 38,1
Urtate (Hit) 34,0
Toccate (Contacted) 31,8

Tabella 1 – Percezione della velocità delle auto nell’esperimento di Loftus e Palmer del 1974.

Ulteriori esempi di influenza sulla nostra percezione sono quelli conosciuti come teoria del contesto, che ha valso il premio Nobel per l’economia allo psicologo Daniel Kahneman nel 2002. Nel suo studio originale del 1981, condotto insieme a Amos Twesky, conosciuto come “Asian Desease Problem”, i due autori ponevano i seguenti quesiti a due gruppi di soggetti.

Gli USA si stanno preparando a fronteggiare l’insorgere di una malattia asiatica insolita, che dovrebbe colpire 600 persone. Per combattere la malattia sono stati proposti due programmi alternativi. Al primo gruppo di soggetti veniva chiesto di scegliere tra questi due possibili programmi.

  • Programma A: 200 persone saranno salvate.
  • Programma B: C’è una probabilità di 1/3 che 600 persone saranno salvate e una probabilità di 2/3 che nessuna persona sarà salvata.

In questo quadro decisionale il 72% dei partecipanti preferiva il programma A, mentre il restante 28% optava per il programma B. Ad un secondo gruppo di soggetti veniva chiesto di scegliere tra questi due possibili programmi.

  • Programma C: 400 persone moriranno.
  • Programma D: C’è una probabilità di 1/3 che nessuno muoia e una probabilità di 2/3 che moriranno 600 persone.

In questo secondo quadro decisionale, il 78% preferiva il programma D, mentre il restante 22% sceglieva il programma C.

I programmi A e C sono identici, così come i programmi B e D. La modifica del quadro decisionale tra i due gruppi di partecipanti ha prodotto un’inversione di preferenza: quando i programmi sono stati presentati in termini di vite salvate, i partecipanti hanno preferito il programma sicuro A (200 persone saranno salvate); quando i programmi sono stati presentati in termini di morti previste, i partecipanti hanno scelto la scommessa D (c’è la probabilità di 1/3 che nessuno muoia…).

Sulla base dei risultati ottenuti con questo tipo di esperimenti Tvesky e Kahneman hanno formulato la teoria del contesto (in inglese Frame Theory), che ritiene che le scelte siano effettuate dalle persone non sulla base di un effettivo calcolo delle probabilità, ma secondo il contesto in cui le scelte sono proposte. Gli autori hanno definito il primo un “contesto di guadagno” dove i soggetti manifestano una avversione al rischio (risk adversion); mentre il secondo è considerato un “contesto di perdite” dove le risposte da parte dei soggetti mostrano una tendenza alla ricerca del rischio (risk seeking). La teoria del prospetto ha integrato in una formulazione matematica gli aspetti più propriamente psicologici della valutazione individuale con il principio fondamentale della teoria dell’utilità attesa, secondo cui la scelta più razionale è quella che massimizza il prodotto del valore atteso di ogni evento per la sua probabilità.

In campo economico, prima delle ricerche di Tversky e Kahneman, si faceva esclusivo riferimento alla teoria della utilità attesa, che si basa sull’ipotesi che l’utilità di un agente, in condizioni di incertezza, possa essere calcolata come una media ponderata delle utilità in ogni stato possibile, utilizzando come pesi le probabilità del verificarsi dei singoli stati come stimate dall’agente (Von Neumann & Morgenstern, 1953).

Figura 2 – La funzione asimmetrica di valore di Kahneman e Tversky. Contrariamente alla tradizionale funzione di utilità, la funzione di valore viene definita rispetto alle variazioni della ricchezza. E’ più ripida rispetto alle perdite che rispetto ai guadagni, è concava nei guadagni e convessa nelle perdite. Questa proprietà della funzione di valore è alla base di numerose applicazioni pratiche, soprattutto a livello di marketing.

In conclusione, possiamo affermare che, questi studi hanno dimostrato in modo inequivocabile che la nostra mente influenza, completa, distorce, i dati che provengono dai nostri sensi e che questo stesso processo avviene non soltanto a livello sensoriale ma anche ad un livello cognitivo più complesso, influenzando fortemente il nostro modo di conoscere e organizzare il mondo intorno a noi. Studiare la percezione – soprattutto quando si tratta di percepire a livello cognitivo un fenomeno complesso come il rischio – è fondamentale per capire quali sono le variabili che lo influenzano. Per questo, conoscere meglio la percezione del rischio può fornire un contributo fondamentale per una progettazione efficace di interventi educativi e di comunicazione del rischio.

Il rischio sismico

Oltre a comprendere meglio cos’è il concetto di percezione occorre ora però definire cosa si intende quando si parla di rischio sismico. Fortunatamente in sismologia e ingegneria sismica c’è un buon accordo rispetto alla definizione di rischio sismico, mentre questo non è sempre vero per le scienze sociali ed economiche che a volte presentano delle definizioni di rischio anche molto diverse tra loro.

In sismologia il rischio è definito come il prodotto di tre fattori: pericolosità, valore esposto, vulnerabilità. Proviamo brevemente a vedere cosa indicano questi termini.

In sismologia si usa il termine pericolosità per esprimere la probabilità che, in una determinata area geografica, si verifichi un terremoto di una certa magnitudo (o con una accelerazione attesa al suolo) in un definito intervallo di tempo. Gli studi che riguardano la pericolosità trovano una sintesi scientifica, alla quale contribuisce tutta la comunità scientifica, nelle mappe di pericolosità, che esprimono le attuali conoscenze in termini di pericolosità sismica a lungo, medio e breve termine (https://ingvcps.wordpress.com/tag/centro-pericolosita-sismica).

Con valore esposto si intende indicare le persone, gli edifici e in generale tutto ciò (si tratta dei cosiddetti beni tangibili e intangibili presenti su un determinato territorio) che è presente in una determinata zona geografica e che potenzialmente potrebbe essere distrutto o danneggiato a causa del verificarsi di un terremoto (Primo Rapporto ANCE/CRESME – Lo stato del territorio italiano 2012).

Il termine vulnerabilità attiene agli studi, principalmente di ingegneria sismica, che definiscono in modo puntuale o per categorie la propensione di un edificio a subire un danno al verificarsi di un terremoto di una determinata magnitudo o in presenza di una determinata accelerazione al suolo (http://www.reluis.it/).

Questi tre fattori, che insieme concorrono a definire il rischio sismico, oltre ad avere una precisa definizione, possono essere espressi in termini quantitativi ed effettuando la loro moltiplicazione si ottiene una quantificazione del rischio sismico. Ovviamente il rischio può essere espresso in diverse forme: per perdita di vite umane, per danneggiamento degli edifici, per danno economico (PIL), etc. e questo dipende dagli indicatori utilizzati e dal metodo e dalle procedure utilizzate per misurarli. In questo modo possono essere costruite delle vere e proprie mappe di rischio, che generalmente sono composte da diversi “strati di dati e di valori sovrapposti” che insieme concorrono ad esprimere in modo scientifico il rischio (GEM Integrated Risk Team).

 

La percezione del rischio sismico in Italia

In conclusione, possiamo ora provare a introdurre la nostra ricerca sulla percezione del rischio sismico in Italia, i cui risultati saranno trattati approfonditamente nei prossimi articoli di questa rubrica. La ricerca sulla percezione del rischio sismico è stata finanziata dal Dipartimento della Protezione Civile nell’ambito dei progetti di ricerca dalla Convenzione DPC-INGV C2012 e C2014 (vedi riferimenti in bibliografia) e aveva l’obiettivo di costruire un questionario e di raccogliere i dati sulla percezione del rischio sismico dei cittadini italiani. Durante lo svolgimento della ricerca (2012-2015) è emerso un secondo obiettivo, forse più ambizioso del precedente, rivolto a costruire un dialogo tra gli scienziati che si occupano di rischio sismico e i comuni cittadini, e per questo si è pensato di organizzare un vero e proprio osservatorio sulla percezione del rischio sismico in Italia. Un tassello fondamentale per la costruzione dell’osservatorio è il questionario sulla percezione del rischio (vedi riferimenti bibliografici), che è uno strumento in grado di raccogliere e quantificare la percezione del rischio dei cittadini per poterla confrontare con il rischio “reale”, così come è definito e quantificato in ambito scientifico.

All’indirizzo www.terremototest.it  trovate il questionario sulla percezione del rischio che è possibile compilare online. Vi invitiamo a farlo, per dare il vostro contributo alla raccolta dei dati sulla percezione del rischio sismico nel nostro Paese e per aiutarci ad indirizzare meglio i nostri sforzi per mitigarlo.

Come già accennato, nei successivi articoli della rubrica, vi illustreremo la nostra ricerca sulla percezione del rischio sismico in Italia, approfondiremo il metodo utilizzato e mostreremo i risultati delle indagini condotte.

Alla prossima puntata…

A cura di Massimo Crescimbene – psicologo (INGV – Roma1)


Riferimenti bibliografici

  • Crescimbene, M., La Longa, F., Camassi, R., & Pino, N. A. (2015). The seismic risk perception questionnaire. Geological Society, London, Special Publications, 419(1), 69-77.
  • Peter Lindsay, Donald A. Norman, L’ uomo elaboratore di informazioni, 1997, Academic Press Inc. London.
  • Luciano Mecacci, Storia della psicologia del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1992. ISBN 9788842041177.
  • Luciano Mecacci, Manuale di storia della psicologia, Firenze, Giunti, 2008. ISBN 9788809030787.
  • Progetto S2-2012 – Constraining observations into seismic hazard, coordinato da L. Peruzza – Prodotto D2.6  https://sites.google.com/site/ingvdpc2012progettos2/deliverables/d2_6
  • Progetto S2-2014 – Constraining observations into seismic hazard, coordinato da L. Peruzza, F. Pacor, A. Goretti – Prodotti D8.1-2-3, https://sites.google.com/site/ingvdpc2014progettos2/deliverables
  • Neumann, John von; Morgenstern, Oskar (1953). Theory of Games and Economic Behavior, Princeton, NJ: Princeton University Press.

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Post-verità, rumors e terremoti

La «Post-verità» (Post-Truth, in inglese) secondo gli Oxford Dictionaries è la parola dell’anno 2016. Oggi la gente è più influenzabile dalle emozioni che dalla realtà, e sempre più spesso nel divulgare le notizie la verità viene considerata una questione di secondaria importanza. Questa è la “post-verità”. Anche se il concetto di post-verità esiste da oltre un decennio, l’Oxford Dictionaries ha rilevato un picco di frequenza nel 2016 riferito principalmente a due avvenimenti: la campagna per il referendum dell’UE nel Regno Unito e durante le elezioni presidenziali degli Stati Uniti.

L’argomento è di grande attualità per l’informazione e la comunicazione, come testimoniato dal grande interesse dell’opinione pubblica, degli addetti ai lavori e degli editori dei mezzi di comunicazione di massa. Molte sono state le iniziative annunciate per contenere il fenomeno della post-verità. Tra le più rilevanti la dichiarazione del fondatore di Facebook, Mark Zuckenberg, che ha detto di voler combattere le false notizie (fake-news), ma ha anche ammesso che combatterle e verificarle è un compito molto difficile e arduo. Identificare la verità – come i filosofi ci hanno insegnato – è sempre molto difficile. Anche se – ha aggiunto Zuckenberg – non dovrebbe essere particolarmente difficile verificare se il Papa ha promosso l’elezione di Trump o se Hillary Clinton ha acquistato delle armi o una casa alle Maldive.

Anche in Italia la questione è stata ripresa da molte persone influenti e in modo convinto e deciso dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini, la quale ha lanciato l’iniziativa Basta Bufale (www.bastabufale.it), dove si ribadisce che essere informati correttamente è un diritto. Il titolo è già di per sé uno slogan imperativo: basta bufale, per fermare il pericolo che si individua nella cosiddetta disinformazione che si produce in modo virale sul web e sui social networks.

Manifesto del Fact-Checking Day del 2 Aprile 2017.

 

I Rumors

Anche se, come ricordato, il termine post-verità esiste da circa un decennio, la ricerca della correttezza delle informazioni, la lotta contro le false notizie, le voci e le leggende metropolitane esiste da sempre. I Romani usavano il termine latino rumor (rumor, rumoris) per definire le voci, le dicerie, la fama e la pubblica opinione. Ma già il pensiero greco antico, da Aristotele, a Platone, a Tucidide lamentava i rischi delle false informazioni nell’influenzare l’opinione della gente. I Romani avevano addirittura una divinità dedicata ai rumors: la dea Fama, rappresentata come una donna alata, sempre in movimento, che diffondeva notizie buone e cattive, senza che fosse possibile distinguere quelle vere da quelle false. Per avvicinarci ai giorni nostri e ai primi studi scientifici sui rumors è utile ricordare la distinzione fatta da Carl Gustav Jung (psicoanalista contemporaneo di Sigmun Freud). Jung distingue semplicemente, ma magistralmente, i rumors in due grandi categorie: rumors ordinari (ordinary) e rumors visionari (visionary). Mentre i primi hanno un ciclo di vita breve, nascono, si diffondo e si estinguono in un tempo che va da qualche mese a qualche anno; i secondi sono i rumors che esistono fin dai tempi più remoti e che non si estinguono mai. I rumors visionari si rinnovano e si riproducono in molte varianti e sostanzialmente hanno a che fare con la fine del mondo e del genere umano e sono pressoché eterni. Fatalmente molti dei rumors legati ai terremoti, alle eruzioni vulcaniche e alle catastrofi naturali, ma più in generale alle Scienze della Terra, appartengono di diritto alla categoria dei rumors visionari.

 

La guerra dei mondi

Se proviamo a prendere in considerazione una dimensione temporale più alla nostra portata, e quindi i rumors ordinari, è utile ricordare che sono proprio questi ad avere un impatto più forte sulla comunicazione e sull’opinione pubblica. Uno dei rumors più celebri della storia recente, e che diede un importante input agli studi sociali sull’argomento, si generò in America il 30 ottobre del 1938. Durante la trasmissione del dramma radiofonico “La guerra dei mondi” trasmesso dagli studi Columbia Broadcasting System (CBS) negli U.S.A. – e interpretato da un allora giovanissimo Orson Welles – molti ascoltatori radiofonici, non rendendosi conto che si trattava di una finzione, credettero che stesse realmente accadendo lo sbarco di alieni ostili sulla Terra. Il programma divenne suo malgrado enormemente famoso proprio per aver scatenato il panico descrivendo un’invasione aliena. E a nulla valsero gli avvisi inviati prima e dopo il programma. Orson Welles così descrisse il clamore che la sua interpretazione aveva provocato: “La dimensione della reazione fu incredibile. Sei minuti dopo essere andati in onda, le case si erano svuotate e le chiese si erano riempite, da Nashville a Minneapolis le persone gridavano e si stracciavano le vesti per la strada. Mentre stavamo distruggendo il New Jersey, cominciammo a comprendere che avevamo sottostimato l’estensione della vena di follia della nostra America”.

Prima pagina del New York Times del 31 Ottobre 1938.

 

Il falso terremoto dell’11 maggio 2011

Ai nostri giorni, con lo sviluppo dei mass media, del web e dei social networks, i rumors hanno enormemente aumentato la loro capacità di diffusione e di “travestimento” e sono praticamente ovunque. Un esempio di qualche anno fa, e che quasi sicuramente molti romani ricordano, ha riguardato le voci di un presunto terremoto a Roma l’11 Maggio 2011. La previsione fu attribuita a Raffaele Bendandi, un sismologo autodidatta, che godette di una certa notorietà sotto il regime fascista, che riteneva di essere in grado di prevedere i terremoti. Senza entrare nel merito degli studi di Bendandi e del suo valore scientifico, in realtà, la stessa associazione “la Bendandiana”, che studia il pensiero dello studioso faentino, ha dichiarato che non esisteva alcuna previsione fatta da Bendandi relativa ad un terremoto a Roma l’11 Maggio 2011. Probabilmente tale voce era nata in modo completamente infondato, associando la data dell’11 Maggio 2011 ad una presunta previsione di Bendandi con riferimento al calendario dei Maya, interpretando in modo errato dei suoi appunti, andati poi distrutti in un incendio.

 

Le cliniche dei rumors

L’iniziativa scientificamente più rilevante, per quanto riguarda lo studio sociale dei rumors, fu realizzata in America ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1940, alla vigilia dell’entrata in guerra (gli U.S.A. entrarono in guerra l’8 Dicembre 1941), il governo americano era molto preoccupato per il diffondersi delle false notizie e dei rumors relativi al conflitto. In particolare la preoccupazione del governo riguardava la coesione sociale del popolo americano e le false notizie che riguardavano i giapponesi-americani accusati ingiustamente, dopo l’attacco giapponese alla base navale di Pearl Harbour (avvenuto il 7 Dicembre 1941), di essere spie in territorio americano. Per questi motivi il governo mobilitò tutte le università di studi sociali, il Ministero della Difesa e istituì una apposita task force che doveva occuparsi di comunicazione istituzionale. La task force e le università di studi sociali lanciarono una iniziativa innovativa che chiamarono “Rumor Clinic”. Le cliniche dei rumors (ne furono istituite alcune decine sul territorio americano) avevano il compito di raccogliere le voci che circolavano e di trasmetterle al coordinamento interuniversitario, coordinato da Gordon Allport e Leo Postman, due eminenti psicologi sociali dell’Università di Harvard. La tecnica messa in campo per contrastare i rumors ritenuti più pericolosi, in particolare quelli che rischiavano di minare la coesione sociale del popolo americano che si apprestava ad entrare in guerra, consisteva nell’analizzare i dati raccolti dalle cliniche dei rumors su tutto il territorio nazionale. I rumors venivano catalogati, ordinati secondo la loro “forza” (la forza del rumor venne poi teorizzata da Allport e Postman nel libro Psychology of Rumors pubblicato nel 1947) e discussi all’interno di un comitato di esperti, che aveva soprattutto il compito di trovare una strategia per contrastare il rumor, raccogliendo i fatti reali che potessero contrastarlo e screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica. Alla fine di questo processo di catalogazione e di contrasto, la domenica, sul Boston Herald veniva pubblicato il rumor più rilevante della settimana, al quale il giornale dedicava un’intera colonna in prima pagina. Il rumor veniva riportato integralmente e sotto la voce erano elencati i fatti (facts) e le prove che lo screditavano.

La Rumor Clinic presso il Boston Herald.

L’esperienza delle Rumor Clinic durò per circa due anni e coinvolse oltre alle università alcune agenzie governative e lo stesso Ministero della Difesa. Dopo i loro studi sui rumors durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1947, Allport e Postman pubblicarono The Psychology of Rumor, studio considerato da molti una pietra miliare della psicologia sociale, in quanto esempio di una scienza venuta dalle università per diventare una scienza che si occupa della realtà. Nel loro libro Allport e Postman definiscono i rumors come proposizioni di fede su argomenti specifici (o attuali) che passano da persona a persona, di solito di bocca in bocca, senza alcuna prova della loro verità. Anche se le voci sono di solito comunicate da persona a persona, i media hanno un ruolo fondamentale nella loro diffusione. Per i due autori le caratteristiche fondamentali dei rumors sono:

  • la loro divulgazione, cioè sono trasmessi per passaparola e vengono amplificati dai giornali e dai media;
  • il loro contenuto, che riguarda notizie di grande importanza e interesse per il pubblico, a differenza del gossip e dei pettegolezzi che, al contrario, sono banali e riguardano solo poche persone;
  • la rilevanza attribuita all’ascolto: i rumors si diffondono nella comunità perché rispondono a delle profonde esigenze emotive delle persone.

Allport e Postman sostennero anche l’idea che i rumors potessero rispondere ad uno stato di incertezza attraverso la produzione di una risposta e che questo potesse avere un effetto catartico sulla comunità.

In conclusione possiamo affermare che lo studio dei rumors è un fenomeno sociale che riveste una notevole importanza per chi si occupa di informazione e di comunicazione. Il BLOG INGVterremoti ha deciso di occuparsene e di lanciare una raccolta di rumors che riguardano i recenti terremoti dell’Italia centrale del 2016 – 2017.

Si può partecipare alla raccolta dei rumors rispondendo alle domande del questionario al seguente link: Questionario Rumors.

A cura di Massimo Crescimbene e Federica La Longa (INGV – Roma1)


Riferimenti bibliografici

Allport, G., and L. Postman (1947). The Psychology of Rumor, New York, Henry Holt.

Jung, C.G. (1959). A Visionary Rumour, Journal of Analytical Psychology, 4 (1), 5-19; available online, doi: 10.1111/j.1465-5922.1959.00005.x.

Nostro C. , A. Amato, G. Cultrera, L. Margheriti, G. Selvaggi, L. Arcoraci, E. Casarotti, R. Di Stefano, S. Cerrato, 11 maggio Team, 11 maggio 2011: il terremoto previsto e l’Open Day all’INGV. Quaderno di Geofisica, n. 98, 2012.


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