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Il CAT-INGV al Simposio internazionale sugli tsunami all’UNESCO, Parigi, 12-14 febbraio 2018

Si è concluso l’International Symposium “Advances in Tsunami Warning to Enhance Community Responses” tenutosi a Parigi dal 12 al 14 febbraio 2018. Questo importante convegno, organizzato dall’Intergovernmental Oceanographic Commission (IOC) dell UNESCO, aveva come scopo principale quello di migliorare la gestione del rischio tsunami e quindi la sicurezza dei cittadini che vivono sulle coste.

Il primo di questi incontri si è tenuto tredici anni fa, nel marzo del 2005, a seguito del grande tsunami di Sumatra del 26 Dicembre 2004, che ha causato la morte di almeno 280.000 persone su tutte le coste dell’Oceano Indiano, fino al Sud Africa. Dopo quell’evento catastrofico, grazie all’impegno dell’UNESCO, delle istituzioni scientifiche e delle organizzazioni di Protezione Civile sono stati fatti rilevanti passi avanti, sia dal punto di vista della conoscenza che della capacità di salvare vite umane.

Nella tre giorni parigina i maggiori esperti di tsunami del mondo si sono riuniti nella sede dell’UNESCO per confrontarsi sulle strategie di difesa dagli tsunami, facendo il punto sulle lezioni apprese dagli eventi del passato, illustrando gli avanzamenti della conoscenza scientifica e confrontandosi sulle migliori pratiche da adottare per rendere l’allerta sempre più veloce e precisa, allo scopo di raggiungere tutti i cittadini migliorando la loro capacità di affrontare gli tsunami e di salvare le proprie vite e quelle dei loro cari.

“Se senti un terremoto LUNGO o FORTE, allontanati (dalla costa)”. Uno dei segnali della campagna neozelandese per la difesa dal rischio tsunami. Una delle buone pratiche in caso di terremoto avvertito in prossimità della costa è quella di allontanarsi rapidamente verso una zona elevata, prima che si venga raggiunti da un segnale di allerta.

Le organizzazioni che si occupano di tsunami tendono ad adottare un approccio flessibile alla comunicazione del rischio, che in tempo di pace punta ad informare e preparare i cittadini e le comunità, attivandosi rapidamente in caso di emergenza per disseminare i messaggi d’allerta attraverso un insieme di canali che vanno dalla telefonia mobile alla radio, dai social media alla televisione. La ridondanza dei messaggi aumenta così la probabilità di essere raggiunti in tempi rapidissimi per aver il tempo di mettersi al sicuro.

Di grande interesse anche le relazioni sui miglioramenti delle tecnologie per il rilevamento rapido degli tsunami all’origine, attraverso analisi sismologiche rapide, tecnologie GPS e radar, come pure tramite l’utilizzo di reti avanzate di sensori in mare.

Schema con i quattro sistemi di allerta tsunami nel mondo coordinati dall’Intergovernmental Oceanographic Commission (IOC) dell’UNESCO.

Oggi nel mondo operano nove “Tsunami Service Providers” che producono messaggi di allerta alle autorità di protezione civile o direttamente alla popolazione per le quattro aree coperte da sistemi di monitoraggio nel mondo (figura sopra). Uno di questi è il Centro Allerta Tsunami dell’INGV, che fornisce l’allerta per i maremoti prodotti da terremoti nel Mediterraneo al Dipartimento nazionale della Protezione Civile e ad altri Paesi della regione.

Nella mattina del primo giorno (12 febbraio) si sono succeduti alcuni interventi sulla storia e le sfide dei sistemi di allerta tsunami, a partire da quello del Pacifico nell’immediato dopoguerra (1948), fino ai sistemi dell’Oceano Indiano (2005), dei Caraibi (2005), dell’Atlantico e del Mediterraneo (a partire dal 2012). Particolarmente significativa la relazione di Satoshi Harada della Japan Meteorological Agency (JMA) che ha descritto gli errori del sistema giapponese in occasione del grande tsunami del 2011 e le risposte messe in campo negli anni successivi per superare i problemi (“System and response improvements since the 2011 Tōhoku Tsunami”).

Nel pomeriggio di lunedì 12 erano in programma diversi interventi dedicati al problema dell’ultimo miglio, con la presentazione delle esperienze delle protezioni civili di Israele e del Cile, mentre esperti dall’Australia e dell’UNESCO hanno discusso dell’uso di media tradizionali e social media nella disseminazione dei messaggi di allerta. A seguire, una tavola rotonda sulla risposta dei diversi sistemi dopo alcuni tsunami significativi, con rappresentanti dal Giappone, dagli USA, dalla Turchia, dal Cile, dall’UNESCO.

Messina: rottami trascinati dal maremoto del 1908 sulla spiaggia di Maregrosso, a sud del porto, dove l’onda raggiunse un’altezza di circa 6 metri.

I ricercatori dell’INGV hanno presentato i risultati del progetto TSUMAPS-NEAM, da poco concluso, che ha prodotto la prima mappa di pericolosità per tsunami di origine sismica realizzata per il Mediterraneo e l’Atlantico nord-orientale. Nella seconda giornata ci sono stati interventi più specifici sui metodi per il calcolo rapido dei parametri dei terremoti e dei sistemi di allerta. Da parte italiana, ancora due poster sul funzionamento del Centro Allerta Tsunami dell’INGV e sul metodo del “Probabilistic Tsunami Forecast” (PTF) sviluppato dai nostri ricercatori e un intervento a invito di Stefano Lorito sul trattamento delle incertezze nelle stime dell’allerta tsunami (“Conveying uncertainties associated with tsunami warnings and forecasts”). Nella terza giornata, dopo la presentazione di alcune altre esperienze di tsunami in Indonesia e in altre aree del mondo (incluso lo tsunami modesto nel Mar Egeo del luglio 2017), Marzia Santini, del Dipartimento nazionale della Protezione Civile, ha presentato le strategie che si stanno adottando in Italia per giungere nei prossimi mesi a un sistema di allerta tsunami efficace e capillare. Infine, sono state avanzate alcune considerazioni conclusive. In particolare, è stata enfatizzata

  • la necessità di perfezionare ulteriormente la risposta rapida dei sistemi di allerta per i diversi tipi di tsunami;
  • l’importanza di comunicare ai decisori le incertezze inerenti ai messaggi di allerta che possono cambiare durante la fase di allerta stessa, per aiutarli a prendere decisioni;
  • la necessità di disporre di catene decisionali e canali di comunicazioni robusti e di avere chiari livelli di responsabilità definiti a priori.

È stata infine enfatizzata l’importanza della consapevolezza delle comunità a rischio e la conseguente necessità di svolgere programmi di preparazione di cittadini e autorità ed effettuare esercitazioni periodiche a livello nazionale e internazionale.

Link utili:

Il programma del Simposio: Programme_Symposium_FINAL_05-02-18_TAA

Qui la lista completa dei partecipanti al Simposio.

Il centro allerta tsunami dell’INGV

L’esercitazione NEAMWave17

Lo tsunami nel Mar Egeo del 21 luglio 2017

Terremoto al largo dell’Alaska del 23 gennaio 2018

Terremoto al largo dell’Alaska, 23 gennaio 2018

Oggi, alle ore 10.31 italiane, un forte terremoto si è verificato al largo dell’isola di Kodiak, 300 km a sud–est dalle coste dell’Alaska. Il Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’INGV ha stimato, pochi minuti dopo l’evento, una magnitudo pari a 7.6.

Mappa epicentrale del terremoto di questa mattina al largo dell’Alaska. La stella rappresenta l’epicentro del terremoto di magnitudo 7.6 avvenuto alle ore 10:31 ora italiana.

A seguito della forte scossa, il Pacific Tsunami Warning Center (PTWC) ha diramato un’allerta tsunami per le coste del Pacifico Settentrionale e delle Hawaii. Successivamente, dopo l’osservazione dei dati di boe e mareografi nelle regioni del nord Pacifico, l’allerta è stata cancellata. In caso di forti terremoti crostali con epicentro in mare o in prossimità della costa, i centri allerta tsunami diranno un’allerta rapida allo scopo di pre-allertare gli abitanti delle aree costiere. Una volta diramata la prima allerta, si inizia il monitoraggio del livello del mare attraverso il quale si possono confermare o revocare l’eventuale allerta diramata.

Analisi dei segnali registrati dai mareografi nella Sala del Centro Allerta Tsunami dell’INGV.

Nel caso specifico del terremoto di questa mattina, l’osservazione dei dati dei mareografi sull’isola di Kodiak e in altre località lungo la costa ha mostrato delle variazioni inferiori a 20 centimetri, motivo per cui l’allerta è stata cancellata dal PTWC.

Onde di tsunami registrate dai mareografi di Yakutat (Alaska) e Charleston (Oregon, USA), posti a distanze di circa 680 e 2200 km dall’epicentro.

La maggior parte dei terremoti che avvengono nelle regioni circum-pacifiche sono localizzati nella cosiddetta zona di subduzione, ovvero dove la placca oceanica scorre sotto quelle continentale che la circondano, come avviene in Giappone, in Cile e appunto in Alaska e lungo le Isole Aleutine. I terremoti di subduzione sono i più pericolosi dal punto di vista del potenziale tsunamigenico. Essi determinano infatti uno spostamento verticale del fondale oceanico, che si traduce in uno spostamento della massa d’acqua al di sopra della zona di faglia e conseguentemente uno tsunami. Nel caso del terremoto di oggi, al contrario, la faglia non è quella di subduzione, ma è ubicata all’interno della placca pacifica e ha avuto un movimento principalmente orizzontale.

subduction-usgs

Schema di una zona di subduzione analoga a quella dell’Alaska-Aleutine. La maggior parte dei terremoti avviene lungo la litosfera che sprofonda al di sotto del continente, ma il terremoto del 23 gennaio è avvenuto nell’oceano (parte sinistra in figura).

La regione dell’Alaska e delle Aleutine non è nuova a forti terremoti. Il 1° Aprile del 1946, una scossa di terremoto di magnitudo momento Mw 8.6 avvenuta presso l’Isola di Unimak, nelle Isole Aleutine, generò un enorme tsunami che raggiunse la quota topografica di 42 metri a Scotch Cap, radendo al suolo tre grandi fari (vedi foto) e provocando gravi danni non solo sulle coste dell’Alaska e dell’Oregon, ma in tutto l’Oceano Pacifico, con onde di tsunami che hanno raggiunto, molte ore dopo, le isole Hawaii con un’ingressione fino alla quota topografica di oltre 17 metri , di 20 metri alle Isole Marchesi e di 9 metri sulle coste del Cile e all’Isola di Pasqua. L’evento provocò la morte di circa duecento persone, a causa della mancanza di un sistema di allerta. A seguito di questo evento, venne realizzato il primo Tsunami Warning nel mondo: inaugurato nel 1948 come Seismic Sea Wave Warning System, fu ridenominato successivamente Pacific Tsunami Warning Center e attualmente opera nell’ambito del National Oceanic Atmospheric Administration (NOAA) degli USA.

Lo tsunami del 1946 a Hilo, Hawaii (foto NOAA).

Diciotto anni dopo, il 27 marzo del 1964, un altro grande terremoto di magnitudo 9.2, con epicentro nei pressi di Anchorage (porto navale che si affaccia sulla Baia di Cook), generò un enorme tsunami che penetrò nell’entroterra fino a un’altezza di 30 metri s.l.m. e un picco di oltre 60 metri nel porto di Valdez, provocando almeno 131 vittime e danni dall’Alaska fino alla California.

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Immagine della console del turnista CAT. Nella mappa a destra le isolinee rappresentano i tempi di percorso dell’onda di tsunami (in minuti). La stella rossa è l’epicentro del terremoto.

Il CAT dell’INGV analizza in tempo reale i dati di tutti i forti terremoti a scala globale, calcolando per questi eventi i tempi di arrivo delle onde e i livelli di allerta, sebbene la sua regione di competenza per gli allertamenti sia limitata al Mar Mediterraneo. In caso di terremoti e tsunami come quello di oggi, l’osservazione di quanto accade in tempo reale, minuto dopo minuto, e gli scenari di quello che potrebbe accadere in questi oceani lontani, servono come training al personale che effettua giorno e notte i turni al CAT.

a cura di Alessandro Amato,  responsabile CAT-INGV.


Vedi anche Nota Stampa INGV del 23 gennaio 2018

Il Centro Allerta Tsunami e l’esercitazione NEAMWave17

Il 2 novembre 2017 si è svolta in Italia l’esercitazione internazionale sul rischio tsunami NEAMWave17, che tra il 31 ottobre e il 3 novembre ha interessato la regione denominata NEAM (Atlantico nord-orientale, Mediterraneo, Mar di Marmara e Mar Nero). L’esercitazione, la terza organizzata dalla International Oceanographic Commission (IOC) dell’Unesco, aveva l’obiettivo di testare le capacità operative del sistema di allertamento maremoti nella regione, di coinvolgere gli Stati membri e soprattutto di migliorare la capacità di affrontare il rischio tsunami.

L’esercitazione prevedeva quattro differenti scenari simulati, che hanno interessato, in giorni diversi, tre aree del Mediterraneo e un’area dell’Atlantico nord-orientale. Sono stati coinvolti quattro Tsunami Service Provider: il CENALT (CENtre d’ALerte aux Tsunamis, Francia), il NOA (National Observatory of Athens, Grecia), il CAT (Centro Allerta Tsunami dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Italia), il KOERI (Kandilli Observatory and Earthquake Research Institute, Turchia), e l’IPMA (Instituto Português do Mar e da Atmosfera, Portogallo), candidato come Tsunami Service Provider per il Portogallo. Il CAT-INGV è stato di recente accreditato come Tsunami Service Provider per il Mediterraneo.

Per il CAT e il NOA, quella del 2 novembre è stata la prima esercitazione congiunta, con uno scenario che ha interessato non solo i mari italiani ma l’intero Mediterraneo. La simulazione, che ha consentito di testare per la prima volta il Sistema italiano di Allertamento Maremoti (SiAM), si è basata su una ipotetica scossa di terremoto di magnitudo 8.5, con epicentro a sud dell’isola di Zante, nel segmento occidentale dell’Arco Ellenico. L’esercitazione prevedeva il coordinamento dei diversi attori del Sistema italiano di Allerta Maremoti, istituito ufficialmente nello scorso mese di giugno. L’analisi del potenziale tsunamigenico del terremoto simulato è stata effettuata dal Centro Allerta Tsunami dell’INGV, che ha anche effettuato in tempo reale il monitoraggio dei dati mareografici rilevati dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), mentre il Dipartimento della Protezione Civile si è occupato delle procedure di valutazione e allertamento delle Sale Operative Regionali e di alcuni Comuni.

Simulazione della propagazione della prima onda di tsunami durante l'esercitazione NEAMWave17

Simulazione della propagazione dello tsunami durante l’esercitazione NEAMWave17. Le isolinee rappresentano i tempi di arrivo della prima onda di tsunami (legenda a destra)

Nel corso dell’esercitazione NEAMWave17, dopo una valutazione dei dati sull’ipotetico evento sismico, il Centro Allerta Tsunami ha emesso un’allerta WATCH (livello massimo) che, immediatamente rilanciata dal Dipartimento della Protezione Civile, ha inviato una serie di messaggi ai funzionari delle Sale Operative Regionali e ai sindaci di dodici amministrazioni comunali delle Regioni maggiormente interessate dallo scenario: Nova Siri, Policoro e Scansano Ionico in Basilicata; Soverato, Catanzaro e Rossano in Calabria; Lecce, Gallipoli e Castellaneta in Puglia, per segnalare la possibilità di un evento imminente, in grado di interessare le aree costiere.

In una situazione reale, il primo messaggio di allerta verrebbe emanato dal CAT in base ai soli parametri del terremoto quali la magnitudo, la distanza della sorgente sismica dalla costa e la profondità dell’ipocentro. Se, nei minuti successivi, l’analisi dei dati delle reti mareografiche del Mediterraneo evidenziasse delle anomalie del livello del mare, verrebbero diramati successivi messaggi di allerta. Nel caso in cui i dati non dovessero confermare l’arrivo dell’onda, l’allerta verrebbe cancellata.

Gli tsunami possono essere causati da terremoti, frane o eruzioni vulcaniche e sono generalmente formati da una serie di lunghe onde che si propagano in mare aperto a velocità di centinaia di chilometri orari e che possono inondare vaste aree dell’entroterra costiero (vedi video Tsunami).

Nel caso degli tsunami generati dai terremoti, che sono di gran lunga i più frequenti e gli unici attualmente monitorati dal CAT-INGV, l’altezza e l’energia delle onde sono proporzionali all’estensione e allo spostamento verticale della faglia sottomarina interessata. É certamente utile sapere che questo fenomeno in alcuni casi è preceduto da un ritiro del mare per decine di metri, che la propagazione di queste onde può durare per ore e che la prima onda ad abbattersi sulle coste non sempre è la più distruttiva.

Nello scenario di NEAMWave17, il terremoto avrebbe provocato uno tsunami in grado di colpire numerose località lungo le coste del Mediterraneo e in modo particolare le coste della Grecia Ionica, della Libia e quelle di Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia Sud-Orientale. In conseguenza dell’elevata velocità di propagazione dell’onda nelle profonde acque dello Ionio, il tempo di arrivo delle prime onde sulle coste italiane più vicine sarebbe stato di circa 20 minuti dal terremoto. L’area selezionata per la simulazione, il segmento occidentale dell’arco ellenico, è ben nota ai sismologi, coincide con un’importante zona di subduzione, e si caratterizza per l’elevata sismicità. In passato, terremoti avvenuti lungo la stessa struttura geologica hanno già dato luogo a imponenti tsunami, come quello verificatosi all’alba del 21 Luglio del 365 d.C. in una zona a sud-ovest di Creta.

In quel caso il terremoto, di magnitudo stimata superiore a 8, ha generato uno tsunami in grado di spazzare tutte le coste del Mediterraneo dall’Algeria alla Siria, distruggendo Alessandria d’Egitto, invadendo l’intero delta del Nilo e provocando gravi danni a Creta, Cipro, nella Grecia continentale, in Libia, nella Sicilia Orientale e persino nel Mar Adriatico (Stiros, 2001). Fenomeni di questo tipo si verificano con una certa frequenza anche nell’area del Mediterraneo, non sempre con proporzioni catastrofiche come quello del 365 d.C. ma non per questo innocui. Ad oggi il Catalogo degli Tsunami Euro-Mediterranei (EMTC), basato su fonti storiche, conta 290 eventi, tra cui il terribile tsunami che ha fatto seguito al terremoto di Reggio Calabria e Messina del 1908, causando migliaia di morti (Maramai, Brizuela e Graziani, 2014).

Ma non si tratta soltanto di eventi eccezionali accaduti in tempi lontani. Nei soli ultimi due anni il CAT-INGV ha monitorato cinque forti terremoti nel Mediterraneo, quattro dei quali hanno generato dei piccoli tsunami locali, inviando le prime allerte al Dipartimento della Protezione Civile in tempi compresi tra 9 e 12 minuti dal tempo origine dell’evento sismico.

Tempo origine (UTC) Regione Mag USGS Mag rapida  CAT Livello di allerta Tempo del  messaggio UTC (minuti dal tempo origine)

16/04/15

18:07

Crete (Greece)    6.4 6.4 Watch 18:16       (9’)

17/11/15

07:10

Ionian (Greece) 6.5 6.5 Advisory 07:22      (12’)

25/01/16

04:22

Gibraltar 6.5 6.5 Advisory 04:33      (11’)

12/6/17

12:28

Greece-Turkey 6.4 6.5 Advisory    12:38      (10’)
20/7/17

22:31

Turkey-Greece 6.6 6.8 Watch 22:41      (10’)

L’ultimo evento rilevato risale al 21 luglio 2017, quando un terremoto di magnitudo 6.7 avvenuto nell’arcipelago del Dodecaneso, e più precisamente nel tratto di mare prospiciente Kos (Grecia) e Bodrum (Turchia) ha generato uno tsunami relativamente piccolo, con onde che localmente hanno raggiunto la quota topografica di 1.5 metri rispetto al livello del mare (Yalçiner et al. 2017). In quell’occasione, in dieci minuti il Centro Allerta Tsunami aveva già calcolato i parametri del terremoto e lanciato la prima allerta, come descritto qui.

Uno degli obiettivi di questo tipo di esercitazioni consiste, per l’appunto, nel testare la creazione, l’invio e la ricezione dei messaggi di allerta da parte dei componenti del SiAM e degli Enti locali e, per quanto possibile, di simulare operativamente le azioni conseguenti, verificando anche i tempi necessari per le azioni di mitigazione dell’impatto sulle coste interessate. In quest’ottica, è stato istituito a livello internazionale lo Tsunami Awareness Day (Giornata della consapevolezza degli tsunami), che si tiene il 5 novembre 2017, in ricordo del grande tsunami che colpì il Giappone nel 1854.


Riferimenti bibliografici

Comunicato Stampa INGV del 3 novembre 2017

Maramai A., Brizuela B., Graziani L. (2014). The Euro-Mediterranean Tsunami Catalogue, Annals of Geophysics, 57, 4, S0435.

Stiros, S. C. (2001). The AD 365 Crete earthquake and possible seismic clustering during the fourth to sixth centuries AD in the Eastern Mediterranean: a review of historical and archaeological data. Journal of Structural Geology, 23(2), 545-562.

Yalçıner, A., Annunziato, A., Papadopoulos, G., Güney-Doğan, G., Gökhan-Güler, H., Eray- Cakir, T., Özer-Sözdinler, C., Ulutaş, E., Arikawa, T., Süzen, L., Kanoğlu, U., Güler, I., Probst, P., Synolakis, C. (2017). The 20th July 2017 (22:31 UTC) Bodrum-Kos Earthquake and Tsunami: Post Tsunami Field Survey Report, http://users.metu.edu.tr/yalciner/july-21-2017-tsunami-report/Report-Field-Survey-of-July- 20-2017-Bodrum-Kos-Tsunami.pdf.

Io non rischio torna in piazza sabato 14 ottobre

Siamo ormai vicini alla settima edizione della campagna di comunicazione nazionale sui rischi naturali che interessano il nostro Paese. Sabato 14 ottobre torna IO NON RISCHIO in un’unica giornata di informazione e comunicazione, un evento trainante per un grande obiettivo: diffondere buone pratiche di protezione civile e sensibilizzare i cittadini sul tema della prevenzione.  IO NON RISCHIO 2017 quest’anno si arricchirà di iniziative ed eventi legati alla conoscenza dei luoghi e dei rischi presenti sul territorio e si svolgerà in tutti i capoluoghi di provincia, vedendo come attori principali i volontari delle associazioni di protezione civile di ciascuna provincia.

IO NON RISCHIO è una campagna nazionale di comunicazione sulle “buone pratiche di protezione civile”, intese nel senso più pieno, vale a dire su tutte le azioni che i cittadini possono mettere in atto fin da subito per ridurre il rischio. Lo slogan scelto per identificare la campagna “Io Non Rischio” è l’affermazione di un proposito ben preciso, è una dichiarazione di intenti che ogni cittadino e ogni comunità può fare come parte del sistema nazionale di protezione civile.

La campagna è promossa dal Dipartimento di Protezione Civile (DPC), in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), l’Associazione Nazione delle Pubbliche Assistenze (ANPAS) e la Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica (ReLUIS) ed è realizzata in collaborazione con Regioni e Comuni.

L’Italia è un paese esposto a molti rischi naturali, ma la reale consistenza del rischio può essere sensibilmente ridotta attraverso una conoscenza reale dell’ambiente in cui viviamo, delle sue caratteristiche di pericolosità e l’adozione, fin da subito, di scelte consapevoli che riducano, in particolare, la vulnerabilità dell’ambiente costruito e della nostre comunità.

L’INGV, come partner scientifico della campagna, partecipa attivamente alla formazione dei volontari che andranno in piazza sui rischi terremoto e maremoto e alle altre numerose attività, tra le quali lo sviluppo delle mappe interattive per il portale www.iononrischio.it.
L’inserimento del rischio maremoto e alluvione ha visto il coinvolgimento anche dell’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (INOGS), dell’Agenzia Interregionale per il fiume Po (AiPo), Arpa Emilia-Romagna, Autorità di Bacino del fiume Arno, Università della Calabria (CamiLab), Fondazione Cima e Irpi-Istituto di ricerca per la Protezione idro-geologica.

L’elenco dei comuni che, il 14 ottobre 2016, ospiteranno IONONORISCHIO2017  con la descrizione degli eventi e delle iniziative che animeranno le piazze della campagna sono disponibili sul sito ufficiale della campagna http://iononrischio.it/, dove è possibile consultare e scaricare i materiali informativi sui diversi rischi e consultare le mappe interattive realizzate per l’occasione dall’INGV.

La mappa interattiva dei terremoti recenti dal 2005 al 2017.

Un’iniziativa importante per promuovere la partecipazione dei cittadini nelle piazze delle proprie città è prevista per venerdì 13 ottobre, quando i promotori della campagna#iononrischio danno appuntamento a tutti per una mobilitazione virtuale su Twitter. L’idea è quella di realizzare un tweetstorm, un flusso di tweet simultaneo, utilizzando l’hashtag #IoNonRischio2017 che accompagnerà la campagna quest’anno.

Sul portale www.iononrischio.it sono disponibili tutte le informazioni sulla campagna e tutti i materiali (pieghevole e schede dei rischi) che i volontari distribuiscono nella giornata del 14 ottobre nelle piazze italiane.

Segui “Io Non Rischio” sul sito web www.iononrischio.it e sui canali social della campagna.

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a cura di Concetta Nostro, Maurizio Pignone Romano Camassi, INGV.

Terremoto M8.0 al largo del Messico del 8 settembre ore 06:49 italiane

Un terremoto di magnitudo 8.0 è avvenuto questa mattina, 8 settembre 2017 alle ore 6:49 italiane, al largo delle coste pacifiche del Messico.

Localizzazione del terremoto di magnitudo 8.0 avvenuto questa mattina, 8 settembre 2017 alle ore 6:49 italiane, al largo delle coste pacifiche del Messico.

I dati ricevuti in tempo reale nella sala di monitoraggio sismico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) hanno permesso di localizzare l’evento: epicentro in mare, vicino alla costa di Chiapas, Mexico, con coordinate geografiche (lat, lon) 15.13-93.69 ad una profondità di 72 km.

Sismogramma del terremoto di magnitudo 8.0 avvenuto questa mattina, 8 settembre 2017 alle ore 6:49 italiane, al largo delle coste pacifiche del Messico. Stazione BRMO (Bormio, SO) della Rete Sismica Nazionale.

Il terremoto si è verificato in una regione sismicamente molto attiva, dove i terremoti sono frequenti a causa dello scorrimento della placca oceanica di Cocos sotto le placche del Nord America e dei Caraibi.

Sismicità della regione centroamericana. I terremoti come quello odierno avvengono per il movimento della placca di Cocos che si inflette e scivola al di sotto della placca nordamericana e di quella caraibica. Gli epicentri in rosso rappresentano i terremoti più superficiali, mentre quelli in verde, che avvengono all’interno del Messico e del Guatemala, sono più profondi.

A causa della elevata magnitudo e delle caratteristiche del terremoto, pochi minuti dopo l’evento è stato lanciata l’allerta tsunami per il Messico e per gli stati confinanti. In effetti sono state poi rilevate delle onde di tsunami alle stazioni mareografiche messicane. La figura sotto mostra le oscillazioni del livello del mare misurato al mareografo di Salina Cruz, dove si sono rilevate variazioni di circa 1 metro rispetto al livello medio del mare.

Oscillazioni del livello del mare misurate alla stazione mareografica di Salina Cruz, Mexico. L’onda lunga è dovuta alla marea. Si può notare l’arrivo dell’onda di tsunami intorno alle ore 05:15 con un periodo dell’onda di circa 35 minuti. L’oscillazione di lungo periodo ben visibile prima dell’arrivo dello tsunami è dovuta alla marea.

Il Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’INGV, responsabile per il monitoraggio degli tsunami sismo-indotti nel Mediterraneo, analizza i dati sismici e del livello del mare in tutto il mondo. Pur non inviando le relative allerte agli organismi internazionali per eventi fuori dalla regione mediterranea, effettua ugualmente le analisi a scala globale a scopo di esercitazione.

La simulazione dei livelli di allerta per la regione interessata, fornita dal CAT pochi minuti dopo l’evento.

Nel caso del terremoto del Messico il CAT ha stimato tempestivamente la magnitudo (M8) e simulato l’invio dell’allerta molto circa 9 minuti dopo l’evento. Le mappe sotto mostrano la simulazione dei livelli di allerta per la regione interessata, fornita dal CAT pochi minuti dopo l’evento.


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