Archivi categoria: Macrosismica

I terremoti del ‘900: 10 novembre 1918, cento anni dopo

“Il mio babbo mi ha raccontato che c’è stato un grosso terremoto qui a Santa Sofia nel 1918, il 10 novembre. Lui era al militare e gli hanno dato una settimana di congedo senza dirgli il motivo: quando è arrivato a Santa Sofia lo ha scoperto: il suo babbo era morto sotto le macerie della sua casa che era venuta giù. La mia nonna si è salvata perché era andata a prendere l’acqua alla fontana. Quel terremoto ha fatto crollare la chiesa mentre dicevano la messa, quindi tante persone sono morte lì e anche alcune bambine. In tutto quel terremoto ha fatto 26 morti”. [Maria Alba, 87 anni, intervistata da Nicolò e Veronica, Istituto Comprensivo di Civitella di Romagna]

L’improvviso ritorno a casa, anticipato rispetto alla smobilitazione seguita alla fine della guerra, di un militare di Santa Sofia – nella testimonianza raccolta da Nicolò – racconta da una parte una straziante vicenda personale, dall’altra tratteggia in parole essenziali la drammaticità di un evento che ha segnato profondamente questi territori, e che ancora è molto presente nella memoria locale.

Rappresentazione del terremoto di Santa Sofia del 1918 [Scuola primaria di Civitella, classe V].

Tempi difficili

Il terremoto del 10 novembre 1918 si verifica in un momento storico e in un contesto sociale ed economico comprensibilmente molto complesso. Già nel 1916, in tempo di guerra, territori non tanto lontani avevano dovuto affrontare una lunga sequenza sismica: il 17 maggio e il 16 agosto 1916 due forti terremoti, avvertiti sensibilmente anche nella Valle del Bidente, avevano colpito il Riminese. L’8 gennaio 1917 una forte scossa aveva prodotto qualche lesione e il crollo di alcuni camini a Civitella di RomagnaIl 26 aprile dello stesso anno 1917 un forte terremoto aveva colpito l’Alta Valtiberina, provocando vittime e danni, terremoto che fu molto forte anche nell’Alta Valle del Savio (qualche danno, leggero, a Bagno di Romagna). Ma fu all’inizio del mese di dicembre 1917 che il terremoto divenne un problema serio anche per gli abitanti dell’Alta Valle del Bidente.

“La prima scossa di terremoto, molto leggera, non fu avvertita che da pochi… La seconda, fortissima, terribile, parve dovesse abbattere tutte le case e fu accompagnata da un lungo boato sinistro […] La gente si rovesciò per le vie, nell’oscura notte di dicembre […] Ma col sole, tornò la calma. Tutti rientrarono nelle case e videro… C’erano sì, lunghi crepi nei muri… c’erano sì oggetti, vetri infranti. Ma le case potevano ancora riparare dalle intemperie” [Cangini, 2002].

La prima notizia sul terremoto del 2 dicembre 1917 [Il Resto del Carlino, 4 dicembre 1917, p. 2].

Una successiva corrispondenza, pubblicata dal Resto del Carlino del 5 dicembre,  descrive in sintesi gli effetti prodotti da questo terremoto:

La zona tra Santa Sofia e Mortano è senza dubbio il paese della Romagna più danneggiato dal terremoto che cominciò ieri alle ore 18 e che ha continuato in diverse riprese. Alcune case, il castello, quattro case coloniche nel comune di Santa Sofia ed altre nel comune di Mortano sono già state dichiarate inabitabili dall’autorità comunale. L’ospedale degli infetti e moltissime altre case sono gravemente lesionate. Si hanno a lamentare alcuni feriti nelle campagne. La popolazione è accampata all’aperto”.

In una corrispondenza successiva si riportano alcune interessanti considerazioni del direttore dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze, lo scolopio padre Guido Alfani, incontrato dal Sindaco di Santa Sofia Torquato Nanni:

Nessun valore, egli dice, sulle cause vulcaniche, come molti credono, hanno le acque termali di Bagno di Romagna e di Castrocaro e la fontana ardente presso Portico. I terremoti dell’Alta Romagna non sono di origine vulcanica, ma terremoti di assestamento che si ripetono a lunghi periodi. Il primo e più sicuro rimedio contro i terremoti è la stabilità degli edifici, stabilità che è indispensabile nella regione tosco-romagnola che è una zona storicamente battuta dal terremoto” [Il Resto del Carlino, 15 gennaio 1918).

Ma in poco tempo il terremoto finì di nuovo sullo sfondo di anni e mesi sempre più difficili, segnati, nell’autunno del 1918, dall’avanzare della febbre spagnola.

10 novembre 1918: la scossa principale

Uno spiraglio di luce parve manifestarsi il 4 novembre, con la firma dell’armistizio con l’Austria che segnava, di fatto, la fine della guerra. Quelli successivi  furono giorni di fermento, in attesa della firma dell’armistizio con la Germania, formalizzato la mattina del 10 novembre.

L’annuncio della firma dell’armistizio con la Germania e della fine della guerra nella prima pagina del Corriere della Sera del 12 novembre 1918.

Fermento che è ben descritto dal diario di Biancamargherita Cangini:

A Santa Sofia – la gente riunita a gruppi in piazza, discuteva animatamente di guerra, di pace, di feste […] Poi un sussulto violento, breve, e prima che ognuno capisse ciò che avveniva, il rombo ricominciò: la terra fu agitata da convulsioni spasmodiche, gli edifici oscillarono con violenza, lungamente, si abbatterono al suolo, fra un turbinare di polvere, con schianto di muri”.

La scossa, violentissima, venne registrata dal tromometrografo Alfani dell’Osservatorio Poggi di Imola alle 16.11.35 ora locale. Le primissime telegrafiche notizie, raccolte la sera stessa dal Resto del Carlino, riferiscono di una forte scossa avvertita da tutta la popolazione a Firenze e Imola, che produce spavento nella popolazione a Faenza, Meldola, Riolo e Galeata, ma senza danno. Ma già il giorno successivo arrivano le prime notizie che riferiscono di danni gravi a Santa Sofia e nel circondario di Rocca San Casciano. L’effetto più grave subito riferito dai giornali è quello del crollo della volta della chiesa di Santa Sofia:

A S. Sofia – che sembra il punto più colpito – è crollata la volta della chiesa parrocchiale e molte case sono diroccate o lesionate. Vi sono quattordici morti, rimasti sotto le macerie, e parecchi feriti dei quali alcuni gravi” [Il Resto del Carlino, 12 novembre 1918].

Un lungo resoconto, trasmesso nella serata del 13 novembre, viene pubblicato dallo stesso giornale:

Torno ora da Bagno e da Sampiero. Anche qui come a S. Sofia e a Mortano le case sono quasi tutte inabitabili; apparentemente sembrano intatte, ma all’interno è una vera ruina. Pure il palazzo comunale di Bagno è lesionatissimo. I negozi sono chiusi. Così i caffè e perfino le farmacie, che hanno sofferto un danno rilevante per la devastazione di vetrine e guasti ai medicinali. Le chiese non possono per ora aprirsi al culto. Parte della popolazione è partita, l’altra è attendata. La desolazione nei paesi visitati è indescrivibile. Anche nella campagna attorno si hanno danni rilevanti e si sono constatate cinque vittime. Numerosissime case, che hanno resistito a tutte le violente manifestazioni della natura per secoli, sono in rovina. Piani interi sono caduti, e i muri screpolati con fenditure larghissime di modo che nessuno più si arrischia di ritornarvi dentro. Sampiero trovasi in condizioni peggiori di Bagno. Nelle campagne, come ho detto, le case hanno subito devastazioni e danni gravissimi […] I feriti di Santa Sofia, che furono numerosi, sono stati trasportati in automobile a Forlì, insieme ai malati dell’ospedale. Sono ritornato a Mortano, il paesello, che quantunque congiunto a S. Sofia, fa parte di Forlì. In paese non più una casa che non minacci. Anche le salde costruzioni dei signori Bianchini, Quercioli, Fontana, Benevicesti e Chiaramonti sono ridotte in uno stato da non potersi arrischiare ad abitarne un angolo. Le maestre Cangini e Veneziani fortunatamente illese, sono rimaste prive di ogni loro avere, di tutto il mobilio, frutto di tanti anni di lavoro. Gli abitanti hanno trasportato la loro temporanea dimora sulla piana pubblica, ove sono attendati e accudiscono con rassegnazione alle faccende di famiglia. Il quadro, sotto un bel sole iridescente, è impressionante e doloroso […] S’invocano soccorsi immediati. Conviene provvedere ad attendare i poveri contadini, di cui tante case sono atterrate”. [Il Resto del Carlino, 14 novembre 1918].

Oltre che a Santa Sofia, Mortano e San Piero in Bagno, i danni furono gravi in numerosi piccoli insediamenti dei dintorni. Danni si ebbero anche in diverse località tra la Romagna e la Toscana, a Modigliana, Bagno di Romagna, Galeata, Civitella, Predappio e Verghereto e, più leggeri, fino a Cesena e Faenza. L’evento fu avvertito sensibilmente in tutta la Romagna, nell’aretino e nel pesarese.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 10 novembre 1918 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/)%5D.

I soccorsi furono tempestivi: come racconta il diario della maestra Cangini, già a mezzanotte arrivò una squadra di pompieri da Rocca San Casciano e la mattina successiva arrivarono un reparto del Genio, soldati di un reggimento di fanteria e un reparto di pompieri di Ravenna.

Le cause dei danni

Come già riscontrato per i terremoti riminesi del 1916 e quello dell’Alta Valtiberina del 1917, gli effetti di danno furono dovuti in gran parte all’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio dell’area, caratterizzato dall’utilizzo di materiali da costruzione inadeguati e scarsissima manutenzione.  Queste condizioni sono rappresentate in modo molto netto da una lunga e dettagliatissima corrispondenza firmata da un ‘tecnico”, che si firma R. Marinelli, pubblicata dal Resto del Carlino del 16 novembre.

Titolo dell’articolo sulle “vere cause delle disgrazie” [Il Resto del Carlino, 16 novembre 1918, p. 2].

Il terremoto in Romagna e le vere cause della disgrazia  […] Nella borgata ad eccezione della parte vecchia, costituita da una specie di corridoio angusto e tetro che è tutta diroccata e mal sicura per il suo stato miserevole in cui è ridotta, la parte moderna invece, che dà a S. Sofia una nota di gaiezza per le vie spaziose e per la buona manutenzione esterna delle case fra le quali talune di recente costruzione, reca a prima vista, l’illusione che il terremoto non sia stato così forte come fu segnalato in quanto all’esterno non appaiono che lesioni dove più e dove meno profonde.

Due vedute di Santa Sofia dopo il terremoto – Collezione Greggi Luciano.

Entrando però in alcune di esse lo spettacolo dei danni si appalesa subito terrorizzante e, a tal segno, da poter affermare senz’altro l’inabitabilità di tutte indistintamente […]”.

La corrispondenza prosegue poi con un’approfondita serie di considerazioni desunte dall’esame delle macerie:

dato dunque questo stato di cose, e cioè: a) la struttura muraria di quasi tutti i fabbricati, costituita con sasso di fiume messo in opera senza alcuna preparazione e probabilmente allestita con polvere di strada; b) le travi, travetti, etc. che sono allocate senza regola nei riguardi del collegamento e dell’appoggio forse non furono mai sottoposti a visita di stabilità; c) l’assenza quasi totale delle catene per il collegamento dei muri esterni con gli altri elementi della fabbrica; non poteva non avverarsi il disastro […]

sulla base delle quali conclude:

Veduta di Santa Sofia dopo il terremoto – Collezione Greggi Luciano.

da quanto è suesposto, chiaro emerge che i gravi danni verificatisi nella zona colpita dal terremoto vanno attribuiti in gran parte alle pessime condizioni statiche in cui si trovano quasi tutti i fabbricati” [R. Marinelli, Il Resto del Carlino, 1918.11.16].

A peggiorare le cose, poco più di un mese dopo il terremoto una piena del Bidente produsse nuovi danni in alcuni centri della vallata (in particolare a Civitella).

La mia nonna aveva 7 anni nel 1918 e ovviamente ha avuto molta paura. Ma erano persone di altri tempi, con caratteri forti, abituati a reagire nelle difficoltà” [Stefano, 42 anni, intervistato da Pietro, classe IV, Scuola Primaria di Santa Sofia].

Il percorso di riparazione e ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto fu lungo e travagliato, anche perché quando ancora tale percorso non era iniziato, il forte terremoto del Mugello del 29 giugno 1919 (Mw 6.4) colpì anche tutto il versante romagnolo, danneggiando ulteriormente edifici già danneggiati o indeboliti, in particolare, nella Valle del Bidente, a Civitella e Cusercoli.

Costruzione di un villaggio di casette ‘asismiche’ – Collezione Greggi Luciano.

La storia sismica

Come accennava Guido Alfani, l’Appennino forlivese ha una storia sismica lunga e articolata:

la regione tosco-romagnola che è una zona storicamente battuta dal terremoto”.

Terremoti localizzati in un raggio di 12 km da Santa Sofia [fonte: Rovida et al., 2016].

Una semplice estrazione dal più recente catalogo parametrico dei terremoti italiani mostra diversi terremoti di energia stimata prossima a Mw 6, che dalla seconda metà del ‘500 risultano localizzati nell’area. I precedenti più importanti sono il terremoto del 10 settembre 1584 (Mw 6.0), localizzato in prossimità di San Piero in Bagno, quello del 22 marzo 1661 (Mw 6.1), localizzato fra Civitella di Romagna e Rocca San Casciano, e quello del 19 ottobre 1768 (Mw 6.0), localizzato a Santa Sofia. Ma anche per i secoli precedenti sono presenti tracce di alcuni terremoti importanti che hanno interessato l’area: di uno, non ben localizzato e databile fra il 1190 e il 1194, è visibile una traccia in una bella epigrafe collocata sulla facciata della chiesa di S. Piero in Bosco di Galeata. Un altro terremoto, avvenuto il 30 aprile 1279 (Mw 5.5), quasi contemporaneamente a un terremoto distruttivo nell’Appennino umbro-marchigiano, è attualmente localizzato, con molte incertezze, in prossimità di Dovadola. Di un ulteriore terremoto, relativamente minore, avvenuto il 15 giugno 1393 (Mw 5.1), si hanno tracce di danneggiamento moderato a Galeata.

Fare memoria

Proprio per le caratteristiche di pericolosità sismica di questo territorio, da molti anni sono state attivate iniziative di sensibilizzazione della popolazione e di educazione al rischio nelle scuole. Non a caso la prima sperimentazione del progetto EDURISK è stata realizzata a partire dal 2003 proprio nelle scuole dell’Alta Valle del Bidente.  Per questa stessa ragione, in occasione del centenario del terremoto del 10 novembre 1918, il Comune di Santa Sofia ha promosso una serie di iniziative  per ricordare questo eventi, fra le quali – sabato 10 novembre alle 16:12 – una cerimonia in piazza Montini per ricordare l’anniversario, l’allestimento di un punto informativo della campagna nazionale Io Non Rischio e l’inaugurazione, alle 17:30, della mostra “Santa Sofia 1918, dalle rovine alla rinascita” presso la Galleria d’arte contemporanea “Vero Stoppioni”.

All’interno di queste iniziative si inserisce anche una nuova tappa del progetto “Cento anni dopo: Appennino Settentrionale. L’Italia [sismica] dei 100 anni”  avviato nel 2016, in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile, un progetto che collega le ricorrenze centenarie dei terremoti che fra il 1916 e il 1920, dal Riminese alla Garfagnana, hanno attraversato l’Appennino settentrionale, in una serie di percorsi di ricostruzione della memoria, di conoscenza del territorio e di attivazione delle comunità locali per promuovere sensibilizzazione e scelte di riduzione del rischio.

Il lavoro avviato nel settembre scorso con gli istituti Comprensivi di Santa Sofia e di Civitella di Romagna va esattamente in questa direzione: circa 300 bambine e bambini hanno lavorato sull’immaginare cosa può essere stata l’esperienza di quel terremoto di cento anni fa per le persone che abitavano questi territori, poi hanno interrogato le proprie famiglie – i genitori, i nonni, i parenti, gli amici – per raccogliere testimonianze e ricordi di terremoti o di altri eventi con cui hanno avuto a che fare in passato.  Le quasi 200 interviste raccolte (mettendo in subbuglio, immaginiamo, queste tranquille comunità dell’Appennino forlivese) raccontano: alcune memorie di terza o quarta generazione sul terremoto di cento anni fa; molti ricordi diretti, riferiti dai nonni, sulla lunga sequenza sismica che interessa questi territori fra il 1952 e il 1957; ricordi diretti, molto vivi, sul terremoto del gennaio 2013 o di piccole sequenze molto recenti, oltre ad alcuni racconti di esperienze drammatiche di chi è venuto da paesi lontani.

Il paese ricostruito [Scuola primaria di Civitella, classe V].

Tutto questo sarà raccontato e illustrato, a partire da sabato 10 novembre, da un originale allestimento, in parte incluso all’interno della mostra ospitata presso la Galleria d’arte contemporanea, in parte ‘diffuso’ nelle vetrine di negozi e spazi pubblici di Santa Sofia, e fra alcune settimane nei tanti spazi che accoglieranno queste particolarissime ‘testimonianze’ a Santa Sofia, Galeata, Civitella e Cusercoli.

In questo modo bambine e bambini, ragazze e ragazzi di queste comunità solleciteranno gli adulti a ricordare e fare in modo che il ricordo diventi una motivazione ad agire, per lavorare fin da ora alla riduzione del rischio, perché – come ricorda padre Alfani – “il primo e più sicuro rimedio contro i terremoti è la stabilità degli edifici”.

a cura di R. Camassi, INGV-Bologna.


Bibliografia

Cangini B., 2002. Ricordi e speranze, Libreria Carta&Matita, Santa Sofia.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G., 2007. CFTI4Med, catalogue of strong earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean area (760 B.C.-1500). INGV-
SGA, http://storing.ingv.it/cfti4med/ (http://storing.ingv.it/cfti4med/)

Guidoboni E., Valensise G., 2011. Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni, Bologna, Ingv-Bononia University Press, 550 pp.

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E., 2016. DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15 (http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15)

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds), 2016. CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15 (http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15)


Licenza

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

I rilievi macrosismici dei terremoti del 2016-2017 in Italia centrale

In caso di forte terremoto è previsto che l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) metta in campo le squadre per il rilievo macrosismico. Queste si celano dietro l’acronimo QUEST (QUick Earthquake Survey Team) e sono formate da esperti che si dedicano al rilievo macrosismico post-terremoto. Le squadre, che collaborano anche con il Dipartimento della Protezione Civile, hanno il compito di fornire, in tempi relativamente rapidi, il quadro del danneggiamento dovuto all’evento sismico in termini di Intensità macrosismica. Il rilievo viene svolto raccogliendo dati sulla quantità di edifici danneggiati, la loro tipologia e vulnerabilità e sul genere di danno subito.

Il team di QUEST è stato molto attivo anche nel corso della lunga e drammatica sequenza sismica che ha colpito l’Italia centrale nel 2016-2017, eseguendo ripetuti rilievi dopo ciascuna delle scosse più forti che hanno interessato l’area tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo (24 agosto, 26 e 30 ottobre 2016, 18 gennaio 2017). Complessivamente, a partire dal pomeriggio del 24 agosto 2016 fino alla fine di febbraio 2017 sono stati eseguiti quattro rilievi in cui si sono alternati sul territorio 25 esperti rilevatori di 7 sezioni dell’INGV (Bologna, Catania, Milano, Pisa e le 3 sezioni di Roma), più alcuni rilevatori dell’ENEA e dell’Eucentre di Pavia. In tutto sono state rilevate circa 330 località, la maggior parte delle quali sono state investigate più volte e alle quali sono state assegnati valori di intensità macrosismica sia in scala MCS (Sieberg, 1930) che EMS98 (Grünthal, 1998). Per un approfondimento sulle modalità e le diverse tipologie di rilievo e sull’utilizzo delle due scale macrosismiche si rimanda al post di approfondimento su questo blog.

L’abitato di Arquata del Tronto (AP) dopo il terremoto del 24 agosto 2016 presentava effetti di grado 8-9 sia MCS che EMS (in alto). Dopo gli eventi del 26 e soprattutto del 30 ottobre 2016 lo scenario si è molto aggravato, raggiungendo effetti pari al grado 10 MCS (e 9-10 EMS) – (Foto QUEST).

Secondo le consuete modalità dell’indagine macrosismica condotta da tempo dall’INGV, il rilievo si è svolto nell’area di maggior danneggiamento, osservando il danno visibile all’esterno degli edifici e focalizzando l’indagine sull’edilizia civile e residenziale in quanto maggiormente rappresentativa dal punto di vista macrosismico. Questo perché l’attribuzione dell’intensità, soprattutto in EMS, tiene principalmente conto degli effetti sull’edilizia residenziale in base alle tipologie costruttive e del risentimento nella popolazione.

La vastità dell’area interessata da tutta la sequenza, caratterizzata da forti eterogeneità nelle tipologie edilizie e grande variabilità nei livelli di danneggiamento riscontrati all’interno dei singoli paesi e città, rende necessaria in questa sede una sintesi che non può essere esaustiva. Per maggiori dettagli e approfondimenti si rimanda alle pubblicazioni e ai rapporti elencati in bibliografia (Tertulliani e Azzaro, 2016, 2017; QUEST Working Group, 2016; Galli et al. 2016); alcuni rapporti di QUEST sono pubblicati e disponibili alla pagina web http://quest.ingv.it/index.php/rilievi-macrosismici.

Osservando l’area del danneggiamento si nota che fin dal terremoto del 24 agosto 2016 gli effetti più gravi e distruttivi si sono distribuiti in direzione NNW‐SSE, con una propagazione maggiore verso nord, nelle Marche. All’opposto, forti attenuazioni degli effetti si sono avute verso S-SE (dopo il 24 agosto nell’area di Campotosto, pochi km a sud di Amatrice, non si osservavano danni significativi) e in direzione W-SW. I livelli massimi di danneggiamento causati dalla scossa del 24 agosto (Is ≥ 10 sia MCS che EMS) sono stati riconosciuti in alcune località distribuite sul lato destro della valle del Tronto (alle pendici della Laga), ad eccezione di Pescara del Tronto (frazione di Arquata del Tronto), ubicata su quello sinistro (pendici dei Sibillini).

I terremoti del 26 e soprattutto del 30 ottobre hanno notevolmente aggravato il danneggiamento e lo hanno esteso ad un’area molto più vasta di quella già danneggiata il 24 agosto, mantenendo sempre la stessa direzione NNW‐SSE, parallela a quella delle faglie che hanno generato le diverse scosse principali.

Distribuzione dei valori di intensità EMS dopo il terremoto del 24 agosto 2016 (Mw 6.0 e Mw 5.3) – a sinistra – e dopo gli eventi del 26 (Mw 5.4 e 5.9) e del 30 ottobre 2016 (Mw 6.5) – a destra. Si nota il forte aggravamento a seguito delle scosse di fine ottobre e l’estensione del danneggiamento soprattutto in direzione nord.

La gravità degli effetti e la loro distribuzione sul territorio possono essere in parte spiegati con tre motivazioni:

a) la direttività della sorgente sismica, cioè la direzione in cui si sono propagate le rotture dei singoli segmenti di faglia durante gli eventi principali. Ad esempio, a seguito del terremoto di magnitudo Mw 6.5 del 30 ottobre si è notata una forte attenuazione dell’intensità in direzione W e SW (danni complessivamente leggeri o irrilevanti a Cascia [6-7 EMS sull’intero abitato, ma nel centro storico solo 5 EMS], Cerreto di Spoleto [5 EMS] ecc. a pochi km dall’epicentro) contrapposta ad una forte propagazione dello scuotimento verso N e NE (danni diffusi e importanti a Camerino [7-8 EMS], Tolentino [7 EMS], San Severino Marche [7 EMS], San Ginesio [7-8 EMS] ecc., a distanza significativa dall’epicentro);

b) l’elevata vulnerabilità sismica degli edifici in alcune aree. L’edilizia storica presente nei centri abitati dell’Alto Reatino e della confinante provincia di Ascoli Piceno, lungo la Valle del Tronto, è generalmente molto diversa e notevolmente più vulnerabile di quella che caratterizza sia la Valnerina, in Umbria (zona di Norcia-Preci-Cascia), sia il versante marchigiano dei Monti Sibillini (provincie di Macerata e Fermo). Nel reatino e nella Valle del Tronto, infatti, i centri abitati presentano una forte prevalenza di edilizia storica in pietra; i centri minori, sorti originariamente come insediamenti rurali, sono stati progressivamente adibiti ad uso residenziale (principalmente seconde case) o in parte abbandonati.

Amatrice: edificio con muratura a doppio paramento, con i muri portanti costruiti con pietrame di varia pezzatura, mal assemblato e con leganti poveri. Un esempio di elevata vulnerabilità sismica (Foto QUEST).

Il materiale da costruzione tradizionale è generalmente quello immediatamente disponibile in loco e, in alcuni settori in particolare (ad esempio nelle frazioni di Amatrice sul versante dei Monti della Laga), è costituito da pietrame di pezzatura estremamente varia, generalmente arrotondato o solo rozzamente sbozzato, assemblato in modo incoerente e privo di malte. Le murature portanti, in diversi casi, sono costituite da muri a doppio paramento, non collegato (muratura “a sacco”).

Molti edifici, inoltre, presentano tracce di interventi di ristrutturazione relativamente recenti che hanno però ottenuto l’effetto opposto, andando a peggiorare la vulnerabilità e a rendere queste strutture più fragili. Ad esempio, molti solai in legno sono stati nel tempo sostituiti con rigidi e pesanti solai in laterocemento, senza un adeguato rinforzo delle vecchie murature verticali e senza un’adeguata connessione tra muratura e solaio, compromettendo così l’integrità dell’intera struttura. Abbastanza frequenti sono gli inserimenti di cordoli in calcestruzzo, spesso non armato o con armatura del tutto inadeguata (in qualche caso su un solo lato dell’edificio).

Amatrice: edificio collassato per il peso di coperture e solai in calcestruzzo armato e gravanti su murature fragili e vulnerabili, non progettate per sostenerli (Foto QUEST).

Da tutte queste considerazioni non stupisce il fatto che già a seguito del terremoto del 24 agosto 2016, con epicentro proprio in questa area, gli effetti siano stati altamente distruttivi, con elevata mortalità.

In altri settori – soprattutto sul versante marchigiano a est della catena appenninica – è diffusa un’edilizia in muratura a pietra squadrata con ricorsi in mattoni, molto meno vulnerabile. In queste zone, tuttavia, sono entrati in gioco anche altri fattori.

Nelle aree dell’Umbria e delle Marche interessate da ricostruzioni e ristrutturazioni a seguito di terremoti recenti (Valnerina 1979, Umbria-Marche 1997-98) il grado di danneggiamento è stato molto più contenuto, anche dopo i tre eventi principali del 24 agosto, 26 e 30 ottobre. In foto esempi di edifici a Preci (PG), in alto, e a Sarnano (MC), in basso.

La zona della Valnerina, ad esempio, è stata sede nei secoli passati di forti e ripetuti terremoti (negli anni 1703, 1730, 1859 e 1979 i più forti degli ultimi 3 secoli, più numerosi altri minori – si veda CPTI15 (Rovida et al., 2016) che hanno comportato frequenti ricostruzioni e ristrutturazioni. A queste vanno aggiunte anche le recenti e “virtuose” ristrutturazioni a seguito del terremoto di Umbria-Marche del 1997-98, ben visibili ad esempio nelle catene inserite in numerose murature. Questo è probabilmente uno degli elementi determinanti che spiega perché in paesi come Norcia e Preci i danni nei centri storici siano stati relativamente contenuti – a subire vasti crolli sono state soprattutto le chiese (sulla vulnerabilità particolare delle chiese, e degli edifici monumentali in genere, si rimanda al post di luglio) – nonostante la vicinanza all’epicentro della fortissima scossa del 30 ottobre. Allo stesso modo, anche diverse località del versante marchigiano sono caratterizzate dalla presenza di edifici ricostruiti o rinforzati dopo il 1997 e che per questo presentano una vulnerabilità complessivamente minore;

c) effetti locali di amplificazione (“effetti di sito”), come effetti “di cresta” o “sella” che hanno amplificato lo scuotimento sismico. E’ il caso di centri come Amandola (FM) e Gualdo (MC), già diffusamente danneggiati dalla scossa del 24 agosto e aggravati dopo il 26 e 30 ottobre, oppure San Severino Marche (MC), molto lontano dall’epicentro. Altri esempi sono rappresentati dalla stessa Amatrice (PGA di 0.86 g per il terremoto del 24 agosto) e da alcune sue frazioni ubicate a nord e a est del capoluogo ai piedi della Laga (ad esempio Saletta, Sommati, Casale, San Lorenzo e Flaviano), tutti centri caratterizzati, come abbiamo visto sopra, da un’elevata vulnerabilità che è stata ulteriormente aggravata dall’amplificazione sismica dovuta alla presenza di sedimenti quaternari recenti e incoerenti su cui questi paesi erano stati costruiti. Le frazioni situate a ovest di Amatrice, ubicate sulle arenarie della formazione della Laga, dove l’amplificazione sismica è stata minore, hanno subito danni più contenuti.

Un caso a parte è rappresentato dall’abitato di Pescara del Tronto, fondata verosimilmente sull’accumulo di una antica frana (paleofrana) rimobilizzata in occasione della scossa principale del 24 agosto, proprio nella zona della faglia sismogenetica.

La forte vulnerabilità edilizia e gli effetti locali di sito particolari sono all’origine dell’elevato grado di distruzione (Int. 10-11 MCS e 10 EMS già con la scossa del 24 agosto) riscontrato a Pescara del Tronto (AP), costruita su una paleofrana in zona di faglia (Foto QUEST).

L’insieme di tutti questi elementi ha contribuito a produrre – a seguito dei terremoti del 2016-2017 – un livello di danneggiamento tra i più alti osservati in Italia negli ultimi 100 anni. Nell’area di Amatrice e a Pescara del Tronto già a seguito del terremoto di Mw 6.0 del 24 agosto si sono raggiunti effetti pari al grado 10 EMS (e 10-11 MCS), che si sono aggravati dopo gli eventi del 26 e soprattutto del 30 ottobre, fino a toccare il pieno grado 11 sia EMS che MCS. Effetti di questa gravità (11 MCS) – ancorché “cumulati” a causa delle ripetute, violente scosse –  non si osservavano nel nostro paese da oltre un secolo, cioè dai tempi dei famosi e catastrofici terremoti del 28 dicembre 1908 a Messina-Reggio Calabria e del 13 gennaio 1915 nella Marsica (Abruzzo) (CPTI15; Rovida et al., 2016).

La storia sismica di Amatrice (da DBMI15; Locati et al, 2016) è nota a partire dal terremoto del 1639 (Mw 6.2 CPTI15; Rovida et al., 2016) e fino ad oggi presentava risentimenti sismici massimi pari al grado 9 MCS. La freccia blu a destra indica il devastante grado 11 MCS (e EMS) dovuto al cumulo degli effetti prodotti dalla sequenza del 2016-2017, e rappresenta il massimo storico raggiunto per questa località (NB: Questo dato non compare nel database DBMI15, in quanto la versione attuale del catalogo CPTI15 è aggiornata al 2014).

Lo scenario del danneggiamento complessivo, rilevato dopo le ultime forti scosse del 18 gennaio 2017, con gravi danni estesi per circa 70 km dall’area di Campotosto (AQ) e dal Teramano, a sud, fino a San Severino Marche e Tolentino verso nord, è tra i più vasti, gravi e distruttivi osservati nell’ultimo secolo in Italia.

a cura di Filippo Bernardini (INGV – Bologna) e Andrea Tertulliani (INGV – Roma1).


Bibliografia

Galli P., Peronace E., Tertulliani A. [a cura di] (2016). Rapporto sugli effetti macrosismici del terremoto del 24 Agosto 2016 di Amatrice in scala MCS. Roma, rapporto congiunto DPC, CNR‐IGAG, INGV, 15 pp.  DOI: 10.5281/zenodo.161323

Grünthal G. (Ed.) (1998). European Macroseismic Scale 1998. European Seismological Commission, Subcommission on Engineering Seismology, Working Group Macroseismic Scales, Cahiers du Centre Européen de Géodynamique et de Séismologie, 15, pp. 99. Luxemburg.

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E. (2016). DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15

QUEST Working Group: Azzaro R., A. Tertulliani, F. Bernardini, R. Camassi, S. Del Mese, E. Ercolani, L. Graziani, M. Locati, A. Maramai, V. Pessina, A. Rossi, A. Rovida, P. Albini, L. Arcoraci, M. Berardi, C. Bignami, B. Brizuela, C. Castellano, V. Castelli, S. D’Amico, V. D’Amico, A. Fodarella, I. Leschiutta, A. Piscini, M. Sbarra (2016). The 24 August 2016 Amatrice earthquake: Macroseismic survey in the damage area and EMS intensity assessment, Annals of Geophysics, vol. 59, Fast Track 5. doi: 10.4401/ag-7203

Sieberg A. (1930). Geologie der Erdbeben. Handboch der Geophysic, 2, 4, 552-554 [Tabb. 100, 101, 102, 103], Berlin.

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. [eds] (2016). CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15

Tertulliani A. e Azzaro R. [a cura di] (2016a). QUEST – Rilievo macrosismico in EMS98 per il terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016, rapporto interno INGV, Roma, doi: 10.5281/zenodo.160707

Tertulliani A. e Azzaro R. [a cura di] (2016b). QUEST – Rilievo macrosismico per i terremoti nell’Italia centrale. Aggiornamento dopo le scosse del 26 e 30 ottobre 2016, rapporto interno INGV, Roma, doi: 10.5281/zenodo.182694

Tertulliani A. e Azzaro R. [a cura di] (2016c). QUEST – Rilievo macrosismico per i terremoti nell’Italia centrale. Aggiornamento dopo le scosse del 26 e 30 ottobre 2016. Aggiornamento al 21 dicembre 2016, rapporto interno INGV. doi: 10.5281/zenodo.238778

Tertulliani A. e Azzaro R. [a cura di] (2017). QUEST – Rilievo macrosismico in EMS98 per la sequenza sismica in Italia Centrale: aggiornamento dopo il 18 gennaio 2017, Rapporto interno INGV. doi: 10.5281/zenodo.556929

Tertulliani A. – Articolo INGV Newsletter n. 14 con video intervista: http://comunicazione.ingv.it/index.php/2017/newsletter-n-14/1596-quest-e-l-analisi-dei-danni-dopo-le-scosse-del-26-e-30-ottobre-in-italia-centrale


Licenza

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Il rilievo macrosismico nella sismologia moderna: Il gruppo operativo QUEST dell’INGV

Cos’è e a che serve il rilievo macrosismico

La sismologia moderna è una scienza prevalentemente strumentale. Oggi, infatti, le più recenti tecnologie mettono a nostra disposizione sofisticati e sensibili strumenti di ultima generazione, che permettono di registrare i più piccoli movimenti di deformazione della crosta terrestre, il passaggio delle più deboli onde sismiche, neppure lontanamente percepibili dall’uomo, ma anche le più forti accelerazioni del suolo prodotte dai grandi terremoti. Abbiamo software che, usando i dati strumentali, consentono di ricostruire in 3D la frattura (faglia) che ha generato un forte terremoto e la distribuzione nel tempo e nello spazio di tutte le scosse di una sequenza sismica. In quest’ottica potremmo chiederci che senso abbia rilevare, ancora oggi, gli effetti causati da un terremoto sulle persone, sugli oggetti e sulle costruzioni, e assegnare un’intensità macrosismica ad ogni singola località come già si faceva 100 e più anni fa, agli albori della sismologia come disciplina scientifica.

In realtà la macrosismologia – quella branca della sismologia che studia gli effetti (transitori e permanenti) causati dai terremoti sul contesto antropico e ambientale, classificandoli in gradi di intensità secondo quei particolari strumenti che sono le scale macrosismiche – ha mantenuto un ruolo rilevante nell’ambito delle discipline sismologiche.

Le indagini macrosismiche sui forti terremoti hanno oggi una duplice funzione: da una parte ci sono i rilievi in emergenza svolti solitamente in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile (DPC) e con altre istituzioni (ENEA, CNR ecc.), che hanno lo scopo di individuare, già immediatamente dopo una forte scossa, l’area maggiormente danneggiata per fornire alla Protezione Civile indicazioni utili alla gestione dell’emergenza. Questo tipo di rilievo viene svolto visionando le località colpite per valutare il danneggiamento generale di ciascuna di esse, danneggiamento che viene poi quantificato con un valore di intensità macrosismica assegnato ad ogni località sulla base della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (Sieberg, 1930) – da qui in poi MCS, che è la più idonea per una valutazione necessariamente speditiva.

Esempio di “scheda di campagna” utilizzata e compilata a mano dagli esperti del team QUEST nel corso di un rilievo macrosismico in scala europea EMS98 (sono riconoscibili le somme totali e le percentuali suddivise per classi di vulnerabilità e per i diversi livelli di danno rilevati).

Dall’altra, ci sono i rilievi di dettaglio dell’area più gravemente colpita, che hanno finalità più prettamente scientifiche. Questo tipo di indagine viene svolto sulla base della scala europea EMS98 (European Macroseismic Scale [Grünthal, 1998]), da qui in poi EMS, che contempla una casistica dettagliata di tipologie costruttive e di livelli di danno miranti a rendere il più oggettiva possibile la valutazione dell’intensità. Il rilievo svolto usando la EMS viene eseguito considerando la vulnerabilità e il livello di danno di ogni singolo edificio e quindi andando a considerare, per ogni località, la diffusione statistica dei diversi livelli di danno in relazione alla vulnerabilità sismica delle diverse tipologie edilizie colpite. [*]

Va sottolineato che questo tipo di rilievo NON ha nulla a che vedere con il rilievo di agibilità delle singole unità abitative che viene effettuato da tecnici esperti (ingegneri, architetti), appositamente addestrati e che richiede una stima analitica dei danni con una valutazione di primo intervento ed un giudizio sull’agibilità dell’immobile.

Distribuzione delle intensità macrosismiche “cumulative” relative all’intera sequenza emiliana del maggio-giugno 2012, espresse in scala europea EMS98. La stella nera rappresenta l’epicentro macrosismico (da Graziani et al., 2015).

La finalità scientifica del rilievo macrosismico è principalmente quella di recuperare e classificare lo scenario degli effetti (il dato di base), trasformandolo in un valore (intensità). Uno degli aspetti più interessanti e importanti è il confronto dei valori di intensità di un terremoto moderno con i terremoti  storici della stessa area. Dei terremoti del passato, soprattutto quelli avvenuti prima dell’epoca strumentale moderna (cioè prima degli anni ’70 del secolo scorso), siamo in grado di ricostruire il quadro degli effetti macrosismici (la Sismologia Storica infatti si avvale della macrosismologia per studiare e classificare gli effetti sismici descritti nelle fonti storiche). Utilizzando speciali algoritmi, i dati di intensità vengono convertiti in parametri macrosismici, cioè stime della localizzazione epicentrale e della magnitudo del terremoto del tutto equivalenti ai parametri strumentali moderni. Da qui l’importanza di confrontare la sismicità attuale con quella passata. In questo modo viene arricchito il catalogo parametrico dei terremoti italiani e il relativo database, che a loro volta sono essenziali per le stime di pericolosità sismica .

Una squadra del gruppo operativo QUEST (Quick Earthquake Survey Team) impegnata nel rilievo degli effetti macrosismici a Camerino, dopo l’evento del 30 ottobre 2016

Un aspetto “critico” del rilievo macrosismico è quello rappresentato dal cumulo degli effetti che inevitabilmente si viene a produrre quando si verificano sequenze con forti scosse ravvicinate nel tempo e nello spazio, che portano ad aggravamenti significativi del quadro del danneggiamento iniziale. Quando i singoli eventi sono molto ravvicinati, ad alcune ore o pochissimi giorni di distanza (come avvenne in Umbria-Marche nel 1997, con le due forti scosse del 26 settembre che si verificarono a sole 9 ore l’una dall’altra) è pressoché impossibile distinguerne gli effetti sul territorio e avremo un quadro complessivo, come se si fosse avuto un solo, unico terremoto. Quando invece le scosse più forti avvengono a diversi giorni, o addirittura settimane o mesi di distanza (come in Emilia nel 2012 con le scosse del 20 e 29 maggio, o come in Italia centrale con i terremoti del 24 agosto, 26 e 30 ottobre 2016 e, infine, 18 gennaio 2017), di solito c’è tempo sufficiente per svolgere (almeno parzialmente) un rilievo degli effetti del primo terremoto. I rilievi successivi serviranno a osservare e valutare il progressivo aggravamento degli effetti. Inevitabilmente lo scenario macrosismico finale sarà caratterizzato da intensità cosiddette cumulative (o cumulate), che terranno conto dell’impatto complessivo di tutte le scosse avvenute.

Il gruppo operativo QUEST

Con l’acronimo QUEST (QUick Earthquake Survey Team) è denominato uno dei gruppi operativi dell’INGV che intervengono in caso di emergenza sismica. QUEST è composto da un Team di ricercatori e tecnici esperti di rilievo macrosismico che hanno il compito di fornire, in modo rapido e univoco, il quadro degli effetti nell’area colpita da un terremoto significativo sul territorio italiano, a supporto degli interventi di Protezione Civile e della Comunità Scientifica. Il gruppo è costituito in gran parte da personale afferente istituzionalmente alle varie Sezioni dell’INGV, ma è supportato anche da operatori appartenenti ad altre amministrazioni (Università, DPC, ENEA, CNR, INOGS e altre), che hanno ripetutamente partecipato ad analoghe attività.

Il protocollo di intervento prevede che il gruppo si attivi quando sul territorio nazionale avviene un evento sismico potenzialmente sopra la soglia del danno, cioè generalmente con magnitudo uguale o superiore a 5.0 (che scende a 3.5 nelle aree vulcaniche), o anche inferiore quando vi siano comunque notizie di danni apprezzabili.

Oltre al personale attivo sul campo, le attività del gruppo QUEST prevedono anche la presenza di personale in sede che segue da remoto le operazioni delle squadre impegnate in campagna, ne supporta a livello logistico le attività e gli spostamenti sul territorio, e ne recupera e cataloga le informazioni e i dati via via raccolti.

Tra le rovine di Onna (AQ) dopo il terremoto aquilano del 6 aprile 2009

Il team di QUEST opera dai primi anni 2000 ed è intervenuto sul territorio non solo a seguito dei più importanti e distruttivi terremoti avvenuti in questi anni (Molise 2002, L’Aquila 2009, Emilia 2012, Italia centrale 2016-2017), ma anche in occasione di numerosi eventi “minori” che comunque hanno avuto un impatto significativo a livello locale (si veda la pagina http://quest.ingv.it/index.php/rilievi-macrosismici).

Il prossimo post sarà dedicato proprio alle attività svolte dal gruppo QUEST nell’area dell’Italia centrale colpita dalla lunga e distruttiva sequenza iniziata con il terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016.

Questo slideshow richiede JavaScript.

a cura di Filippo Bernardini (INGV-Bologna) e Andrea Tertulliani (INGV – Roma1)


[*] Nelle indagini macrosismiche gli effetti subiti da un singolo edificio da soli non sono statisticamente significativi per valutare l’impatto di un terremoto su una determinata località. L’intensità macrosismica, infatti, per come è stata concepita fin dai tempi di Giuseppe Mercalli (1850-1914) vuole rappresentare una misura dello scuotimento del suolo che ha coinvolto una determinata località nel suo complesso; perciò, per assegnare un valore scientificamente utile va sempre considerato l’edificato di una località nel suo insieme. In altre parole, anche quando il rilievo viene fatto in modo dettagliato edificio per edificio, la scala EMS prevede che il valore di intensità finale per ogni località venga stimato sulla base delle percentuali delle diverse classi di vulnerabilità edilizia esistenti nella località e dei relativi livelli di danno in rapporto al numero totale di edifici. In questo modo si riduce il peso statistico di un singolo edificio, che può subire danni per problemi intrinseci che ne aumentano la vulnerabilità e che non sono necessariamente riconducibili al livello dello scuotimento del suolo: età e caratteristiche della costruzione, eventuali difetti strutturali, caratteristiche del terreno in cui affondano le sue fondazioni ecc.. Per questo motivo i danni sporadici (a pochissimi, isolati edifici) in un centro abitato pesano poco o nulla sulla valutazione dell’intensità per quel centro. Ed ecco anche perché dalle stime macrosismiche di solito viene esclusa l’edilizia di tipo monumentale, come le chiese, che sono edifici di solito con una vulnerabilità sismica molto particolare (non è raro, soprattutto nel caso di terremoti di magnitudo media, attorno a 5.0, trovare località dove gli unici danni riguardano chiese e vecchi palazzi storici) e numericamente poco significativi.

Bibliografia

Graziani L., F. Bernardini, C. Castellano, S. Del Mese, E. Ercolani, A. Rossi, A. Tertulliani, and M. Vecchi (2015). The 2012 Emilia (Northern Italy) earthquake sequence: An attempt of historical reading, Journal of Seismology, vol. 19, n. 2, pp. 371-387; DOI: 10.1007/s10950-014-9471-y

Grünthal G. (Ed.) (1998). European Macroseismic Scale 1998. European Seismological Commission, Subcommission on Engineering Seismology, Working Group Macroseismic Scales, Cahiers du Centre Européen de Géodynamique et de Séismologie, 15, pp. 99. Luxemburg.

Sieberg A. (1930). Geologie der Erdbeben. Handboch der Geophysic, 2, 4, 552-554 [Tabb. 100, 101, 102, 103], Berlin.


Licenza

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: