Archivi categoria: I terremoti nella Storia

I terremoti del ‘900: Il terremoto del 15 gennaio 1968 nella Valle del Belice (Parte 1)

Nel gennaio di quest’anno si è ricordato il cinquantesimo anniversario del catastrofico terremoto che ha devastato il Belice nel 1968 (magnitudo Mw 6.5 – Intensità epicentrale X scala MCS ).  Per approfondire gli aspetti di questa sequenza sismica verranno pubblicati due articoli tratti dal volume “Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni”, di Emanuela Guidoboni, storica dei terremoti e dell’ambiente e fondatrice del Centro EEDIS (Eventi Estremi e Disastri), e Gianluca Valensise, geologo e sismologo dell’INGV.  Il volume è stato edito da Bononia University Press (ISBN: 978-88-7395-683-9) e pubblicato nel 2011, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. I dati su cui è basato il volume sono tratti dal Catalogo dei Forti Terremoti in Italia [1].

Anatomia di una catastrofe

Il terremoto colpì con numerose e violente scosse una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra le province di Agrigento, Palermo e Trapani: un’area ritenuta non sismica dalle conoscenze scientifiche del tempo. Nel breve volgere di dieci giorni furono distrutte 9.000 case, numerose antiche chiese, vetusti palazzi e castelli. Si contarono alcune centinaia di vittime e oltre 100.000 senzatetto, 12.000 dei quali emigrarono quasi subito verso l’Italia del nord.

Contrasti istituzionali, una gestione delle risorse non controllata, denunce e conflitti resero difficile e lenta l’opera di ricostruzione. Errori, speculazioni, ma anche idee e preziosità si alternano in questa grande opera di recupero, non ancora conclusa dopo ormai cinquanta anni.

Gli effetti del terremoto

La sequenza sismica iniziò nel pomeriggio del 14 gennaio 1968 con una prima forte scossa alle ore 13:28 locali, che causò danni notevoli a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, nonché lesioni in alcuni edifici a Santa Margherita di Belice, Menfi, Roccamena e Camporeale. Meno di un’ora dopo, alle 14:15, nelle stesse località ci fu un’altra scossa molto forte, sentita anche a Palermo, Trapani e Sciacca. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Leggi il resto di questa voce

I terremoti nella STORIA: il terremoto della Liguria del 23 febbraio 1887

Il 23 Febbraio 1887 alle ore 06:22, 06:29 e 08:51 tre forti terremoti interessarono la Liguria Occidentale, anticipati il giorno precedente e fino alla prima mattina da una serie di scosse leggere. Secondo le ricostruzioni, la scossa delle 6.22 e quella delle 8.51 furono particolarmente intense. I comuni nella fascia costiera tra Sanremo ed Alassio, più vicini all’epicentro, presumibilmente situato in mare al largo di Imperia, subirono gravissimi danni:  Diano Castello, Diano Marina, Bussana, Albisola Marina, Baiardo, Castellaro, Ceriana, Laigueglia, San Remo e Taggia patirono la distruzione di molti edifici e soprattutto delle chiese (CFTI4 Med) . Ma le scosse fecero danni anche in molti altri comuni, fino alla provincia di Genova, che allora comprendeva i paesi ora sotto la gestione amministrativa di Savona, istituita provincia solo nel 1927. Anche nel capoluogo genovese si verificarono scene di panico e danni. La festa del “martedì grasso”, ancora in corso al Teatro Carlo Felice, fu bruscamente interrotta e la gente scappò via per la caduta di alcuni grossi lampadari.

Foto dei danni ad Oneglia. Nella cittadina, che in futuro si sarebbe fusa con porto Maurizio sotto il nome comune di Imperia, si contarono 20 morti e 70 feriti. i danni furono ingenti, al punto che le case rimaste agibili furono meno del 3%.

Foto dei danni a Diano Marina, uno dei comuni più colpiti. Il contributo in vittime fu molto alto: morirono infatti 190 persone.

La scossa principale fu avvertita in un’area di 568.000 km2, Leggi il resto di questa voce

Il terremoto del 16 dicembre 1857 in Basilicata, le radici della fotografia scientifica dei terremoti

Quando nella notte del 16 dicembre 1857  uno dei più disastrosi terremoti della storia sismica italiana devastò e portò la morte in un’ampia area del Vallo di Diano e dell’alta Val d’Agri, probabilmente anche Alfonse Bernoud a Napoli sentì violentemente il terremoto. Giusto il tempo che si sapesse, dalle prime frammentarie notizie, la drammatica gravità dell’evento e Bernoud senza indugio si preparò a intraprendere la prima campagna fotografica di un terremoto mai realizzata al mondo. Fra la fine di dicembre 1857 e gennaio 1858 compì tre spedizioni per documentare le distruzioni causate dal terremoto.

Tre fotogrammi di fotografie stereoscopiche utilizzate per realizzare l’incisione della veduta da ovest della parte alta di Polla distrutta dal terremoto del 16 dicembre 1857.

Ma chi era Bernoud e in cosa sta la straordinarietà della sua azione?

Alphonse Bernoud

Con la liberalizzazione della dagherrotipia da parte di François Arago, annunciata a Parigi il 19 agosto 1839, nacque l’arte della fotografia, la tecnica per dipingere con la luce. Un gran numero di operatori muniti di tutti gli strumenti necessari varcò le Alpi per cercare di diffondere nelle città italiane non solo la “divina scoperta”, ma anche per avere un’affermazione economica e commerciale, sfruttando tempestivamente i grandi entusiasmi suscitati dallo “specchio dotato di memoria” come lo aveva definito, con molta proprietà e con espressione quanto mai felice, Oliver Wendel Holmes. D’altra parte le fotografie delle città d’arte e dei monumenti italiani avrebbero rappresentato una fonte sicura di guadagno fuori dall’Italia. Nato nel 1820 a Meximieux (Lione), Jean Baptiste (in arte Alphonse) Bernoud verso il 1845 giunse in Italia per intraprendere il “mestier nuovo” e raggiunse ben presto una fama tale da divenire il fotografo della corte reale borbonica e poi del re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia. Dopo aver operato per anni in diverse città tra cui Genova, Firenze, Livorno, Siena e Roma, dal luglio 1858 Bernoud si stabilì a Napoli. In quel periodo egli mise a punto un nuovo metodo per colorare i dagherrotipi così reclamizzato: “Ritratti fotogenici all’acquerello. Metodo nuovo e tutto speciale di Alphonse Bernoud professore di fotografia”. Le prove fino a ora rintracciate (un dagherrotipo stupendo è conservato nella collezione Malandrini degli archivi Alinari) sono sempre di altissimo livello. In questi anni Bernoud raggiunse una grande qualità tecnica e partecipò ad alcune esposizioni in Italia (Toscana 1854) e all’estero Parigi (1855 e 1857) dove venne premiato con due ambitissimi riconoscimenti. Sull’onda di questa giusta notorietà Bernoud si portò prima a Roma dove quasi sicuramente scattò molte fotografie, anche in formato stereoscopico, dei monumenti più importanti di questa città e poi a Napoli, che divenne la sua sede operativa più importante, dove aprì due atelier. A seguito della fama raggiunta per la sua abilità tecnica e artistica esplicata nell’esecuzione di ritratti e di vedute, ebbe un’affermazione ampia e incondizionata nel pubblico napoletano e soprattutto nell’ambiente assai vivace e internazionale della corte borbonica. A Napoli Bernoud rivelò tutta la sua complessa personalità. Oltre a una straordinaria dinamica di spostamenti, da un luogo a un altro per essere al posto giusto nel momento giusto, Bernoud ebbe la sottile capacità di intuire i fatti salienti del suo tempo dei quali fu spettatore e cronista. Egli non conobbe ostacoli: aiutato da una robusta salute e da una prestanza fisica eccezionale poté affrontare con relativa facilità i disagi dei viaggi lungo tutta la penisola o recarsi all’estero. Per questo suo contatto frequente con l’estero, Bernoud fu tra i primi in Italia ad introdurre le novità fotografiche e tutti i miglioramenti apportati alla tecnica fotografica, in quegli anni di grande evoluzione. Nel campo della stereoscopia Bernoud fu un vero pioniere, come testimoniano le sue vedute effettuate con questo mezzo. Come tutti gli stereoscopisti di quel periodo, egli in un primo momento impiegò una sola macchina scattando prima un’immagine e, dopo uno spostamento di pochi centimetri, pressappoco come a distanza pupillare, la seconda immagine.

Bernoud e Il terremoto del 16 Dicembre 1857

Appresa la notizia del terremoto del 16 dicembre, fra il 21 e il 22 dicembre, Bernoud partì per una prima ricognizione, come testimoniato da una lettera di raccomandazione al Ministro della Polizia borbonica:

recasi in cotesta Provincia il fotografo Signor Alfonso Bernoud, al fine di ritrarre delle vedute su’ luoghi di disastri che hanno testé desolato le contrade della Basilicata. […] la prego che a quest’ultimo Signor Bernoud vengano usate tutte le agevolazioni” (Lettera di Trojano Folgori al direttore del Ministero della Polizia generale, Napoli 20 dicembre 1857).

Partire per una campagna fotografica a quel tempo era molto impegnativo sia dal punto di vista tecnico e logistico sia dal punto di vista delle autorizzazioni e della sicurezza personale. Le fotografie venivano realizzate su lastre fotografiche con l’uso di ingombranti e pesanti macchine fotografiche di legno, metallo e vetro ottico. Le operazioni di inserimento delle lastre fotografiche negli appositi caricatori (chassis) dovevano avvenire al riparo della luce sotto apposite tende. Per questo Bernoud aveva con sé un aiutante con uno zaino che riportava la scritta “A. Bernoud Photographe”. Questo zaino figurava spesso nelle fotografie e rappresenta una sorta di firma anti-pirateria, come diremmo oggi. Segno evidente che anche allora occorreva difendersi dalle riproduzioni abusive.

Da sinistra a destra: camera oscura per reportage in esterni costituita da una tenda dentro la quale, al riparo dalla luce venivano effettuate tutte le operazioni di caricamento delle macchine fotografiche. Caricatura della fatica del fotografo nella copertina del volume di Cuthbert Bede Photographic Pleasures (1855). Fotogramma di sinistra della foto stereoscopica di Bernoud delle rovine di Santa Trinità a Polla in cui si vede, in alto a sinistra, l’assistente di Bernoud con lo zaino delle attrezzature fotografiche. Un’accurata analisi permette di distinguere sullo zaino la scritta “A. Bernoud Photographe” (Coll. Royal Society n. 166).

Muoversi con questa attrezzatura era già complicato in condizioni normali, figuriamoci in zone impervie dell’entroterra lucano devastato dal terremoto e insicuro per non rari episodi di brigantaggio. Nonostante ciò, Bernoud fu in grado in pochi giorni di spingersi fino ai paesi più colpiti del Vallo di Diano (Lucania occidentale o interna) e rientrare il 28 di dicembre a Napoli.

Le prime immagini divennero famose soprattutto attraverso il settimanale parigino L’Illustration, che le pubblicò il 9 gennaio 1858 in una corrispondenza inviata da Napoli dal giornalista e scrittore Marc Monnier, con notizie dettagliate della grave calamità. Per poterle pubblicare, le fotografie dovettero essere trasformate in incisioni. Così Monnier ricorda la prima missione di Bernoud:

“Un fotografo di grande abilità, il Signor Bernoud […] è accorso immediatamente nella città distrutta. È ritornato ieri (28 dicembre) con parecchie fotografie stereoscopiche sviluppate in gran fretta: vi invio le più caratteristiche.” (L’llustration, Journal Universel 9 gennaio 1858).

Fra la fine di dicembre 1857 e la seconda metà di gennaio 1858 Bernoud completò le sua campagna fotografica, spingendosi ad Auletta, Atena Lucana, Tito, Vignola (Pignola), Paterno, Marsico Nuovo e Potenza. Alcune di queste fotografie furono pubblicate dall’llustration e sull’Illustrated London News.

Da sinistra a destra: fotogramma di sinistra della foto stereoscopica di Bernoud di Porta Salza a Potenza con i danni per il terremoto (Coll. Royal Society n. 305) e a seguire le incisioni tratte da questa fotografia e pubblicate sull’Illustration (30 gennaio 1858) e l’Illustrated London News (23 gennaio 1858).

Robert Mallet e le fotografie del disastro

Con il supporto di un finanziamento di 150 sterline da parte della Royal Society di Londra, il 27 gennaio 1858 l’ingegnere irlandese Robert Mallet partì dalla capitale inglese per studiare il terremoto che aveva devastato alcune aree interne del Regno di Napoli. Mallet arrivò a Napoli il 5 febbraio 1858, quando Bernoud aveva già portato a termine ben tre ricognizioni fotografiche esponendone i risultati in uno dei suoi studi. In quei giorni, oltre a trovare accompagnatori, attrezzature e viveri per il suo viaggio, Mallet vide le immagini di Bernoud che trovò, pur artistiche ma di scarsa utilità per la scienza. Ottenuto finalmente il permesso di proseguire verso l’interno del regno, il 10 febbraio Mallet partì per le zone colpite dal terremoto. In una lettera del 18 febbraio a Charles Lyell, Mallet spiegò l’importanza che il mezzo fotografico avrebbe potuto avere per la sua missione scientifica e, rammaricato di non aver potuto portare con sé un fotografo, chiese all’amico di intercedere presso la Royal Society per un ulteriore finanziamento di 50 sterline al fine di  affidare a “un signore francese” oppure a un altro eccellente fotografo a Napoli, la documentazione fotografica degli oggetti e delle vedute che lui reputava interessanti e di cui stava stilando un elenco.

Sarebbe valsa una qualsiasi somma se avessi potuto portare con me un fotografo come avevo tanto desiderato – un signore francese è stato in alcuni dei paesi ma le sue vedute sono di scarsa utilità per la scienza – il modo migliore sarebbe stato di poterlo dirigere al momento della veduta da riprendere – spesso sarebbe di parti degli interni – di statue o di immagini e di altri oggetti spostati o scagliati ecc.  Io ho fatto un elenco strada facendo degli oggetti principali e delle vedute di quelli che sarebbero ancora molto interessanti da fotografare, e ho l’intenzione ritornando a Napoli entro circa otto giorni da oggi di tentare di accordarmi sul contratto con il francese per ripercorrere le mie tappe e fotografare queste vedute.  Robert Mallet  (Lettera di R. Mallet a Ch. Lyell, Tramutola 18 febbraio 1858).

L’eccellente fotografo di cui parla Mallet è certamente Bernoud, mentre il “signore francese” con cui prese accordi è dimostrato essere Claudio Grillet (ma che Mallet cita come Grellier, probabilmente confondendo il nome), di cui scrive il 6 marzo 1858 a Lyell che “si era già recato nelle Province (e allo stesso tempo e in alcuni dei luoghi in cui ero stato)”. Eppure, delle 156 fotografie che Mallet utilizzò nel redigere il suo Rapporto (Mallet 1862), almeno 57 sono di Bernoud  (Bechetti e Ferrari 2004). Quelle allegate al manoscritto del Rapporto, conservato presso la Royal Society di Londra, sono le prime fotografie degli effetti di un terremoto, oltre che di molti dei paesi ritratti. In particolare, costituiscono i primi documenti scientifici per la nascente sismologia e un rilevante patrimonio di informazioni grazie al quale oggi è possibile ricostruire molte delle trasformazioni paesaggistiche intercorse negli ultimi 150 anni (Ferrari, Caciagli e Tarabusi 2004).

Da sinistra a destra: Pertosa – Rovine nella zona ovest con persone e animali in posa. (n.146 Coll. Roy. Soc). L’immagine è sicuramente di Bernoud ed è fra quelle considerate da Mallet artistiche, ma per lui inutili. Trinità – Rovine della Chiesa della Santa Trinità (n.209 Coll. Roy. Soc). E’ certamente una delle fotografie commissionate da Mallet a Grillet, come si evince dalle misure angolari che ne trae l’ingegnere irlandese.

Le 156 fotografie allegate al Rapporto di Mallet

Le fotografie allegate al manoscritto del Rapporto di Mallet si possono dividere in due gruppi a seconda del formato: il primo gruppo è composto da 36 foto monoscopiche, realizzate su commissione di Mallet, da C.Grillet, mentre le restanti 120 sono stereoscopiche montate su cartoncini di vario tipo e attribuibili solo in parte a Bernoud in maniera certa, anche se le foto furono tutte commissionate da Mallet a Grilllet. Si è ipotizzato che Grillet, non riuscendo a completare un così complesso e rischioso reportage fotografico, abbia spedito a Mallet anche foto di Bernoud, rendendole anonime. Ma non del tutto, infatti in alcune delle fotografie compare l’assistente di Bernoud con uno zaino sul quale è scritto chiaramente “A.Bernoud Photographe”.

Camera stereoscopica ideata nel 1852 dall’ottico di Manchester J.B. Dancer.

Questo espediente serviva a evidenziare le dimensioni del soggetto della foto oltre a tutelare, come si è detto, la proprietà del lavoro contro i “pirati di immagini”. Le coppie stereoscopiche sono state eseguite con una macchina stereoscopica quasi sicuramente con il metodo del collodio albuminato inventato da Taupenot (lastra al collodio secco) e variato da Bernoud stesso, che permetteva di preparare le lastre alcuni mesi prima dell’uso. Bernoud fu un vero pioniere in questo tipo di fotografia e la lunga esperienza, accumulata in vari anni di pratica, gli permetteva di padroneggiare il mezzo tecnico – fotografico con assoluta sicurezza e ottimi risultati. Durante le sue campagne fotografiche del terremoto, egli eseguì circa 150 immagini che, considerate le difficoltà di spostamento e la complessità delle operazioni, costituiscono il più ampio reportage mai eseguito fino ad allora. Per realizzare tali immagini impiegò prevalentemente la macchina stereoscopica, anche perché il piccolo formato delle lastre negative (7,7×7,5 cm circa) permetteva quasi l’istantanea, abbreviando di molto il tempo di posa. Due lastre di questo formato pesavano assai meno di una lastra grande ed erano più maneggevoli.

Il problema delle attribuzioni

Bernoud fece molte più foto stereoscopiche di quelle presenti nella collezione conservata alla Royal Society di Londra. L’archivio privato di Salerno, in particolare, conserva la più completa raccolta di foto di Bernoud del terremoto del 1857 finora reperita e comprende 71 fotografie stereoscopiche numerate dallo stesso Bernoud. Lo studio comparato delle fotografie di Bernoud note e delle 120 immagini stereoscopiche allegate al manoscritto del Rapporto di Mallet ha permesso di identificare alcuni elementi distintivi dello stile fotografico dell’illustre fotografo francese: la frequente presenza dello zainetto con la scritta “A.Bernoud Photographe” e di persone chiaramente in posa, il cartiglio firmato, le annotazioni sul fronte in lingua italiana. Inoltre, 18 delle fotografie allegate al Rapporto di Mallet coincidono con altrettante foto note di Bernoud. Per contro, le foto verosimilmente realizzate da Grillet per Mallet sono prive di persone e il cartiglio è anonimo, mentre le scritte sono sempre in francese. È così risultato che 57 fotografie (48%) sono attribuibili a Bernoud e 38 (32%) a Grillet, mentre le restanti 25 non sono risultate attribuibili sulla base dei parametri a disposizione.

Mallet e Grillet: la trattativa e i costi del nuovo reportage fotografico

Al suo rientro a Napoli, il 28 febbraio, Mallet trovò un telegramma da Londra che lo autorizzava ad affidare un reportage fotografico a Grillet a corredo della sua missione, come da lui richiesto a Lyell nella lettera del 18 febbraio.  In una nuova lettera del 6 marzo 1858 a Lyell, Mallet affermava:

Mi aspetto di concludere la trattativa [con Grillet] oggi e credo che sarà sostanzialmente come segue: ho preparato un elenco preciso dei luoghi, delle scene e degli oggetti seguendo l’intero tracciato del mio percorso che lui dovrà seguire e fotografare – il numero totale di vedute è di circa 125. Di queste una trentina sono da ingrandire essendo principalmente scene che dimostrano le relazioni delle cittadine ecc. rispetto al paesaggio circostante o adiacente – le loro formazioni ecc. ecc. Le altre saranno di dimensioni stereoscopiche che sarà del tutto sufficiente io ritengo per mostrare gli oggetti vicini con chiarezza. Devo garantire a una cifra tra le 40 e le 50 sterline (non ancora definito con esattezza) e prendere un numero fisso (dieci) copie di ciascuna veduta ad una tariffa fissa cadauna che sarà di circa 3 carlini per le piccole e il doppio per le vedute più grandi. Non ci sarà alcuna difficoltà immagino a piazzare le 10 serie di rovine a pari prezzo o persino a prezzo superiore a Londra e noi possiamo avere tutte le serie che vogliono – Grellier [Grillet] terrà e rimarrà proprietario dei negativi.

Nonostante la fiducia di Mallet nei confronti di Grillet, il fotografo inviò a Mallet le fotografie molto più tardi del previsto, molte delle quali senza didascalie o indicazioni dei luoghi fotografati, rendendo molto difficoltosa da parte di Mallet la ricostruzione a memoria di molti luoghi rappresentati. Questo sarà motivo, in alcuni documentati casi, di errori di identificazione di vedute di paesi da parte di Mallet, a cui si è potuto risalire attraverso una massiccia campagna di rilievi sul territorio alla ricerca di persistenze e mutazioni proprio a partire dalle foto del Rapporto di Mallet (Ferrari, Caciagli e Tarabusi 2004). Uno dei casi più eclatanti è la foto monoscopica attribuita a Viggiano (PZ), che in realtà rappresenta Caggiano (SA).

Due esempi di foto monoscopiche di Grillet. Da sinistra a destra: Caggiano – veduta sud-ovest (n.271 Coll. Roy Soc.) erroneamente attribuita a Viggiano da Mallet e ciò che restava del Palazzo Giliberti di Grumento Nova, allora Saponara (n. 251 Coll: Roy Soc.).

a cura di Graziano Ferrari (INGV – Amministrazione Centrale).


Bibliografia

Becchetti P., Ferrari G. (2004). Fotografia e osservazione scientifica. Il reportage di Alphonse Bernoud nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857. In: Ferrari G. (2004-2009) pp. 63-92.

Ferrari G. (2004-2009) (a cura di), Viaggio nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857, Bologna, 6 voll. e  3 DVD ROM multimediali.

Ferrari G., Caciagli M. e Tarabusi G., (2004). Sulle tracce di Robert Mallet e Alphonse Bernoud: paesaggi naturali e antropici che cambiano. In: Ferrari G. (2004-2009) pp. 289-312.

Mallet R. (1862). Great Neapolitan earthquake of 1857. The first principles of observational seismology, Londra. Traduzione italiana in Ferrari G. 2004-2009, vol. 2.


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I terremoti nella STORIA: Nel 1117 il più forte terremoto dell’area padana colpiva Verona e la pianura centro-occidentale

Novecento anni fa, nel 1117, si è verificato il più forte terremoto dell’area padana di cui si abbia notizia. Nonostante siano trascorsi ben nove secoli e il terremoto si sia verificato in un’area caratterizzata all’epoca da sporadici nuclei abitati situati tra zone paludose e foreste, disponiamo di un gran numero di informazioni su questo evento. Grazie anche alla fitta rete di monasteri benedettini presenti nel XII secolo, esiste infatti un’ampia tipologia di fonti coeve, quali annali monastici, documenti di varia tipologia ed epigrafi, che ci forniscono differenziate e puntuali informazioni su questo terremoto.

Lunetta e architrave del portale dell’Abbazia di Nonantola (Modena) con l’iscrizione relativa al rifacimento dell’edificio avvenuto in seguito al terremoto del 1117.

Si trattò di un evento assai importante per la società del tempo, contraddistinta da un contesto di generale sviluppo economico, infatti le città in quegli anni attraversavano una fase di ripresa economica e demografica e venivano edificati edifici pubblici e chiese. Il terremoto del 1117 si impresse a lungo nella memoria delle popolazioni colpite divenendo un elemento di riferimento cronologico per datare altri avvenimenti, come testimoniato da numerosi documenti successivi.

Il terremoto ebbe una grande fama in tutta l’Europa medievale ed è ricordato in quasi tutti gli annali monastici europei del tempo anche perchè molto probabilmente si è trattato di un evento multiplo (Guidoboni e Comastri, 2005; Guidoboni et al., 2007). L’ampia e accurata ricerca cronachistica e archivistica svolta ha solo parzialmente fatto luce sulla grande complessità di questo evento; da alcuni ricercatori sono state individuate tre diverse scosse: la prima avvenuta nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, la seconda, la più forte, avvenuta nel primo pomeriggio (alle ore 15:15 GMT) del 3 gennaio in concomitanza con una terza scossa di minore entità (Guidoboni et al., 2005). La prima scossa si sarebbe verificata nella Germania meridionale causando danneggiamenti in particolare nell’area di Augusta e Costanza. La seconda scossa ha duramente colpito la Pianura Padana, ed è stata caratterizzata da un’area di danneggiamento molto ampia, comprendente il Veneto, la Lombardia e l’Emilia. Il terzo evento avrebbe interessato l’Alta Toscana, causando il crollo di torri, edifici e campanili nel territorio di Pisa e Lucca (Guidoboni et al., 2005; Rovida et al., 2016).

Epicentri attribuiti ai tre eventi del gennaio 1117 da Guidoboni et al., 2005.

L’evento più forte della sequenza si è quindi verificato nel primo pomeriggio del 3 gennaio 1117 e ha duramente colpito l’area della Pianura Padana veronese, causando danni da Piacenza sino alla costa adriatica. Parte di questi danni sono stati identificati per mezzo di un’estesa ricerca su restauri e ricostruzioni, in edilizia ecclesiastica, successivi al 1117.

Chiesa di San Pietro a San Pietro in Valle (Verona). Le differenti tipologie di muratura testimoniano il periodo di costruzione. Il transetto e la base della torre (1) sono databili all’alto Medioevo; la sommità della torre (2) invece risale al XII secolo, molto probabilmente è stata ricostruita dopo il terremoto del 1117 (Guidoboni e Comastri, 2005).

I dati di intensità macrosismica mostrano che l’area dei maggiori danneggiamenti è localizzata nella valle del Fiume Adige, a sud di Verona (Guidoboni et al., 2005). Nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani la magnitudo stimata di questo evento è pari a 6.5 (Rovida et al., 2016).

Valori di intensità del terremoto Veronese del 3 gennaio 1117 (Guidoboni et al, 2007; Rovida et al., 2016).

Diversi elementi rendono complessa l’individuazione geologica della/delle faglie responsabili dell’evento in questione, vediamo solo i principali:

  • le intensità macrosismiche più elevate sono distribuite su di una porzione molto ampia di pianura;
  • non possiamo escludere che il forte evento denominato Veronese del 3 gennaio sia stato in realtà una sequenza di più scosse molto ravvicinate nel tempo;
  • l’area epicentrale è sede oggi di pochi terremoti strumentali di bassa magnitudo;
  • l’epicentro macrosismico è localizzato in un’area pianeggiante ritenuta usualmente “indeformata” dal punto di vista sismotettonico;
  • le faglie della Pianura Padana non arrivano a tagliare la superficie terrestre ma si fermano in profondità, sono infatti definite faglie cieche. Pertanto possono essere rilevate solo grazie allo studio di prospezioni geofisiche o attraverso altri metodi indiretti.

In un precedente articolo pubblicato su questo BLOG abbiamo descritto il complesso e articolato paesaggio della Pianura Padana, sia quello visibile in superficie sia quello sepolto sotto i sedimenti di origine marina e fluviale. Le strutture compressive, o thrust, delle Alpi Meridionali, a nord, e dell’Appennino Settentrionale, a sud, proseguono al di sotto dei sedimenti della Pianura Padana e sono attualmente in avvicinamento, come mostrano i dati geodetici satellitari. In profondità questo raccorciamento si trasforma in uno sforzo di caricamento di faglie di tipo compressivo localizzate al piede delle Alpi e al piede dell’Appennino. Identificare la faglia responsabile del terremoto del 1117 richiede che si prenda in dovuta considerazione sia l’assetto delle due catene montuose sia l’assetto paleogeografico preesistente. L’avvicinamento delle due catene è infatti fortemente condizionato dalla presenza di un contesto geologico “ereditato”. Quando affermiamo che l’area epicentrale del terremoto del 1117 è localizzata in una zona ritenuta “indeformata”, ci riferiamo a quella porzione di territorio che non è ancora stata apparentemente raggiunta, in profondità, dai thrust delle due catene montuose in avvicinamento.

A causa di queste oggettive complessità sono state ipotizzate negli anni numerose – e  poco vincolate – strutture sismogenetiche responsabili del forte terremoto del 3 gennaio 1117:

  • fronte alpino e struttura delle Giudicarie, attivazione contemporanea del thrust dei M.ti Lessini (indicato come 1a nella figura sottostante) e del thrust del M.te Baldo (indicato come 1b; Galadini e Galli, 2001);
  • fronte alpino, thrust Thiene-Bassano (indicato come 2; Galadini et al., 2001; Galadini et al., 2005);
  • struttura appenninica sepolta, thrust di Piadena (indicato come 3; Galli, 2005);
  • struttura ereditata Mesozoica riattivata nell’attuale regime tettonico compressivo (indicato come 4; DISS Working Group, 2010; Vannoli et al., 2015);
  • strutture ereditate Mesozoiche, le faglie trascorrenti destre di Nogara (indicato come 5a in figura) e di S. Ambrogio (indicato come 5b; Scardia et al., 2015);
  • struttura basata su evidenze di geomorfologia tettonica. Lungo i corsi dei fiumi Mincio e Adige sono state identificate diverse “anomalie di drenaggio” compatibili con il sollevamento della superficie topografica causato dal movimento in profondità della faglia (indicato come 6 in figura; Burrato et al., 2003; DISS Working Group, 2015).

Sorgenti sismiche responsabili del terremoto Veronese del 3 gennaio 1117 proposte nella letteratura scientifica nel corso degli anni (rappresentate in rosso, vedere il testo sopra per la spiegazione). Da notare come negli articoli stessi venga sottolineato come queste sorgenti siano delle mere proposte. In giallo l’epicentro macrosismico dell’evento (Guidoboni et al, 2007; Rovida et al., 2016).

La presenza in letteratura di tante differenti ipotesi conferma come l’individuazione della sorgente responsabile del forte terremoto del 1117 sia ancora oggi un problema aperto.

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia con l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti e il Centro euro-mediterraneo di documentazione Eventi Estremi e Disastri hanno organizzato, nel gennaio scorso, una giornata di studio per fare il punto delle conoscenze su questo terremoto e sul suo impatto, alla luce delle conoscenze scientifiche attuali. Dal sito web del Convegno è possibile visualizzare il programma, scaricare le presentazioni dei diversi ricercatori invitati e vedere i video delle presentazioni.

a cura di Paola Vannoli (INGV, Roma 1)


Bibliografia

Burrato P., Ciucci F., Valensise G. (2003). An inventory of river anomalies in the Po Plain, Northern Italy: evidence for active blind thrust faulting, Ann. Geophys. 5, 865-882, doi: 10.4401/ag-3459.

DISS Working Group (2010). Database of Individual Seismogenic Sources (DISS), Version 3.1.1: A compilation of potential sources for earthquakes larger than M 5.5 in Italy and surrounding areas, http://diss.rm.ingv.it/diss/, © INGV 2010, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, doi: 10.6092/INGV.IT-DISS3.1.1.

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I terremoti nella STORIA: 8 settembre 1694, una scossa devastante colpisce la dorsale appenninica irpino-lucana

Un violento terremoto nell’area appenninica tra Campania e Basilicata: sono devastati una trentina di paesi, fra cui Pescopagano, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora, Caposele, Conza della Campania, Lioni, Santomenna… A chi ha l’età per ricordare, la memoria corre immediatamente al terremoto del 23 novembre 1980 (Imax X mcs, Mw 6.8, catalogo CPTI15 – DBMI15) il più grande disastro sismico della seconda metà del Novecento in Italia. Tuttavia, il terremoto di cui tratta questo articolo, di analoga intensità ed energia (Imax X mcs, Mw 6.7), è accaduto quasi tre secoli prima, l’8 settembre 1694.

Le fonti memorialistiche

Questo evento era ben noto alla letteratura sismologica italiana di fine Ottocento e inizio Novecento (si veda Baratta 1901, pp. 173-181), le cui conoscenze erano basate essenzialmente su tre fonti coeve pubblicate a Napoli: due relazioni ‘protogiornalistiche’ anonime e una lettera dell’abate Giovanni Battista Pacichelli. Tali fonti fornivano notizie su molte località seguendo uno schema simile, elencando cioè le città e i paesi per provincia di appartenenza. Le due relazioni furono pubblicate dagli stessi stampatori (Parrino e Cavallo) con un titolo quasi identico: la prima fu stampata tra il 16 e il 18 settembre 1694; la seconda quasi un mese dopo, il 15 ottobre, come risulta dal frontespizio.

Frontespizio delle due relazioni anonime pubblicate a Napoli con notizie sui danni causati dal terremoto dell’8 settembre 1694. La seconda, pubblicata circa un mese dopo la prima, riporta informazioni più precise.

Frontespizio delle due relazioni anonime pubblicate a Napoli con notizie sui danni causati dal terremoto dell’8 settembre 1694. La seconda, pubblicata circa un mese dopo la prima, riporta informazioni più precise.

Le informazioni riportate dalle due relazioni sono praticamente identiche per ciò che riguarda Napoli e le vicine località della provincia di Terra di Lavoro (corrispondente in parte all’attuale provincia di Caserta) mentre differiscono, a volte notevolmente, nella descrizione dei danni delle altre province. Evidentemente nella prima furono riassunte le iniziali, confuse e in parte esagerate notizie pervenute dalle zone più colpite subito dopo il terremoto, mentre la seconda si avvalse di informazioni più precise e dettagliate giunte successivamente. La lettera scritta da Pacichelli a un suo corrispondente romano, datata 18 settembre 1694 e pubblicata nel 1695, riprende in gran parte le notizie della prima relazione, aggiungendo pochi particolari soprattutto sugli effetti a Napoli, di cui l’autore fu testimone oculare.

Le ricerche archivistiche

A partire dai primi anni 1990, per migliorare le conoscenze su questo evento, sono state condotte approfondite ricerche sulle fonti archivistiche, che hanno consentito di integrare e precisare notevolmente le informazioni sugli effetti subiti dalle località dell’area colpita e di ricostruire il quadro dell’impatto che il terremoto ebbe sulle popolazioni. Dallo spoglio della documentazione amministrativa conservata all’Archivio di Stato di Napoli non sono emerse le relazioni sui danni inviate dalle autorità periferiche (presidi e percettori provinciali) al governo centrale. Probabilmente tale documentazione è andata perduta o dispersa nelle distruzioni belliche subite dall’archivio napoletano. Tale grave lacuna è stata in parte compensata dalla documentazione reperita in Spagna all’Archivo General de Simancas che, insieme alla corrispondenza intercorsa tra il viceré di Napoli, Francisco de Benavides conte di Santisteban, e il re di Spagna, Carlo II d’Asburgo, conserva copie delle relazioni inviate a Napoli dai presidi delle Udienze di Principato Ultra, Principato Citra, Basilicata e Capitanata corrispondenti all’incirca alle attuali province di Avellino, Salerno, Potenza e Foggia.

Relazione sui danni causati dal terremoto inviata a Madrid dal viceré di Napoli conte di Santisteban conservata all’Archivo General de Simancas.

Relazione sui danni causati dal terremoto inviata a Madrid dal viceré di Napoli conte di Santisteban conservata all’Archivo General de Simancas.

L’analisi della documentazione pubblica ha interessato anche le corrispondenze di carattere diplomatico. All’Archivio di Stato di Venezia sono stati reperiti i dispacci inviati dal residente (ambasciatore) veneziano a Napoli Giacomo Resio al doge Silvestro Valier. Analogamente l’Archivio di Stato di Firenze conserva numerosi dispacci e avvisi indirizzati dal residente Giovanni Berardi ad Apollonio Bassetti, segretario del granduca Cosimo III de’ Medici. Si tratta di testimonianze interessanti che forniscono notizie relative non solo ai danni prodotti dal terremoto a Napoli, ma anche alle dinamiche istituzionali e sociali innescate dall’evento.

In ambito ecclesiastico, all’Archivio Segreto Vaticano è stata analizzata la documentazione dell’archivio della Segreteria di Stato, in cui sono stati reperiti numerosi dispacci del nunzio apostolico Lorenzo Casoni, con allegati “fogli di avvisi” o “note” relativi alle località colpite. Lo stesso archivio conserva, inoltre, le lettere inviate al segretario di Stato dall’arcivescovo di Napoli Gherardo Cantelmo, dall’arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini e dai vescovi di Bitetto, Campagna, Muro Lucano, Trevico, Volturara Appula. Nell’archivio della Congregazione del Concilio sono stati infine trovati riscontri del terremoto in numerose relazioni vescovili. Tali documenti, detti relationes ad limina, riguardano le diocesi di tutta l’area colpita dal terremoto. Com’è ovvio, si riferiscono soprattutto allo stato degli edifici ecclesiastici, ma in qualche caso riportano informazioni anche sulle condizioni generali del patrimonio edilizio dei paesi. Più in generale, per la sua scansione diacronica, questa documentazione ha fornito indicazioni utili sui tempi e i modi della ricostruzione degli edifici ecclesiastici. Gran parte dei dati raccolti in queste ricerche sono confluiti nella scheda pubblicata nel Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (Guidoboni et al. 2007), che rappresenta lo stato delle conoscenze più aggiornato su questo evento.

Gli effetti

Questo terremoto causò estese distruzioni nella regione appenninica al confine tra le attuali province di Avellino e Potenza e danni ingenti in un’area estesa a gran parte della Campania e della Basilicata e a parte della Puglia. La scossa distruttiva avvenne l’8 settembre alle ore 12:40 circa locali (le 17 e tre quarti secondo l’antico uso orario “all’italiana”, con l’inizio del giorno fissato mezz’ora dopo il tramonto). A Napoli fu percepita di durata variabile tra 30 e 60 secondi («un credo recitato» o «un miserere», secondo le espressioni utilizzate dai testimoni), distinti in un primo scuotimento e una immediata replica definita «laterale».

L’area dei massimi effetti risultò localizzata nell’alta valle dell’Ofanto; le distruzioni gravi e diffuse si estesero a nord fino all’alta valle del fiume Ufita e a sud fino all’alta valle del Sele e alle propaggini settentrionali dei Monti della Maddalena. Furono quasi completamente distrutti 14 paesi: Atella, Bella, Cairano, Calitri, Carife, Castelgrande, Guardia Lombardi, Muro Lucano, Pescopagano, Rapone, Ruvo del Monte, Sant’Andrea di Conza, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora. In queste località quasi tutti gli edifici crollarono, compresi numerosi palazzi pubblici, chiese e monasteri; le abitazioni e gli edifici rimasti in piedi risultarono quasi tutti inagibili; molte centinaia di persone rimasero uccise sotto le macerie (per la descrizione dettagliata degli effetti in tutte le località interessate da questo terremoto, si veda la scheda relativa di CFTI4).

Distruzioni estese a circa la metà dell’abitato furono riscontrate in altri 18 paesi della dorsale appenninica irpino-lucana, fra cui: Caposele, Balvano, Bisaccia, Conza della Campania, Lioni, Santomenna, Tito.

Distribuzione degli effetti del terremoto dell’8 settembre 1694 secondo Guidoboni et al. (2007) [fonte: CPTI15-DBMI15] http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/.

Distribuzione degli effetti del terremoto dell’8 settembre 1694 secondo Guidoboni et al. (2007) [fonte: CPTI15-DBMI15, http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/].

In circa 80 località, tra cui Potenza, Melfi, Ariano Irpino, Nusco, alcuni centri del Materano e del Foggiano, ci furono danni gravi: i crolli totali furono generalmente più limitati, ma gran parte del patrimonio edilizio fu interessato da crolli parziali, diffusi dissesti strutturali e lesioni. A Potenza il terremoto causò il crollo totale o parziale di circa 300 case e le rimanenti riportarono lesioni di varia entità; danni rilevanti subì anche l’edilizia monumentale: furono danneggiati il castello e la cattedrale di S.Gerardo, crollarono la chiesa e il campanile della SS. Trinità, il palazzo vescovile e il seminario.

In oltre 90 centri abitati, fra cui le città di Avellino, Napoli e Salerno, furono rilevati crolli sporadici e lesioni diffuse. In particolare, a Napoli (già gravemente colpita qualche anno prima dal terremoto del 6 giugno 1688) ci furono danni, per lo più leggeri, in quasi tutte le abitazioni. Danni più gravi ed estesi interessarono invece l’edilizia monumentale ecclesiastica e civile. Nel Duomo si aprirono lesioni nella tribuna dell’altare maggiore, nella navata laterale destra e nella cappella del Tesoro di S.Gennaro, in particolare nella cupola affrescata da Domenichino e da Giovanni Lanfranco. Altre 30 chiese, numerosi monasteri e conventi subirono dissesti di varia entità. Fu notevolmente danneggiato il Castel Nuovo (o Maschio Angioino); a Castel Capuano, sede dei Tribunali, si allargarono lesioni preesistenti nel campanile e nel tetto dell’archivio, che fu reso pericolante; nel Regio Arsenale risultarono danneggiati alcuni archi e pilastri. Tra le dimore nobiliari subirono danni notevoli i palazzi dei duchi Carafa di Maddaloni, Carafa d’Andria e Pignatelli di Monteleone.

Conza della Campania dopo il terremoto dell’8 settembre 1694 (incisione di Francesco Cassiano de Silva pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva (1703) di G.B. Pacichelli. Secondo le fonti coeve l’abitato era in pessime condizioni e semispopolato già prima della scossa distruttiva. Il paese ha abbandonato il suo sito antico dopo il terremoto del 1980.

Conza della Campania dopo il terremoto dell’8 settembre 1694 (incisione di Francesco Cassiano de Silva pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva (1703) di G.B. Pacichelli. Secondo le fonti coeve l’abitato era in pessime condizioni e semispopolato già prima della scossa distruttiva. Il paese ha abbandonato il suo sito antico dopo il terremoto del 1980.

Danni leggeri furono rilevati a Bari, Benevento, Foggia e in altre 30 località circa. Il terremoto fu sentito fino alle Marche, verso nord, e a Messina, in direzione sud. La scossa distruttiva fu seguita da molte repliche, che proseguirono fino ai primi mesi del 1695; tuttavia, dopo il mese di settembre 1694 non furono rilevati altri danni. Nell’area dei massimi effetti si attivarono frane e si aprirono spaccature nel terreno. A Bisaccia si riattivarono o accentuarono estesi movimenti franosi che resero instabili le fondazioni degli edifici e causarono l’apertura di spaccature nel suolo, aggravando notevolmente i danni subiti dai fabbricati. A Calitri e a Colliano i danni sismici furono peggiorati da frane di massi rocciosi che precipitarono sulle abitazioni sottostanti. Nelle vicinanze di Teora e Tito si aprirono grandi spaccature nel suolo; fenditure di dimensioni minori, con fuoriuscita di gas, furono rilevate a Ricigliano e Tricarico.

L’impatto antropico

Le vittime furono alcune migliaia: dalla relazione anonima pubblicata a Napoli il 15 ottobre 1694 si desume una cifra complessiva di 4820 morti. Va però rilevato che laddove è stato possibile verificare su testimonianze dirette le cifre riportate da tale fonte, esse si sono rivelate sovrastimate. Ad esempio a Calitri, dove secondo la relazione ci furono 700 morti, il parroco annotò nel registro dei morti della parrocchia 311 nomi; analogamente, nei registri parrocchiali di Tito è riportata la cifra di circa 70 morti, mentre la relazione ne indica 100; a Sant’Angelo dei Lombardi un notaio, in una nota in calce al registro degli atti del 1694, ricorda 206 persone morte invece delle 700 riportate dalla relazione.

Nota de morti per causa del terremoto sortito ad otto settembre 1694 ad hore 18 trascritta nel registro dei morti conservato nell’Archivio Parrocchiale di S.Canio di Calitri.

Nota de morti per causa del terremoto sortito ad otto settembre 1694 ad hore 18 trascritta nel registro dei morti conservato nell’Archivio Parrocchiale di S.Canio di Calitri.

In tutti i paesi devastati la popolazione superstite si rifugiò nelle campagne alloggiando in capanne, pagliai o in grotte (come a Calitri) in condizioni di grande disagio; in alcune località ci furono gravi problemi anche per il reperimento dei viveri. I provvedimenti attuati da parte dell’amministrazione spagnola ricalcarono lo schema consueto ai governi di ancien régime: intervento diretto per la riparazione e la ricostruzione degli edifici di proprietà pubblica ed esenzioni fiscali a favore delle popolazioni colpite per agevolare il processo di ricostruzione e ripristino dell’edilizia abitativa privata. In questo caso, tuttavia, mancano dati certi sulla durata delle esenzioni concesse.

Il processo di ricostruzione è documentato con qualche precisione solo per quanto riguarda l’edilizia ecclesiastica. Come sopra accennato, le informazioni relative sono contenute nelle relationes ad limina prodotte dai vescovi delle diocesi interessate dal terremoto, in particolare quelle di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia, Trevico, Ascoli Satriano, Potenza, Campagna e Venosa. Pur tra molte difficoltà, gli edifici religiosi furono generalmente ricostruiti in economia entro alcuni anni dal terremoto, spesso con il determinante contributo in lavoro delle popolazioni locali. Intoppi maggiori si rilevano dalle relazioni inviate dai vescovi delle diocesi riunite di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia. A causa dell’estrema indigenza della diocesi, a Sant’Angelo dei Lombardi la ricostruzione della cattedrale si prolungò per circa mezzo secolo. Ebbe inizio nel 1697 grazie agli aiuti economici del papa Innocenzo XII, delle famiglie benestanti che vi possedevano altari o cappelle e della popolazione, peraltro impossibilitata a contribuire in maniera adeguata. Nel 1704 terminarono i primi lavori di ripristino della chiesa, ma non era ancora iniziata la ricostruzione del campanile, il cui onere era direttamente a carico della comunità locale. Da una successiva relazione del 1723, emerge poi che la cattedrale era stata ricostruita «senza simmetria e struttura» e che a causa dell’esaurimento dei fondi era rimasta incompiuta. Pertanto, nel 1729, si decise di procedere alla demolizione dell’edificio e se ne intraprese la ricostruzione totale, che era quasi ultimata nel 1738.

Veduta di Bisaccia (AV) oggi (foto di Marco Santoro: http://www.panoramio.com/photo/5034586). In questo paese dell’avellinese i lavori di ricostruzione furono ostacolati dall’estrema instabilità dei terreni di fondazione; le frane che minacciavano l’intera area su cui era edificato il paese, resero vana ogni ricerca di un’area sicura per ricostruire la cattedrale e si decise perciò di riedificarla nel sito originario. I lavori di ricostruzione furono completati entro il 1710.

Veduta di Bisaccia (AV) oggi (foto di Marco Santoro: http://www.panoramio.com/photo/5034586). In questo paese dell’avellinese i lavori di ricostruzione furono ostacolati dall’estrema instabilità dei terreni di fondazione; le frane che minacciavano l’intera area su cui era edificato il paese, resero vana ogni ricerca di un’area sicura per ricostruire la cattedrale e si decise perciò di riedificarla nel sito originario. I lavori di ricostruzione furono completati entro il 1710.

a cura di Dante Mariotti  (INGV, Sezione di Bologna)


Bibliografia

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Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G. (2007), CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500), INGV-SGA. http://storing.ingv.it/cfti4med/

Pacichelli G.B. (1695), Tremuoto di Napoli, e del Regno a puntino spiegato (Al signor abate Francesco Battistini maestro di camera dell’eminentiss. Negrone, Roma), in Lettere familiari, istoriche, & erudite, tratte dalle memorie recondite dell’abate D. Gio. Battista Pacichelli in occasione de’ suoi studj, viaggi, e ministeri, ed. D.A. Parrino, vol. 2, pp. 353-363, Napoli.

Per un elenco completo delle fonti storiche utilizzate dallo studio di Guidoboni et al (2007) si rimanda al sito: http://storing.ingv.it/cfti4med/quakes/01166.html


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