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I terremoti nella STORIA: Nel 1117 il più forte terremoto dell’area padana colpiva Verona e la pianura centro-occidentale

Novecento anni fa, nel 1117, si è verificato il più forte terremoto dell’area padana di cui si abbia notizia. Nonostante siano trascorsi ben nove secoli e il terremoto si sia verificato in un’area caratterizzata all’epoca da sporadici nuclei abitati situati tra zone paludose e foreste, disponiamo di un gran numero di informazioni su questo evento. Grazie anche alla fitta rete di monasteri benedettini presenti nel XII secolo, esiste infatti un’ampia tipologia di fonti coeve, quali annali monastici, documenti di varia tipologia ed epigrafi, che ci forniscono differenziate e puntuali informazioni su questo terremoto.

Lunetta e architrave del portale dell’Abbazia di Nonantola (Modena) con l’iscrizione relativa al rifacimento dell’edificio avvenuto in seguito al terremoto del 1117.

Si trattò di un evento assai importante per la società del tempo, contraddistinta da un contesto di generale sviluppo economico, infatti le città in quegli anni attraversavano una fase di ripresa economica e demografica e venivano edificati edifici pubblici e chiese. Il terremoto del 1117 si impresse a lungo nella memoria delle popolazioni colpite divenendo un elemento di riferimento cronologico per datare altri avvenimenti, come testimoniato da numerosi documenti successivi.

Il terremoto ebbe una grande fama in tutta l’Europa medievale ed è ricordato in quasi tutti gli annali monastici europei del tempo anche perchè molto probabilmente si è trattato di un evento multiplo (Guidoboni e Comastri, 2005; Guidoboni et al., 2007). L’ampia e accurata ricerca cronachistica e archivistica svolta ha solo parzialmente fatto luce sulla grande complessità di questo evento; da alcuni ricercatori sono state individuate tre diverse scosse: la prima avvenuta nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, la seconda, la più forte, avvenuta nel primo pomeriggio (alle ore 15:15 GMT) del 3 gennaio in concomitanza con una terza scossa di minore entità (Guidoboni et al., 2005). La prima scossa si sarebbe verificata nella Germania meridionale causando danneggiamenti in particolare nell’area di Augusta e Costanza. La seconda scossa ha duramente colpito la Pianura Padana, ed è stata caratterizzata da un’area di danneggiamento molto ampia, comprendente il Veneto, la Lombardia e l’Emilia. Il terzo evento avrebbe interessato l’Alta Toscana, causando il crollo di torri, edifici e campanili nel territorio di Pisa e Lucca (Guidoboni et al., 2005; Rovida et al., 2016).

Epicentri attribuiti ai tre eventi del gennaio 1117 da Guidoboni et al., 2005.

L’evento più forte della sequenza si è quindi verificato nel primo pomeriggio del 3 gennaio 1117 e ha duramente colpito l’area della Pianura Padana veronese, causando danni da Piacenza sino alla costa adriatica. Parte di questi danni sono stati identificati per mezzo di un’estesa ricerca su restauri e ricostruzioni, in edilizia ecclesiastica, successivi al 1117.

Chiesa di San Pietro a San Pietro in Valle (Verona). Le differenti tipologie di muratura testimoniano il periodo di costruzione. Il transetto e la base della torre (1) sono databili all’alto Medioevo; la sommità della torre (2) invece risale al XII secolo, molto probabilmente è stata ricostruita dopo il terremoto del 1117 (Guidoboni e Comastri, 2005).

I dati di intensità macrosismica mostrano che l’area dei maggiori danneggiamenti è localizzata nella valle del Fiume Adige, a sud di Verona (Guidoboni et al., 2005). Nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani la magnitudo stimata di questo evento è pari a 6.5 (Rovida et al., 2016).

Valori di intensità del terremoto Veronese del 3 gennaio 1117 (Guidoboni et al, 2007; Rovida et al., 2016).

Diversi elementi rendono complessa l’individuazione geologica della/delle faglie responsabili dell’evento in questione, vediamo solo i principali:

  • le intensità macrosismiche più elevate sono distribuite su di una porzione molto ampia di pianura;
  • non possiamo escludere che il forte evento denominato Veronese del 3 gennaio sia stato in realtà una sequenza di più scosse molto ravvicinate nel tempo;
  • l’area epicentrale è sede oggi di pochi terremoti strumentali di bassa magnitudo;
  • l’epicentro macrosismico è localizzato in un’area pianeggiante ritenuta usualmente “indeformata” dal punto di vista sismotettonico;
  • le faglie della Pianura Padana non arrivano a tagliare la superficie terrestre ma si fermano in profondità, sono infatti definite faglie cieche. Pertanto possono essere rilevate solo grazie allo studio di prospezioni geofisiche o attraverso altri metodi indiretti.

In un precedente articolo pubblicato su questo BLOG abbiamo descritto il complesso e articolato paesaggio della Pianura Padana, sia quello visibile in superficie sia quello sepolto sotto i sedimenti di origine marina e fluviale. Le strutture compressive, o thrust, delle Alpi Meridionali, a nord, e dell’Appennino Settentrionale, a sud, proseguono al di sotto dei sedimenti della Pianura Padana e sono attualmente in avvicinamento, come mostrano i dati geodetici satellitari. In profondità questo raccorciamento si trasforma in uno sforzo di caricamento di faglie di tipo compressivo localizzate al piede delle Alpi e al piede dell’Appennino. Identificare la faglia responsabile del terremoto del 1117 richiede che si prenda in dovuta considerazione sia l’assetto delle due catene montuose sia l’assetto paleogeografico preesistente. L’avvicinamento delle due catene è infatti fortemente condizionato dalla presenza di un contesto geologico “ereditato”. Quando affermiamo che l’area epicentrale del terremoto del 1117 è localizzata in una zona ritenuta “indeformata”, ci riferiamo a quella porzione di territorio che non è ancora stata apparentemente raggiunta, in profondità, dai thrust delle due catene montuose in avvicinamento.

A causa di queste oggettive complessità sono state ipotizzate negli anni numerose – e  poco vincolate – strutture sismogenetiche responsabili del forte terremoto del 3 gennaio 1117:

  • fronte alpino e struttura delle Giudicarie, attivazione contemporanea del thrust dei M.ti Lessini (indicato come 1a nella figura sottostante) e del thrust del M.te Baldo (indicato come 1b; Galadini e Galli, 2001);
  • fronte alpino, thrust Thiene-Bassano (indicato come 2; Galadini et al., 2001; Galadini et al., 2005);
  • struttura appenninica sepolta, thrust di Piadena (indicato come 3; Galli, 2005);
  • struttura ereditata Mesozoica riattivata nell’attuale regime tettonico compressivo (indicato come 4; DISS Working Group, 2010; Vannoli et al., 2015);
  • strutture ereditate Mesozoiche, le faglie trascorrenti destre di Nogara (indicato come 5a in figura) e di S. Ambrogio (indicato come 5b; Scardia et al., 2015);
  • struttura basata su evidenze di geomorfologia tettonica. Lungo i corsi dei fiumi Mincio e Adige sono state identificate diverse “anomalie di drenaggio” compatibili con il sollevamento della superficie topografica causato dal movimento in profondità della faglia (indicato come 6 in figura; Burrato et al., 2003; DISS Working Group, 2015).

Sorgenti sismiche responsabili del terremoto Veronese del 3 gennaio 1117 proposte nella letteratura scientifica nel corso degli anni (rappresentate in rosso, vedere il testo sopra per la spiegazione). Da notare come negli articoli stessi venga sottolineato come queste sorgenti siano delle mere proposte. In giallo l’epicentro macrosismico dell’evento (Guidoboni et al, 2007; Rovida et al., 2016).

La presenza in letteratura di tante differenti ipotesi conferma come l’individuazione della sorgente responsabile del forte terremoto del 1117 sia ancora oggi un problema aperto.

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia con l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti e il Centro euro-mediterraneo di documentazione Eventi Estremi e Disastri hanno organizzato, nel gennaio scorso, una giornata di studio per fare il punto delle conoscenze su questo terremoto e sul suo impatto, alla luce delle conoscenze scientifiche attuali. Dal sito web del Convegno è possibile visualizzare il programma, scaricare le presentazioni dei diversi ricercatori invitati e vedere i video delle presentazioni.

a cura di Paola Vannoli (INGV, Roma 1)


Bibliografia

Burrato P., Ciucci F., Valensise G. (2003). An inventory of river anomalies in the Po Plain, Northern Italy: evidence for active blind thrust faulting, Ann. Geophys. 5, 865-882, doi: 10.4401/ag-3459.

DISS Working Group (2010). Database of Individual Seismogenic Sources (DISS), Version 3.1.1: A compilation of potential sources for earthquakes larger than M 5.5 in Italy and surrounding areas, http://diss.rm.ingv.it/diss/, © INGV 2010, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, doi: 10.6092/INGV.IT-DISS3.1.1.

DISS Working Group (2015). Database of Individual Seismogenic Sources (DISS), Version 3.2.0: A compilation of potential sources for earthquakes larger than M 5.5 in Italy and surrounding areas, http://diss.rm.ingv.it/diss/, © INGV 2015, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, doi: 10.6092/INGV.IT-DISS3.2.0.

Galadini F., Galli P. (2001). Archaeoseismology in Italy: case studies and implications on long-term seismicity, J. of Earthquake Engineering, 5, 35-68.

Galadini F., Galli P., Molin D., Ciurletti G., (2001). Searching for the source of the 1117 earthquake in northern Italy: a multidisciplinary approach, T. Glade et al. (eds.), The use of historical data in natural hazard assessments, Kluwer Academic Publisher, 3-27.

Galadini F., Poli M.E., Zanferrari A. (2005). Seismogenic sources potentially responsible for earthquakes with M C 6 in the eastern Southern Alps (Thiene-Udine sector, NE Italy). Geophys. J. Int. 161, 739-762, doi: 10.1111/j.1365-246X.2005.02571.x.

Galli P. (2005). I terremoti del gennaio 1117. Ipotesi di un epicentro nel cremonese, Il Quaternario (It. J. Quat. Sci.) 18, 2, 87-100.

Guidoboni E., Comastri A. (2005). Catalogue of earthquakes and tsunamis in the Mediterranean area from the 11th to the 15th century. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia-Storia, Geofisica, Ambiente srl, Roma-Bologna.

Guidoboni E., Comastri A., Boschi E. (2005). The ‘‘exceptional’’ earthquake of 3 January 1117 in the Verona area (northern Italy): a critical time review and detection of two lost earthquakes (lower Germany and Tuscany), J. Geophys. Res. 110, B12309, doi: 10.1029/2005JB003683.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G. (2007). CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500). INGV-SGA. Available from http://storing.ingv.it/cfti4med/.

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds) (2016). CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15.

Vannoli P., Burrato P., Valensise  G. (2015). The seismotectonics of the Po Plain (northern Italy):tectonic diversity in a blind faulting domain. Pure and Applied Geophysics, 172, 5, 1105-1142, doi: 10.1007/s00024-014-0873-0.

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I terremoti nella STORIA: 8 settembre 1694, una scossa devastante colpisce la dorsale appenninica irpino-lucana

Un violento terremoto nell’area appenninica tra Campania e Basilicata: sono devastati una trentina di paesi, fra cui Pescopagano, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora, Caposele, Conza della Campania, Lioni, Santomenna… A chi ha l’età per ricordare, la memoria corre immediatamente al terremoto del 23 novembre 1980 (Imax X mcs, Mw 6.8, catalogo CPTI15 – DBMI15) il più grande disastro sismico della seconda metà del Novecento in Italia. Tuttavia, il terremoto di cui tratta questo articolo, di analoga intensità ed energia (Imax X mcs, Mw 6.7), è accaduto quasi tre secoli prima, l’8 settembre 1694.

Le fonti memorialistiche

Questo evento era ben noto alla letteratura sismologica italiana di fine Ottocento e inizio Novecento (si veda Baratta 1901, pp. 173-181), le cui conoscenze erano basate essenzialmente su tre fonti coeve pubblicate a Napoli: due relazioni ‘protogiornalistiche’ anonime e una lettera dell’abate Giovanni Battista Pacichelli. Tali fonti fornivano notizie su molte località seguendo uno schema simile, elencando cioè le città e i paesi per provincia di appartenenza. Le due relazioni furono pubblicate dagli stessi stampatori (Parrino e Cavallo) con un titolo quasi identico: la prima fu stampata tra il 16 e il 18 settembre 1694; la seconda quasi un mese dopo, il 15 ottobre, come risulta dal frontespizio.

Frontespizio delle due relazioni anonime pubblicate a Napoli con notizie sui danni causati dal terremoto dell’8 settembre 1694. La seconda, pubblicata circa un mese dopo la prima, riporta informazioni più precise.

Frontespizio delle due relazioni anonime pubblicate a Napoli con notizie sui danni causati dal terremoto dell’8 settembre 1694. La seconda, pubblicata circa un mese dopo la prima, riporta informazioni più precise.

Le informazioni riportate dalle due relazioni sono praticamente identiche per ciò che riguarda Napoli e le vicine località della provincia di Terra di Lavoro (corrispondente in parte all’attuale provincia di Caserta) mentre differiscono, a volte notevolmente, nella descrizione dei danni delle altre province. Evidentemente nella prima furono riassunte le iniziali, confuse e in parte esagerate notizie pervenute dalle zone più colpite subito dopo il terremoto, mentre la seconda si avvalse di informazioni più precise e dettagliate giunte successivamente. La lettera scritta da Pacichelli a un suo corrispondente romano, datata 18 settembre 1694 e pubblicata nel 1695, riprende in gran parte le notizie della prima relazione, aggiungendo pochi particolari soprattutto sugli effetti a Napoli, di cui l’autore fu testimone oculare.

Le ricerche archivistiche

A partire dai primi anni 1990, per migliorare le conoscenze su questo evento, sono state condotte approfondite ricerche sulle fonti archivistiche, che hanno consentito di integrare e precisare notevolmente le informazioni sugli effetti subiti dalle località dell’area colpita e di ricostruire il quadro dell’impatto che il terremoto ebbe sulle popolazioni. Dallo spoglio della documentazione amministrativa conservata all’Archivio di Stato di Napoli non sono emerse le relazioni sui danni inviate dalle autorità periferiche (presidi e percettori provinciali) al governo centrale. Probabilmente tale documentazione è andata perduta o dispersa nelle distruzioni belliche subite dall’archivio napoletano. Tale grave lacuna è stata in parte compensata dalla documentazione reperita in Spagna all’Archivo General de Simancas che, insieme alla corrispondenza intercorsa tra il viceré di Napoli, Francisco de Benavides conte di Santisteban, e il re di Spagna, Carlo II d’Asburgo, conserva copie delle relazioni inviate a Napoli dai presidi delle Udienze di Principato Ultra, Principato Citra, Basilicata e Capitanata corrispondenti all’incirca alle attuali province di Avellino, Salerno, Potenza e Foggia.

Relazione sui danni causati dal terremoto inviata a Madrid dal viceré di Napoli conte di Santisteban conservata all’Archivo General de Simancas.

Relazione sui danni causati dal terremoto inviata a Madrid dal viceré di Napoli conte di Santisteban conservata all’Archivo General de Simancas.

L’analisi della documentazione pubblica ha interessato anche le corrispondenze di carattere diplomatico. All’Archivio di Stato di Venezia sono stati reperiti i dispacci inviati dal residente (ambasciatore) veneziano a Napoli Giacomo Resio al doge Silvestro Valier. Analogamente l’Archivio di Stato di Firenze conserva numerosi dispacci e avvisi indirizzati dal residente Giovanni Berardi ad Apollonio Bassetti, segretario del granduca Cosimo III de’ Medici. Si tratta di testimonianze interessanti che forniscono notizie relative non solo ai danni prodotti dal terremoto a Napoli, ma anche alle dinamiche istituzionali e sociali innescate dall’evento.

In ambito ecclesiastico, all’Archivio Segreto Vaticano è stata analizzata la documentazione dell’archivio della Segreteria di Stato, in cui sono stati reperiti numerosi dispacci del nunzio apostolico Lorenzo Casoni, con allegati “fogli di avvisi” o “note” relativi alle località colpite. Lo stesso archivio conserva, inoltre, le lettere inviate al segretario di Stato dall’arcivescovo di Napoli Gherardo Cantelmo, dall’arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini e dai vescovi di Bitetto, Campagna, Muro Lucano, Trevico, Volturara Appula. Nell’archivio della Congregazione del Concilio sono stati infine trovati riscontri del terremoto in numerose relazioni vescovili. Tali documenti, detti relationes ad limina, riguardano le diocesi di tutta l’area colpita dal terremoto. Com’è ovvio, si riferiscono soprattutto allo stato degli edifici ecclesiastici, ma in qualche caso riportano informazioni anche sulle condizioni generali del patrimonio edilizio dei paesi. Più in generale, per la sua scansione diacronica, questa documentazione ha fornito indicazioni utili sui tempi e i modi della ricostruzione degli edifici ecclesiastici. Gran parte dei dati raccolti in queste ricerche sono confluiti nella scheda pubblicata nel Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (Guidoboni et al. 2007), che rappresenta lo stato delle conoscenze più aggiornato su questo evento.

Gli effetti

Questo terremoto causò estese distruzioni nella regione appenninica al confine tra le attuali province di Avellino e Potenza e danni ingenti in un’area estesa a gran parte della Campania e della Basilicata e a parte della Puglia. La scossa distruttiva avvenne l’8 settembre alle ore 12:40 circa locali (le 17 e tre quarti secondo l’antico uso orario “all’italiana”, con l’inizio del giorno fissato mezz’ora dopo il tramonto). A Napoli fu percepita di durata variabile tra 30 e 60 secondi («un credo recitato» o «un miserere», secondo le espressioni utilizzate dai testimoni), distinti in un primo scuotimento e una immediata replica definita «laterale».

L’area dei massimi effetti risultò localizzata nell’alta valle dell’Ofanto; le distruzioni gravi e diffuse si estesero a nord fino all’alta valle del fiume Ufita e a sud fino all’alta valle del Sele e alle propaggini settentrionali dei Monti della Maddalena. Furono quasi completamente distrutti 14 paesi: Atella, Bella, Cairano, Calitri, Carife, Castelgrande, Guardia Lombardi, Muro Lucano, Pescopagano, Rapone, Ruvo del Monte, Sant’Andrea di Conza, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora. In queste località quasi tutti gli edifici crollarono, compresi numerosi palazzi pubblici, chiese e monasteri; le abitazioni e gli edifici rimasti in piedi risultarono quasi tutti inagibili; molte centinaia di persone rimasero uccise sotto le macerie (per la descrizione dettagliata degli effetti in tutte le località interessate da questo terremoto, si veda la scheda relativa di CFTI4).

Distruzioni estese a circa la metà dell’abitato furono riscontrate in altri 18 paesi della dorsale appenninica irpino-lucana, fra cui: Caposele, Balvano, Bisaccia, Conza della Campania, Lioni, Santomenna, Tito.

Distribuzione degli effetti del terremoto dell’8 settembre 1694 secondo Guidoboni et al. (2007) [fonte: CPTI15-DBMI15] http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/.

Distribuzione degli effetti del terremoto dell’8 settembre 1694 secondo Guidoboni et al. (2007) [fonte: CPTI15-DBMI15, http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/].

In circa 80 località, tra cui Potenza, Melfi, Ariano Irpino, Nusco, alcuni centri del Materano e del Foggiano, ci furono danni gravi: i crolli totali furono generalmente più limitati, ma gran parte del patrimonio edilizio fu interessato da crolli parziali, diffusi dissesti strutturali e lesioni. A Potenza il terremoto causò il crollo totale o parziale di circa 300 case e le rimanenti riportarono lesioni di varia entità; danni rilevanti subì anche l’edilizia monumentale: furono danneggiati il castello e la cattedrale di S.Gerardo, crollarono la chiesa e il campanile della SS. Trinità, il palazzo vescovile e il seminario.

In oltre 90 centri abitati, fra cui le città di Avellino, Napoli e Salerno, furono rilevati crolli sporadici e lesioni diffuse. In particolare, a Napoli (già gravemente colpita qualche anno prima dal terremoto del 6 giugno 1688) ci furono danni, per lo più leggeri, in quasi tutte le abitazioni. Danni più gravi ed estesi interessarono invece l’edilizia monumentale ecclesiastica e civile. Nel Duomo si aprirono lesioni nella tribuna dell’altare maggiore, nella navata laterale destra e nella cappella del Tesoro di S.Gennaro, in particolare nella cupola affrescata da Domenichino e da Giovanni Lanfranco. Altre 30 chiese, numerosi monasteri e conventi subirono dissesti di varia entità. Fu notevolmente danneggiato il Castel Nuovo (o Maschio Angioino); a Castel Capuano, sede dei Tribunali, si allargarono lesioni preesistenti nel campanile e nel tetto dell’archivio, che fu reso pericolante; nel Regio Arsenale risultarono danneggiati alcuni archi e pilastri. Tra le dimore nobiliari subirono danni notevoli i palazzi dei duchi Carafa di Maddaloni, Carafa d’Andria e Pignatelli di Monteleone.

Conza della Campania dopo il terremoto dell’8 settembre 1694 (incisione di Francesco Cassiano de Silva pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva (1703) di G.B. Pacichelli. Secondo le fonti coeve l’abitato era in pessime condizioni e semispopolato già prima della scossa distruttiva. Il paese ha abbandonato il suo sito antico dopo il terremoto del 1980.

Conza della Campania dopo il terremoto dell’8 settembre 1694 (incisione di Francesco Cassiano de Silva pubblicata in Il Regno di Napoli in prospettiva (1703) di G.B. Pacichelli. Secondo le fonti coeve l’abitato era in pessime condizioni e semispopolato già prima della scossa distruttiva. Il paese ha abbandonato il suo sito antico dopo il terremoto del 1980.

Danni leggeri furono rilevati a Bari, Benevento, Foggia e in altre 30 località circa. Il terremoto fu sentito fino alle Marche, verso nord, e a Messina, in direzione sud. La scossa distruttiva fu seguita da molte repliche, che proseguirono fino ai primi mesi del 1695; tuttavia, dopo il mese di settembre 1694 non furono rilevati altri danni. Nell’area dei massimi effetti si attivarono frane e si aprirono spaccature nel terreno. A Bisaccia si riattivarono o accentuarono estesi movimenti franosi che resero instabili le fondazioni degli edifici e causarono l’apertura di spaccature nel suolo, aggravando notevolmente i danni subiti dai fabbricati. A Calitri e a Colliano i danni sismici furono peggiorati da frane di massi rocciosi che precipitarono sulle abitazioni sottostanti. Nelle vicinanze di Teora e Tito si aprirono grandi spaccature nel suolo; fenditure di dimensioni minori, con fuoriuscita di gas, furono rilevate a Ricigliano e Tricarico.

L’impatto antropico

Le vittime furono alcune migliaia: dalla relazione anonima pubblicata a Napoli il 15 ottobre 1694 si desume una cifra complessiva di 4820 morti. Va però rilevato che laddove è stato possibile verificare su testimonianze dirette le cifre riportate da tale fonte, esse si sono rivelate sovrastimate. Ad esempio a Calitri, dove secondo la relazione ci furono 700 morti, il parroco annotò nel registro dei morti della parrocchia 311 nomi; analogamente, nei registri parrocchiali di Tito è riportata la cifra di circa 70 morti, mentre la relazione ne indica 100; a Sant’Angelo dei Lombardi un notaio, in una nota in calce al registro degli atti del 1694, ricorda 206 persone morte invece delle 700 riportate dalla relazione.

Nota de morti per causa del terremoto sortito ad otto settembre 1694 ad hore 18 trascritta nel registro dei morti conservato nell’Archivio Parrocchiale di S.Canio di Calitri.

Nota de morti per causa del terremoto sortito ad otto settembre 1694 ad hore 18 trascritta nel registro dei morti conservato nell’Archivio Parrocchiale di S.Canio di Calitri.

In tutti i paesi devastati la popolazione superstite si rifugiò nelle campagne alloggiando in capanne, pagliai o in grotte (come a Calitri) in condizioni di grande disagio; in alcune località ci furono gravi problemi anche per il reperimento dei viveri. I provvedimenti attuati da parte dell’amministrazione spagnola ricalcarono lo schema consueto ai governi di ancien régime: intervento diretto per la riparazione e la ricostruzione degli edifici di proprietà pubblica ed esenzioni fiscali a favore delle popolazioni colpite per agevolare il processo di ricostruzione e ripristino dell’edilizia abitativa privata. In questo caso, tuttavia, mancano dati certi sulla durata delle esenzioni concesse.

Il processo di ricostruzione è documentato con qualche precisione solo per quanto riguarda l’edilizia ecclesiastica. Come sopra accennato, le informazioni relative sono contenute nelle relationes ad limina prodotte dai vescovi delle diocesi interessate dal terremoto, in particolare quelle di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia, Trevico, Ascoli Satriano, Potenza, Campagna e Venosa. Pur tra molte difficoltà, gli edifici religiosi furono generalmente ricostruiti in economia entro alcuni anni dal terremoto, spesso con il determinante contributo in lavoro delle popolazioni locali. Intoppi maggiori si rilevano dalle relazioni inviate dai vescovi delle diocesi riunite di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia. A causa dell’estrema indigenza della diocesi, a Sant’Angelo dei Lombardi la ricostruzione della cattedrale si prolungò per circa mezzo secolo. Ebbe inizio nel 1697 grazie agli aiuti economici del papa Innocenzo XII, delle famiglie benestanti che vi possedevano altari o cappelle e della popolazione, peraltro impossibilitata a contribuire in maniera adeguata. Nel 1704 terminarono i primi lavori di ripristino della chiesa, ma non era ancora iniziata la ricostruzione del campanile, il cui onere era direttamente a carico della comunità locale. Da una successiva relazione del 1723, emerge poi che la cattedrale era stata ricostruita «senza simmetria e struttura» e che a causa dell’esaurimento dei fondi era rimasta incompiuta. Pertanto, nel 1729, si decise di procedere alla demolizione dell’edificio e se ne intraprese la ricostruzione totale, che era quasi ultimata nel 1738.

Veduta di Bisaccia (AV) oggi (foto di Marco Santoro: http://www.panoramio.com/photo/5034586). In questo paese dell’avellinese i lavori di ricostruzione furono ostacolati dall’estrema instabilità dei terreni di fondazione; le frane che minacciavano l’intera area su cui era edificato il paese, resero vana ogni ricerca di un’area sicura per ricostruire la cattedrale e si decise perciò di riedificarla nel sito originario. I lavori di ricostruzione furono completati entro il 1710.

Veduta di Bisaccia (AV) oggi (foto di Marco Santoro: http://www.panoramio.com/photo/5034586). In questo paese dell’avellinese i lavori di ricostruzione furono ostacolati dall’estrema instabilità dei terreni di fondazione; le frane che minacciavano l’intera area su cui era edificato il paese, resero vana ogni ricerca di un’area sicura per ricostruire la cattedrale e si decise perciò di riedificarla nel sito originario. I lavori di ricostruzione furono completati entro il 1710.

a cura di Dante Mariotti  (INGV, Sezione di Bologna)


Bibliografia

Baratta M. (1901), I terremoti d’Italia. Saggio di storia, geografia e bibliografia sismica italiana, Torino.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G. (2007), CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500), INGV-SGA. http://storing.ingv.it/cfti4med/

Pacichelli G.B. (1695), Tremuoto di Napoli, e del Regno a puntino spiegato (Al signor abate Francesco Battistini maestro di camera dell’eminentiss. Negrone, Roma), in Lettere familiari, istoriche, & erudite, tratte dalle memorie recondite dell’abate D. Gio. Battista Pacichelli in occasione de’ suoi studj, viaggi, e ministeri, ed. D.A. Parrino, vol. 2, pp. 353-363, Napoli.

Per un elenco completo delle fonti storiche utilizzate dallo studio di Guidoboni et al (2007) si rimanda al sito: http://storing.ingv.it/cfti4med/quakes/01166.html


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I terremoti nella STORIA: Cagliari “Ad[ì] 4 Juny terremotus factus est 1616”

“Malgré son voisinage de la Sicile, des îles Lipari et de la partie de l’Italie continentale […] où si souvent la terre soulevée menace d’engloutir ses habitants, la Sardaigne n’est pas sujette aux tremblements de terre. Il est aisé de s’en convaincre en voyant quelques maisons de la capitale qui sont très anciennes, et dont les murs n’auraient certainement pu résister à une secousse même médiocre [Benché vicina alla Sicilia, alle isole Lipari e a quella parte del continente italiano in cui così tanto la terra si scuote e minaccia di inabissare gli abitanti, la Sardegna non va soggetta a terremoti. Ce ne si può convincere agevolmente guardando certe vecchissime case della capitale, i cui muri certo non avrebbero potuto resistere a una scossa seppur mediocre].” (Alberto Ferrero della Marmora, Voyage en Sardaigne, Paris-Turin, 1826)

1_La Marmora

Giuseppe Cominotti, Caricatura di Alberto La Marmora in tenuta da esploratore, litografia a colori di Roberto d’Azeglio (Centro Studi Generazioni e Luoghi – Archivi Alberti La Marmora, Biella)

Era il 1826 e un distinto geografo piemontese (nonché fratello maggiore dell’inventore dei Bersaglieri) nel primo volume dell’opera da lui dedicata alla Descrizione statistica, fisica e politica della Sardegna formulava – forse per la prima volta – l’opinione ancora oggi diffusissima e popolare, secondo la quale la Sardegna sarebbe l’unica regione “non sismica” d’Italia. Ma non è proprio così…

Negli ultimi decenni non sono stati pochi i terremoti di energia non esattamente trascurabile localizzati in Sardegna oppure in mare, a poche decine di chilometri dalle sue coste. Il 18 giugno 1970, ad esempio, un terremoto di magnitudo Mw 4.8 (secondo il nuovo Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15, in corso di pubblicazione) localizzato nel Mare di Sardegna, alcune decine di chilometri a nord-ovest di Porto Torres, viene avvertito distintamente anche lungo le coste liguri e in Costa Azzurra. Sette anni più tardi, il 28 agosto 1977, è la volta di un terremoto di magnitudo Mw 5.4 localizzato in mare, un centinaio di km a sud-ovest di Carloforte. Anche se la distanza è considerevole, la scossa viene avvertita in modo molto sensibile in tutta la Sardegna meridionale e provoca panico a Cagliari. Più di recente, il 26 aprile 2000, due forti scosse (la maggiore di magnitudo Mw 4.8) localizzate nel Tirreno centrale, poche decine di km a est di Olbia sono avvertite in gran parte dell’isola suscitando spavento lungo la costa nord orientale, in particolare a Olbia e Posada.

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Principali terremoti storici localizzati in Sardegna secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 (in corso di pubblicazione).

Nonostante il ripetersi di questi episodi, la convinzione che la Sardegna sia “non sismica”  – o addirittura “antisismica” come riporta maldestramente un articolo a commento del terremoto del 26 aprile 2000 – è radicata profondamente e continuamente rilanciata dai media. Leggi il resto di questa voce

I terremoti nella STORIA: 26 maggio 1798, un terremoto di fine secolo XVIII a Siena

“[…] Ieri cadde al Bruco la casa del Mariottini, ed in quest’ultima vi erano stati gli famosi ingegnieri fiorentini […] quali avevano giudicato per ora non esser [in] pericolo; non erano sortiti dalla contrada del Bruco che la casa era caduta, onde: sono venuti a pappare, i fiorentini.”

Così scriveva, il 12 giugno 1798 (compiaciutissimo di poter confermare che da Firenze non c’è da aspettarsi nulla di buono…) Anton Francesco Bandini, il diarista che ci ha lasciato una minuziosissima cronaca giornaliera dei fatti senesi nel periodo 1786-1838. La ragion per cui gli “ingegnieri fiorentini” andavano perlustrando in quei giorni i rioni della città di Siena era il terremoto avvenuto due settimane prima, sabato 26 maggio 1798, vigilia di Pentecoste, poco dopo l’una del pomeriggio.

Il territorio della Contrada del Bruco (indicato nel rapporto governativo riportato più sotto come “Ovile”, per la prossimità della omonima Porta cittadina), con le sue casette in ripido pendio fu tra le zone popolari più danneggiate dal terremoto senese del maggio 1798.

Il territorio della Contrada del Bruco (detto “Ovile” nel rapporto governativo citato più avanti nel testo, per la prossimità della omonima Porta cittadina), con le sue casette in ripido pendio fu tra le zone popolari più danneggiate dal terremoto senese del maggio 1798.

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Il Map Journal “I terremoti nella Storia”

Da qualche giorno è disponibile nella galleria Story maps & terremoti (terremoti.ingv.it/storymaps) una nuova story maps di tipo Map Journal che permette di scoprire e conoscere alcuni terremoti che hanno colpito in passato il nostro territorio documentati nella rubrica “I TERREMOTI NELLA STORIA pubblicata su questo BLOG tra il 2013 e il 2015.

Ricordiamo che le story maps sono una combinazione di mappe interattive e applicazioni che incorporano contenuti multimediali e funzioni di interazione e si prestano per creare contenuti per l’informazione, la didattica e la comunicazione anche di fenomeni naturali quali la sismicità e il rischio sismico del nostro territorio.

La galleria Storymaps & Terremoti (terremoti.ingv.it/storymaps)

La galleria Storymaps & Terremoti (terremoti.ingv.it/storymaps)

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