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I terremoti del ‘900: il terremoto del 29 giugno 1919 nel Mugello

La mia mamma mi raccontava sempre che tre erano gli eventi che ricordava maggiormente nella sua vita, come se fossero avvenuti il giorno prima: la partenza del babbo, suo marito, per la guerra, il ritorno del babbo dalla guerra, e il terremoto del 1919. La mamma era cresciuta a Piazzano, piccola frazione di Vicchio nel Mugello; era ancora una bambina quando ci fu il terremoto e tra le macerie perse la sua migliore amica, la sua amichetta di giochi dell’infanzia.”

Questa toccante testimonianza viene da un amico di Firenze, Franco Alberti (74 anni), gliel’ho sempre sentita raccontare fin da quando ero ragazzino. Il terremoto è il cosiddetto “terremoto del Mugello”, di cui il 29 giugno di quest’anno ricorre il centenario. Si tratta di uno dei più importanti terremoti italiani del XX secolo, e anche uno dei più forti ad oggi conosciuti con epicentro nell’Appennino settentrionale. La zona colpita fu, appunto, quella del Mugello, regione storica nel cuore dell’Appennino tosco-emiliano a circa 25 km a nord di Firenze, alla cui provincia (oggi “città metropolitana di Firenze”) afferisce.

Fig1_CORSERA

Titolo e particolare dell’articolo pubblicato nel Corriere della Sera del 1 luglio 1919.

La sequenza iniziò nelle prime ore del 29 giugno con alcune piccole scosse avvertite nella notte; attorno alle 10:15 della mattina (ora locale) ci fu una forte scossa che causò alcuni danni a Borgo San Lorenzo (FI) e in alcune piccole frazioni vicine, e che allarmò notevolmente la popolazione, la quale si riversò all’aperto; seguirono altre scosse più leggere nelle ore successive. L’evento principale avvenne nel pomeriggio, alle 17:06 ed ebbe effetti distruttivi, causando molti crolli e danni gravissimi.

Epicentro del terremoto è stato Vicchio, che ha avuto parecchie case distrutte e dove sono molti i feriti e una quarantina i morti. […] Nei paesi limitrofi, quasi tutte piccole frazioni costituite da case basse dove fortunatamente l’agglomerazione di persone è scarsa, queste case sono state completamente rase al suolo. Ho visto io stesso abitati di cui non resta pietra su pietra.” [Corriere della Sera, 1 luglio 1919]

Con queste parole l’inviato del Corriere della Sera descrive gli effetti gravissimi della scossa nel territorio di Vicchio (FI), il comune più colpito. I piccoli abitati di cui “non resta pietra su pietra” erano le frazioni di Mirandola e Rupecanina, dove crollarono quasi tutti gli edifici e il terremoto raggiunse un’intensità pari al grado 10 della scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg). Altri piccoli centri, come Casole, Rostolena, Villore, Vitigliano, e la stessa cittadina di Vicchio, subirono effetti gravissimi con la distruzione di circa la metà degli edifici (intensità pari a 9 MCS).

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Cartolina dell’epoca che ritrae la distruzione della chiesa di Rupecanina, piccola frazione di Vicchio (FI) [Archivio EDURISK].

Danni molto gravi e diffusi si ebbero anche nei vicini comuni di Borgo San Lorenzo e di Dicomano, sempre in provincia di Firenze. A Borgo San Lorenzo moltissime case subirono lesioni gravissime e divennero inagibili. Fu rilevato che in generale gli edifici all’esterno sembravano apparentemente poco danneggiati, mentre all’interno erano gravemente lesionati o completamente crollati. A seconda delle fonti, tra il 50% e il 75 % dell’edificato di Borgo San Lorenzo divenne inabitabile. Gli effetti nel capoluogo del Mugello sono stati stimati tra i gradi 8 e 9 della scala MCS.

 

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La devastazione causata dal terremoto nella frazione di Casaglia, nel comune di Borgo San Lorenzo (FI), in una cartolina d’epoca [Archivio EDURISK]. In questo villaggio sul crinale appenninico vi furono due vittime e numerosi feriti [Corriere della Sera, 01.07.1919].

Gravi danni interessarono anche decine di località situate sul versante romagnolo dell’Appennino, nell’area denominata all’epoca “Romagna Toscana”, che in parte rientrava nelle attuali provincie di Firenze e di Forlì. Qui l’impatto dell’evento fu notevolmente aggravato dal fatto che appena 7 mesi prima, il 10 novembre 1918, un forte terremoto aveva colpito il territorio dell’Appennino forlivese, con effetti distruttivi in diversi centri delle alte valli del Savio e del Bidente. La scossa del 29 giugno 1919 causò nuovi danni diffusi e crolli in centri come Santa Sofia, Bagno di Romagna, Galeata, Civitella di Romagna (FC), dove la ricostruzione era appena iniziata e il patrimonio edilizio risultava ancora indebolito, con una vulnerabilità peggiorata proprio a seguito del terremoto precedente.

Fu colpita anche la provincia di Arezzo, soprattutto il territorio del Casentino, dove ci furono danni diffusi a Pratovecchio, Poppi, Stia e a Bibbiena. Anche qui l’impatto fu aggravato dai danni preesistenti che erano stati causati dal terremoto del novembre 1918. Danni furono registrati infine nel Valdarno superiore, in particolare a Loro Ciuffenna, Terranova Bracciolini, San Giovanni Valdarno (tutti in provincia di Arezzo) e a Figline Valdarno (FI).

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Distribuzione degli effetti del terremoto del 29 giugno 1919 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15].

La scossa fu molto forte a Firenze, dove alcune case rimasero lesionate, cadde qualche comignolo e ci fu grande panico tra la popolazione, tanto che Padre Guido Alfani, direttore dello storico Osservatorio Ximeniano in un comunicato affermò che il periodo sismico mugellano è il più grave che abbia colpito Firenze dal 1895. Lo stesso Osservatorio fiorentino riportò lesioni e al suo interno caddero calcinacci e oggetti anche pesanti, e rimasero danneggiati alcuni preziosi strumenti. La popolazione di Firenze abbandonò case, bar e teatri, e si riversò all’aperto affollando le vie e le piazze della città. Ci furono anche alcuni feriti. Danni lievi anche nella città di Prato.

Il terremoto fu avvertito in una vasta area dell’Italia centro-settentrionale, da Roma al Veneto e dalle Marche a Genova.

Sulla base della distribuzione degli effetti macrosismici è stato stimato che la scossa principale del 29 giugno ebbe una magnitudo Mw 6.4, valore verosimilmente un po’ sovrastimato a causa dell’effetto di cumulo dei danni con quelli del precedente evento del novembre 1918 nella Alta Romagna. In ogni caso, pur con tutte le incertezze dell’epoca, anche il valore di magnitudo strumentale dà un valore prossimo a Mw 6.3. E’ pertanto verosimile che il terremoto del 1919 in Mugello sia stato un evento di energia analoga a quelli recenti del 6 aprile 2009 all’Aquila o del 24 agosto 2016 ad Amatrice.

Fig5_Vicchio_Mirandola

Quel che restava della frazione di Mirandola, nel comune di Vicchio (FI), in una cartolina d’epoca [Archivio EDURISK]. Il piccolo abitato fu praticamente raso al suolo dal terremoto, che vi uccise una decina di abitanti e ferì quasi tutti i rimanenti.

Le vittime complessivamente furono poco meno di un centinaio, di cui una settantina nel solo territorio di Vicchio. Un numero relativamente contenuto, se rapportato alla elevata intensità della scossa e alla gravità delle distruzioni. Contribuirono a limitare il numero di morti una serie di circostanze “fortunate”: in primo luogo le scosse avvenute nel corso della mattina (soprattutto quella forte delle 10:15) allarmarono enormemente la popolazione e la spinsero a riversarsi all’aperto dove rimase per molte ore, scampando all’evento principale delle 17:06, come scrive anche l’inviato del Corriere della Sera: “tutta la popolazione, avvenuta la prima scossa, si è riversata sulle piazze e questa circostanza ha fatto sì che le vittime non fossero tante come avrebbero potuto essere se alla scossa più forte la popolazione si fosse trovata nelle case.” (Corriere della Sera, 1 luglio 1919); in secondo luogo, anche il fatto che il terremoto colpì un’area prevalentemente rurale e avvenne in piena estate, in ore diurne, quando una buona parte della popolazione si trovava all’aperto e nei campi. Se la scossa fosse avvenuta in piena notte e non fosse stata preceduta da scosse minori, con tutta probabilità il numero di vittime sarebbe stato molto più elevato.

Fig6_baracche_Casaglia

In tutte le località più danneggiate furono costruiti insediamenti di baracche, nelle quali i senzatetto rimasero per diversi anni alloggiati. Qui una veduta dei “baraccamenti” a Casaglia in una cartolina d’epoca [Archivio EDURISK].

Gli effetti però furono gravissimi e, come si può vedere anche dalle immagini dell’epoca, furono dovuti in gran parte all’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio dell’area, caratterizzato (soprattutto nelle frazioni minori, nelle case coloniche e ville rurali) dall’utilizzo di materiali da costruzione inadeguati e da scarsissima manutenzione. Una caratteristica, questa, ricorrente nei terremoti italiani del periodo, inclusi quelli che nei tre anni precedenti avevano interessato le vicine aree del riminese (1916), dell’Alta Valtiberina (1917) e dell’Alta Romagna (1918).

Bisogna qui ricordare che quello tra gli anni 1916 e 1920 fu un periodo caratterizzato dal susseguirsi di una impressionante serie di forti terremoti nell’area appenninica settentrionale a cavallo tra Toscana, Emilia-Romagna, Marche e Umbria. Per alcuni di questi eventi, come si può vedere dalla figura seguente, le aree di danneggiamento si sovrapposero parzialmente, causando un grave cumulo di effetti che per alcune località comportarono estese e ripetute distruzioni.

Fig7_terremoti1916-1920

In mappa sono riportate, come da catalogo CPTI15 (Rovida et al., 2016), le aree interessate dalla serie di forti terremoti che colpirono l’Appennino settentrionale tra il 1916 e il 1920. Furono a più riprese colpite 5 regioni italiane: Emilia Romagna, Marche, Umbria, Toscana e Liguria.

Come spesso succede in caso di forte evento sismico, la scossa del giugno 1919 ebbe un notevole impatto anche sull’ambiente naturale: frane e scoscendimenti di massi danneggiarono e interruppero in più punti la linea ferroviaria Firenze-Marradi e le strade dei passi appenninici; fenditure nel suolo si aprirono nella zona di Casaglia e nel territorio di Vicchio. Anche il regime delle acque sotterranee fu coinvolto dal terremoto, con intorbidamenti e variazioni di portata in alcune acque sorgive, in particolar modo nel territorio montano di San Godenzo (FI).

Per una descrizione approfondita e dettagliata sia degli effetti del terremoto che delle risposte sociali e istituzionali al disastro sismico si rimanda allo studio di Guidoboni et al. (2018).

Dopo la forte scossa del 29 giugno sono documentate repliche anche forti per almeno un mese, fino al 30 luglio 1919.

Cenni di sismicità storica e pericolosità sismica dell’area

L’area del Mugello fa parte del sistema di bacini distensivi che caratterizzano il lato tirrenico dell’Appennino centro-settentrionale, a partire dalla Lunigiana fino all’Abruzzo. Ad un fronte, sul lato adriatico, caratterizzato da tettonica compressiva (come il terremoto dell’Emilia del 2012) corrisponde un lato in distensione in cui faglie normali determinano la formazione dei bacini intermontani.

La sismicità di queste aree ha avuto i suoi eventi massimi con il terremoto della Garfagnana del 1920 (Mw 6.5) nell’Appennino settentrionale e con il terremoto del Fucino del 1915 (Mw 7.1).

Oltre a questi terremoti massimi tutta la zona è caratterizzata da frequenti eventi di magnitudo media, tale che la pericolosità sismica risulta elevata.

La sismicità dell’area del Mugello ricade in questo contesto ed era ben nota alla tradizione sismologica italiana già prima del terremoto del 1919, tanto che all’inizio del secolo scorso Mario Baratta nel suo famoso I Terremoti d’Italia scriveva che (il Mugello) “costituisce un distretto [sismico, ndr] ben individuato” e che “le maggiori manifestazioni sismiche corocentriche sono … 1542, 1597, 1611, 1762, 1835, 1843 e 1864”. In anni più recenti Francesco Coccia, a lungo direttore dell’Osservatorio geofisico San Domenico di Prato, in Attività sismica in Toscana durante il cinquantennio 1930-1980 (1982) riporta: “il Mugello è sempre stato una zona di sicura attività sismica che, nel passato più o meno recente, ha raggiunto intensità notevoli, anche se non tra le più alte dell’area italiana. […] L’attività sismica mugellana si presenta, nella quasi totalità, sotto forma di periodi sismici, più o meno regolari e prolungati nel tempo”. In effetti la storia sismica mugellana è costellata di scosse più o meno forti che nel corso dei secoli hanno causato danni e a volte vere e proprie distruzioni.

Osservando le storie sismiche di Scarperia e Borgo San Lorenzo, due dei principali centri della zona, si osserva a partire dal 1900 una frequenza elevata di eventi che hanno interessato il territorio, in cui almeno 4 volte si è raggiunta e superata la soglia del danno. Prima del 1900 la storia sismica è più discontinua e si hanno informazioni solo per gli eventi maggiori.

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Storie sismiche a confronto: Scarperia e Borgo San Lorenzo [fonte: DBMI15; Locati et al., 2016]

Prima del terremoto del 1919 il massimo sismico storico conosciuto nel Mugello era quello del 13 giugno 1542, che interessò con effetti distruttivi (fino al grado 9 MCS) i territori di Scarperia (FI) e di Barberino del Mugello (FI), cioè un’area immediatamente a ovest di quella maggiormente colpita nel 1919. Danni gravi e crolli si ebbero però in tutta la vallata, inclusi Borgo San Lorenzo e Vicchio, e danni minori si registrarono fino a Firenze. Sulla base della distribuzione dei suoi effetti macrosismici sul territorio è stato stimato che questa scossa raggiunse una magnitudo Mw 6.0.

Oltre ai due grandi eventi del 1542 e 1919 nel catalogo sismico storico (https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15) è elencata almeno un’altra quindicina di terremoti sopra la soglia del danno con epicentro in area mugellana (incluso l’Alto Mugello, sul versante romagnolo dell’Appennino), alcuni dei quali hanno causato danni gravi e diffusi, sebbene su porzioni di territorio più piccole e circoscritte rispetto alle scosse del 1542 e del 1919. Da segnalare, per limitarsi a quelli con Mw ≥ 5.0, il terremoto del 3 agosto 1597 (Mw 5.3) che causò effetti fino al grado 7-8 MCS nel territorio attorno a Borgo San Lorenzo; 8 settembre 1611 (Mw 5.1) con effetti di 7-8 MCS a Scarperia; 15 aprile 1762 (Mw 5.1) di grado 7 MCS nella zona del crinale appenninico attorno a Casaglia; 25 ottobre 1843 (Mw 5.0) di 7 MCS a Barberino di Mugello; 11 dicembre 1864 (Mw 5.1), di 7 MCS a Barberino di Mugello, Scarperia, Firenzuola; 18 luglio 1929 (Mw 5.0) di 7 a Borgo San Lorenzo e 6-7 a Vicchio e Palazzuolo sul Senio; 11 febbraio 1939 (Mw 5.0), di 7 MCS a Casaglia e a Marradi.

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Terremoti localizzati in un raggio di 25 km dall’epicentro macrosismico del terremoto del 1919 [fonte: CPTI15; Rovida et al., 2016]

Negli ultimi 60 anni va sicuramente ricordato il lungo periodo sismico che raggiunse il suo massimo energetico il 29 ottobre 1960 (Mw 4.9), e che causò danni diffusi in tutta la vallata mugellana (7 MCS a Barberino di Mugello, Luco, Grezzano e Scarperia, 6-7 MCS a Borgo San Lorenzo, Vicchio e altre località). Coccia lo descrive così:

Dalle notizie di stampa molte abitazioni risultarono lesionate o rese inabitabili: a Barberino di M. su 250 case ispezionate, 45 risultarono inabitabili; a Scarperia il 95% subirono danni anche di notevole entità. […] Notti insonni e all’aperto; esodo delle popolazioni; scuole chiuse; poderi disertati.” (Coccia, 1982)

In anni più recenti il Mugello è stato sede di scosse rilevanti nel marzo 2008 (Mw 4.7) e nel settembre 2009 (Mw 4.4), eventi che hanno causato anche qualche leggero danno.

Secondo il modello di pericolosità di riferimento per l’Italia, il Mugello ha valori di accelerazione superiori a 0.2g che hanno una probabilità del 10% in 50 anni di essere raggiunti e superati.

Fig10_pericolosità

Mappa che illustra gli epicentri dei terremoti storici (da catalogo CPTI15, Rovida et al., 2016) e la pericolosità sismica dell’area del Mugello e delle zone ad essa limitrofe (da http://zonesismiche.mi.ingv.it/)

Il Mugello odierno è ben diverso da come si presentava nel 1919: oggi tutta l’area risulta molto più abitata, gli ultimi decenni hanno visto una notevole espansione delle zone residenziali sia nei centri urbani che nelle aree rurali; inoltre nella vallata sono sorti ospedali, industrie, hotel, agriturismi e bed&breakfast. Il patrimonio edilizio del Mugello, sia recente che meno recente, ha una vulnerabilità sismica indubbiamente inferiore a quello colpito dal terremoto del 1919 (che come abbiamo visto era molto scadente). Tuttavia con l’aumento del “valore esposto” (cioè il valore in termini sia economici che sociali di tutto ciò che sorge o vive in una determinata zona) il rischio sismico dell’area resta comunque piuttosto elevato, e oggi un evento come quello del giugno 1919 avrebbe un impatto certamente importante.

Proprio per “fare memoria”, ricordare le lezioni del passato e fare prevenzione, sono state organizzate, a partire già dal febbraio scorso e in occasione del centenario del terremoto, una serie di iniziative (mostre, esercitazioni, convegni scientifici, incontri nelle scuole ecc.) da parte della Città Metropolitana di Firenze (la ex-provincia) e di altre istituzioni e ordini professionali. Le iniziative sono elencate nel sito dedicato: http://mugello1919.cittametropolitana.fi.it/index.html.

Nell’ambito di queste iniziative sabato 29 giugno 2019 presso Villa Pecori Giraldi a Borgo San Lorenzo (FI) viene organizzato un “Open Day Io Non Rischio”, una giornata speciale con una piazza straordinaria della campagna nazionale Io Non Rischio (http://iononrischio.protezionecivile.it/) di cui l’INGV è partner fondatore fin dal 2011. Nella stessa location di Villa Pecori Giraldi sabato 29 giugno viene inaugurata anche una mostra di “strumentazione storica per la rilevazione sismica” a cura dell’INGV e della Fondazione dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze. Sarà anche presente l’installazione della Sala Sismica dell’INGV dove si potranno vedere e localizzare i terremoti in tempo reale.

Altre iniziative ancora (mostre, presentazioni di libri, commemorazioni) sono previste in ambito locale.

A queste iniziative si aggiunge anche una nuova tappa del progetto EDURISKCento anni dopo: Appennino Settentrionale. L’Italia [sismica] dei 100 anni” avviato nel 2016, in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile, un progetto che collega le ricorrenze centenarie dei terremoti che fra il 1916 e il 1920, dal Riminese alla Garfagnana, hanno attraversato l’Appennino settentrionale, in una serie di percorsi di ricostruzione della memoria, di conoscenza del territorio e di attivazione delle comunità locali per promuovere sensibilizzazione e scelte di riduzione del rischio. A partire dall’ottobre prossimo negli istituti comprensivi di Borgo San Lorenzo, Barberino di Mugello, Dicomano, Scarperia-San Piero a Sieve e Vicchio sarà avviato un percorso di lavoro che coinvolgerà insegnanti e una selezione di classi della scuola primaria e secondaria di I° grado nel recupero e rielaborazione di memorie, che saranno poi condivise con quanto già elaborato in area riminese e pesarese e nell’Appennino forlivese.

 a cura di Filippo Bernardini e Romano Camassi, INGV-Bologna.


 Bibliografia

Baratta M. (1901). I terremoti d’Italia; saggio di storia geografia e bibliografia sismica italiana. Torino.

Cavasino A. (1935). I terremoti d’Italia nel trentacinquennio 1899-1933. Mem. R. Uff. Centr. Meteor. e Geof., Appendice, s.3, v.4.

Coccia F. (1982). Attività sismica in Toscana durante il cinquantennio 1930-1980. Prato.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Sgattoni G., Valensise G. (2018). CFTI5Med, Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (461 a.C.-1997) e nell’area Mediterranea (760 a.C.-1500). Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). doi: https://doi.org/10.6092/ingv.it-cfti5

Guidoboni E., Valensise G. (2011). Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni, Bologna, Ingv-Bononia University Press, 550 pp.

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E. (2016). DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds) (2016). CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15


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27 giugno 1719: due medici e un terremoto

Forse non tutti sanno che… tra Cinquecento e prima metà del Settecento, studiare i terremoti era roba da medici. E lo hanno fatto in tanti, tra cui veri e propri luminari, come Giorgio Baglivi, e illustri sconosciuti, come il ferrarese Iacomo Antonio Buoni (1570), il narnese Federico Zerenghi (1626) e tanti altri di cui sappiamo i nomi solo grazie agli opuscoli che hanno pubblicato per descrivere questo o quel terremoto dei loro tempi.

Figura_1

Figura 1. Frontespizi di alcuni opuscoli scritti da medici su terremoti.

Si potrebbe pensare che quei medici si occupassero di terremoti perché questi fenomeni possono essere una causa indiretta di malattie, dovute allo stress o alle condizioni di vita precarie in cui gli scampati sono costretti a vivere per periodi più o meno lunghi. In realtà, però, il vero motivo era la salute di un paziente molto particolare: il pianeta Terra.

Figura_2 La stampa

Figura 2. L’articolo si riferisce alla condizione delle popolazioni colpite dal terremoto di Umbria e Marche del settembre-ottobre 1997 [La Stampa (Torino), 8 ottobre 1997].

Infatti la cultura medica di allora considerava la Terra come un organismo vivente, dalla fisiologia simile a quella umana ed esposto alle stesse malattie. Era un’opinione che risaliva all’antichità classica di Seneca e Lucrezio ma era condivisa senza esitazioni anche da un “genio moderno” come Leonardo da Vinci.

«[…] potremmo dire la terra avere anima vegetativa e che la sua carne sia la terra, i suoi ossi siano gli ordini delle collegazione dei sassi di che si compongano le montagne, il suo tenerume sono i tufi, il suo sangue sono le vene delle acque; il lago del sangue, che sta intorno al core, è il mare occeano; il suo alitare […] è il flusso e riflusso del mare; e il caldo dell’anima del mondo è il fuoco ch’è infuso per la terra […]» (Leonardo da Vinci, Codice Leicester, c. 34r).

Secondo questo modo di vedere, la causa dei terremoti era l’invecchiamento della Terra o più precisamente la sua “arteriosclerosi”, causata dai depositi minerali che ne occludevano le “arterie” (cavità sotterranee) impedendo la libera circolazione dei venti racchiusi nel globo. Sforzandosi di farsi strada in queste cavità per raggiungere l’esterno, le correnti d’aria sotterranee generavano terremoti e disgregavano le incrostazioni minerali, rilasciando nell’atmosfera vapori velenosi e corpuscoli maligni le cui “influenze” a loro volta causavano malesseri e malattie di ogni tipo, dalle vertigini alla nausea, alle infezioni e alle epidemie. Sono credenze che vennero abbandonate del tutto solo verso la fine dell’Ottocento, dopo le rivoluzionarie scoperte di Louis Pasteur (1822-1895) e Robert Koch (1843-1910), i padri fondatori della microbiologia e della batteriologia moderne.

Anche se i presupposti dei loro studi erano errati, i medici che hanno studiato i terremoti per cercare rimedi alle “influenze” meritano la nostra gratitudine. Infatti dobbiamo loro molti dati storici preziosi e la conservazione del ricordo di terremoti importanti, anche se a volte di limitata portata geografica, come quello del 27 giugno 1719, descritto da Antonio Celestino Cocchi, medico condotto a Cascia, in una lettera spedita al celeberrimo Gianmaria Lancisi, cattedratico e medico personale di Papa Clemente XI.

Figura_3_Frontespizio

Figura 3. Frontespizio della raccolta di lettere di Antonio C. Cocchi ai professori Lancisi e Morgagni.

Oggi il dottor Antonio Celestino Cocchi (1685-1747) è quasi del tutto dimenticato e su Internet spesso viene confuso con un quasi omonimo Antonio Cocchi, medico anche lui ma di dieci anni più giovane, noto soprattutto come primo italiano affiliato a una loggia massonica in Italia (ma questa è un’altra storia).

Il nostro eroe, nato a Fumone (FR) e cresciuto tra Firenze e Roma, era un enfant prodige: laureato a 19 anni e autore pubblicato a 22 anni (non a caso con un trattato De Terraemotu,eiusque causis …effectibus et prognosi). Appena laureato fu chiamato come medico condotto a Cascia (PG), poi ad Ascoli (Piceno) e Frascati (RM), e concluse la carriera come professore universitario di botanica e anatomia a Roma. Dev’essere stato un tipo pratico e positivo: senza preoccuparsi di contestare le strambe teorie mediche tradizionali, si tenne al corrente delle più recenti scoperte mediche e si concentrò sulla ricerca di cure efficaci per le malattie incontrate nella pratica professionale, svolgendo studi approfonditi sulle proprietà medicinali delle piante che lo portarono a consigliare il chinino come antimalarico e “rischiarono” di farlo diventare protomedicus (cioè consulente dell’intero Stato pontificio) per la bonifica dei territori infestati dalla malaria.

La sismologia storica gli è debitrice di due vivaci testimonianze su altrettanti terremoti da lui vissuti in prima persona mentre si trovava a Cascia, nel 1716 e nel 1719, cioè durante il periodo della ricostruzione dopo la grande catastrofe sismica che aveva devastato la Valnerina, l’Aquilano e l’Appennino centrale nel 1703 (con due eventi principali di Mw 6.9 e 6.7).

Il 28 giugno 1719 Cocchi si mise alla scrivania per descrivere all’amico e maestro Lancisi le due scosse di terremoto avvertite il giorno prima, la mattina (tra le 6:15 e le 7:30 locali) e nel tardo pomeriggio (tra le 19 e le 20 locali), chiarendo che avevano causato fenditure in edifici di recente costruzione a Cascia e Norcia e danni maggiori (ma imprecisati) a Preci, all’abbazia di Sant’Eutizio, a Todiano, Saccovescio, Croce e Castelvecchio, tutte località comprese in una ristretta area ai piedi dei Monti Sibillini, una quarantina di chilometri a nord di Cascia.

Figura_4 Lancisi

Figura 4. Gianmaria Lancisi in un’incisione settecentesca

Sembra poco probabile – anche se non impossibile – che Cocchi abbia raccolto tutte le notizie di persona, perlustrando l’intera area durante la giornata. Le notizie sui danni a Preci e dintorni potrebbero essere state portate a Cascia da viandanti e per conseguenza riguardare soprattutto gli effetti del primo evento, che potrebbe essere stato il più energetico dei due.

Confermano questa ipotesi le poche testimonianze non locali. Rispondendo da Roma alla lettera di Cocchi, Gianmaria Lancisi racconta di aver anche lui avvertito, la stessa mattina, mentre si trovava al capezzale del Papa, una scossa di terremoto che lo aveva spaventato. A Perugia invece il diarista Pietro Vermiglioli le avvertì entrambe ma quella della sera fu “più debole”. Sul versante orientale dei Monti Sibillini l’avvertimento potrebbe essere stato più sensibile, visto che la stessa sera del 27 giugno il Consiglio comunale di Sanseverino Marche si riuniva per discutere l’organizzazione di una processione in cui pregare per la fine delle scosse “continue e pericolose”. Non si ha però notizia di danni, e una iscrizione tuttora visibile nel Santuario di Macereto (Visso, MC) afferma categoricamente che il territorio vissano non subì alcuna conseguenza negativa per le scosse del 1719.

Quello del giugno 1719 è uno dei numerosi terremoti che nel corso della storia hanno interessato la Valnerina, e non è certo uno dei più forti. Niente a che vedere con quelli, già citati, avvenuti nel 1703, o anche con gli ultimi devastanti eventi che hanno interessato l’area nel 2016. L’intensità epicentrale, sulla base delle informazioni disponibili nelle fonti storiche, è attestata al grado VIII della scala MCS e la magnitudo momento “equivalente”, cioè stimata sulla base delle (poche) osservazioni macrosismiche, è valutata a Mw 5.6.

A Spoleto, Foligno, Nocera e Rieti la scossa fu avvertita fortemente, senza danni. L’area di risentimento si estese fino a Perugia e Roma, ma come abbiamo detto, con tutta probabilità fu interessato anche il versante marchigiano dell’Appennino.

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Figura 5. L’area interessata dai massimi effetti del terremoto del 27 giugno 1719: in una stampa dell’epoca (da una mappa di G.M. Cassini, Roma 1792), a sinistra; come compare nell’odierno Catalogo CPTI15 (https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/), a destra.

A cura di Viviana Castelli, INGV – Ancona.


I testi originali delle lettere di Cocchi e Lancisi

Cocchi A.C., «De immani histerico affectu [Cascia, 28 giugno 1719]». In: Id., Epistolae physico-medicae ad clarissimos viros Lancisium et Morgagnum, Roma 1732, pp. 34-36.

Lancisi G.B., «Lancisio Cocchio suo [Roma, 5 luglio 1719]». In: Cocchi A.C., Epistolae physico-medicae ad clarissimos viros Lancisium et Morgagnum, Roma 1732, pp. 37-40.


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Il terremoto del 251 d.C. a Santa Venera al Pozzo (Acireale) studiato con un approccio multidisciplinare

Secondo la ricostruzione proposta dalle fonti storiche, un anno dopo la morte di Sant’Agata (Santa Patrona della città di Catania), nel 252 d.C. si verificò una grande eruzione dell’Etna: il vulcano avrebbe eruttato ingenti quantità di lava, che arrivarono a minacciare direttamente la città di Catania. Soltanto un miracolo della Santa, il cui velo, secondo alcuni storici, sarebbe stato portato incontro al fiume di lava, avrebbe evitato il peggio (Guidoboni et al., 2014). Le stesse fonti storiche riportano che durante il martirio della Santa, nel 251 d.C., si sarebbe verificato un terremoto che evitò all’eroina il supplizio destinatole dai suoi carnefici.

Figura 1 – Mappa della Sicilia orientale con l’indicazione del sito archeologico di Santa Venera al Pozzo (sinistra, da Monaco and Tortorici, 2007); dettaglio del versante sud orientale dell’Etna con l’indicazione dei terreni affioranti (destra).

Nonostante la descrizione dettagliata dell’eruzione del 252 d.C. tramandata dalle fonti storiche e riportata nel Catalogo delle eruzioni dell’Etna (2014), quasi nulla viene documentato sull’evento sismico che l’avrebbe preceduta. Questo evento sismico è probabilmente da mettere in relazione con l’evidenza archeologica recentemente individuata presso il complesso termale di Santa Venera al Pozzo, nei pressi di Acireale (Figure 1 e 2). Tra la fine del III sec. e l’inizio del IV sec. d.C. alcuni lavori di ricostruzione/trasformazione vennero eseguiti presso la Villa Romana adiacente il complesso termale; si tratta della trasformazione della Villa Romana da mansio (stazione di posta ubicata lungo la via Pompeia che collegava Messina con Catania) a laboratorio per la produzione della ceramica (Branciforti, 2006). Leggi il resto di questa voce

I terremoti nella STORIA: 28 luglio 1883, la catastrofe di Casamicciola sull’isola d’Ischia

«Ccà pare Casamicciola...»: con queste parole il protagonista di Natale in casa Cupiello, la celebre commedia scritta da Eduardo De Filippo tra il 1931 e il 1932, descrive il caos cui si trova davanti entrando nella stanza dove poco prima, durante una furiosa lite tra la moglie e la figlia, sono finiti in pezzi stoviglie e soprammobili ed è stato «scassato» il presepe che stava costruendo con impegno maniacale. Perché De Filippo utilizza quel paragone per definire il putiferio causato dalla lite?

In realtà, già a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, soprattutto nel linguaggio popolare delle regioni dell’Italia centro-meridionale, il termine casamicciola, derivato dal toponimo della cittadina termale dell’isola d’Ischia distrutta dal terremoto del 28 luglio 1883, aveva assunto un significato figurato per indicare una situazione di caos, di grande sovversione e sconquasso.

Augusto Placanica ha analizzato in un eruditissimo saggio la genesi e i motivi che hanno portato all’uso del termine casamicciola come metafora di disordine imprevedibile. Secondo Placanica, a differenza delle molte località italiane devastate da un terremoto o da un altro disastro naturale, la catastrofe di Casamicciola del 1883 colpì l’immaginario collettivo popolare perché fu distrutto un luogo di straordinaria bellezza naturale, dedicato alla salute e allo svago vacanziero, frequentato soprattutto da una clientela d’élite costituita da facoltosi aristocratici e ricchi borghesi di tutta Italia e di gran parte d’Europa. L’uso di tale metafora fu così diffuso nella prima metà del Novecento, da venire registrato fino a tutti gli anni Sessanta-Settanta, con l’iniziale rigorosamente minuscola, dai più importanti dizionari della lingua italiana. Ora sopravvive soltanto tra le generazioni più anziane e il termine non viene più considerato dai dizionari più recenti: lo si può però ancora ritrovare nel Vocabolario dell’Istituto Treccani consultabile in rete (http://www.treccani.it/vocabolario/casamicciola/).

L’ipotesi illustrata da Placanica è del tutto condivisibile; tuttavia, forse, anche il caos organizzativo che caratterizzò nel 1883 l’opera di soccorso e la frequente ripetizione degli eventi sismici che nel corso dell’Ottocento avevano colpito Casamicciola giocarono un ruolo rilevante nel fare di casamicciola un nome comune astratto entrato nel patrimonio lessicale della lingua italiana.

I precedenti

Già a partire dalla seconda metà del Settecento, sono ricordati numerosi terremoti che colpirono Casamicciola e il suo territorio. Il 14 luglio 1762, l’architetto Luigi Vanvitelli, che si trovava a Casamicciola per un periodo di cure, fu testimone di due scosse di terremoto quasi consecutive poco dopo le 9 della mattina. Secondo le gazzette dell’epoca, ci furono danni notevoli agli edifici della cittadina. Verso la fine del secolo, intorno alle ore 17:30 del 18 marzo 1796, un violento terremoto fece crollare circa 50 case nei dintorni della chiesa parrocchiale di S.Maria Maddalena, nella parte meridionale di Casamicciola Alta: sotto le rovine morirono 7 persone e molte altre furono ferite.

Ancora più distruttivo fu l’evento del 2 febbraio 1828 su cui si hanno notizie precise grazie alla presenza sull’isola del chimico Nicola Covelli che stava svolgendo uno studio sulle acque termali. Covelli descrisse gli effetti del terremoto in due lettere al segretario perpetuo dell’Accademia delle Scienze di Napoli, Teodoro Monticelli, e in una estesa relazione.

Pagina iniziale della lettera scritta da Nicola Covelli il 3 febbraio 1828 e indirizzata a Teodoro Monticelli (Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria).

La scossa distruttiva, avvenuta alle ore 10:15, colpì la parte nord-occidentale dell’isola d’Ischia, causando crolli estesi in un’area di pochi km2. Le località più danneggiate furono Casamicciola e Fango (frazione del comune di Lacco Ameno), dove collassarono numerosi edifici causando 29 morti e circa 50 feriti. Danni furono rilevati anche a Lacco Ameno e a Fontana. In particolare, a Casamicciola tutti gli edifici della parte alta dell’abitato furono gravemente danneggiati e molti crollarono; nella chiesa parrocchiale di S.Maria Maddalena cadde la prima volta della navata centrale schiacciando molte persone che assistevano a una funzione religiosa. Charles Lyell, che visitò Casamicciola nell’ottobre successivo, riferì che tutte le case erano ancora prive di tetto.

Dopo poco più di dieci anni, il 6 marzo 1841 alle ore 13, una forte scossa causò lesioni negli edifici di Casamicciola e qualche danno minore a Lacco Ameno.

Ulteriori forti scosse, senza danni rilevanti, furono sentite nel 1852 e nel 1863; ma il 14 agosto 1867 Casamicciola subì nuovi danni. Di questo terremoto, avvenuto poco dopo la mezzanotte, che causò sconnessione di murature, caduta di calcinacci e di parti di ornato e una grave lesione al campanile della chiesa parrocchiale, furono testimoni il celebre drammaturgo norvegese Henrik Ibsen e lo scrittore danese Vilhelm Bergsøe che ne pubblicò la memoria nel 1907.

Infine, solo due anni prima del 1883, il 4 marzo 1881, Casamicciola subì un nuovo violento evento sismico. Anche questo terremoto causò effetti distruttivi in un’area molto limitata della parte settentrionale dell’isola d’Ischia. Complessivamente risultarono danneggiati 10 edifici pubblici e 883 privati, di cui 290 crollarono totalmente. Secondo i dati statistici rilevati dal Comitato di soccorso, pubblicati nella relazione redatta da Giuseppe Margotta, i vani crollati totalmente furono 834, quelli resi pericolanti e inagibili 117, quelli lesionati in modo considerevole 2952. I morti furono 127: 121 a Casamicciola, 5 a Fango, uno a Lacco Ameno, le tre località dove ci furono gli effetti più gravi. Danni meno gravi (lesioni e dissesti nelle murature) furono rilevati a Barano, Buonopane, Fiaiano, Fontana, Monterone e Tironi; a Forio ci furono danni leggeri.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 4 marzo 1881 secondo CFTI5Med.

Casamicciola fu la località più danneggiata, tuttavia gli effetti nei diversi nuclei dell’abitato furono estremamente differenziati. Alla Marina, la parte più bassa e più moderna dell’abitato, gli edifici subirono danni leggeri o risultarono illesi. Nella parte centrale del paese, attorno a piazza Bagni, furono riscontrate lesioni non gravi in alcuni stabilimenti termali mentre risultò gravemente danneggiato l’edificio delle terme del Pio Monte della Misericordia di cui rimasero abitabili solo tre ambienti. Le distruzioni riguardarono quasi esclusivamente la parte superiore e più antica dell’abitato, Casamicciola Alta. In questa zona, comprendente le vie Spezieria, Santa Barbara, Selva Pera, Sassolo, Casamennella, Cuccofriddo, Epomeo, Montecito, D’Aloisio, la quasi totalità delle abitazioni crollarono o subirono lesioni gravissime e dovettero essere demolite. La chiesa di S.Maria della Pietà, in piazza Maio, fu distrutta quasi totalmente: crollò il campanile, cedettero i muri laterali causando una grande spaccatura longitudinale al centro della volta, cadde la cupola. Nella vicina chiesa parrocchiale di S.Maria Maddalena furono invece riscontrati pochissimi danni. Complessivamente, le case distrutte furono 250 e circa 300 famiglie rimasero senza tetto (per notizie di dettaglio su questo evento si veda CFTI5Med (Guidoboni et al. 2018).

Dopo questo terremoto, gran parte degli studiosi di scienze della terra dell’epoca, in particolare Giuseppe Mercalli e Michele Stefano De Rossi, in seguito al ripetersi di effetti rovinosi localizzati nella parte superiore dell’abitato di Casamicciola, sconsigliarono la ricostruzione degli edifici distrutti nella stessa area. Tuttavia, lo stesso De Rossi, rispondendo nel luglio successivo a una lettera del sindaco di Casamicciola Giuseppe Dombrè, preoccupato per una leggera replica sentita in quei giorni, affermò che «l’esperienza storica insegna che il luogo il quale provò una recente catastrofe è per lungo tempo il più sicuro contro una simile ripresa» e che in un sito di recente colpito da un disastro sismico una scossa della stessa forza «ritornerà dopo un’intervallo che la stessa esperienza storica ci dice dover essere di lunghi anni». Sfortunatamente quanto accadde poco più di due anni dopo smentì clamorosamente tali affermazioni.

Non solo gli studiosi, ma tutti gli ischitani, come ricordò Luigi Palmieri, pensavano che il periodo di «riposo» sismico sarebbe stato lungo. Forti di questa convinzione a Casamicciola i proprietari ricostruirono o ripararono «alla meglio» e in tempi molto rapidi le case, gli stabilimenti termali e gli alberghi. Così alla vigilia della stagione estiva dell’anno 1882 il paese «parea interamente rifatto» dai danni subiti. Fu però la stagione balneare del 1883 quella che segnò la ripresa effettiva delle presenze di turisti e pazienti delle terme (Palmieri e Oglialoro 1884).

Come accennato, infatti, l’isola da tempo rientrava tra le mete turistiche internazionali: era nota per le sue risorse termali, ma anche per le bellezze paesaggistiche e, agevolata anche dalla vicinanza all’area partenopea, era molto frequentata per soggiorni anche lunghi da villeggianti italiani ed europei. Casamicciola era la località balneare più rinomata, per le sue moderne strutture termali e i grandi alberghi lussuosi. Woldemar Kaden professore di letteratura tedesca da anni a Napoli, ricordò quanta vivacità e affollamento ci fosse nel luglio del 1883 a Casamicciola: più di 1.500 bagnanti e turisti, alcuni dei quali noti e altolocati, che riempivano alberghi, hotel e appartamenti di privati; sebbene la ricettività fosse al limite, ne erano attesi molti altri (Kaden 1883).

Frontespizio del manoscritto di Giuseppe D’Ascia, dedicato agli effetti del terremoto del 1883 (Museo Francesco Genala, Soresina, CR).

Nessuno pensava di dover rivivere a soli ventotto mesi di distanza un altro disastro sismico e così si ignorarono e si sottovalutarono, si disse poi, due piccole scosse, che se confermate, avrebbero potuto allarmare locali e forestieri, e nuocere, quindi, all’andamento della stagione in pieno svolgimento. Così quando la notte del 23 luglio 1883 alcuni abitanti di Casamicciola che avevano affittato le loro case ai bagnati, dormendo all’aperto sdraiati al suolo avvertirono una leggerissima scossa di terremoto «tutti tacquero». Similmente alcuni turisti, che ne sentirono un’altra leggera accompagnata da un basso rumore la mattina seguente, furono rassicurati con diverse spiegazioni: lo scuotimento fu attribuito non a una scossa, ma da alcuni albergatori alla rottura di una conduttura sotterranea, da altri a dinamite fatta brillare in una miniera. Insomma, ebbe a dire in seguito lo storico locale Giuseppe D’Ascia, «si cercò di nascondere il fenomeno di prevenzione, perché erano soliti a ripetersi questi leggeri movimenti a Casamicciola, senza alcuna triste conseguenza» (Museo Francesco Genala, ms. 1884).

Le fonti

Le informazioni sullo scenario degli effetti del catastrofico terremoto del 28 luglio 1883, sugli aspetti relativi alle sue conseguenze sociali, istituzionali ed economiche, oltre che sui risvolti più propriamente sismologici e scientifici, derivano da numerosissime fonti coeve di tipologia diversa.

I dati ufficiali del terremoto – numero di morti, feriti, edifici distrutti o danneggiati, ammontare dei danni – sono riportati nella lunga Relazione finale, prodotta dal Comitato Centrale di Soccorso, una sorta di task force istituzionale, costituita con decreto del Presidente del Consiglio sei giorni dopo il terremoto, con funzione di coordinamento degli aiuti e di organo unico di raccolta e distribuzione dei fondi, pervenuti da enti e privati, italiani ed esteri. Le schede inedite compilate dai proprietari delle case crollate o danneggiate, allegate come atti all’attività dello stesso Comitato, così come i questionari redatti durante i sopralluoghi della Commissione nominata dal Collegio degli Architetti e Ingegneri di Napoli contengono dettagli fino al livello dei singoli edifici, in particolare per i comuni più grandi e più colpiti.

Tutti i maggiori geologi, sismologi e studiosi o appassionati di geofisica dell’epoca, ufficialmente incaricati, o scientificamente interessati, si recarono sul posto a studiare l’evento. Benché spesso questi studiosi cercassero negli effetti sismici quegli indizi sulle caratteristiche della scossa (direzione, natura ondulatoria o sussultoria, ampiezza delle onde) che consentissero loro di calcolare i parametri (localizzazione dell’epicentro e profondità) con i modelli matematici allora utilizzati, le loro descrizioni puntuali località per località, caseggiato per caseggiato, vallone per vallone, le loro considerazioni sulla natura dei terreni e sulla qualità degli edifici, restituiscono lo scenario del terremoto in tutta la sua complessità.

Ricordiamo le osservazioni dirette di Michele Stefano de Rossi, autore di numerosi contributi e di quattro relazioni presentate al ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio (pubblicate nella Gazzetta Ufficiale) e scritte in qualità di direttore dell’Osservatorio e Archivio Centrale Geodinamico di Roma, istituito proprio l’anno precedente a seguito del terremoto ischitano del 1881, ricordato sopra. De Rossi raccolse in seguito tutte le sue analisi (confrontate e integrate con quelle di altri studiosi) e un suo catalogo delle informazioni diviso per località, nel volume undicesimo (1884) del Bullettino del Vulcanismo Italiano, una rivista da lui fondata dieci anni prima, completamente dedicata ad argomenti inerenti le Scienze della Terra.

Carta degli effetti sismici del terremoto del 1883 redatta da Michele Stefano de Rossi (1884).

Visitarono l’isola e l’area dei maggiori effetti, anche più di una volta, e ne riferirono più o meno dettagliatamente: l’allora giovane Giuseppe Mercalli, autore tra altro de L’isola d’Ischia ed il terremoto del 28 luglio 1883 (1884), una dettagliata memoria su effetti, cause e linee guida per la ricostruzione, che lo fece conoscere e affermare nell’ambito sismo-vulcanologico italiano; il direttore del Regio Osservatorio Vesuviano Luigi Palmieri, autorità riconosciuta in ambito sismologico, autore di una relazione sull’evento insieme al chimico Agostino Oglialoro, che curò la parte relativa all’attività delle fumarole in relazione al terremoto. Ventiquattrore dopo il terremoto giunse sull’isola l’inglese Henry James Johnston-Lavis. Era a Napoli dal 1880 per perfezionare i suoi studi di medicina, ma da molto prima aveva maturato un interesse scientifico per la geologia e in particolare per i vulcani campani: i suoi contributi (1883, 1885) sono di grande utilità perché, riportando un dettagliato scenario dei danni dei due terremoti del 1881 e 1883, forniscono informazioni spesso anche su differenze, analogie dei due eventi e sullo stato delle riparazioni. Raggiunsero Ischia e riferirono del terremoto molti altri studiosi, tra cui citiamo il sismologo Alessandro Serpieri, il geologo e mineralista Guglielmo Guiscardi, inviato dall’Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli e l’ingegnere e geologo Luigi Baldacci, due volte a Ischia nell’agosto 1883 su incarico dal Regio Corpo delle Miniere. Alcuni altri studiosi coevi di ambito antropologico (Eugenio Fazio, Amerigo de Ciutiis, Clodomiro Perrone, Thomas W.S. Jones) focalizzarono la loro attenzione sulla risposta sociale ed economica alle distruzioni sismiche.

Questo terremoto fu un evento che oggi chiameremmo sicuramente ‘mediatico’. Ricordiamo che il periodo in cui avvenne il terremoto – fine luglio – era di massima presenza di turisti, di provenienza nazionale ed europea. Per questo e per la fama di cui da tempo godeva l’isola, il terremoto non poteva non avere una grande eco nei giornali e nelle riviste dell’epoca, italiani ed esteri, divenute oggi per noi fonti di informazioni sull’evento.

Prima pagina della rivista spagnola La Ilustración española y americana del 15 agosto 1883, dedicata al disastro di Casamicciola.

I resoconti e le corrispondenze giornalistiche dei principali quotidiani dell’epoca (Corriere del Mattino, Il Piccolo, Roma, Il Messaggero, Corriere della Sera, Gazzetta Piemontese, La Gazzetta di Mantova,), a cominciare dalle primissime ore dopo la scossa distruttiva delle 21:25 locali, riferirono con pathos crescente man mano che l’evento assunse le dimensioni di una immane tragedia, molti aspetti che caratterizzarono questo terremoto: lo smarrimento nell’immediato dei superstiti che, atterriti dalla scossa appena vissuta, dal rumore e dalla fitta polvere dei crolli, vagavano al buio in cerca di parenti e aiuto; il drammatico conteggio progressivamente crescente di morti e feriti; le tragedie dei singoli; le scosse successive; l’entità delle distruzioni; la dedizione dei soccorritori, contestualmente alle polemiche su ritardi e inadempienze; le iniziative di solidarietà; le controversie politiche e quelle scientifiche, fra esperti e studiosi, sull’origine di quel terremoto. Le testimonianze fotografiche, di cui qui proponiamo qualche esempio, forniscono supporto e immediato riscontro visivo alle testimonianze scritte, e sono, insieme ad altre tipologie iconografiche (disegni, xilografie, schizzi e mappe tecniche) a loro volta preziose fonti di informazioni.

Gli effetti

Il terremoto della sera del 28 luglio ebbe effetti distruttivi. I numeri della catastrofe sono impressionanti: 2.333 i morti, di cui 625 (il 27%) turisti, e 701 feriti (79, il 13%, non ischitani); oltre 1.360 gli edifici crollati totalmente. Le devastazioni si concentrarono in gran parte in un’area di circa 15 km2 (dei 46 complessivi dell’isola) a nord-nordovest, corrispondente ai territori comunali di Casamicciola, Forio e Lacco Ameno.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 28 luglio 1883 secondo CFTI5Med.

Lo scenario degli effetti per località mostrò con drammatica evidenza ai contemporanei la specificità della risposta sismica dei paesi ischitani, già osservata due anni prima: la distribuzione dei danni fu, infatti, fortemente disomogenea tra la parte alta e quella costiera all’interno dello stesso comune, anche a distanze molto brevi.

Lo si vide benissimo a Casamicciola, il comune più colpito, abitato da 4.300 persone: l’80% delle 672 abitazioni esistenti crollò e il restante 20% fu danneggiato. A questi vanno aggiunti i crolli e i danni agli edifici pubblici, religiosi e turistici, cioè gli stabilimenti termali e le strutture ricettive.

Fu nella parte alta del paese che avvenne la distruzione della totalità degli edifici. Seguendo la toponomastica stradale, rimasta pressoché inalterata da allora, da ovest verso est, possiamo ripercorrere le aree rase al suolo quasi istantaneamente dalla scossa, che ridusse in macerie, spesso minute, gli edifici e lasciò in piedi solo qualche pezzo di muro: dai caseggiati di Casamennella, La Rita, piazza Maio (dove collassò la parrocchiale di S.Maria Maddalena), Purgatorio, lungo corso Garibaldi e le vie Sassola e Roma, fino a piazza Bagni. In questa piazza, centro della cosiddetta zona Monte, il grande edificio termale del Pio Monte della Misericordia, di pianta poligonale irregolare e costruito a strapiombo su una ripida scarpata, già sconquassato nel 1881, crollò, come pure il vicino ospizio omonimo; la chiesa della Madonna dell’Assunta, con navata centrale e due laterali, subì crolli con modalità ricorrenti in questo genere di edifici: la facciata e porzioni adiacenti della navata centrale e delle laterali, si distaccarono e crollarono, portando con sé parte della copertura; il resto dell’edificio rimase in piedi profondamente lesionato. Anche più a est nei rioni Spezieria, Tresta e Bagno Fresco le distruzioni colpirono la quasi totalità dell’edificato.

Effetti sismici a Piazza Maio e nella chiesa parrocchiale di S.Maria Maddalena: a sinistra i danni del terremoto del 1881 a destra le distruzioni di quello del 1883.

Nelle aree immediatamente a nord e intermedie tra la parte alta e il litorale di Casamicciola, i crolli furono estesi, ma non totali e i danni gravissimi: si tratta del rione occidentale Campo, delle due colline dove sorgevano rispettivamente i rinomati alberghi Piccola e Grande Sentinella (il primo crollato totalmente, il secondo parzialmente), di viale Regina Margherita, e più a est del quartiere San Pasquale e dei famosi due edifici comunicanti dell’albergo Villa Balsamo, segnato da crolli parziali (la parte nordest del fabbricato nord crollò, la restante e l’edificio gemello furono gravemente lesionati).

Danni gravissimi del terremoto del 1883 nei due edifici gemelli del famoso albergo Villa Balsamo.

A Casamicciola bassa i danni furono tanti, ma decisamente minori e, la loro gravità diminuì gradualmente, passando dalla parte occidentale, la cosiddetta Marina, dove in molte case crollarono i piani superiori e in molte altre ci furono gravi e profonde lesioni, a quella orientale, zona Perrone-Cimitero, dove gli edifici subirono leggere lesioni.

Lo scenario fu poco meno catastrofico, ma molto simile nella distribuzione dei danni a Lacco Ameno, abitata da 1800 persone: delle 389 case esistenti, 269, cioè il 69%, crollarono, 102 (il 26%) furono danneggiate e solo 18 (5%) non subirono effetti. Tuttavia le distruzioni pressoché totali avvennero nelle parti alte del comune, cioè nelle frazioni Casamonte, Fango, Pannella e Mezzavia. Più in basso avvicinandosi alla Marina, nelle vie Fundere, del Rosario, San Rocco, e a Villa Arbusto, i crolli furono minori ma comunque estesi, e tutto l’edificato fortemente danneggiato. Sulla costa gli effetti furono meno gravi: a est, all’Annunziata, la chiesa omonima e le case rimasero in piedi ma con gravi danni; intorno a piazza Santa Restituta, nella parte bassa centrale del paese, gli edifici furono lesionati e subirono strapiombi, come l’omonima chiesa che ebbe il distacco della facciata; a ovest, nelle zone di Monte Vico, Zale e San Montano, le case subirono danni leggeri o rimasero illese.

Distruzioni a Lacco Ameno.

Anche a Forio, che insieme alla più meridionale delle sue frazioni Panza (gravemente danneggiata) aveva 6.800 abitanti, le distruzioni furono estese. Per questa località il Comitato di Soccorso fornì i dati relativi ai 2.713 vani esistenti: 1.344 (il 49,5%) crollarono, 977 (il 36%) furono danneggiati e 392 (14,5 %) non ebbero danni. La parte alta del comune fu quella più colpita con crolli totali e parziali e gravi danni: a partire dalle frazioni sui versanti dell’Epomeo, Monterone, Tirone e contrada Monte, dove gran parte delle case furono distrutte, i danni furono progressivamente minori, ma comunque gravissimi, fino a quote più basse, cioè la parte appena sopraelevata vicina al mare, dove ci furono crolli parziali (tra cui il campanile della chiesa di S.Maria di Loreto), e gravi lesioni. Anche i piccoli caseggiati e le case sparse sui crinali del monte Epomeo furono in gran parte distrutti.

Le località del versante sud-sudovest del monte Epomeo furono gravemente danneggiate. Sia a Serrara, sia nelle sue frazioni Fontana e Ciglio, ci furono crolli solo parziali di edifici e gravi lesioni nelle case e nelle rispettive chiese parrocchiali. Complessivamente nel territorio comunale abitato da 2.000 persone, dei 1.159 vani componenti le abitazioni, 65 (6%) crollarono, 973 (84%) furono danneggiati e 121 (10%) rimasero illesi.

Il comune di Barano d’Ischia (4.600 abitanti) ebbe tipologie di danni (crolli parziali e gravi lesioni) e percentuali simili nei 1.693 vani esistenti nel suo territorio: 63 (4%) crollati, 1430 (84%) danneggiati e 200 (11%) illesi, distribuiti tra il capoluogo e le frazioni di Buonopane e Fiaiano.

Le località dell’area orientale dell’isola ebbero effetti progressivamente minori dalla dorsale dell’Epomeo fino a Ischia e Ischia Porto dove i danni furono pochi e lievi.

Il ripetersi di numerose altre scosse, tra cui la più forte avvenne alle 10:00 locali del 3 agosto, determinarono la caduta di muri pericolanti e un ulteriore indebolimento degli edifici rimasti in piedi.

Effetti sull’ambiente naturale

Ci furono numerosi effetti, più o meno evidenti ai contemporanei. Alcuni cambiamenti avvennero già qualche giorno prima della scossa distruttiva. Tra questi ci furono le variazioni osservate nelle acque sotterranee, che poi impiegarono tempi diversi per ritornare allo stato preesistente: ci fu un aumento progressivo della temperatura e una sensibile diminuzione della loro portata in diverse sorgenti termali (Gurgitello a Casamicciola, Cavascura a Serrara, Nesbith e Santa Restituta a Lacco Ameno, Soriceto a Panza) e una diminuzione delle acque nei pozzi di alcune località (a Casamicciola, e a Citara e Baiola frazioni di Forio). Sempre qualche giorno prima le fumarole di Montecito a Casamicciola, così come quelle sulla spiaggia di Maronti, nel comune di Serrara, scarsamente attive da tempo, aumentarono notevolmente l’attività caratterizzata da sibili e forti getti di vapore. Dopo la scossa variarono le intensità di emissione, si formarono nuove fumarole e ne scomparvero altre.

Diverse persone riferirono di aver visto contemporaneamente al terremoto anomali fenomeni luminosi (lampi o sfere incandescenti). Sulla costa furono notati alcune anomalie nel livello dell’acqua marina: a Forio un inconsueto ritiro del mare come se il fondale marino si fosse sollevato; a Citara un’emersione in superficie di quantità di fango, e a Ischia un ritiro dalla linea di costa del mare, ritornato a distanza di un’ora con una ondata di debole entità.

Le due grandi frane indotte dal terremoto sul versante nord-occidentale del monte Epomeo, sopra l’abitato di Fango (comune di Lacco Ameno).

Tra gli effetti ambientali tali da determinare modificazioni significative al territorio ci furono le frane attivate dalla scossa distruttiva sui versanti dell’Epomeo. In particolare, sopra l’abitato di Fango se ne distaccarono due vicine, con fronte di circa 90 m, con un movimento verso il basso dai 500 ai 150 m sul livello del mare. Si verificarono anche distacchi di enormi massi tufacei che rovinarono i terreni sottostanti e si aprirono in più punti delle fenditure nel terreno.

L’impatto socio-economico

Le conseguenze del terremoto sulle piccole comunità dell’isola furono devastanti. Anche da questo punto di vista è evidente perché questo evento fu chiamato, il terremoto di Casamicciola. Fu il paese demograficamente più colpito: la perdita di una percentuale altissima (il 29%), cioè 1.235 dei suoi 4.300 abitanti, fu tale da compromettere pesantemente il tessuto e gli equilibri sociali, oltre che le attività produttive del paese. La ripresa demografica fu lenta e solo più di cinquantanni dopo gli abitanti superarono di nuovo le quattromila unità (4.086 nel censimento del 1936). La perdita di abitanti negli altri paesi colpiti fu in percentuale molto minore (8% a Lacco Ameno, meno del 6% a Forio) e le conseguenze socio-economiche furono quindi più velocemente e facilmente assorbite negli anni successivi.

I danni al patrimonio edilizio e ai beni dei paesi colpiti furono ingenti: alla fine delle attività di ricognizione il Comitato governativo di soccorso stimò in lire 9.857.017 l’entità dei danni ai beni immobili e in lire 1.388.466 a quelli mobili.

Le devastazioni del terremoto, inoltre, compromisero per anni le attività produttive principali dell’isola: frane e smottamenti distrussero campi e vigne, danneggiando gravemente la produzione agricola isolana, la cui attività prevalente era la viticoltura e la produzione del vino. Il turismo, trasversale a tutti i ceti sociali per la presenza sia di strutture di lusso, sia dell’ospizio della Misericordia che assicurava cure gratuite ai poveri, era divenuto nel tempo la principale attività di sostentamento di Casamicciola, tanto che i contemporanei affermavano che negli anni immediatamente precedenti il terremoto, in quattro mesi (da luglio a settembre) il paese si assicurava il sostentamento. Come si è visto, le strutture e le attività legate al turismo termale e balneare di Casamicciola furono colpite dal terremoto e per molti anni questa risorsa ne rimase compromessa.

a cura di Cecilia Ciuccarelli e Dante Mariotti (INGV, Sezione di Bologna)


Bibliografia essenziale

Bergsøe V. (1907), Henrik Ibsen paa Ischia og „Fra Piazza del Popolo“, København.

Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, Fondo Perrey, Nicola Covelli, Lettere al cavalier Teodoro Monticelli, Lacco 3 e 7 febbraio 1828.

Covelli N. (1828), Cenno sul tremuoto d’Ischia avvenuto il 2 febbraio 1828, in Il Pontano, n.1 (marzo 1828), pp.82-92, Napoli.

Cubellis E. e Luongo G. (1998), Il terremoto del 28 luglio 1883. Danni, vittime ed effetti al suolo, in Il terremoto del 28 luglio 1883 a Casamicciola nell’Isola d’Ischia”, pt.3 (Il contesto fisico), pp.59-100, 313-315, Roma.

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Kaden W. (1883), Die Insel Ischia in Natur-, Sitten- und Geschichts-Bildern aus Vergangenheit und Gegenwart, Luzern.

Lyell Ch. (1834), Principles of Geology: an Inquiry How Far the Former Changes on the Earth’s Surface Are Referable to Causes Now in Operation, 3rd ed., 4 voll., London.

Margotta G. (1881), Relazione sui lavori del Comitato centrale pei danneggiati di Casamicciola e Lacco Ameno, Napoli.

Mercalli G. (1881), I terremoti dell’isola d’Ischia, in Atti della Società Italiana di Scienze Naturali, vol.24, fasc.1, pp.20-37, Milano.

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Palmieri L. e Oglialoro A. (1884), Sul terremoto dell’isola d’Ischia della sera del 28 luglio 1883, in Atti della Reale Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli, s.II, vol.1, Napoli.

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I terremoti del ‘900: Il terremoto del 15 gennaio 1968 nella Valle del Belice (Parte 1)

Nel gennaio di quest’anno si è ricordato il cinquantesimo anniversario del catastrofico terremoto che ha devastato il Belice nel 1968 (magnitudo Mw 6.5 – Intensità epicentrale X scala MCS ).  Per approfondire gli aspetti di questa sequenza sismica verranno pubblicati due articoli tratti dal volume “Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni”, di Emanuela Guidoboni, storica dei terremoti e dell’ambiente e fondatrice del Centro EEDIS (Eventi Estremi e Disastri), e Gianluca Valensise, geologo e sismologo dell’INGV.  Il volume è stato edito da Bononia University Press (ISBN: 978-88-7395-683-9) e pubblicato nel 2011, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. I dati su cui è basato il volume sono tratti dal Catalogo dei Forti Terremoti in Italia [1].

Anatomia di una catastrofe

Il terremoto colpì con numerose e violente scosse una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra le province di Agrigento, Palermo e Trapani: un’area ritenuta non sismica dalle conoscenze scientifiche del tempo. Nel breve volgere di dieci giorni furono distrutte 9.000 case, numerose antiche chiese, vetusti palazzi e castelli. Si contarono alcune centinaia di vittime e oltre 100.000 senzatetto, 12.000 dei quali emigrarono quasi subito verso l’Italia del nord.

Contrasti istituzionali, una gestione delle risorse non controllata, denunce e conflitti resero difficile e lenta l’opera di ricostruzione. Errori, speculazioni, ma anche idee e preziosità si alternano in questa grande opera di recupero, non ancora conclusa dopo ormai cinquanta anni.

Gli effetti del terremoto

La sequenza sismica iniziò nel pomeriggio del 14 gennaio 1968 con una prima forte scossa alle ore 13:28 locali, che causò danni notevoli a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, nonché lesioni in alcuni edifici a Santa Margherita di Belice, Menfi, Roccamena e Camporeale. Meno di un’ora dopo, alle 14:15, nelle stesse località ci fu un’altra scossa molto forte, sentita anche a Palermo, Trapani e Sciacca. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Leggi il resto di questa voce

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