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I terremoti del ‘900: la sequenza sismica in Umbria-Marche del 1997

Il 26 settembre 1997  due eventi sismici di magnitudo Mw 5.7 e 6.0 colpirono l’area di Colfiorito (al confine tra Umbria e Marche) a distanza di nove ore l’uno dall’altro (alle 2:33 e alle 11:40 ore italiane).

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La sequenza sismica del 1997 al confine tra Umbria e Marche rappresenta uno spartiacque per la sismologia italiana. Si è trattato del primo terremoto nel nostro Paese per il quale furono disponibili dati di alta qualità rilevati dalle reti di monitoraggio a terra e dai satelliti. Il quadro che questi dati fornirono permise di delineare con una precisione mai raggiunta prima le caratteristiche delle faglie che si erano attivate e dei meccanismi di generazione dei terremoti appenninici. Gli eventi sismici degli anni successivi, quelli del 2009 all’Aquila e la recente sequenza del 2016-2017, hanno confermato molte delle interpretazioni tratte dagli studi sui terremoti del 1997, evidenziando ulteriori elementi caratteristici. La galleria fotografica mostra alcune immagini della Rete Sismica Mobile dell’ING (Istituto Nazionale di Geofisica, poi confluito nell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), installata nelle prime ore dopo i terremoti del 26 settembre, che ha rappresentato uno degli strumenti più importanti per la ricerca sismologica, nonché un punto di riferimento informativo molto importante per la comunità locale colpita dal terremoto nel 1997.

Mappa epicentrale delle sequenze sismiche in Italia centrale dal 1997 al 2017. I terremoti del 1997 sono rappresentati in blu. Le tre stelle blu in alto a sinistra sono gli epicentri dei terremoti del 26 settembre e del 14 ottobre 1997. In giallo la sequenza dell’Aquila del 2009, in arancione e rosso la sismicità del 2016-2017.

Un tratto molto importante emerso dagli studi sulla sequenza del 1997 è la tendenza dei terremoti appenninici a manifestarsi con la migrazione dell’attività tra segmenti di faglia vicini, come accadde proprio il 26 settembre 1997. Al primo terremoto di magnitudo Mw 5.7, avvenuto nella notte alle ore 02:33 italiane, seguì un secondo evento più forte nove ore dopo, di magnitudo Mw 6.0, alle ore 11:40 italiane, che provocò ulteriori crolli e vittime. Studi successivi permisero di comprendere le cause di questa migrazione di sismicità (Cocco et al., 2000; Miller et al., 2004; Antonioli et al., 2005), anche se un unico modello in grado di spiegare la variegata casistica registrata in tutti i successivi terremoti appenninici (per es. L’Aquila, 2009, Amatrice-Norcia-Visso, 2016; Campotosto, 2017) non è ancora stato definito.

Il crollo della Basilica di Assisi la mattina del 26 settembre 1997.

La sequenza si manifestò con sette terremoti principali di magnitudo momento Mw compresa tra 5.0 e 6.0 nel primo mese di attività e migliaia di terremoti di magnitudo minore che in 40 giorni attivarono un sistema di faglie esteso per circa 45 chilometri lungo l’Appennino.

Data Ora (UTC) Zona Mw
26/09/1997 0:33 Appennino umbro-marchigiano 5.7
26/09/1997 9:40 Appennino umbro-marchigiano 6.0
26/09/1997 9:47 Appennino umbro-marchigiano 5.0
03/10/1997 8:55 Appennino umbro-marchigiano 5.2
06/10/1997 23:24 Appennino umbro-marchigiano 5.5
12/10/1997 11:08 Valnerina 5.2
14/10/1997 15:23 Valnerina 5.6
21/03/1998 16:45 Appennino umbro-marchigiano 5.0
26/03/1998 16:26 Appennino umbro-marchigiano 5.3
03/04/1998 7:26 Appennino umbro-marchigiano 5.1

I due eventi principali della sequenza (Mw 5.7 e 6.0) colpirono l’area di Colfiorito, rompendo due faglie con meccanismo distensivo (faglie normali) con opposta direttività. Uno degli elementi più significativi della sequenza fu la migrazione della sismicità da Nord-Ovest a Sud-Est e la conseguente attivazione di segmenti di faglia adiacenti, un meccanismo poi ritrovato in altri terremoti appenninici. Altri due eventi di magnitudo maggiore di 5.0 si verificarono il 3 e il 6 ottobre 1997: magnitudo Mw 5.2 e 5.5, rispettivamente.

Successivamente, l’attività interessò il settore meridionale, verso Sellano e Preci (PG), e culminò con due forti eventi il 12 ottobre di magnitudo Mw 5.2 e il 14 ottobre, magnitudo 5.6. Nel mese di aprile del 1998 un altro terremoto di magnitudo Mw 5.1 interessò l’area di Gualdo Tadino, estendendo così l’area attiva ancora più a Nord.

I terremoti della sequenza hanno interessato faglie normali (o estensionali) che dislocarono la porzione più superficiale della crosta fino a 8 km di profondità, con pendenza verso Sud-Ovest. Queste caratteristiche furono individuate grazie ai dati delle reti sismiche, in particolare della Rete Sismica Mobile che fu installata lo stesso 26 settembre 1997 nell’area epicentrale. Nella figura sotto, tratta da un articolo pubblicato nel 1998 sul GRL (Geophysical Research Letters), si vede, in mappa e in una sezione verticale attraverso l’area di Colfiorito, la distribuzione spaziale degli eventi sismici che delineano la faglia responsabile del terremoto, con un andamento parallelo alla catena e immersione di circa 40° da Nord-Est a Sud-Ovest.

Mappa (in alto) e sezione verticale (in basso) dei terremoti del 1997 (da Amato et al., 1998)

L’analisi delle migliaia di eventi sismici registrati dalle reti sismiche portò poi a delineare in modo dettagliato la notevole complessità del sistema di faglie che si erano attivate nella regione, come evidente nella figura sotto.

Sezioni Ovest-Est attraverso il sistema di faglie di Colfiorito. A destra gli eventi sismici rilocalizzati, a sinistra l’interpretazione delle faglie coinvolte (da Chiaraluce et al., 2004)

I terremoti del 1997 inaugurarono anche l’era della “sismologia spaziale” in Italia. Gli eventi del 26 settembre sono stati infatti i primi terremoti italiani per i quali i satelliti permisero di evidenziare gli spostamenti della superficie e realizzare così un modello di faglia (Stramondo et al., 1999). Anche i dati GPS furono molto utili per la caratterizzazione delle sorgenti sismiche interessate (Anzidei et al., 1999).

Interferogrammi calcolati con i satelliti ERS per i terremoti del 1997 (Lundrgren and Stramondo, 2002).

Gli interferogrammi mostrati sopra, unitamente ai dati GPS misurati prima e dopo i terremoti principali, furono molto utili per calcolare lo spostamento cosismico del terreno e ricavare quindi un modello di faglia per gli eventi principali della sequenza del 1997. Altri modelli di faglia vennero proposti da Capuano et al. (2000) e Hernandez et al. (2004).

Spostamento del terreno (i colori indicano i cm) ricavato dal modello di faglia ottenuto con i dati SAR e GPS. Le linee nere rappresentano le frange di interferenza ottenute dagli interferogrammi della figura precedente. Le frecce mostrano gli spostamenti orizzontali del terreno misurati dai dati GPS e quelli calcolati dal modello di faglia (Lundrgren and Stramondo, 2002)

Nel 1997 la Rete Sismica Nazionale non era ancora stata aggiornata agli standard internazionali più elevati (come accadde a partire dal 2001), ma le reti sismiche digitali euro-mediterranee (come la Rete MedNet dell’ING) e quelle globali cominciavano a fornire dati di elevata qualità per calcolare i meccanismi focali dei terremoti più forti della sequenza. I dati mostrarono inequivocabilmente, per la prima volta in maniera così chiara e diffusa, la predominanza che rivestono le faglie normali nella deformazione della penisola italiana (Ekstrom et al., 1998).

I terremoti del 26 settembre 1997 aprirono una nuova fase anche per la geologia del terremoto in Italia. Dopo il forte evento sismico del 1980 in Irpinia, infatti, quello dell’Umbria-Marche fu il primo terremoto a lasciare una traccia evidente, sebbene molto labile, di fagliazione superficiale. Le tracce della faglia furono seguite e studiate dai geologi con grande attenzione e nei minimi dettagli, aprendo nuove ipotesi sul rapporto tra faglie geologiche note, faglie cosismiche e fagliazione superficiale (si vedano tra gli altri Basili et al., 1998; Cinti et al., 1999).

Uno degli effetti in superficie del terremoto del 26 settembre

Altri studi molto importanti riguardarono gli effetti di amplificazione delle onde sismiche al variare della geologia di superficie (es. Gaffet et al., 2000). Nell’esempio riportato sotto si vede la differenza tra una registrazione effettuata sui rilievi calcarei al bordo del bacino e da un array di sismometri ubicato nel bacino stesso; si nota la forte amplificazione, sia come ampiezza che come durata, rilevata da questi ultimi a causa della spessa coltre di sedimenti lacustri presenti nell’area.

Molte attività di studio dei terremoti vennero avviate o sistematizzate dopo i terremoti del 1997. Tra queste, una novità importante è stata la nascita del Gruppo “QUEST” (QUick Earthquake Survey Team), in collaborazione tra ING (Istituto Nazionale di Geofisica, poi confluito nell’INGV), GNDT (Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti, le cui funzioni rientrarono poi nell’INGV), SSN (Servizio Sismico Nazionale, confluito poi nel Dipartimento Nazionale della Protezione Civile) e alcune università.


Bibliografia selezionata

Numerosissimi sono gli articoli scientifici pubblicati sulla sequenza del 1997. Nella lista seguente sono riportati solo alcuni tra quelli pubblicati dopo il terremoto che trattano i vari aspetti degli studi effettuati. Per una bibliografia aggiornata e una rassegna più esaustiva si veda qui.

Amato, A., Azzara, R., Chiarabba, C., Cimini, G., Cocco, M., Di Bona, M., Margheriti, L., Mazza, S., Mele, F., Selvaggi, G., Basili, A., Boschi, E., Courboulex, F., Deschamps, A., Gaffet, S., Bittarelli, G., Chiaraluce, L., Piccinini, G. and Ripepe, M. (1998). The 1997 Umbria-Marche, Italy earthquake sequence: a first look at the main shocks and aftershocks. Geophysical Research Letters, 25:2861- 2864

Antonioli A., Piccinini D, Chiaraluce L, Cocco M. (2005). Fluid flow and seismicity pattern:Evidence from the 1997 Umbria Marche (central Italy) seismic sequence, Geophys. Res. Lett., 32, doi:10.1029/2004GL022256

Anzidei M., Baldi P., Galvani A., Pesci A., Hunstad I. and Boschi E., (1999). Coseismic displacement of the 26th september 1997 Umbria – Marche (Italy) earthquakes detected by GPS: campaigns and data. Annali di Geofisica, vol.42, n.4, 597-607

Basili, R, Bosi, C., Bosi, V., Galadini, F., Galli, P., Meghraoui, M., Messina, P., Moro, M. and Sposato, A., (1998). The Colfiorito earthquake sequence of September-October 1997. Surface breaks and seismotectonic implications for the central Apennines (Italy). J. of Earthquake Engineering, 102(2), pp. 291-302

Capuano, P., Zollo, A., Emolo, A., Marcucci, S. and Milana, G. (2000). Rupture mechanism and source parameters of the Umbria-Marche main shocks from strong motion data. J. Seism., 4, 436-478

Chiarabba C. and Amato A (2003). Vp and Vp/Vs images of the Colfiorito fault region (Central Italy): a contribute to understand seismotectonic and seismogenic processes, J. Geophys. Res., 108, 10.1029/2001JB001665

Chiaraluce L., Chiarabba C., Cocco M., and Ellsworth W.L. (2003). Imaging the complexity of a normal fault system: The 1997 Colfiorito (Central Italy) case study, J. Geophys. Res., 108, 10.1029/2002JB00216

Cinti, F.R., Cucci, L., Marra, F. and Montone, P., (1999). The 1997 Umbria-Marche (Italy) earthquake sequence: relationship between ground deformation and seismogenic structure. Geophys. Res. Lett. 26(7), pp. 895-898

Cocco, M., Nostro, C., Ekstrom, G. (2000). Static stress changes and fault interaction during the 1997 Umbria-Marche earthquake sequence. J. Seismol., 4, 501–516

Cultrera, G., Rovelli, A., Mele, G., Azzara, R.M., Caserta, A. and Marra, F. (2003). Azimuth-dependent amplification of weak and strong ground motions within a fault zone (Nocera Umbra, central Italy), J. Geophys. Res., 108 (B3), 2156

Ekström, G., Morelli, A., Boschi, E. and Dziewonski A.M., (1998). Moment tensor analysis of the central Italy earthquake sequence of September-October 1997, Geophys. Res. Let., 25, 1971-1974

Gaffet, S., Cultrera, G., Dietrich, M., Courboulex, F., Marra, F., Bouchon, M., Caserta, A., Cornou, C.,Daschamps, A., Glot, J.P, and Guiguet, R. (2000). A site effect study in the Verchiano valley during the 1997 Umbria-Marche (Central Italy) earthquakes, Journal of Seismology Vol. 4

Hernandez, B., Cocco, M., Cotton, F., Stramondo, S., Scotti, O., Courboulex, F. and Campillo, M., (2004). Rupture history of the 1997 Umbria-Marche (central Italy) mainshocks from the inversion of GPS, DInSAR and near field strong motion data. Ann. Geophys., 47, 4, 1355-1376

Lundgren, P. and Stramondo, S., (2002). Slip distribution of the 1997 Umbria-Marche earthquake sequence: Joint inversion of GPS and synthetic aperture radar interferometry data, J. Geophys. Res., 107(B11), 2316, doi:10.1029/2000JB000103

Miller, S.A:, Collettini C., Chiaraluce, L., Cocco, M., Barchi, M., Kaus, B.J.P. (2004). Aftershocks driven by a high-pressure CO2 source at depth. Nature, 427, 724-727

Stramondo S., Tesauro M., Briole P., Sansosti E., Salvi S., Lanari R., Anzidei M., Baldi P., Fornaro G., Avallone A., Buongiorno M.F., Franceschetti G., Boschi E., (1999). The September 26,1997 Central Italy earthquakes: coseismic surface displacement detected by sar interferometry and GPS, and fault modeling. Geophysical Research Letters, vol.26, n.7, pp.883-886 April, 1

I terremoti del ‘900: 26 aprile 1917, cento anni dopo

Il 3 maggio 1917 un fante dell’esercito italiano acquartierato sul fronte di guerra italo-austriaco scriveva a casa, molto preoccupato:

“Cartolina dal fronte, 3 maggio 1917, da Castelli et al., 2016”.

“Zona di guerra, 3 maggio 1917. Carissimi genitori […] molto in agitazione mi tiene di non sentire – è diversi giorni – vostre notizie ma voglio sperare che il terremoto, come ho inteso che è stato nella nostra provincia, a Gubbio abbia risparmiato. Mi pare che i gastighi siano anche troppi e non mancherebbe anche questo […]”

Il terremoto che preoccupava il soldatino di Gubbio era accaduto sette giorni prima, in Valtiberina, al confine tra Umbria e Toscana.  A darne le primissime, generiche notizie era stata, il 27 aprile, la Gazzetta Ufficiale (che allora pubblicava non solo leggi e atti ufficiali ma anche notizie di cronaca fornite dall’agenzia di stampa Stefani).

Titoli di corrispondenze del Resto del Carlino del 27 e 30 aprile 1917.

«Ieri mattina, fra le 11.30 e le 11.40, si è verificata una forte scossa di terremoto nella provincia di Perugia e specialmente in quella di Arezzo. In quest’ultima Provincia danni di una certa gravità, ma fortunatamente senza vittime, si sono finora constatati nei comuni di San Sepolcro, Citerna, Santa Maria, Anghiari. Invece nel comune di Monterchi oltre a gravi danni ai fabbricati, si segnalano pure vittime e feriti. Dal prefetto di Arezzo è stato disposto l’invio immediato di soldati e funzionari di pubblica sicurezza, di medici e medicinali. Si recò sul luogo il sottosegretario all’interno on. Bonicelli, con funzionari del genio civile.» [Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 27 aprile 1917, n. 99, p. 2169].

Le vittime

Lo stesso giorno i maggiori quotidiani nazionali forniscono i primi dettagli, anzitutto sulle vittime, che si teme siano numerose: “si presume che a Monterchi, in seguito al terremoto, i morti superino la quarantina, fra cui alcune ragazze delle scuole.” [Corriere della Sera, 27 aprile 1917, p. 4].  Il 28 aprile si precisa il quadro del crollo della scuola di Monterchi: «sembra che i bambini e le bambine che si trovavano in essa al momento del terremoto fossero una ventina circa. L’edificio è crollato interamente. Tetto e pavimento sono sprofondati, travolgendo nelle macerie quei meschini che non avevano potuto mettersi in salvo in tempo, come hanno potuto fare alcuni, la maestra compresa» [Corriere della Sera, 28 aprile 1917, p. 4]. In seguito però una corrispondenza da San Sepolcro chiarirà che i bimbi vittime del crollo della scuola fortunatamente sono stati solo 4.

Gli effetti del terremoto a Mercatale [La Domenica Illustrata, 20 maggio 1917].

Anche il totale delle vittime accertate si rivela inferiore rispetto ai timori iniziali: il Corriere della Sera del 28 aprile ne segnala 16 a Monterchi (dove però il recupero dei corpi è ancora in corso) e 1 ad Anghiari. Infatti al momento della grande scossa buona parte della popolazione si trovava già all’aperto, chi perché occupato a lavorare in campagna e chi perché impaurito da scosse più lievi che si erano avvertite nella mattinata.

A Monterchi [La Domenica del Corriere, 13 maggio 1917].

I feriti però sono molte decine, specie a Monterchi, Citerna, Anghiari e Sansepolcro, compresi anche alcuni soccorritori («l’ingegnere del genio civile Bruno Rossi, cinque pompieri e un cantoniere») travolti dai crolli causati a Monterchi, alle 13.55 del 27 aprile, dalla più forte delle molte repliche che seguirono la scossa principale [Corriere della Sera, 28 aprile 1917, p. 4].

Gli effetti principali

Gli effetti complessivi del terremoto sono efficacemente sintetizzati in uno studio di Alfonso Cavasino (1935):

“1917 […] Al mattino del 26 aprile, a partire dalle 5h25m, cominciarono a sentirsi in vari paesi dell’alta valle del Tevere una mezza dozzina di scosse […] assai sensibili che misero in allarme quelle popolazioni, allorché a 10h36m dello stesso giorno [da poco era stata introdotta l’ora legale, Ndr] sopraggiunse una violentissima scossa che assunse tutti i caratteri di un vero disastro soprattutto a Monterchi e frazioni: ivi il 90% delle case si resero inabitabili e la maggior parte di esse crollarono, le rimanenti furono danneggiate più o meno lievemente; si dovettero inoltre deplorare una ventina di morti ed una trentina di feriti […] A Citerna, a Monte S. Maria Tiberina e nella frazione di Lippiano, a Lugnano […] il disastro fu un po’ meno grave, giacché solo il 50% delle case crollarono o si resero inabitabili e non vi furono vittime […] A S. Sepolcro il terremoto fu rovinoso: crollarono una diecina di case, oltre 200 si resero inabitabili, circa 900 rimasero lesionate e le rimanenti ebbero leggere lesioni. A S. Giustino ed Anghiari il danno fu un po’ meno grave, giacché non si verificarono crolli. A Città di Castello, Montone e Umbertide […] lesioni gravi in parecchie case, leggere nelle rimanenti. Ad Arezzo, Badia Tedalda, Bagno di Romagna, Castiglione Fiorentino, Civitella della Chiana, Cortona, Foiano della Chiana e Monte S. Savino si ebbero solo leggere lesioni in alcune case […] Le repliche, numerose nel primo giorno, andarono diminuendo nei giorni successivi e cessarono del tutto al mattino del 9 maggio. La più notevole […] ebbe luogo a circa 13h55m del 27 aprile, ed ebbe tale intensità nella zona epicentrale da provocare la caduta di qualche muro pericolante e rendere più gravi le lesioni prodotte dalla scossa principale del giorno precedente.” [Cavasino, 1935, pp. 160-161]

Distribuzione degli effetti del terremoto del 26 aprile 1917 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15].

La lezione di Oddone

Il terremoto del 26 aprile 1917 causò un gravissimo danneggiamento agli edifici. Uno strumento prezioso per comprendere le ragioni del suo impatto disastroso è lo studio del 1918 in cui il sismologo Emilio Oddone pubblicò i risultati di una “visita al luogo del disastro” fatta circa venti giorni dopo l’evento, corredandoli con alcune immagini fotografiche di un certo interesse.

Emilio
Oddone (1861-1940).

Anche se lo scopo principale del lavoro di Oddone (1918) era sismologico -discutere i principali parametri del terremoto e fornire elementi per un suo inquadramento complessivo dal punto di vista geologico, storico e della vulnerabilità degli edifici-, le riflessioni per noi più originali e interessanti riguardano le cause del danneggiamento gravissimo osservato dal sismologo.  Oddone ne mette in evidenza diverse: le caratteristiche dei terreni di fondazione (i centri abitati più colpiti sono costruiti su forte rilievo o pendio); le caratteristiche dell’edilizia locale (altezza degli edifici, tetti pesanti e spingenti); i fattori economici e sociali che rendono migliore la qualità edilizia nei centri abitati più importanti (Città di Castello, Sansepolcro, Anghiari) e peggiore nelle zone più depresse, proprio come si è riscontrato nei recenti terremoti dell’Italia Centrale. In buona sostanza, osserva Oddone, «Il terremoto fortissimo, ha spazzato il mal fatto ed ha anche guastato varie costruzioni non cattive, ma si è spuntato contro i fabbricati ad ossatura buona; la qual cosa deve servire da monito e da conforto».

Anche nel 1917, come ai giorni nostri, nelle settimane successive al terremoto si discusse l’ipotesi di delocalizzare alcuni dei centri maggiormente danneggiati. A questo proposito Oddone non ha dubbi: «quelle borgate si devono conservare, solo occorre che le riparazioni e le ricostruzioni siano guidate dalle saggie [sic] norme dell’Ingegneria antisimica». Non c’è motivo di delocalizzare, basta costruire come si deve.

Cartoline illustrate che riproducono gli effetti del terremoto a Monterchi e Citerna [Tacchini, 1992].

Storia sismica, pericolosità, riduzione del rischio

Oddone si preoccupa anche di considerare la storia sismica, che nelle aree colpite dal terremoto del 1917 è complessa e abbastanza ben documentata almeno per i centri abitati più importanti (Città di Castello e Sansepolcro).

Storia sismica di Sansepolcro, DBMI15.

Passati in rassegna i principali terremoti storici dell’area (1352, 1389, 1458, 1694, 1789 e 1865) e osservato che essi «si seguono irregolarmente» e quindi la sismicità non è stazionaria, non presenta cadenze regolari nel tempo, Oddone affronta l’ancora attualissimo tema della possibilità di fare o meno ‘previsioni’. E giunge a una conclusione estremamente lucida

«in quanto a noi sismologi, possiamo dire molte cose assai più importanti di un presagio: possiamo dare agli ingegneri i dati che loro permettono di costruire le case asismiche, intese a risolvere il grande problema della sicurezza».

La lezione che questo terremoto fornisce è chiarissima:

«[…] si ispezionino a dati intervalli gli edifici esistenti, sia per far consolidare quelli che non offrono serie garanzie di solidità, sia per fare addirittura sgombrare quelli pericolanti […] nella ubicazione e costruzione di edifici sia sentito il parere di un sismologo e rispettati i regolamenti antisismici […] una severa disciplina nelle riparazioni o ricostruzioni di edifici varrà a difenderci bastantemente […]».

La ricostruzione

Ma è poi andata così? Non proprio. Dopo l’interesse iniziale, la vicenda del terremoto di Monterchi-Citerna scomparve rapidamente dalle pagine dei giornali; in un contesto storico difficile (le vicende belliche prima, la crisi del dopoguerra poi) e di una legislazione specifica ancora in embrione (si svilupperà solo nei decenni successivi, tra il 1924 e il 1935), la ricostruzione dei due paesi, nei siti originari, si svolse lentamente ed ebbe esiti discontinui e controversi. A Monterchi “l’opera fu condotta in modo discutibile, tanto che si diffuse il detto: ciò che non fece il terremoto lo ha fatto il Genio Civile” (Tacchini, 1992, p. 110). A Citerna, secondo il periodico L’Alta Valle del Tevere (citato in Tacchini, 1992):

“molto più gravi danni arrecarono quelli che con molti milioni dello Stato dovevano ripararli […] demolizioni inconsulte, mutilazioni sconce e non necessarie, riparazioni paliative, maltrattamento, sperpero e sottrazione di materiale demolito  e utilizzabile”.

Cento anni dopo

Il 27 aprile 1917 il Resto del Carlino pubblicava una corrispondenza della sera prima da Montescudo (Rimini), che dopo aver segnalato il forte avvertimento del terremoto, notava che «proprio in questi giorni si procedeva con celerità a gettare le fondamenta delle case antisismiche, destinate alle famiglie che ebbero distrutte le abitazioni dal terremoto dell’anno scorso» [Il Resto del Carlino – La Patria, 1917.04.27, n. 117, p. 2]).  A meno di un anno dai forti terremoti che – fra maggio e agosto 1916 – avevano colpito il Riminese e il Pesarese, si era avviata con decisione la ricostruzione con criteri antisismici. Il terremoto del 26 aprile 1917 (Mw 6.0), infatti, come ricordato in un post precedente, fa parte di una serie fra i più forti terremoti che caratterizzano la storia sismica  dell’Appenino Settentrionale: rispettivamente il 17 maggio (Mw 5.8) e 16 agosto 1916 (Mw 5.8), 10 novembre 1918 Appennino romagnolo (Mw 6.0), 29 giugno 1919 Mugello (Mw 6.4) e 7 settembre 1920 Garfagnana (Mw 6.5).

Rappresentazione cumulativa semplificata dei terremoti che fra 1916 e 1920 attraversano tutto l’Appennino Settentrionale, DBMI15.

Per questa ragione nel 2016, in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile, abbiamo avviato un progetto, con diverse scuole riminesi e pesaresi, che collega queste ricorrenze centenarie attraverso una serie di percorsi di ricostruzione della memoria, di conoscenza del territorio e di attivazione delle comunità locali per promuovere sensibilizzazione e scelte di riduzione del rischio, progetto che in una sorta di ideale passaggio di consegne, coinvolgerà, nei prossimi mesi, i diversi territori, dall’Adriatico alla Garfagnana.

In Valtiberina, una sfida che ci proponiamo di affrontare nell’ambito di questo progetto, è quella di scovare il maggior numero possibile di “memorie materiali” del terremoto del 1917. Ne conosciamo già alcune, per esempio a Monterchi  e a Sansepolcro  ma confidiamo nell’aiuto di studenti e cittadini di questo territorio così ricco di storia, per riuscire a riscoprire, condividere e valorizzare un patrimonio culturale tanto importante e, spesso, tanto dimenticato.

a cura di Romano Camassi (INGV – Bologna), Viviana Castelli (INGV – Bologna/Ancona).


Bibliografia

Castelli V., Camassi R., Cattaneo M., Cece F., Menichetti M., Sannipoli E.A. e Monachesi G., 2016. Materiali per una storia sismica del territorio di Gubbio: terremoti noti e ignoti, riscoperti e rivalutati, Quaderni di Geofisica, 133, http://www.ingv.it/editoria/quaderni/2016/quaderno133/“.

Cavasino A., 1935. I terremoti d’Italia nel trentacinquennio 1899-1933,  Roma.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G., 2007. CFTI4Med, catalogue of strong earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean area (760 B.C.-1500). INGV-SGA, http://storing.ingv.it/cfti4med/

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E., 2016. DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15

Oddone E., 1918. Il Terremoto dell’Alta Valle del Tevere del 26 Aprile 1917. Bollettino della Società Sismologica Italiana, 21, pp. 9-27.

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds), 2016. CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15

Tacchini A., 1992. L’Alta Valle del Tevere in cartolina, Città di Castello.


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I terremoti del ‘900: I terremoti riminesi del 1916

“IL TERREMOTO DI RIMINI. Quattro morti – Trenta feriti – Enormi danni – I soccorsi – L’opera del Governo. Il flagello. Pochi secondi di cieco furore della natura, in uno di quei terribili sconvolgimenti che la scienza non sa spiegare e tanto meno prevedere, hanno piombato la nostra città, così duramente già provata dalle conseguenze della guerra, nella più tragica rovina. Non occorrono aggettivi per ampliare l’articolo; basta un semplice sguardo alle torri smantellate, ai tetti scoperchiati, alle mura rovinanti, alla popolazione attendata, nelle piazze e nelle campagne, per rendersi conto dell’immane disastro[…]”. [Corriere Riminese, 27 agosto 1916]

I titoli di prima pagina del settimanale Corriere Riminese del 27 agosto 1916.

I titoli di prima pagina del settimanale Corriere Riminese del 27 agosto 1916.

Con questi toni drammatici il settimanale “Corriere Riminese” inizia un lungo resoconto sul forte terremoto che il 16 agosto 1916 poco dopo le 9 del mattino (ora locale, ore 7.06 GMT) colpisce Rimini e la costa Adriatica.

Il giorno precedente, martedì 15, non era stato, per i riminesi e i pesaresi, un ordinario giorno di Ferragosto. Alcune decine di scosse (una cinquantina, di cui una decina molto sensibili secondo Baratta [1917]) erano state avvertite a Pesaro e Rimini:

“tutta la giornata di martedì sulla spiaggia da Bellaria a Pesaro fu un succedersi di scosse di terremoto con un sensibile progresso di intensità. Nullostante, Rimini – provata a ben maggiori tormenti – non cessava dalle abituali occupazioni, già avvezza da qualche mese al ripetersi di più o meno intensi movimenti tellurici: alla spiaggia continuava nella solita vita di gioconda animazione…” [Il Resto del Carlino, 1916.08.18].

“Verso le ore 23 le ire del sottosuolo si placarono […] ma la gente non si azzardò di dormire nelle case e nelle ville e si accampò alla meglio, su materassi gettati dove vi fosse un poco di riparo dal vento e dalla guazza, oppure si ricoverò più comodamente nei capanni a mare. Coloro i quali erano venuti per qualche giorno, approfittando del Ferragosto, rifecero in fretta e furia le valigie e scapparono a Bologna” [L’Avvenire d’Italia, 1916.08.18].

Mercoledì 16 a Rimini era giornata di mercato settimanale e la città cominciava ad animarsi dopo una notte passata dai più all’aperto quando arrivò la scossa più forte dell’intera sequenza, preceduta da una scossa sensibile una ventina di minuti prima.

La sequenza

La prima scossa che aveva dato inizio alla sequenza si era verificata il 17 maggio, con effetti molto gravi a Rimini e a Cattolica.

I titoli del resoconto del settimanale Corriere Riminese del 31 maggio 1916 sugli effetti della scossa del 17 maggio.

I titoli del resoconto del settimanale Corriere Riminese del 31 maggio 1916 sugli effetti della scossa del 17 maggio.

A Rimini, in particolare, centinaia di edifici furono danneggiati: “moltissime case presentano profonde lesioni ai muri portanti, ai muri divisori, ai soffitti, ai cornicioni; i tetti di moltissime abitazioni, si sono mossi e spostati, i cornicioni distaccati dai muri maestri, in parte precipitati ed in parte pericolanti, i camini minacciano di precipitare nelle vie” [Corriere Riminese, 1916.05.31].

I danni più gravi e diffusi interessarono il rione Montecavallo e le case lungo la via Flaminia. Fra gli edifici monumentali, minuziosamente descritti dal lungo reportage corredato da fotografie del settimanale riminese, lesioni si ebbero al palazzo comunale, al Teatro Vittorio Emanuele, alla Rocca Malatestiana e al palazzo Gambalunga.

Numerose chiese furono danneggiate, alcune in modo grave: in particolare le chiese di S. Bartolomeo, di S. Giovanni Battista, della Colonnella, di S. Agostino, di S. Bernardino.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 17 maggio 1916 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15)]

Distribuzione degli effetti del terremoto del 17 maggio 1916 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15]

Un’altra forte scossa, meno violenta di quella di maggio, si verificò il 16 giugno, causando nuovi danni (e una decina di feriti) ad alcuni edifici di Rimini (palazzo comunale, Teatro, Sottoprefettura, chiesa di S. Bartolomeo, dove crollò il soffitto a cassettoni), oltre che a Cattolica e Gabicce, più sporadici a Savignano di Romagna, San Mauro Pascoli, Gatteo, Sant’Arcangelo e nel territorio della Repubblica di San Marino. Anche a Pesaro produsse nuove lesioni e caduta di tegole e camini, così come a Fano.

Gli studi e le fonti

I terremoti del 1916 sono stati studiati da diversi autori, da Camassi et al. (1991), un lavoro dedicato alla revisione delle conoscenze sulla sismicità di interesse per il territorio della Repubblica di San Marino, a Guidoboni et al. (2007), che è l’attuale studio di riferimento da cui derivano i parametri del catalogo (Rovida et al., 2016) e da cui deriva anche la scheda inclusa nel volume “Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni” di Guidoboni e Valensise (2011).

Nonostante la contemporaneità delle vicende belliche, le fonti disponibili per lo studio di questo terremoto si sono rivelate numerose.

Innanzitutto è significativa la disponibilità della stampa nazionale e locale, che consente di tratteggiare con una certa precisione l’entità del danneggiamento nell’area epicentrale, grazie soprattutto alla disponibilità di diversi periodici riminesi. Gli interventi di censura sono riscontrabili, ma generalmente non compromettono il carattere informativo dei testi.

A integrare le informazioni desumibili dalla stampa periodica, sono disponibili presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma i dispacci trasmessi dall’Agenzia di stampa Stefani, che consentono di controllare l’immagine di questo terremoto, così come ricostruibile dai quotidiani nazionali; presso lo stesso Archivio sono disponibili le serie di dispacci telegrafici trasmessi dalle autorità locali (sindaci, prefetti, funzionari, ufficiali dei carabinieri, ecc.) al Ministero dell’Interno.

Nell’archivio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia sono conservate le cartoline macrosismiche pervenute all’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica in occasione di questo periodo sismico, particolarmente interessanti per la definizione delle aree di risentimento.

Elenco delle case visitate e di quelle dichiarate inabitabili in seguito ai danni subiti dal terremoto, Archivio di Stato di Forlì, Genio Civile, b. 1.

Elenco delle case visitate e di quelle dichiarate inabitabili in seguito ai danni subiti dal terremoto, Archivio di Stato di Forlì, Genio Civile, b. 1.

Il fondo archivistico più significativo per lo studio di questo terremoto è quello del Genio Civile di Forlì, depositato presso il locale Archivio di Stato.

All’indomani della scossa del 16 agosto venne creato un Ufficio Speciale per i lavori del terremoto, con il compito di redigere le perizie tecniche dei danni prodotti dal terremoto sui singoli edifici e di coordinare gli interventi urgenti di riparazione. La quantità di documentazione disponibile è imponente e di non semplice utilizzo, considerando anche che i danni rappresentati sono necessariamente cumulativi dell’intero periodo sismico.

Insieme alla singole perizie tecniche sono disponibili alcuni materiali a carattere riassuntivo che consentono un bilancio molto realistico e dettagliato dell’impatto complessivo di questi terremoti sul patrimonio edilizio.

Altro tipo di documentazione di un certo interesse, soprattutto per l’area urbana di Rimini, è quello fotografico; le principali raccolte note sono quelle dei Vigili del Fuoco, conservate presso la Biblioteca Gambalunga di Rimini, e quella dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma, ma anche nell’ambito del collezionismo antiquario esistono fotografie relative agli effetti di questi terremoti.

Nella ricostruzione complessiva degli effetti delle diverse scosse di questa sequenza sismica occorre tenere presente un certo effetto di “saturazione” delle fonti, un meccanismo che fa sì che l’attenzione degli organi di informazione, ma anche dei corrispondenti del Servizio Geodinamico dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica tenda ad allentarsi dopo le prime scosse. La cosa è particolarmente vistosa per le cartoline macrosismiche che per la scossa del 17 maggio forniscono informazioni per 111 località, per la scossa del 16 giugno documentano gli effetti per 23 località e infine forniscono notizie relativamente alla scossa del 16 agosto per sole 50 località, nonostante si tratti della scossa di entità più elevata.

Gli effetti

Il terremoto del 16 agosto colpì un’area già danneggiata e indebolita, fattore che ne incrementò la portata distruttiva: accentuò i danni causati dalle scosse precedenti e ne causò di nuovi e, in qualche caso, molto gravi.

Alcuni crolli parziali a Rimini [Fonte: http://riminisparita.info/]

Alcuni crolli parziali a Rimini [Fonte: http://riminisparita.info/]

Una quarantina di località lungo la fascia costiera tra Rimini e Pesaro e nell’entroterra subirono crolli e gravi lesioni negli edifici. Particolarmente colpita fu Riccione, dove molte case, specialmente nella parte alta della cittadina, andarono distrutte.

A Rimini la scossa aggravò ulteriormente i danni causati dal terremoto del 17 maggio: “nessuna casa di Rimini, dalla più modesta alla più sontuosa, è stata risparmiata” [Baratta, 1917].

In un’ottantina di altri centri, compresa Pesaro, molti edifici rimasero seriamente lesionati e divennero inagibili. Danni più lievi furono rilevati in tutta l’area compresa tra Fano, Cesena e Urbino. L’avvertimento si estese ad un’area molto vasta dell’Italia centro settentrionale: la scossa fu avvertita fortemente fino a Venezia, verso nord, a Bologna e a Modena verso nord-ovest, ad Ancona, Macerata e Tolentino, verso sud-est, e a Città di Castello verso sud-ovest.

Fu risentita fino a Milano e a Genova, nelle città della Toscana settentrionale fino a Livorno, nelle Marche meridionali e in alcune località del Lazio.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 16 agosto 1916 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15)]

Distribuzione degli effetti del terremoto del 16 agosto 1916 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15]

Perché questi effetti

I danni prodotti da questa lunga e complessa sequenza sismica furono gravi e diffusi, seppure non comparabili a quelli di terremoti molto più forti che a inizio del secolo scorso hanno interessato altre parti del Paese.

Le ragioni di questi effetti sono imputabili a diverse ragioni. Prima di tutto il quadro complessivo rappresenta, come abbiamo visto, l’esito di una sequenza di alcuni mesi di terremoti, con due eventi principali il 17 maggio e il 16 agosto e almeno una quindicina di scosse di magnitudo Mw ≥4.5. Questa stessa area, inoltre, era stata colpita appena una quarantina di anni prima, 17 marzo 1875, da un altro forte terremoto (Mw 5.7), i cui danni erano stati riparati in qualche caso in modo approssimativo. Ma un elemento fondamentale per comprendere le dimensioni dell’impatto dei terremoti del 1916 è nella particolare vulnerabilità sismica del patrimonio costruito. Di questo scrive il geografo Mario Baratta, dopo aver svolto un’indagine accurata:

“Un esame atto circa i metodi usati per le costruzioni delle case ci chiarisce che il disastro di Rimini, più che alla forza distruttiva del terremoto, è dovuto a notevoli difetti di costruzione e di manutenzione degli edifizi. Nei più antichi e modesti predominano come elementi delle strutture murarie grossi ciottoli collegati da malte abbondanti, che però si possono giudicare di qualità scadentissima. I tetti in genere sono pesanti e spingenti sopra i muri perimetrali: mancano quasi ovunque chiavi che garantiscano un efficace collegamento fra le diverse parti delle costruzioni. Bastano questi semplici accertamenti per metterci sull’avviso che case sì fatte hanno condizioni strutturali tutt’altro che atte a resistere a violenti concussioni del suolo…”

E relativamente agli edifici più antichi e prestigiosi, apparentemente solidi e ben costruiti, aggiunge:

“spesso si deve ricercare la causa dei danni subiti nelle sopraelevazioni e nelle aggiunte non ben connesse con il corpo principale: negli adattamenti posteriormente eseguiti, che hanno indebolita la resistenza delle strutture murarie: nella mancanza di un razionale collegamento delle varie parti dell’edifizio stesso […] e in altri difetti provenienti dalla trascurata manutenzione degli stabili” [Baratta, 1917].

Ipotesi scientifiche, previsioni, dicerie

Una sequenza sismica così lunga e complessa, in un momento storico tanto particolare, non poteva non aumentare insicurezze, ansie e paure, come racconta il bel libro “Rimini negli anni della Grande Guerra” (Bagnaresi, 2015).

Questo fa sì che il dibattito pubblico sulla localizzazione del terremoto, sulle sue cause, sulla possibile durata della sequenza e sui precedenti storici sia molto vivace e coinvolga i principali scienziati del tempo. Oltre a Mario Baratta, che l’anno successivo pubblicherà un approfondito articolo su questa sequenza (Baratta, 1917), l’area colpita è visitata, in tempi diversi, da Padre Venanzio Vari, direttore dell’Osservatorio di Benevento, da Padre Guido Alfani, sismologo e direttore dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze, da Luigi Palazzo, fisico e direttore dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica e altri ancora.

Frequenti e approfonditi sui giornali locali sono i riferimenti alla storia sismica riminese e pesarese. Fra i tanti il più dettagliato è un articolo intitolato “L’attuale terremoto e le sue analogie con quello del 1786” [Corriere Riminese, 1916.09.03] che, riprendendo il testo di un opuscolo sul terremoto del 1786, osserva come la ricorrenza di forti terremoti riminesi sia pressoché secolare, ricordando i terremoti del 1308, del 1584, del 1672, del 1786 e del 1875.

Il clima di incertezza e l’osservazione di fenomeni di non semplice interpretazione (i boati che precedono l’avvertimento delle scosse, la fuoriuscita di acqua dal terreno) pongono interrogativi e alimentano in qualche caso la proliferazione di vere e proprie dicerie sulle cause del terremoto.

In una corrispondenza non firmata da Fano del 20 agosto 1916, pubblicata dal Resto del Carlino, intitolato “origine e cause delle attuali scosse” l’autore ipotizza che il terremoto sia localizzato poco al largo della costa fra Pesaro e Riccione. “Il rombo cupo che preavvisava le scosse più forti indicava chiaramente il punto preciso ove avveniva l’esplosione del gas […] trattasi certamente di un vulcano in eruzione sotto l’acqua del mare, e ciò è provato dalle fenditure del suolo che eruttavano melma e acqua bollente, osservata dall’onorevole Sitta lungo la spiaggia nelle vicinanze di Riccione…” [Il Resto del Carlino, 1916.08.21].

L’ipotesi della presenza di un vulcano a mare è contestata puntigliosamente dal Presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Riccione, tal Primo Galavolti, che il 22 agosto scrive al giornale. Nel testo fornisce una spiegazione molto semplice, ma efficace, del fenomeno della liquefazione, smentendo drasticamente – sulla base di testimonianze dirette – che l’acqua avesse temperatura diversa dal normale e imputando la fuoriuscita dell’acqua in buona parte alla rottura di una conduttura [Il Resto del Carlino, 1916.08.23].

Queste stesse considerazioni sono sostenute da tutti gli scienziati che visitano l’area. In un articolo del Corriere Riminese viene riportato il parere del prof. Palazzo sulle caratteristiche della sequenza, la sua localizzazione a mare e il carattere tettonico di questi eventi.

In questo testo c’è anche un riferimento alla diceria sulla presunta presenza di un vulcano: “a proposito della notizia pubblicata da un giornale di Bologna circa la esistenza di un vulcano tra Pesaro e Riccione, lo stesso prof. Palazzo l’ha smentita nel modo più esplicito […] non ha fondamento alcuno [Corriere Riminese, 1916.09.03], e a sostegno di questa conclusione sono riportati i rilievi effettuati dal prof. Martinelli, capo della sezione sismica dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica.

La diffusione di dicerie non è solo questione di opinioni e dibattito scientifico, ma ha una forte rilevanza sociale, alimentando incertezze e paure, soprattutto fra le persone più deboli. Di questo è ben consapevole Primo Galavolti quando scrive: “Era mio desiderio il rettificare l’inesatta interpretazione di un fenomeno, giacché da una tale inesattezza erano sorte ovunque serie preoccupazioni non solo fra tutti coloro che oggi accampati all’aperto vivono fra le privazioni, coll’impressione del terribile passato e nell’angoscia dell’ignoto domani, ma anche fra quelli che […] essendo affezionati a questa spiaggia sulla quale vengono a riposarsi durante i mesi estivi leggono con ansia le notizie che si riferiscono a Riccione” [Il Resto del Carlino, 1916.08.23].

Una consapevolezza rara, di cui tener conto anche oggi.

Pericolosità e rischio, cento anni dopo

Come abbiamo già segnalato in un altro articolo su questo blog, un motivo che rende importante ricordare un forte terremoto riminese è nella rilevanza che ha il terremoto nelle valutazioni di rischio di quest’area, in considerazione anche della forte presenza turistica nel periodo estivo

I Comuni colpiti dai terremoti del 1916, e dai successivi terremoti dell’Appennino Settentrionale, sono stati classificati sismici nel 1927. Ma solo una decina di anni dopo (Decreti Ministeriali n. 1193 del 27/07/1938,  n. 33 del 18/11/1938 e n. 287 del 7/08/1941) Rimini, Riccione e altri comuni del riminese  e pesarese sono stati cancellati dall’elenco dei Comuni nei quali era obbligatoria l’osservanza delle speciali norme sismiche, con la seguente motivazione: “…l’assoggettamento delle norme del decreto citato costituisce un notevole intralcio allo sviluppo edilizio di quella zona, di cui vari centri sono importanti stazioni balneari”.

Questa paradossale vicenda ha fatto sì che fino al 1983, anno in cui questi Comuni sono stati di nuovo classificati sismici (su questo vedi qui), lo sviluppo edilizio dell’area sia avvenuta in assenza di normativa sismica.

Storia sismica di Rimini dall’anno 1000 al 2015 [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15)]

Storia sismica di Rimini dall’anno 1000 al 2015 [fonte: DBMI15]

Il terremoto del 1916 oltre ad essere uno dei più forti terremoti della storia sismica del Riminese, che ha come precedenti più importanti i terremoti del 14 aprile 1672 (Mw 5.6), del 25 dicembre 1786 (Mw 5.7) e del 17 marzo 1875 (Mw 5.7), è anche l’inizio di alcuni dei più forti terremoti della storia sismica dell’Appenino Settentrionale: rispettivamente i terremoti del 26 aprile 1917 in Valtiberina (Mw 6.0), del 10 novembre 1918 in Appennino romagnolo (Mw 6.0), del 29 giugno 1919 nel Mugello (Mw 6.4), del 7 settembre 1920 in Garfagnana (Mw 6.5).

L’area interessata dalla serie di forti terremoti fra 1916 e 1920 [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15)]

L’area interessata dalla serie di forti terremoti fra 1916 e 1920 [fonte: DBMI15]

Questa serie di ricorrenze è un’opportunità per sensibilizzare le comunità locali su un tema che rischia di essere rimosso dalla memoria e dalla pratica quotidiana di cittadini e istituzioni locali, dalle scelte che possono influire sulla vulnerabilità materiale e sociale e aumentare (invece che ridurre) il rischio.

Che un processo di rimozione sia in atto è comprensibile, ma qualche indizio fa pensare che in questo momento sia particolarmente forte. Su quotidiani locali, anche di recente, non sono mancate dichiarazioni di scetticismo sull’effettiva pericolosità dell’area e sull’opportunità di ricordare i terremoti del 1916, avvenuti in un momento e un contesto troppo diverso dall’attuale.

“Terremoti, tocchiamo ferro”, lettera a un quotidiano riminese, giugno 2016.

“Terremoti, tocchiamo ferro”, lettera a un quotidiano riminese, giugno 2016.

Il punto è che la pericolosità sismica del Riminese e del Pesarese è indiscutibilmente rilevante (certo, ci sono zone più pericolose in Italia), quell’area ha un livello di esposizione molto più elevato (soprattutto in certi periodi dell’anno) rispetto a quello di inizio secolo scorso e la vulnerabilità di parte del patrimonio edilizio, per le ragioni ricordate sopra, potrebbe essere alta.

Per tutte queste ragioni è necessario e urgente sensibilizzare tutti i cittadini perché da oggi in poi facciano scelte consapevoli per la riduzione del rischio.

Per questa ragione a partire dal mese di settembre 2016 avvieremo un ambizioso progetto che collegherà tali ricorrenze attraverso una serie di iniziative non celebrative ma coinvolgenti e attivanti, rivolte alle scuole e alle comunità locali del Riminese e del Pesarese e successivamente, in una sorta di ideale passaggio di consegne, nei territori interessati dalle successive ricorrenze centenarie.

Il 15 e 16 ottobre prossimi, inoltre, volontari di associazioni di protezione civile, dopo essersi preparati per mesi, allestiranno in piazza a Rimini, Riccione e in altre settecento località italiane, un punto informativo della campagna nazionale “Io Non Rischio”, per dare a tutti i loro concittadini la possibilità di avere informazioni e sapere cosa possono fare, fin da subito, per ridurre il rischio ed essere preparati.

a cura di Romano Camassi, INGV – Bologna.


Ulteriori notizie sulla sismicità e sul rischio sismico in Emilia Romagna sono disponibili nella Scheda Speciale Emilia Romagna

 

 

 

 


Bibliografia

Bagnaresi D. (2015). Vivere a Rimini negli anni della Grande Guerra. La quotidianità tra bombardamenti, terremoti, fame e profughi, Rimini, Panozzo Editore.

Baratta M. (1917). Il periodo sismico di Pesaro del maggio-settembre 1916, La Geografia, A. V, luglio-ottobre 1917, N. 7-8, Novara, pp. 263-291.

Camassi R., Meloni F., Postpischl D. e Sangiorgi A. (1991). I terremoti riminesi del 1916. In: Postpischl D. (ed.), San Marino e il terremoto, Bologna, pp. 167-187.

Cavasino A. (1935). I terremoti d’Italia nel trentacinquennio 1899-1933,  Roma.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G. (2007). CFTI4Med, catalogue of strong earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean area (760 B.C.-1500). INGV-SGA (http://storing.ingv.it/cfti4med/)

Guidoboni E., Valensise G. (2011). Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni, Bologna, Ingv-Bononia University Press, 550 pp.

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E. (2016). DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds), 2016. CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15

I terremoti del Friuli del 1976 e le sequenze multiple di terremoti

La sequenza sismica che ha colpito il Friuli nel 1976 è stata molto lunga, con diverse scosse di magnitudo elevata che si sono protratte per molti mesi. Al terremoto principale di magnitudo 6.5, avvenuto il 6 maggio alle 21 della sera, sono seguite numerose repliche (aftershocks) nei giorni e nei mesi successivi.

Friuli

Distribuzione della sismicità dal 1° gennaio 1976 al 31 dicembre 1977 in Friuli

Alcuni di essi hanno avuto magnitudo elevata, ma soltanto due hanno raggiunto magnitudo 5, senza eccedere il valore di 5.2. Terremoti di magnitudo superiore a 4 furono registrati per circa due mesi, fino alla metà di luglio; poi per il resto dell’estate la sequenza sembrò esaurirsi. Invece, l’11 settembre e il 15 settembre, oltre quattro mesi dopo la scossa devastante di maggio, si verificarono altri forti terremoti di magnitudo superiore a 5 con due eventi di magnitudo 5.9 e 6.0, rispettivamente alle ore 04.15 e 10.21 locali del 15 settembre. Leggi il resto di questa voce

Il Map Journal “I terremoti nella Storia”

Da qualche giorno è disponibile nella galleria Story maps & terremoti (terremoti.ingv.it/storymaps) una nuova story maps di tipo Map Journal che permette di scoprire e conoscere alcuni terremoti che hanno colpito in passato il nostro territorio documentati nella rubrica “I TERREMOTI NELLA STORIA pubblicata su questo BLOG tra il 2013 e il 2015.

Ricordiamo che le story maps sono una combinazione di mappe interattive e applicazioni che incorporano contenuti multimediali e funzioni di interazione e si prestano per creare contenuti per l’informazione, la didattica e la comunicazione anche di fenomeni naturali quali la sismicità e il rischio sismico del nostro territorio.

La galleria Storymaps & Terremoti (terremoti.ingv.it/storymaps)

La galleria Storymaps & Terremoti (terremoti.ingv.it/storymaps)

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