Archivi categoria: Aree vulcaniche

Sciame sismico sul versante occidentale dell’Etna – 20 novembre 2018

Uno sciame sismico ha interessato il settore occidentale dell’Etna tra le ore 05:55 e le ore 15:21 (ora locale) di oggi, 20 novembre 2018. Le reti di monitoraggio dell’INGV-Osservatorio Etneo hanno registrato oltre 40 eventi sismici con magnitudo Ml compresa tra 1.6 e 3.5.

20181120 Figura 1

Mappa degli epicentri dello sciame sismico del 20 novembre 2018 nel versante occidentale dell’Etna. Fonte: Gruppo Analisti ell’Osservatorio Etneo, Catania (Sismoweb) http://sismoweb.ct.ingv.it/index.php

Il terremoto di magnitudo maggiore (Ml = 3.5) è avvenuto alle ore 6:06 ed è stato localizzato a circa 5 chilometri a nord est del comune di Adrano,  a una profondità di circa 22 chilometri.

20181120 Figura 2

Localizzazione dell’evento sismico (stella bianca) di magnitudo ML 3.5 sovrapposta al Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani dall’anno 1000 al 2014 (CPTI 15).

Gli epicentri degli eventi sismici registrati sono tutti localizzati sul fianco occidentale del vulcano, a monte dei comuni di Bronte, Adrano e Biancavilla, prevalentemente nella zona di Monte Minardo. La profondità degli ipocentri varia tra 15 e 27 km. Si tratta di una zona in cui già in passato si sono verificati sciami sismici.

20181120 Figura 3

Localizzazione dell’evento sismico (stella bianca) di magnitudo ML 3.5 sovrapposta alla mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale.

Sebbene lo sciame sismico sia stato dichiarato concluso nel pomeriggio, alcune scosse sismiche isolate continuano ad avvenire nell’area occidentale dell’Etna.

Nel frattempo prosegue la modesta attività stromboliana ai crateri sommitali Bocca Nuova, Cratere di Nord-Est e Nuovo Cratere di Sud-Est, che è in corso da diverse settimane. In particolare, il piccolo cono di scorie presente all’interno della bocca orientale del Nuovo Cratere di Sud-Est (NCSE) sta emettendo nella serata del 20 novembre anche una piccola colata di lava che rimane comunque confinata all’interno della stessa bocca orientale del NCSE.

A cura di Boris Behncke (INGV – OE), Maddalena De Lucia (INGV – OV) , Marco Neri (INGV – OE) e Maurizio Pignone (INGV – ONT)


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Terremoto in provincia di Catania del 6 ottobre 2018: aggiornamento delle ore 16:00

L’evento avvenuto alle ore 02:34 italiane del 6 ottobre 2018 (ore 00:34 UTC) di magnitudo ML 4.8 (Mw 4.6) si colloca nell’area etnea, a circa 15 km a SSW della parte sommitale del vulcano, a circa 1 km da Biancavilla (CT), 5 km da Adrano (CT), 6 km da Paternò (CT), e 10 km da Belpasso (CT), 23 km a NW di Catania. Il terremoto è stato rilocalizzato nelle ore successive: l’epicentro è pressoché invariato rispetto a quello calcolato nei minuti immediatamente successivi all’evento, mentre è cambiata la profondità, che è pari a circa 6 km.

Fino a questo momento (ore 16.00), dopo il terremoto di questa notte, sono stati localizzati 8 eventi sismici e solo 2 hanno superato magnitudo 2.0: quello di magnitudo 2.5 delle ore 2:29 italiane e quello di magnitudo 2.3 delle ore 12:21 italiane.

Terremoti localizzati da gennaio 2018 in blu ed eventi delle ultime 24 ore in giallo.

In questo settore dell’Etna la sismicità strumentale degli ultimi anni è stata modesta: si ricorda un evento di magnitudo 3.1 avvenuto il 6 dicembre 2000 ad ovest di Santa Maria di Licodia e più recentemente, il 25 agosto 2017, un evento di magnitudo 3.3 localizzato nelle vicinanze di Ragalna. In un raggio di 5 km centrato nel paese di Biancavilla, a partire dal 2000 il catalogo riporta 11 eventi di magnitudo superiore a 2.5.

La sismicità nell’area etnea avviene nella parte sommitale del vulcano ma anche lungo i suoi fianchi ed è caratterizzata da profondità ipocentrali molto variabili. Gli ipocentri variano solitamente da pochi chilometri in occasione di sciami sismici connessi all’attività eruttiva, fino a 10-15 km e talvolta raggiungono 25-35 km, delineando un complesso sistema di interazione tra crosta profonda e struttura superficiale del complesso vulcanico. L’evento odierno è avvenuto a profondità medie e il meccanismo focale calcolato è di tipo trascorrente, coerente con i terremoti già studiati all’Etna che, in questo settore del vulcano e a queste profondità ipocentrali, mostrano soluzioni focali trascorrenti con massima compressione diretta prevalentemente in direzione nordest-sudovest, nordnordest-sudsudovest.
Nelle aree peri-vulcaniche è sempre difficile distinguere tra terremoti tettonici e vulcanici. L’Etna è caratterizzato da una sismicità molto distribuita geograficamente, come profondità ipocentrali e meccanismi di rottura. Ci sono terremoti che avvengono all’interno dei condotti vulcanici che sono certamente associabili a movimenti di masse magmatiche, mentre altri più periferici sono terremoti con caratteristiche degli eventi tettonici, ma che certamente risentono del campo di sforzi indotti dal vulcano. In queste ore i sismologi e vulcanologi dell’INGV stanno raccogliendo e analizzando tutti i dati disponibili  (geofisica,  geochimici, delle deformazioni del suolo ecc.) per chiarire questi aspetti e verificare se questo evento sismico possa avere inciso sui meccanismi di ricarica del vulcano che sono in atto da mesi.

Gli eventi sismici localizzati oggi (in blu, aggiornati alle ore 16.00) sovrapposti al Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15).

Da un punto di vista della sismicità storica (catalogo CPTI15), l’area epicentrale dell’evento odierno non è stata caratterizzata da eventi di magnitudo elevata, sebbene i risentimenti siano fortemente connessi alla struttura vulcanica superficiale. In particolare si ricordano due eventi con localizzazione simile a quello odierno, l’evento del 14 maggio 1898 di magnitudo 4.0 e l’evento del 15 aprile 1984 di magnitudo M 3.5, che sono stati risentiti a Biancavilla con intensità rispettivamente di VI-VII e VI. L’evento di maggiore magnitudo in area etnea ha avuto magnitudo 6.3 e si è verificato il 20 febbraio 1818 sul versante di sud-est del vulcano. a circa 15-20 km a nord-nord-est di Catania e nell’area epicentrale odierna ebbe un risentimento di grado VII-VIII. Un simile risentimento è stato determinato dall’evento del 1 gennaio 1850, di magnitudo M 4.3, avvenuto nel settore sudest dell’Etna. Considerando gli eventi al di fuori dell’area vulcanica, un risentimento di grado VII-VIII è stato assegnato ad Adrano (5 km dall’epicentro attuale) per l’evento di magnitudo M 7.3, avvenuto l’11 gennaio 1693 nella Sicilia sud-orientale.

La mappa di pericolosità sismica (espressa in termini di accelerazione orizzontale del suolo con probabilità di eccedenza del 10% in 50 anni, riferita a suoli rigidi) include l’area epicentrale attuale in una zona a pericolosità alta con valori di accelerazione orizzontale compresi nell’intervallo 0.175-0.200 g, in prossimità di un settore a pericolosità molto alta che si estende dalla Calabria fino alla zona iblea.

Localizzazione dell’evento sismico (stella bianca) di magnitudo ML 4.8 (Mw 4.6) sovrapposta alla mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale.

Secondo i dati accelerometrici disponibili al momento, l’evento ha fatto registrare accelerazioni di picco che corrispondono ad un’intensità strumentale su terreno roccioso pari al VII grado della scala MCS (vedi mappa di scuotimento aggiornata).

La mappa del risentimento sismico (aggiornata alle ore 15:48 del 6 ottobre 2018), realizzata utilizzando gli oltre 1000 questionari arrivati a www.haisentitoilterremoto.it mostrano che l’evento è stato avvertito in tutta la Sicilia orientale, da Messina all’area siracusana, con massimo risentimento del VI-VII grado nell’area epicentrale, in buon accordo con la mappa di scuotimento calcolata.

Mappa del risentimento sismico in scala MCS che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto (secondo la legenda colorata) sul territorio come ricostruito dai questionari on line. Con la stella viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa. (http://www.haisentitoilterremoto.it/repository/20845861/index.html)


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Evento sismico di Ml 4.8 in provincia di Catania del 6 ottobre 2018

Alle ore 2:34 del 6 ottobre 2018 un terremoto di magnitudo Ml 4.8 è stato registrato nella provincia di Catania. L’epicentro è localizzato nel comune di Santa Maria di Licodia ad una profondità di 9 chilometri e ha interessato tutta la Sicilia Orientale.

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La sismicità registrata dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV negli ultimi 90 giorni

 

I comuni più vicini all’epicentro (entro 20 km) sono riportati nella tabella che segue.

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Nelle 2 ore successive all’evento, è stata localizzata una sola replica, alle ore 2:59, di magnitudo 2.5. L’evoluzione della sismicità dell’area può essere seguita nella pagina del ONT, a questo link.

L’evento ha avuto una vasta area di risentimento, come visibile nella mappa delle segnalazioni arrivate attraverso il questionario macrosismico online di Hai Sentito Il Terremoto.

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Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo (ML), profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

La mappa del risentimento viene aggiornata in tempo reale con le segnalazioni degli utenti. La versione aggiornata può essere visualizzata a questo link.

Il terremoto è avvenuto in una zona ad alta pericolosità sismica, interessata sia dalla sismicità legata all’attività del vulcano Etna sia da eventi di origine tettonica che possono raggiungere magnitudo elevata, come nel caso del 1818 quando si ebbe un evento di magnitudo pari a 6.3. Il catalogo macrosismico dell’Etna ci offre l’immagine della sismicità dell’area.

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Sismicità storica dell’area etnea dal 1832 al 2013. I colori e la dimensione dei simboli si riferiscono all’intensità massima dei terremoti.

Per maggiori informazioni sull’evento: http://cnt.rm.ingv.it/event/20845861

Aggiornamenti sull’evoluzione saranno pubblicati appena disponibili.

On line il blog INGVvulcani

E’ da oggi on line il nuovo canale di comunicazione sui VULCANI con cui l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, e in particolare il suo Dipartimento Vulcani, si rivolge al pubblico. Il blog INGVvulcani si affianca così ai due blog INGVterremoti e INGVambiente con l’obiettivo di rendere ancora più fruibili e alla portata di tutti i risultati delle attività di ricerca e di monitoraggio che l’INGV svolge da decenni sul territorio nazionale.

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Il blog ospiterà aggiornamenti sull’attività e sullo stato dei vulcani in Italia nel mondo e approfondimenti su aspetti specifici della ricerca vulcanologica e del monitoraggio vulcanico. Saranno inoltre pubblicate notizie sui principali eventi iniziative nazionali e internazionali organizzati dall’Istituto nonché sui principali progetti scientifici riguardanti le tematiche vulcanologiche. Non mancheranno le curiosità legate al mondo dei vulcani.

Il blog INGVvulcani intende essere uno strumento per far conoscere il lavoro che quotidianamente viene svolto da tutti coloro che nell’Istituto operano nel campo della ricerca e del monitoraggio dei vulcani, e nello stesso tempo evidenziare gli aspetti spettacolari dei fenomeni vulcanici, in tutta la loro bellezza e potenza. Sarà, inoltre, affrontato il delicato rapporto tra i vulcani, le loro manifestazioni e l’uomo. Un rapporto particolarmente complesso per il nostro territorio, tra i più esposti al mondo a questo tipo di fenomeni. Se ne parlerà con chiarezza, anche con l’obiettivo di fare luce su eventuali notizie distorte o false. I risultati della ricerca scientifica dell’Istituto saranno comunicati al grande pubblico, spiegando come i fenomeni vulcanici siano ancora in gran parte sconosciuti e come nascono nuove ipotesi e modelli sulla base dei dati a disposizione.

Si comincia dando uno sguardo all’attualità. I primi articoli riguarderanno infatti l’eruzione del Volcán de Fuego, in Guatemala, e quella del vulcano Kīlauea, nelle isola Hawaii, ancora in corso.


A cura della redazione di INGVvulcani: Augusto Neri, Boris Behncke, Giorgio Capasso, Matteo Cerminara, Gianfilippo De Astis, Maddalena De Lucia, Sandro De Vita, Mauro Di Vito, Massimo Musacchio, Rosella Nave, Marco Neri, Tullio Ricci, Piergiorgio Scarlato, Micol Todesco

L’analisi della sequenza sismica del Sannio-Matese del 2013-2014 in un articolo su Science Advances

L’articolo scientifico pubblicato qualche giorno fa su Science Advances (Di Luccio et al., 2018, Seismic signature of active intrusions in mountain chains Sci. Adv. 2018; 4 : e1701825) ha sollevato grande interesse nei media e ha generato numerosi dibattiti.

Tuttavia, come talvolta accade in queste occasioni, ci sono state imprecisioni che hanno generato paure e allarmi ingiustificati. Cerchiamo quindi di chiarire alcuni punti importanti per una corretta comprensione dei risultati e del significato di questa ricerca.

Lo studio si basa sull’analisi della sequenza sismica del Sannio-Matese che è iniziata il 29 dicembre 2013. Il terremoto più forte ha avuto una magnitudo (Mw) pari a 5.0 ed una profondità di 22 km.

La sequenza sismica nel Sannio-Matese del 2013-2014. In rosso gli eventi del dicembre 2013, in giallo quelli del 2014.

Questo ed altri eventi registrati durante la sequenza presentavano delle caratteristiche atipiche rispetto ai segnali che si è soliti osservare in Appennino. Innanzitutto la loro profondità ben oltre i 10 km, mentre in quest’area sono generalmente più superficiali, e poi la presenza di basse frequenze nei sismogrammi, in analogia con quanto accade per i terremoti che si registrano in aree vulcaniche e/o idrotermali dovuti al movimento di fluidi. Inoltre, l’evoluzione temporale della sequenza dimostra che le repliche dell’evento principale migrano verso l’alto e si spostano verso sud-est nelle prime ore/giorni dopo l’evento di magnitudo 5 del 29 dicembre, disponendosi ai bordi di una zona priva di terremoti.

Queste caratteristiche, insieme ad altri fenomeni come il rilascio, negli acquiferi presenti nelle vicinanze dell’area della sequenza, di anidride carbonica (CO2) di origine profonda, ovvero che viene dal mantello e non legata alle reazioni che coinvolgono i carbonati presenti nella zona, una significativa anomalia geotermica e un’elevata attenuazione sismica (riduzione dell’ampiezza dell’onda sismica con la distanza) dell’area hanno portato a ipotizzare che ci sia stata un’intrusione di magma (roccia fusa) alla base della crosta in Appennino meridionale, sotto il massiccio del Matese. La presenza di fluidi magmatici di origine profonda (mantello) in Appennino Meridionale era stata già ipotizzata 18 anni fa in uno studio di Italiano et al. (2000) basato su rapporti isotopici dell’elio riscontrato nelle emissioni gassose e dei flussi di calore.  

I movimenti associati al rilascio di CO2 dall’intrusione possono aver prodotto la sequenza sismica in oggetto. Questo studio non ha affrontato le problematiche legate, anche indirettamente, alla valutazione e quantificazione della pericolosità sismica, già nota per l’area.

Il Sannio-Matese rientra nella zona a più elevata pericolosità sismica d’Italia sulla base dell’Ordinanza del Consiglio dei Ministri del 28 aprile 2006 (G.U. n.108 del 11/05/2006), in cui vengono specificati i valori di accelerazione per ogni area del territorio nazionale. Sono numerosi i terremoti storici di magnitudo elevata (anche con una energia 1000 volte maggiore di quella del terremoto qui studiato) che hanno colpito quest’area, tra questi il terremoto del 5 giugno 1688, (Mw=7.06) e i terremoti del 1456 (Mw=7.19), come ben evidenziato dal Catalogo Parametrico dei terremoti Italiani CPTI15.

Questo studio quindi non cambia la pericolosità sismica dell’area che è molto elevata.

Per quanto riguarda la pericolosità vulcanica, si esclude che il processo che registrato nel dicembre 2013 sia riconducibile alle fasi, anche iniziali, di formazione di un vulcano nel Sannio-Matese. Non vi è sismicità superficiale, non vi sono manifestazioni idrotermali come quelle presenti, invece, ai Campi Flegrei, non vi sono deformazioni del suolo significative e rapide a scala chilometrica, non vi sono cambi morfologici dovuti a sollevamenti repentini e non vi sono, infine, segnali riconducibili alla continua alimentazione di magmi, anche in profondità.

Su una scala dei tempi geologici, e cioè tra decine di migliaia o centinaia di migliaia di anni, è possibile che un’attività vulcanica si sviluppi in questa area. Ma le condizioni geologiche perché ciò avvenga non sono, al momento, soddisfatte poiché la pressione del magma da noi determinata sulla base dei dati sismici e strutturali disponibili, cioè sui meccanismi di rottura delle rocce e sullo stress cui è sottoposta la crosta del Matese, è di gran lunga inferiore di quella richiesta per una risalita verticale da 15-20 km di profondità fino alla superficie.

Concludendo, la novità scientifica di questo articolo  può essere così sintetizzata: per la prima volta si sono registrati in un catena montuosa i segnali di una risalita, alla base della crosta, di fluidi profondi possibilmente associati a magma. Il passo successivo è studiare altre catene montuose (Himalaya, Ande, Zagros, etc.) dove i processi che abbiamo ipotizzato avvenirein Appennino meridionale potrebbero essere rilevati a più grande scala.

a cura di Guido Ventura e Francesca di Luccio (INGV – Roma 1).


Bibiografia

Catalogo Parametrico dei terremoti Italiani CPTI15 (Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds), 2016. CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes; Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia).

Italiano et al. – Geochemical evidence of melt intrusions along lithospheric faults of the Southern Apennines, Italy: Geodynamic and seismogenic implications, J. Geophys. Res., 105(B6), 2000,  13569–13578, doi:10.1029/2000JB900047

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