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I terremoti studiati dai satelliti: l’interferometria SAR

Sono più di venti anni che i satelliti per l’Osservazione della Terra ci permettono di studiare i terremoti. In particolare, i satelliti che equipaggiano un particolare sensore RADAR, il SAR, sono ormai utilizzati sistematicamente per misurare gli effetti che un terremoto produce sulla superficie terrestre, misurando con elevata precisione le deformazioni crostali indotte dal terremoto stesso.

Un RADAR (RAdio Detection And Ranging) è un sensore attivo, ovvero dotato di una propria sorgente di segnali elettromagnetici, nella banda di frequenza delle onde radio, che invia impulsi di onde equi-spaziati tra loro in base ad una frequenza di ripetizione o PRF (Pulse Repetition Frequency). Gli impulsi giungono dallo spazio sulla superficie terrestre e l’eco che da essa torna verso il sensore viene registrato, fornendo informazioni puntuali circa la distanza tra l’oggetto (o target) sulla superficie colpito dall’impulso elettromagnetico e le sue caratteristiche di retro diffusione del segnale stesso.

I RADAR che vengono usati per l’osservazione della Terra e lo studio dei terremoti (ma anche delle eruzioni vulcaniche) sono i Synthetic Aperture Radar (SAR), in italiano Radar ad Apertura Sintetica.

Il SAR è un RADAR che, posto su una piattaforma satellitare in movimento, sfrutta il percorso compiuto dal satellite lungo la sua orbita per simulare una antenna “sintetica” più grande, e di molto, rispetto a quella reale che permette di ottenere informazioni più dettagliate sul target rispetto ad un RADAR classico, sotto forma di immagine.

Esempio di immagine SAR acquista in Egitto nel sito archeologico delle piramidi (Dati del satellite TerraSAR-X dell’Agenzia Spaziale Tedesca). I pixel dell’immagine, in bianco e nero, riportano informazioni sull’energia retrodiffusa dall’impulso RADAR e sulla distanza tra target a terra e sensore SAR a bordo del satellite.

Trattandosi di un RADAR, il SAR può operare praticamente in qualsiasi condizione meteorologica, sia di giorno che di notte. Esistono numerose applicazioni che sfruttano le immagini SAR. Tra esse ha assunto un ruolo di grande rilievo lo studio dei movimenti del suolo. Per raggiungere tale scopo si applica al dato SAR una particolare tecnica di elaborazione del segnale denominata Interferometria SAR, o InSAR.

L’InSAR è stata sviluppata intorno alla fine degli anni ’80 e si basa sul principio che, se disponiamo di due immagini SAR di una stessa scena acquisite da due punti di osservazione leggermente diversi, è possibile estrarre l’informazione circa la distanza che ciascun punto (il pixel delle immagini) al suolo ha rispetto al SAR. In pratica possiamo dire che la tecnica InSAR consente di misurare le differenze di distanza, pixel per pixel, tra due immagini SAR, e di fornire l’immagine delle variazioni avvenute tra la prima e la seconda immagine SAR nell’area “fotografata”.

L’immagine che risulta dall’applicazione della tecnica InSAR è detta interferogramma. Questo comporta che se tra la prima e la seconda immagine alcuni pixel si sono spostati, ad esempio a causa di un terremoto, l’interferogramma evidenzierà le aree che hanno subito tali modifiche e ne misurerà l’entità.

La prima volta che venne usata l’interferometria SAR per lo studio di un terremoto fu nel 1992. Fu il caso del terremoto di Landers, California (USA), che generò una energia che i sismologi quantificarono con una magnitudo momento 7.2. Gli esperti misurarono spostamenti in superficie superiori anche a 5 metri. E per decine di chilometri intorno all’epicentro del sisma la superficie terrestre presentava numerose fratture e scarpate prodotte dal sisma. L’estensione dell’area interessata dalle deformazioni non poteva consentire di avere un quadro sinottico degli effetti del sisma semplicemente attraverso osservazioni in situ degli effetti. Landers fu il primo esempio di utilizzo dell’InSAR che fornì un’immagine completa e dettagliata di ciò che il sisma aveva prodotto (vedi figura sotto).

Su un’area di circa 100 km x 100 km, il satellite europeo ERS-1 misurò spostamenti del suolo variabili tra circa 3 cm fino a svariati metri. In un interferogramma le deformazioni prodotte dal sisma, dette deformazioni “cosismiche”, sono evidenziate con una serie di “linee di eguale spostamento” denominate in gergo “frange” (in inglese fringes). Immagine da Massonnet, D. et al., 1993.

Vennero usate una coppia di immagini SAR acquisite dal satellite europeo ERS-1 (European Remote Sensing satellite 1), il primo satellite per lo studio della Terra equipaggiato con un sensore SAR. Era stato lanciato nel 1991 dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA).  Ad esso fece seguito nel 1995 il gemello ERS-2. ERS-1 ed ERS-2 aprirono la strada ad una serie di missioni satellitari dedicate allo studio del nostro pianeta con i sensori SAR, lanciati dalle agenzie spaziali di tutto il mondo.

Negli anni seguenti, a questo primo successo fecero seguito altre applicazioni. Tra esse possiamo ricordare il primo esempio di utilizzo della tecnica InSAR in Italia, quando il 26 settembre 1997 due forti terremoti (il primo alle ore 00:33 di magnitudo Mw 5.8 e il secondo alle ore 09:40 di magnitudo Mw 6.0) colpirono l’area al confine tra Umbria e Marche. I ricercatori italiani dell’INGV applicarono la tecnica InSAR ad una coppia di immagini ERS-2 acquisite prima e dopo il 26 settembre, ottenendo l’interferogramma che misurò i movimenti in superficie che si estendevano per decine di chilometri dall’epicentro del terremoto e che raggiungevano un massimo di 25 cm.

Anche i recenti terremoti che hanno interessato l’Italia centrale ad Amatrice e Norcia, a partire da agosto 2016, sono stati studiati con l’InSAR, sfruttando i dati acquisiti da più moderni SAR, molto più performanti in termini di accuratezza di misura e dettaglio spaziale, come quello a bordo della missione COMSO-SkyMed (https://www.asi.it/it/attivita/osservare-la-terra/osservazione-della-terra/cosmo-skymed) dell’Agenzia Spaziale Italiana, della missione ALOS-2 (https://directory.eoportal.org/web/eoportal/satellite-missions/a/alos-2) della Giapponese JAXA e della innovativa piattaforma Sentinel-1 (https://sentinel.esa.int/web/sentinel/missions/sentinel-1) dell’ESA.

La mappa delle deformazioni co-sismiche superficiali causate dai due eventi di Amatrice-Accumoli e Norcia (magnitudo momento 6.0 e 5.3, rispettivamente), avvenuti, a distanza di circa un’ora, nella notte del 24 agosto 2016, ottenuta con i dati SAR del satellite Sentinel-1 dell’Agenzia Spaziale Europea. Lo spostamento del suolo ha raggiunto valori massimi di circa 20 cm, approssimativamente in abbassamento.

Sono moltissimi i lavori presenti in letteratura scientifica che documentano le grandi potenzialità dell’InSAR, e sempre più numerose sono le applicazioni che ne mostrano l’utilità in casi pratici di impiego. Possiamo quindi affermare senza dubbio che l’InSAR ha assunto un ruolo di assoluto rilievo tra le tecniche di studio utilizzate nelle Scienze della Terra.

A cura di Christian Bignami (INGV – Osservatorio Nazionale Terremoti).

Referenze

Massonnet, D., Rossi, M., Carmona, C., Adragna, F., Peltzer, G., Feigl, K., Rabaute, T., 1993. The displacement field of the Landers earthquake mapped by radar interferometry. Nature 364, 138–142. https://doi.org/10.1038/364138a0


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A proposito di rumors: cosa sono, come nascono, perché ci crediamo, come si diffondono, come combatterli

Nel primo post della rubrica Terremoti e Società dedicato alle “Post verità, rumor e terremoti”, abbiamo introdotto il tema dell’influenza che le false notizie hanno sulla comunicazione. In questo articolo ritorniamo sull’argomento dei rumors, delle voci, delle false notizie, delle dicerie con l’intento di comprendere i meccanismi di funzionamento e l’influenza che queste hanno sulle persone, su di noi.

Il filo conduttore, del nostro viaggio nel mondo dei rumors ci consentirà di rispondere ad alcune domande: cosa sono, come nascono, perché ci crediamo, come si diffondono, infine introdurremo alcune strategie per combattere i rumors sul terremoto.

Cosa sono i rumors

Il termine “Rumors” non ha un sostanziale corrispondente nella lingua italiana, a meno che non si faccia ricorso a una serie di sinonimi, tanto suggestivi quanto imperfetti: dicerie, leggende metropolitane, chiacchiere, indiscrezioni. Nessuna di queste espressioni, infatti, restituisce a tutto tondo il significato all’originale rumour, che deriva dal latino rumor (pl. rumores),  cioè voce (voci) ormai internazionalizzata in rumour (col plurale anglosassone rumours).

La storia dei rumors è antica come la storia dell’uomo. Da sempre, fin nella remota antichità, le voci, i pettegolezzi, le dicerie, le bufale, venivano messe in circolazione – in buona o in cattiva fede – per influenzare le vicende umane. Gli antichi romani avevano una divinità dedicata ai rumors: la dea Fama. La dea era rappresentata come una donna sempre in moto, gridava continuamente diffondendo notizie buone e cattive, era figurata giovane e irruente con ali cosparse di occhi, di bocche e di lingue, in atto di suonare una tromba, oppure due, una per la verità, l’altra per la menzogna. Questo mostro alato rappresentava allegoricamente le dicerie che nascono, si diffondono, acquistano credibilità, non fanno distinzione tra vero e falso, amplificano e distorcono a piacimento i fatti.

Dea Fama
Fama (deriva dal latino fari che significa parlare) era una divinità allegorica, personificazione della voce pubblica nella mitologia romana. Della sua personificazione ne parla Virgilio immaginandola creata dalla Terra dopo Ceo ed Encelado. La locuzione latina Fama volat, tradotta letteralmente, significa la fama [la notizia] vola (Virgilio, Eneide, III, 121).

Gli psicologi Nicholas Di Fonzo e Prashant Bordia, nel saggio intitolato Rumor Psychology: Social and Organizational Approaches, definiscono i rumors notizie non verificate che nascono in contesti di incertezza, pericolo o potenziale minaccia e che hanno la funzione di aiutare le persone a dare un senso alle cose, a gestire il rischio. I rumors, hanno delle caratteristiche precise: non sono verificati, servono a dare senso ad un qualunque vissuto, nascono in contesti specifici e si muovono all’interno di una comunità di persone. In termini di sociologia della comunicazione, la creazione, la diffusione e il seguito, che hanno le voci, sono processi di significazione della realtà umana e come tali non si possono eliminare. Si pensi alla ricerca spasmodica di notizie durante un grande evento in tempo reale, come un terremoto o un attacco terroristico. Le notizie, per loro natura, non possono essere certe, essendo riferite a momenti di grande concitazione e confusione; eppure le persone vogliono sapere. Non la verità, ma qualunque cosa provenga dal luogo in cui sta accadendo la situazione.

Alla genesi del rumor e al suo dinamismo contribuiscono il grado di probabilità che assegniamo a certi eventi, i nostri stereotipi mentali e le nostre convinzioni, il nostro stato d’animo e la nostra immaginazione, il gruppo di riferimento o il contesto.

Perché ci crediamo

Jean-Noël Kapferer, nel saggio Rumeurs. Le plus vieux média du monde (1987), sostiene che quali che siano gli ambiti delle nostra vita sociale il rumor è dappertutto. Si pensi ai rumors, spesso smentiti, di imminenti crack finanziari capaci di far crollare le borse; oppure di acquisizioni e joint-venture, in grado, al contrario, di far innalzare i titoli. Si pensi a quelli, ancor più planetari e tragici, sulla fine del mondo, su catastrofi naturali, su intere città rase al suolo dal terremoto.

Ricorderete la previsione del terremoto che – stando alla voce che circolava – avrebbe dovuto cancellare Roma dalla carta geografica l’11 maggio 2011. A nulla sono valse le ennesime smentite dei sismologi accompagnate dalla spiegazione che “prevedere i terremoti, allo stato attuale, è impossibile”. La capitale si è letteralmente svuotata in vista del sisma. In particolare il quartiere Esquilino, la “Chinatown romana”, ha assunto un aspetto inquietante: serrande abbassate e negozianti in fuga dalla città.

I rumors sulla previsione del terremoto che l’11 maggio 2011 avrebbe dovuto colpire Roma.

Non è un caso: fra le informazioni in grado di generare un rumor si trova principalmente tutto ciò che disturba l’ordine delle cose e provoca una reazione, vale a dire notizie che presentano un interesse pragmatico diretto come avvisaglie di pericolo, questioni morali, mutamenti di ordine sociale, cambiamenti dell’ambiente naturale.

Kapferer nel saggio sostiene che affinché la notizia possa dar luogo a quella dinamica di ripetizione-discussione, tipica del rumor, è necessario che l’informazione sia attesa o temuta, che risponda cioè alle speranze e alle paure, più o meno consapevoli, degli individui. Occorre inoltre che sia inaspettata e che abbia conseguenze immediate e importanti per il gruppo. Secondo l’autore sono tre gli elementi necessari e sufficienti a definire un rumor: la fonte (non ufficiale), il processo (diffusione a catena) e il contenuto (si tratta di una notizia che verte su un fatto di attualità).

Da ciò si comprende come l’ambito di studio del rumor è interdisciplinare: siamo all’intersezione della sociologia, della psicologia e delle dottrine dei processi comunicativi.

I primi studi sistematici condotti in maniera specifica sui rumors sono di taglio psicologico, americani, e risalgono alla Seconda Guerra Mondiale: gli effetti negativi sul morale di truppe e popolazione prodotti dal susseguirsi di voci e dicerie sullo stato del conflitto, indussero numerosi ricercatori a interessarsi al fenomeno. È a due psicologi sociali Allport e Postman (1947) che si deve il principale modello teorico di riferimento in tal senso. Secondo gli autori, il rumor è una proposizione legata ai fatti del giorno, non verificata ma destinata ad essere creduta, che si propaga da individuo a individuo e si trasmette in genere attraverso il passaparola. Esiste una logica ben precisa che governa i meccanismi di formazione e trasmissione dei rumors: essa risponde ai processi cognitivi di elaborazione dell’informazione (riduzione: gli effetti dell’oblio e della memoria selettiva semplificano il messaggio; accentuazione: gli individui ricordano in maniera distinta solo certi particolari, valorizzandoli, oppure aggiungono dettagli e spiegazioni al racconto al fine di rafforzarne la coerenza o l’impatto; assimilazione: gli individui si appropriano del messaggio in funzione di valori, convinzioni o emozioni preesistenti).

Così, per Allport e Postman, il rumor è, di fatto, una forma di comunicazione non rigidamente vincolata ai criteri oggettivi della verità perché è espressione della naturale tendenza degli individui a livellare, affinare e assimilare il messaggio e i suoi contenuti al contesto personale e culturale.

Come nascono i rumors?

Le origini dei rumors come mezzi di comunicazione si possono far risalire alla fase che l’antropologo Walter Jackson Ong definisce dell’“oralità primaria”, quella che precede la scrittura e in cui il pensiero e l’espressione tendono ad essere strutturati per favorire una facile memorizzazione della parola. La voce che corre “rientra in quei canali naturali di comunicazione in microgruppi” che appartengono alla forma più elementare di trasmissione delle informazioni, quella personale e diretta che interviene tra individui faccia a faccia. Prima che esistesse la scrittura, infatti, il passaparola era l’unico canale di trasmissione delle informazioni all’interno delle società.  La voce, in questo caso, sia in senso astratto che figurato, veicolava le notizie, faceva e disfaceva le reputazioni, degenerava in sommosse o conflitti. Ma il rumor è anche (e soprattutto) il frutto di un processo cognitivo di elaborazione dell’informazione. I rumors nascono spesso proprio da un errore nell’interpretazione di un messaggio; il malinteso va fatto risalire a una “testimonianza di testimonianza” e alla differenza fra il messaggio che è stato emesso e quello che è stato decodificato.

Va detto, però, che i rumors non possono essere considerati esclusivamente come il risultato di una informazione distorta, di una comunicazione “difettosa”. Le persone, in situazioni ambigue o in contesti caratterizzati dall’incertezza, tendono a comportarsi come pragmatici problem-solvers: mettono in comune risorse intellettuali – che includono dati precisi, congetture, convinzioni, opinioni correnti – da ogni fonte disponibile, per dare senso a ciò che accade. Così, ogni volta che il pubblico vorrebbe comprendere ma non riceve risposte, nasce un rumor.

Come si diffondono?

In origine i rumors si diffondevano a voce da persona a persona, con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa e soprattutto di internet, la diffusione si è velocizzata. Il web, per mezzo dei blog forum e siti di informazione, è quindi un efficace veicolo per la loro disseminazione. La rilevanza e la pervasività sociale del fenomeno si sono accentuate in maniera significativa proprio negli ultimi vent’anni, parallelamente alla rivoluzione tecnologica dell’era digitale, alla globalizzazione dei mercati e dell’informazione, oltre che all’internazionalizzazione delle culture, delle “conversazioni”, della paura e persino del terrore.

Gioacchino Belli … un veggente? NO… È solo un rumor… Questa poesia è stata scritta ai giorni nostri da un poeta metropolitano che per avere più risonanza ha avuto l’idea di attribuirla a Giuseppe Gioacchino Belli.

Come contrastare i rumors?

Combattere i rumors non è impresa da poco. Generalmente ci si limita a poche e semplici raccomandazioni da dispensare ad un pubblico generico, quali:

  • verificare le fonti da cui provengono le notizie;
  • non prendere per buone le informazioni che ci vengono sia da media tradizionali sia da new media;
  • non considerare autorevole a priori nessuna fonte;
  • aumentare la cultura scientifica di base;
  • mantenere sempre un sano scetticismo e sviluppare il senso critico.

A questo proposito persiste un ampio dibatto, sugli elementi da considerare per “contrastare la diffusione dei rumors e sicuramente la verifica dell’attendibilità della fonte è il primo passo per contrastare la diffusione delle false notizie.

Silverman, un giornalista esperto di meccanismi dell’informazione online e in particolare di disinformazione nelle testate giornalistiche online, ha condotto una ricerca presso The Tow Center at Columbia University Graduate School of Journalism, che si concentra su come le informazioni non verificate e le voci vengono riportati dai media, con l’obiettivo di sviluppare le migliori pratiche per sfatare la disinformazione. Nel rapporto conclusivo (Lies, damn lies and viral content) Silverman sintetizza il processo attraverso il quale i giornali contribuiscono alla diffusione di false notizie.

«È un circolo vizioso eppure ben noto: una storia si fa spazio sui social media o in altri luoghi della rete. Uno o più siti di news scelgono di riprenderla. Alcuni usano titoli che la dichiarano vera per incoraggiare le condivisioni e i clic, mentre altri utilizzano formule difensive come «a quanto pare». Una volta che la stampa le ha attribuito il suo sigillo di credibilità, la storia è quindi pronta per essere ripresa e replicata da altri siti di news, che citeranno i primi siti come fonte. Alla fine, la sua fonte originaria sarà oscurata da una massa di articoli che si linkano tra loro, pochi (se non nessuno) dei quali aggiungeranno maggiori contenuti o un qualche tipo di contestualizzazione a beneficio del lettore. Nel giro di qualche minuto o di qualche ora, una storia può così trasformarsi da singolo tweet o racconto infondato a notizia ripetuta da dozzine di siti di news, che genera decine di migliaia di condivisioni. E una volta raggiunta una certa massa critica, la sua ripetizione comincia a esercitare un effetto significativo sulla persuasione: agli occhi dei lettori, il rumor diventa attendibile semplicemente in virtù della sua ubiquità.

Il fatto di essere dappertutto rende credibile la notizia agli occhi di un lettore non abituato a mettere in discussione ciò che legge. Il risultato di ciò, dice Silverman, è che i media tradizionali sono parte del problema della disinformazione rispetto ad esserne una efficace soluzione.

L’autore conclude dicendo che proprio i giornali e anche le testate tradizionali hanno un grosso ruolo nella diffusione delle notizie false in rete, ed è convinto che ci sono dei modi e delle pratiche del giornalismo di sempre e di quello digitale che invece potrebbero essere applicate per fornire un servizio di informazione più affidabile senza perdere in traffico o lettori.

Riteniamo che per combattere i rumors si dovrebbe andare in due direzioni: da una parte promuovere un giornalismo scientifico di qualità, fatto da giornalisti preparati in diversi ambiti disciplinari; dall’altro coinvolgere maggiormente chi fa scienza a formarsi ed impegnarsi nell’ambito della comunicazione e della divulgazione scientifica.

Open day all’INGV dell’11 Maggio.

Contrastare i rumors sui terremoti

L’occorrenza di un forte terremoto genera una sensibilizzazione sociale al tema del rischio, che si esprime anche in forma di richiesta di informazione e di conoscenza. Questo bisogno di informazione è particolarmente sentito in occasione di sequenze sismiche di lunga durata e con un certo livello di complessità. L’informazione, in tutti i sui aspetti, influisce in modo rilevante sulla capacità delle singole persone e delle comunità coinvolte nell’affrontare la situazione di emergenza.

Per questa ragione, così come avvenuto in occasione della sequenza sismica aquilana nel 2009, a seguito degli eventi di maggio 2012 in Pianura Padana è stata realizzata una lunga e complessa iniziativa formativa e informativa, che in varie fasi, fra il maggio e settembre 2012, ha coinvolto la popolazione.

Terremoto parliamone insieme – Terremoti della Pianura Padana del 2012.

Questa esperienza, denominata “Terremoto: parliamone insieme” che ha assunto una valenza prevalentemente di sostegno psicosociale, si è rivelata particolarmente importante sia per la complessità della sequenza in atto che ha messo in allarme una vasta area, densamente abitata, sia per la circolazione ‘virale’ di leggende metropolitane, dicerie, rumors e false notizie che hanno messo a dura prova la capacità delle persone coinvolte di affrontare in modo adeguato l’emergenza e ostacolato un buona gestione delle problematiche organizzative e sociali.

Con l’intento di contrastare le voci e rumors durante l’emergenza sismica, abbiamo condotto una vera e propria campagna di raccolta e classificazione dei rumors utilizzando i siti web istituzionali. Partendo dagli studi di Alport e Postman abbiamo stilato una classifica dei rumors più forti, in circolazione e li abbiamo “confutati” durante gli incontri rivolti alla popolazione colpita. La sensibilizzazione e l’educazione della popolazione in questo senso ha favorito l’abbassamento del livello d’ansia e le possibili tensioni sociali e tra le istituzioni.

A questo punto, se questo argomento vi ha appassionato, vi anticipiamo che nei prossimi post della rubrica Terremoti e Società presenteremo nel dettaglio gli esiti della Raccolta dei rumors, la classifica dei rumors più forti circolati durante il terremoto della Pianura Padana e come li abbiamo “combattuti” .…ma questa è un’altra storia…

A cura di Federica La Longa (INGV – Roma1).


Riferimenti bibliografici

Crescimbene, M., La Longa, F., Lanza, T., (2012) The science of rumors. Annals of Geophisics, 55, 3, 2012, pp 421-424.

DiFonzo, P. Bordia, (2007). Rumor psychology: Social and organizational approaches. Washington, DC: American Psychological Association.

La Longa, M. Crescimbene, R. Camassi (2014)- Il contrasto di voci e dicerie sui terremoti del 20 e 29 Maggio 2012 in Pianura Padana – Atti del 33° Convegno del Gruppo Nazionale di Geofisica della Terra Solida (GNGTS) Bologna 25-27 Novembre 2014 vol 2, pp 401-409 ISBN 978-88-940442-2-5. 

N. Kapferer (2012), Rumors. I più antichi media del mondo. Traduzione e cura di L. Minestroni. Armando Editore.

Silverman- (2015) Lies, damn lies and viral content. How news websites spread (and debunk) online rumors, unverified claims, and misinformation Tow Center for Digital Journalism A Tow/Knight Report 2015.

Link utili

Post verità, rumors e terremoti

https://ingvterremoti.wordpress.com/2012/06/20/terremoto-in-pianura-padana-emiliana-attivita-di-informazione-alla-popolazione/

Terremoto parliamone insieme – Terremoti della Pianura Padana del 2012

Open day all’INGV dell’11 Maggio 2012


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Una story map sul terremoto in Irpinia e Basilicata del 23 novembre 1980

La sera del 23 novembre 1980 alle ore 19:34 la terra tremò in larga parte del sud Italia. La scossa principale fu di magnitudo M 6.9 con epicentro tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. Colpì una vasta area dell’Appennino meridionale con effetti devastanti soprattutto in Irpinia e nelle zone adiacenti delle province di Salerno e Potenza. Un approfondimento su questo evento è disponibile in un articolo del BLOG.

In occasione dei 38 anni dall’accadimento viene presentata una story map che racconta Il tragico impatto di questo terremoto in alcuni dei suoi aspetti principali attraverso mappe interattive, narrazione, testimonianze, immagini e video.

La story map propone una ricostruzione della sequenza sismica e dello stato del monitoraggio sismico nel 1980 anche attraverso l’ausilio di alcune mappe interattive.  I testi, le immagini e i video raccontano invece i giorni dell’emergenza, l’impatto sulle località colpite, la ricostruzione e gli aspetti socio-economici di questa tragedia che ha interessato oltre 600 comuni dell’Italia meridionale. Sono 7 le aree tematiche in cui è suddivisa:

  • Area epicentrale e sequenza sismica
  • Rete sismica nel 1980
  • Distribuzione degli effetti
  • Impatto nelle località colpite
  • Numeri del terremoto
  • Impatto socio-economico
  • Interventi, gestione dell’emergenza e ricostruzione

La descrizione dell’impatto del terremoto del 23 novembre 1980 in alcune delle località più colpite anche attraverso foto d’epoca.

Il modello utilizzato per la realizzazione della story map è lo “Story Map Cascade℠” (https://storymaps.arcgis.com/en/app-list/cascade/) che consente di combinare testo narrativo con mappe, immagini e contenuti multimediali in un’esperienza di scorrimento a schermo intero molto coinvolgente.  In una story map di tipo “Cascade” le sezioni contenenti testo e media in linea possono essere intervallate da sezioni “immersive” che riempiono lo schermo con mappe, immagini e video, ideale per creare storie avvincenti e approfondite, facilmente consultabili dagli utenti.

Tra i contenuti più interessanti della story map c’è la mappa interattiva della Rete Sismica operativa nel 1980. Già dal 1954 l’Istituto Nazionale di Geofisica controllava circa 23 punti di osservazione divisi tra Osservatori base e Stazioni. Gli Osservatori erano delle strutture che collaboravano con l’ING e oltre ad avere la funzione di registrare ed elaborare gli eventi sismici, erano adibiti anche alla ricerca, mentre le stazioni si limitavano alla registrazione degli eventi ed erano generalmente locali messi a disposizione dalle Università e da Enti pubblici o privati.

La mappa interattiva dei punti di osservazione nel 1980 suddivisi in Osservatori (blu), Università (verde), Stazioni ING (arancio). Nella mappa è rappresentata anche la sismicità 1980-1981 nell’area epicentrale del terremoto del 23 novembre 1980.

Per il terremoto del 23 novembre 1980 non si riuscirono a fornire notizie precise e tempestive riguardanti l’esatta localizzazione dell’evento per mancanza di dati disponibili in tempo reale, dal momento che non esisteva un unico centro di raccolta e di elaborazione dati.

ll sismogramma del terremoto delle 19:34 del 23 novembre 1980 registrato alla stazione sismica ING di Duronia in provincia di Campobasso.

Un’altra importante testimonianza presente nella parte finale della story map è l’appello del Presidente della Repubblica Sandro Pertini sul ritardo dei soccorsi e sul perdurare dell’emergenza contenuto in un video di un servizio della RAI sui giorni successivi al terremoto.

Per la realizzazione della story map sono state utilizzate le seguenti fonti:
  • i dati sulla sequenza sismica del 1980 in Irpinia e Basilicata tratti dalla Scheda SPECIALE CAMPANIA dell’INGV;
  • I testi e i dati di impatto sono estratti dal volume: IL PESO ECONOMICO E SOCIALE DEI DISASTRI SISMICI IN ITALIA NEGLI ULTIMI 150 ANNI 1861-2011 di Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise;  
  • I dati macrosismici provengono dal Database macrosismico italiano 2015 (DBMI15 – https://emidius.mi.ingv.it/DBMI/ ).

La story map è stata inserita nella galleria StoryMaps & Terremoti ed è disponibile al seguente LINK.

A cura di Maurizio Pignone e Anna Nardi (INGV – Osservatorio Nazionale Terremoti)


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Sciame sismico sul versante occidentale dell’Etna – 20 novembre 2018

Uno sciame sismico ha interessato il settore occidentale dell’Etna tra le ore 05:55 e le ore 15:21 (ora locale) di oggi, 20 novembre 2018. Le reti di monitoraggio dell’INGV-Osservatorio Etneo hanno registrato oltre 40 eventi sismici con magnitudo Ml compresa tra 1.6 e 3.5.

20181120 Figura 1

Mappa degli epicentri dello sciame sismico del 20 novembre 2018 nel versante occidentale dell’Etna. Fonte: Gruppo Analisti ell’Osservatorio Etneo, Catania (Sismoweb) http://sismoweb.ct.ingv.it/index.php

Il terremoto di magnitudo maggiore (Ml = 3.5) è avvenuto alle ore 6:06 ed è stato localizzato a circa 5 chilometri a nord est del comune di Adrano,  a una profondità di circa 22 chilometri.

20181120 Figura 2

Localizzazione dell’evento sismico (stella bianca) di magnitudo ML 3.5 sovrapposta al Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani dall’anno 1000 al 2014 (CPTI 15).

Gli epicentri degli eventi sismici registrati sono tutti localizzati sul fianco occidentale del vulcano, a monte dei comuni di Bronte, Adrano e Biancavilla, prevalentemente nella zona di Monte Minardo. La profondità degli ipocentri varia tra 15 e 27 km. Si tratta di una zona in cui già in passato si sono verificati sciami sismici.

20181120 Figura 3

Localizzazione dell’evento sismico (stella bianca) di magnitudo ML 3.5 sovrapposta alla mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale.

Sebbene lo sciame sismico sia stato dichiarato concluso nel pomeriggio, alcune scosse sismiche isolate continuano ad avvenire nell’area occidentale dell’Etna.

Nel frattempo prosegue la modesta attività stromboliana ai crateri sommitali Bocca Nuova, Cratere di Nord-Est e Nuovo Cratere di Sud-Est, che è in corso da diverse settimane. In particolare, il piccolo cono di scorie presente all’interno della bocca orientale del Nuovo Cratere di Sud-Est (NCSE) sta emettendo nella serata del 20 novembre anche una piccola colata di lava che rimane comunque confinata all’interno della stessa bocca orientale del NCSE.

A cura di Boris Behncke (INGV – OE), Maddalena De Lucia (INGV – OV) , Marco Neri (INGV – OE) e Maurizio Pignone (INGV – ONT)


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Evento sismico in provincia di Rimini, Ml 4.2 (Mw 4.0), 18 novembre 2018

Alle ore 13:48 italiane del 18 novembre 2018, è stato localizzato un terremoto di magnitudo ML 4.2 (Mw 4.0), tra le province di Rimini e Forlì Cesena, a 4 km da Santarcangelo di Romagna (RN), ad una profondità di 43 Km.

Nella tabella sottostante sono riportati i comuni più vicini all’epicentro (meno di 10 km).

Mappa dell’epicentro del terremoto Ml 4.2 del 18 novembre, sovrapposto alla sismicità dell’area durante il 2018.

L’evento è stato localizzato in un’area ad alta pericolosità sismica così come mostrato nella mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale con accelerazione attese comprese tra 0.175 e 0.2 di g.

Dal Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (versione 2015) notiamo che l’area epicentrale del terremoto di oggi è quasi coincidente con l’area di un evento sismico del 26 marzo 1911 di magnitudo stimata Mw 5.0 con risentimenti massimi fino al VI grado MCS.

Secondo i dati accelerometrici, l’evento presenta accelerazioni di picco che corrispondono ad un’intensità strumentale su terreno roccioso fino al IV-V grado della scala MCS (http://shakemap.rm.ingv.it).

ShakeMap (mappa di scuotimento) espressa in intensità strumentale (scala di intensità Mercalli-Cancani-Sieberg, MCS) dell’evento sismico Ml 4.2 delle ore 13.48 italiane del 18 novembre 2018, determinata utilizzando, per ora, i dati della Rete Sismica Nazionale dell’INGV (triangoli rossi). La stella rappresenta l’epicentro.

L’evento è stato risentito in un’ampia zona, soprattutto nelle province di Rimini, Forlì Cesena e in tutte le province della Romagna; il terremoto è stato avvertito anche nelle vicine Marche. La mappa preliminare dei risentimenti del terremoto elaborata dai circa 1400 questionari inviati al sito è già disponibile sul sito http://www.haisentitoilterremoto.it ed in aggiornamento al seguente link.

Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo (ML), profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

Per maggiori informazioni su questo evento: http://cnt.rm.ingv.it/event/21119351 

Fino alle ore 14:30 non sono stati localizzati altri eventi successivi a quello delle ore 13.48.

Per un approfondimento sul rischio sismico nella Regione Emilia Romagna è disponibile la relativa scheda in formato LINK.

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