Archivio dell'autore: INGVterremoti

L’INGV al #VillaggioPerLaTerra18 dal 21 al 25 aprile

Da domani 21 aprile, torna l’appuntamento con il Villaggio per la Terra 2018 che si svolgerà al Galoppatoio di Villa Borghese e sulla Terrazza del Pincio a Roma fino al 25 aprile, con cinque giorni di iniziative dedicate alla tutela del pianeta, per creare e diffondere una maggiore sensibilizzazione verso l’ambiente attraverso la condivisione, il divertimento, la conoscenza, le esperienze.

Dedicato sia ai grandi che ai più piccoli, agli sportivi, alle famiglie, agli studenti e agli esperti, nel villaggio sono in programma eventi di musica, scienza, sport, giochi, arte e cibo mentre saranno al centro dell’attenzione gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (Agenda 2030) e 17 piazze multimediali dedicate ai singoli obiettivi con talk, laboratori, mostre ed eventi.

L’evento è parte della manifestazioni per la Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite – giunta quest’anno alla 48ª edizione – che rappresenta il momento di sensibilizzazione alla tutela del Pianeta più impattante al mondo, mobilitando ogni anno oltre un miliardo di persone nei 193 Paesi dell’ONU.

ADV VILLAGGIO

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) sarà presente anche quest’anno, dopo l’esperienza straordinaria delle precedenti edizione. Dalla scoperta dei segreti dei vulcani agli approfondimenti degli aspetti più sconosciuti dei terremoti, fino alle avvincenti storie multimediali sui fenomeni sismici del nostro territorio, sono solo alcune delle iniziative organizzate dall’INGV.

Al Galoppatorio di Villa Borghese dalle ore 9.30 alle ore 17.00 presso lo stand dell’INGV sarà possibile:

– partecipare ai laboratori di sismologia e vulcanologia, per conoscere le differenze tra un’eruzione effusiva ed esplosiva, e per approfondire gli aspetti più sconosciuti dei terremoti.

Risultati immagini per villaggio per la terra 2017 ingv

– esplorare le story maps sui terremoti e sul rischio sismico (Story Maps & Terremoti), una combinazione di mappe interattive e applicazioni che raccontano vari aspetti della sismicità, del monitoraggio e del rischio sismico del nostro territorio. In particolare saranno presentate 4 story maps che tratteranno la Sequenza sismica in Italia Centrale, i principali eventi sismici negli ultimi 50 anni e l’integrazione tra sismicità in tempo reale e database sismologici.

VT_storympas2– osservare in diretta come avviene il monitoraggio della sismicità sul territorio nazionale attraverso le stazioni della Rete Sismica Nazionale all’interno della tenda in dotazione al Centro Operativo Emergenza Sismica (COES). Questa tenda rappresenta il presidio INGV in area epicentrale in occasione di una emergenza sismica ed ospita al suo interno anche una postazione mobile della sala di sorveglianza INGV.

incontrare i ricercatori dell’INGV su temi come l’energia geotermica (piazza obiettivo 7, 21 aprile ore 17, d.ssa Procesi) e la comunicazione dei terremoti (piazza obiettivo 9, 25 aprile ore 16:00, dr. Casarotti)

Il programma dettagliato delle giornate:  http://www.villaggioperlaterra.it/programma

I terremoti nella STORIA: il terremoto della Liguria del 23 febbraio 1887

Il 23 Febbraio 1887 alle ore 06:22, 06:29 e 08:51 tre forti terremoti interessarono la Liguria Occidentale, anticipati il giorno precedente e fino alla prima mattina da una serie di scosse leggere. Secondo le ricostruzioni, la scossa delle 6.22 e quella delle 8.51 furono particolarmente intense. I comuni nella fascia costiera tra Sanremo ed Alassio, più vicini all’epicentro, presumibilmente situato in mare al largo di Imperia, subirono gravissimi danni:  Diano Castello, Diano Marina, Bussana, Albisola Marina, Baiardo, Castellaro, Ceriana, Laigueglia, San Remo e Taggia patirono la distruzione di molti edifici e soprattutto delle chiese (CFTI4 Med) . Ma le scosse fecero danni anche in molti altri comuni, fino alla provincia di Genova, che allora comprendeva i paesi ora sotto la gestione amministrativa di Savona, istituita provincia solo nel 1927. Anche nel capoluogo genovese si verificarono scene di panico e danni. La festa del “martedì grasso”, ancora in corso al Teatro Carlo Felice, fu bruscamente interrotta e la gente scappò via per la caduta di alcuni grossi lampadari.

Foto dei danni ad Oneglia. Nella cittadina, che in futuro si sarebbe fusa con porto Maurizio sotto il nome comune di Imperia, si contarono 20 morti e 70 feriti. i danni furono ingenti, al punto che le case rimaste agibili furono meno del 3%.

Foto dei danni a Diano Marina, uno dei comuni più colpiti. Il contributo in vittime fu molto alto: morirono infatti 190 persone.

La scossa principale fu avvertita in un’area di 568.000 km2, Leggi il resto di questa voce

SPECIALE 2017, un anno di terremoti

Nel corso del 2017 , grazie alla Rete Sismica Nazionale (RSN), l’INGV ha localizzato 44459 terremoti sul territorio italiano e nelle zone limitrofe. Una media di oltre 120 eventi al giorno, 5 ogni ora. Quindi, nel 2017 in Italia è stato localizzato un terremoto ogni 12 minuti dalla Sala di Sorveglianza Sismica dell’INGV. In realtà i terremoti che avvengono in un territorio sismico come quello italiano sono molti di più. Parliamo naturalmente di micro-terremoti, quelli che rimangono al di sotto della soglia di rilevamento. Pur essendo questa soglia di magnitudo molto bassa in Italia centrale (inferiore a 1.0 in molte aree), quando si installano delle reti più dense della RSN, come accaduto a partire dall’agosto 2016 nella zona tra Lazio, Umbria e Marche, l’INGV è in grado di rilevare e localizzare un numero di eventi fino a dieci volte superiore.

La mappa della sismicità localizzata nel 2017 dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV.

Tra i 44459 rilevati dalla RSN nel 2017, circa 37000 possono essere considerati delle repliche della sequenza in Italia centrale, iniziata il 24 agosto del 2016 e tuttora in corso. Il numero totale è sensibilmente inferiore a quello dell’anno precedente (circa 53000, vedi Speciale 2016), a causa dei numerosissimi eventi in Italia centrale, ma molto più alto del 2015 e del 2014 (rispettivamente 15000 e 24300 circa, vedi Speciale 2015 e Speciale 2014).

Numero annuale di terremoti localizzati dall’INGV dal 2012 al 2017.

Qualche numero per i terremoti del 2017 in Italia e dintorni:

  • 5 eventi di magnitudo maggiore o uguale a 5.0: uno di questi avvenuto in Albania, 4 nella zona di Campotosto (AQ);
  • 21 di magnitudo tra 4.0 e 4.9: 6 di questi avvenuti nei mari circostanti e nei Paesi limitrofi;
  • 370 di magnitudo tra 3.0 e 3.9: di questi, alcuni  avvenuti nei mari circostanti e nei Paesi limitrofi;
  • 4224 di magnitudo ≥2.0: di questi, alcuni  avvenuti nei mari circostanti e nei Paesi limitrofi.

Come si vede, quindi, quasi il 90% dei terremoti localizzati in Italia nel 2017 hanno magnitudo minore di 2.0, il che vuol dire che probabilmente non sono stati avvertiti dalla popolazione, salvo qualche eccezione (per esempio in caso di ipocentri molto superficiali).

Nella tabella qui sotto sono riportati tutti gli eventi registrati dalla Rete Sismica Nazionale di magnitudo pari o superiore a 4.0 sul territorio nazionale.

Data e Ora  Magnitudo  Provincia/Zona  Profondità (km)
18/1/17 10.25 5.1 Mw L’Aquila 10
18/1/17 11.14 5.5 Mw L’Aquila 10
18/1/17 11.15 4.7 ML L’Aquila 9
18/1/17 11.16 4.6 ML L’Aquila 9
18/1/17 11.24 4.0 ML L’Aquila 9
18/1/17 11.25 5.4 Mw L’Aquila 9
18/1/17 11.39 4.1 ML L’Aquila 10
18/1/17 12.07 4.1 Mw Rieti 11
18/1/17 14.33 5.0 Mw L’Aquila 10
18/1/17 16.16 4.3 Mw Rieti 9
18/1/17 20.32 4.2 Mw L’Aquila 11
3/2/17 4.47 4.0 Mw Macerata 7
3/2/17 5.10 4.2 Mw Macerata 7
27/4/17 23.16 4.0 Mw Macerata 8
27/4/17 23.16 4.0 Mw Macerata 8
22/7/17 4.13 4.0 Mw L’Aquila 13
11/8/17 4.38 4.3 Mw Costa Calabra occid. 230
21/8/17 20.57 4.0 Md Isola di Ischia 2
19/11/17 13.37 4.4 Mw Parma 22
4/12/17 0.34 4.0 Mw Rieti 8

Altri eventi di magnitudo maggiore di 4 sono stati rilevati dalla Rete Sismica Nazionale nei Paesi e nei mari intorno all’Italia, in particolare in Svizzera, in Bosnia e nel Mar Ionio.

L’andamento dell’attività sismica in Italia nel 2017 è dominato dall’evoluzione della sequenza in Italia centrale, come si evidenzia nel grafico qui sotto, nel quale sono rappresentati gli eventi sismici registrati mese per mese. Per comprendere l’impatto della sequenza iniziata ad agosto 2016 sulla sismicità complessiva, nel grafico sono rappresentati oltre al numero totale di eventi localizzati nel territorio nazionale (colonne in blu), anche il numero di eventi nell’area della sequenza (in rosso), il numero di eventi fuori dall’area della sequenza (in verde).

Gli eventi sismici registrati mese per mese nel 2017: il numero mensile totale di eventi localizzati nel territorio nazionale (colonne in blu), il numero di eventi avvenuti nell’area della sequenza in Italia centrale (in rosso), il numero di eventi fuori dall’area della sequenza (in verde).

Come si vede, l’andamento della sismicità al di fuori dell’area della sequenza (colonne verdi) si mantiene piuttosto costante durante tutti i mesi dell’anno, con un numero mensile di eventi che oscilla tra i 400 e i 660. Il grafico sopra fa anche notare l’andamento in decrescita dell’attività relativa alla sequenza in Italia centrale (colonne rosse): dai circa 9000 eventi del mese di gennaio si passa a circa 1000 di dicembre 2017.

Ricordiamo che i dati di tutti gli eventi sismici che avvengono in Italia vengono calcolati e rivisti dai sismologi in turno h24 nella Sala di sorveglianza sismica e pubblicati pochi minuti dopo ogni terremoto sul sito web del Centro Nazionale Terremoti. In seguito, tutti i dati vengono rivisti dagli analisti sismologi, personale specializzato che rielabora i parametri di ogni singolo evento, che utilizzando un maggior numero di stazioni sismiche non disponibili in tempo reale, localizza anche altri microterremoti che non era stato possibile elaborare nella Sala di sorveglianza sismica. Questo è il motivo per cui il numero di terremoti localizzati in un anno varia, aumentando anche in maniera sostanziale, dalle elaborazioni della Sala di sorveglianza sismica a quelle finali del Bollettino Sismico italiano.

La sequenza in Italia centrale nel 2017

Come detto, la maggior parte dei terremoti italiani (oltre l’80%) è avvenuta nella zona interessata dagli eventi catastrofici del 2016. Proprio all’inizio del 2017, il 18 gennaio, la sequenza ha avuto una ripresa importante, con quattro terremoti di magnitudo compresa tra 5.0 e 5.5 avvenuti nell’arco di pochissime ore in provincia dell’Aquila (settore meridionale della sequenza).

Mappa della sequenza sismica in Italia centrale nel 2017.

Le due figure sotto mostrano l’andamento temporale della sequenza in Italia centrale a partire dal 24 agosto 2016. Come si vede nel primo grafico, che riporta il numero giornaliero di tutti i terremoti localizzati (barre colorate, scala sull’asse verticale a sinistra), la sequenza ha avuto un andamento piuttosto regolare a partire dal mese di gennaio 2017, in particolare dopo il picco del 18 gennaio. Il numero medio giornaliero pari a circa 150 eventi nei mesi di febbraio e marzo è sceso intorno ai 100 eventi tra aprile e giugno ed è arrivato ad avere valori tra 50 e 100 nell’estate. Negli ultimi mesi dell’anno, sono stati rilevati una media di 30-40 eventi al giorno. La curva nera rappresenta il numero cumulato dei terremoti (scala sull’asse verticale a destra); le sue variazioni di pendenza si hanno in corrispondenza dei picchi principali di attività sismica: il primo  ad agosto 2016, quello alla fine di ottobre 2016 e quello a gennaio 2017. Quando la curva tende verso l’orizzontale, significa che il numero degli eventi giornalieri sta decrescendo, cosa che sta avvenendo dagli ultimi mesi del 2017. La curva nera tocca l’asse verticale di destra (corrispondente al 31 dicembre 2017) sopra quota 80000, che rappresenta il numero totale dei terremoti della sequenza 2016-2017 fino a quel momento.

La figura sotto riporta invece il numero giornaliero dei terremoti di magnitudo superiore a 2.0 (barre colorate, scala sull’asse verticale a sinistra). Si vede che nei giorni con maggiore attività sismica sono stati raggiunti valori superiori ai 400-500 eventi/giorno, mentre nel 2017 il numero è andato diminuendo rapidamente dal 18 gennaio, giorno in cui gli eventi sismici sono stati oltre 300 a qualche decina nei primi mesi dell’anno, per poi attestarsi a poche unità al giorno nella seconda metà dell’anno.

Nello stesso grafico, i punti neri rappresentano l’energia (momento sismico) rilasciata dai terremoti ogni giorno (scala sull’asse verticale a destra), secondo una scala logaritmica che va da 1013 Nm (valori pre-sequenza, vedi parte di sinistra del grafico) fino a 1018 – 1019 Nm nei giorni dei forti terremoti del 24 agosto e del 26 e 30 ottobre 2016. Anche nel grafico dell’energia si nota la tendenza al decremento descritto sopra, pur con delle variazioni giornaliere elevate. Negli ultimi mesi dell’anno il valore medio si è attestato intorno a 1014 Nm, quindi ancora superiore di un fattore ~5 rispetto ai valori pre-sequenza. La sequenza in Italia centrale va quindi considerata ancora attiva. A titolo di confronto, si ricorda che la sequenza dell’Aquila del 2009, iniziata con uno sciame a gennaio 2009, e culminata con l’evento principale del 6 aprile, è durata tecnicamente poco più di tre anni.

Il 18 gennaio

La mappa sotto riporta l’attività sismica del 2017  (in trasparenza ) con gli eventi sismici del 18 gennaio 2017 in evidenza. Si notano i quattro epicentri degli eventi principali (le stelle) allineati in direzione nord-sud, e gli altri eventi sismici intorno, compresi alcuni di magnitudo superiore a 4 (i quadrati). Come si vede, e come descritto in articoli precedenti, l’attività di gennaio ha interessato il settore più meridionale della sequenza iniziata ad agosto 2016, attivando il sistema di faglie dei Monti della Laga in Abruzzo. L’intero fronte della sequenza ha così raggiunto circa 80 km in direzione nord-sud. L’area che si è attivata a gennaio 2017 coincide con una zona che era stata attiva già durante la sequenza dell’Aquila del 2009, anche in quel caso con eventi di magnitudo inferiore a 5.5. La maggior parte dei geologi e sismologi ritiene che esista ancora un potenziale sismico elevato per questo settore dell’Appennino centrale ubicato tra le sequenze del 2009 e del 2016-2017, in considerazione della presenza di importanti faglie attive capaci di eventi sismici di magnitudo superiore a 6.

Gli eventi sismici registrati il 18 gennaio 2017 in gran parte nell’area meridionale della sequenza, in provincia dell’Aquila. Sullo sfondo tutti gli eventi della sequenza nel 2017.

Di seguito i link degli approfondimenti (articoli, video, animazioni, report) sulla sequenza sismica in Italia centrale pubblicati su questo blog nel 2017:

INGVterremoti EarthQuake Report (evento 18 gennaio M 5.5)

Animazione spazio temporale dal 24 agosto 2016 al 21 gennaio 2017 (22 gennaio 2017)

Rapporto sulle attività svolte dal Gruppo Bollettino Sismico Italiano relativo agli eventi tra il 17 gennaio e il 26 febbraio 2017

QUEST – Rilievo macrosismico in EMS98 per la sequenza sismica in Italia Centrale: aggiornamento dopo il 18 gennaio 2017

Relazione sullo stato delle conoscenze sulla sequenza sismica in centro Italia 2016-2017 (agg. 02 febbraio 2017)

La sismicità fuori dalla sequenza nel 2017 

Come tutti gli anni, quasi tutto il territorio nazionale è stato interessato da terremoti. Soltanto in Sardegna non sono stati rilevati eventi sismici nel corso del 2017, ma qualcuno è avvenuto nella vicina Corsica.

Se si considerano i terremoti di magnitudo pari o superiore a 4.0, si vede che la maggior parte è avvenuta all’interno della sequenza in Italia centrale (prevalentemente nelle province di Rieti, L’Aquila, Macerata), mentre alcuni eventi sono stati localizzati in Emilia Romagna (provincia di Parma, M 4.4 il 19 novembre), nel Mar Ionio e nel Mar Tirreno (M 4.3 con ipocentro profondo 229 km di fronte alla costa calabrese in provincia di Cosenza). Altri eventi di M≥4 sono stati localizzati in Svizzera, Albania, Montenegro, Bosnia-Herzegovina.

La mappa della sismicità localizzata nel 2017 dalla Rete Sismica Nazionale in Emilia Romagna e regioni limitrofe.

Tra gli eventi ben avvertiti dalla popolazione (magnitudo M≥3.5, ma inferiori a 4.0), oltre ai numerosi appartenenti alla sequenza in Italia centrale, ricordiamo: due eventi nell’area del Lago di Garda, dei quali uno in provincia di Brescia (Gargnano, il comune più vicino) e uno in provincia di Trento (Vallarsa); uno presso Gropparello, in provincia di Piacenza; uno nel Parmense (Bedonia); uno presso Castel del Rio (Bologna); due eventi in provincia di Perugia, a Campello sul Clitunno e a Spoleto; uno nella Marsica (Scurcola, AQ); in Puglia, un evento nell’entroterra foggiano (San Marco La Catola) e due in zona Gargano; in Campania, oltre al terremoto di Ischia del 21 agosto, di cui si dirà più avanti, un evento a Montesano sulla Marcellana (SA); in Calabria, alcuni eventi in mare, sia nel mar Ionio che nel mar Tirreno e uno molto profondo, 280 km al di sotto di Orsomarso (CS).

La mappa della sismicità localizzata nel 2017 dalla Rete Sismica Nazionale in Molise e nel Gargano.

Per finire, in Sicilia si sono verificati tre eventi con magnitudo M≥3.5: uno etneo (vicino a Ragalna, CT); uno in provincia di Enna (epicentro vicino a Troina) e uno in provincia di Palermo, vicino a Petralia Sottana. Numerosi i terremoti intorno alle coste siciliane, sia nel Canale di Sicilia, con uno sciame di fronte alle coste della provincia di Ragusa (tre eventi di magnitudo tra 3.5 e 3.8), sia nel mar Ionio e nel mar Tirreno (diversi eventi intorno alle Isole Eolie, uno vicino Ustica).

La mappa della sismicità localizzata nel 2017 dalla Rete Sismica Nazionale in nel Tirreno meridionale, Calabria e Sicilia nord-orientale.

La sismicità minore, che come si è detto è la più numerosa, si è concentrata in quasi tutte le regioni italiane, con numerose sequenze e sciami di piccoli eventi e di durata variabile da poche ore ad alcune settimane.

Il terremoto di Ischia del 21 agosto

Il terremoto avvenuto a Ischia il 21 agosto 2017, alle 20:57:51 (ora italiana) ha avuto una magnitudo Richter (o locale) ML pari a 3.6. La stima, inizialmente calcolata e comunicata al Dipartimento di Protezione Civile poco dopo il terremoto, è stata inizialmente affiancata da una stima di magnitudo durata (Md), utilizzata nelle aree vulcaniche dove le caratteristiche geologiche e la spiccata attenuazione delle onde sismiche con la distanza, rende la magnitudo ML una stima non sempre attendibile. Successivamente, il calcolo del momento tensore dell’evento ha permesso di ottenere una stima più robusta della magnitudo. La magnitudo momento MW così determinata è pari a 3.9.

Eventi di questa magnitudo generalmente non costituiscono fonte di danni e tanto meno di crolli, ma in questo caso la profondità ipocentrale molto piccola (inferiore ai 2 km), le caratteristiche geologiche dei terreni, e probabilmente la scarsa qualità edilizia, hanno purtroppo determinato i crolli a Casamicciola (vedi articolo sui danni prodotti). Per ulteriori informazioni su questo terremoto si rimanda ai precedenti articoli su questo blog:

Tutti i terremoti di magnitudo maggiore o uguale di 2.0 sono disponibili in una story maps pubblicata nella galleria StoryMaps&Terremoti. Nell’applicazione è possibile selezionare i terremoti mese per mese ed interrogarli per conoscere le informazioni sulla magnitudo, la data\ora e la profondità.

La story maps sui terremoti del 2017 (link applicazione).

A cura di Maurizio Pignone, Alessandro Amato e Concetta Nostro (INGV – Centro Nazionale Terremoti).


Crediti dati

ISIDe Working Group (INGV, 2010), Italian Seismological Instrumental and parametric database: http://iside.rm.ingv.it


Licenza

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

L’analisi della sequenza sismica del Sannio-Matese del 2013-2014 in un articolo su Science Advances

L’articolo scientifico pubblicato qualche giorno fa su Science Advances (Di Luccio et al., 2018, Seismic signature of active intrusions in mountain chains Sci. Adv. 2018; 4 : e1701825) ha sollevato grande interesse nei media e ha generato numerosi dibattiti.

Tuttavia, come talvolta accade in queste occasioni, ci sono state imprecisioni che hanno generato paure e allarmi ingiustificati. Cerchiamo quindi di chiarire alcuni punti importanti per una corretta comprensione dei risultati e del significato di questa ricerca.

Lo studio si basa sull’analisi della sequenza sismica del Sannio-Matese che è iniziata il 29 dicembre 2013. Il terremoto più forte ha avuto una magnitudo (Mw) pari a 5.0 ed una profondità di 22 km.

La sequenza sismica nel Sannio-Matese del 2013-2014. In rosso gli eventi del dicembre 2013, in giallo quelli del 2014.

Questo ed altri eventi registrati durante la sequenza presentavano delle caratteristiche atipiche rispetto ai segnali che si è soliti osservare in Appennino. Innanzitutto la loro profondità ben oltre i 10 km, mentre in quest’area sono generalmente più superficiali, e poi la presenza di basse frequenze nei sismogrammi, in analogia con quanto accade per i terremoti che si registrano in aree vulcaniche e/o idrotermali dovuti al movimento di fluidi. Inoltre, l’evoluzione temporale della sequenza dimostra che le repliche dell’evento principale migrano verso l’alto e si spostano verso sud-est nelle prime ore/giorni dopo l’evento di magnitudo 5 del 29 dicembre, disponendosi ai bordi di una zona priva di terremoti.

Queste caratteristiche, insieme ad altri fenomeni come il rilascio, negli acquiferi presenti nelle vicinanze dell’area della sequenza, di anidride carbonica (CO2) di origine profonda, ovvero che viene dal mantello e non legata alle reazioni che coinvolgono i carbonati presenti nella zona, una significativa anomalia geotermica e un’elevata attenuazione sismica (riduzione dell’ampiezza dell’onda sismica con la distanza) dell’area hanno portato a ipotizzare che ci sia stata un’intrusione di magma (roccia fusa) alla base della crosta in Appennino meridionale, sotto il massiccio del Matese. La presenza di fluidi magmatici di origine profonda (mantello) in Appennino Meridionale era stata già ipotizzata 18 anni fa in uno studio di Italiano et al. (2000) basato su rapporti isotopici dell’elio riscontrato nelle emissioni gassose e dei flussi di calore.  

I movimenti associati al rilascio di CO2 dall’intrusione possono aver prodotto la sequenza sismica in oggetto. Questo studio non ha affrontato le problematiche legate, anche indirettamente, alla valutazione e quantificazione della pericolosità sismica, già nota per l’area.

Il Sannio-Matese rientra nella zona a più elevata pericolosità sismica d’Italia sulla base dell’Ordinanza del Consiglio dei Ministri del 28 aprile 2006 (G.U. n.108 del 11/05/2006), in cui vengono specificati i valori di accelerazione per ogni area del territorio nazionale. Sono numerosi i terremoti storici di magnitudo elevata (anche con una energia 1000 volte maggiore di quella del terremoto qui studiato) che hanno colpito quest’area, tra questi il terremoto del 5 giugno 1688, (Mw=7.06) e i terremoti del 1456 (Mw=7.19), come ben evidenziato dal Catalogo Parametrico dei terremoti Italiani CPTI15.

Questo studio quindi non cambia la pericolosità sismica dell’area che è molto elevata.

Per quanto riguarda la pericolosità vulcanica, si esclude che il processo che registrato nel dicembre 2013 sia riconducibile alle fasi, anche iniziali, di formazione di un vulcano nel Sannio-Matese. Non vi è sismicità superficiale, non vi sono manifestazioni idrotermali come quelle presenti, invece, ai Campi Flegrei, non vi sono deformazioni del suolo significative e rapide a scala chilometrica, non vi sono cambi morfologici dovuti a sollevamenti repentini e non vi sono, infine, segnali riconducibili alla continua alimentazione di magmi, anche in profondità.

Su una scala dei tempi geologici, e cioè tra decine di migliaia o centinaia di migliaia di anni, è possibile che un’attività vulcanica si sviluppi in questa area. Ma le condizioni geologiche perché ciò avvenga non sono, al momento, soddisfatte poiché la pressione del magma da noi determinata sulla base dei dati sismici e strutturali disponibili, cioè sui meccanismi di rottura delle rocce e sullo stress cui è sottoposta la crosta del Matese, è di gran lunga inferiore di quella richiesta per una risalita verticale da 15-20 km di profondità fino alla superficie.

Concludendo, la novità scientifica di questo articolo  può essere così sintetizzata: per la prima volta si sono registrati in un catena montuosa i segnali di una risalita, alla base della crosta, di fluidi profondi possibilmente associati a magma. Il passo successivo è studiare altre catene montuose (Himalaya, Ande, Zagros, etc.) dove i processi che abbiamo ipotizzato avvenirein Appennino meridionale potrebbero essere rilevati a più grande scala.

a cura di Guido Ventura e Francesca di Luccio (INGV – Roma 1).


Bibiografia

Catalogo Parametrico dei terremoti Italiani CPTI15 (Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds), 2016. CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes; Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia).

Italiano et al. – Geochemical evidence of melt intrusions along lithospheric faults of the Southern Apennines, Italy: Geodynamic and seismogenic implications, J. Geophys. Res., 105(B6), 2000,  13569–13578, doi:10.1029/2000JB900047

Licenza

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Il terremoto del 16 dicembre 1857 in Basilicata, le radici della fotografia scientifica dei terremoti

Quando nella notte del 16 dicembre 1857  uno dei più disastrosi terremoti della storia sismica italiana devastò e portò la morte in un’ampia area del Vallo di Diano e dell’alta Val d’Agri, probabilmente anche Alfonse Bernoud a Napoli sentì violentemente il terremoto. Giusto il tempo che si sapesse, dalle prime frammentarie notizie, la drammatica gravità dell’evento e Bernoud senza indugio si preparò a intraprendere la prima campagna fotografica di un terremoto mai realizzata al mondo. Fra la fine di dicembre 1857 e gennaio 1858 compì tre spedizioni per documentare le distruzioni causate dal terremoto.

Tre fotogrammi di fotografie stereoscopiche utilizzate per realizzare l’incisione della veduta da ovest della parte alta di Polla distrutta dal terremoto del 16 dicembre 1857.

Ma chi era Bernoud e in cosa sta la straordinarietà della sua azione?

Alphonse Bernoud

Con la liberalizzazione della dagherrotipia da parte di François Arago, annunciata a Parigi il 19 agosto 1839, nacque l’arte della fotografia, la tecnica per dipingere con la luce. Un gran numero di operatori muniti di tutti gli strumenti necessari varcò le Alpi per cercare di diffondere nelle città italiane non solo la “divina scoperta”, ma anche per avere un’affermazione economica e commerciale, sfruttando tempestivamente i grandi entusiasmi suscitati dallo “specchio dotato di memoria” come lo aveva definito, con molta proprietà e con espressione quanto mai felice, Oliver Wendel Holmes. D’altra parte le fotografie delle città d’arte e dei monumenti italiani avrebbero rappresentato una fonte sicura di guadagno fuori dall’Italia. Nato nel 1820 a Meximieux (Lione), Jean Baptiste (in arte Alphonse) Bernoud verso il 1845 giunse in Italia per intraprendere il “mestier nuovo” e raggiunse ben presto una fama tale da divenire il fotografo della corte reale borbonica e poi del re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia. Dopo aver operato per anni in diverse città tra cui Genova, Firenze, Livorno, Siena e Roma, dal luglio 1858 Bernoud si stabilì a Napoli. In quel periodo egli mise a punto un nuovo metodo per colorare i dagherrotipi così reclamizzato: “Ritratti fotogenici all’acquerello. Metodo nuovo e tutto speciale di Alphonse Bernoud professore di fotografia”. Le prove fino a ora rintracciate (un dagherrotipo stupendo è conservato nella collezione Malandrini degli archivi Alinari) sono sempre di altissimo livello. In questi anni Bernoud raggiunse una grande qualità tecnica e partecipò ad alcune esposizioni in Italia (Toscana 1854) e all’estero Parigi (1855 e 1857) dove venne premiato con due ambitissimi riconoscimenti. Sull’onda di questa giusta notorietà Bernoud si portò prima a Roma dove quasi sicuramente scattò molte fotografie, anche in formato stereoscopico, dei monumenti più importanti di questa città e poi a Napoli, che divenne la sua sede operativa più importante, dove aprì due atelier. A seguito della fama raggiunta per la sua abilità tecnica e artistica esplicata nell’esecuzione di ritratti e di vedute, ebbe un’affermazione ampia e incondizionata nel pubblico napoletano e soprattutto nell’ambiente assai vivace e internazionale della corte borbonica. A Napoli Bernoud rivelò tutta la sua complessa personalità. Oltre a una straordinaria dinamica di spostamenti, da un luogo a un altro per essere al posto giusto nel momento giusto, Bernoud ebbe la sottile capacità di intuire i fatti salienti del suo tempo dei quali fu spettatore e cronista. Egli non conobbe ostacoli: aiutato da una robusta salute e da una prestanza fisica eccezionale poté affrontare con relativa facilità i disagi dei viaggi lungo tutta la penisola o recarsi all’estero. Per questo suo contatto frequente con l’estero, Bernoud fu tra i primi in Italia ad introdurre le novità fotografiche e tutti i miglioramenti apportati alla tecnica fotografica, in quegli anni di grande evoluzione. Nel campo della stereoscopia Bernoud fu un vero pioniere, come testimoniano le sue vedute effettuate con questo mezzo. Come tutti gli stereoscopisti di quel periodo, egli in un primo momento impiegò una sola macchina scattando prima un’immagine e, dopo uno spostamento di pochi centimetri, pressappoco come a distanza pupillare, la seconda immagine.

Bernoud e Il terremoto del 16 Dicembre 1857

Appresa la notizia del terremoto del 16 dicembre, fra il 21 e il 22 dicembre, Bernoud partì per una prima ricognizione, come testimoniato da una lettera di raccomandazione al Ministro della Polizia borbonica:

recasi in cotesta Provincia il fotografo Signor Alfonso Bernoud, al fine di ritrarre delle vedute su’ luoghi di disastri che hanno testé desolato le contrade della Basilicata. […] la prego che a quest’ultimo Signor Bernoud vengano usate tutte le agevolazioni” (Lettera di Trojano Folgori al direttore del Ministero della Polizia generale, Napoli 20 dicembre 1857).

Partire per una campagna fotografica a quel tempo era molto impegnativo sia dal punto di vista tecnico e logistico sia dal punto di vista delle autorizzazioni e della sicurezza personale. Le fotografie venivano realizzate su lastre fotografiche con l’uso di ingombranti e pesanti macchine fotografiche di legno, metallo e vetro ottico. Le operazioni di inserimento delle lastre fotografiche negli appositi caricatori (chassis) dovevano avvenire al riparo della luce sotto apposite tende. Per questo Bernoud aveva con sé un aiutante con uno zaino che riportava la scritta “A. Bernoud Photographe”. Questo zaino figurava spesso nelle fotografie e rappresenta una sorta di firma anti-pirateria, come diremmo oggi. Segno evidente che anche allora occorreva difendersi dalle riproduzioni abusive.

Da sinistra a destra: camera oscura per reportage in esterni costituita da una tenda dentro la quale, al riparo dalla luce venivano effettuate tutte le operazioni di caricamento delle macchine fotografiche. Caricatura della fatica del fotografo nella copertina del volume di Cuthbert Bede Photographic Pleasures (1855). Fotogramma di sinistra della foto stereoscopica di Bernoud delle rovine di Santa Trinità a Polla in cui si vede, in alto a sinistra, l’assistente di Bernoud con lo zaino delle attrezzature fotografiche. Un’accurata analisi permette di distinguere sullo zaino la scritta “A. Bernoud Photographe” (Coll. Royal Society n. 166).

Muoversi con questa attrezzatura era già complicato in condizioni normali, figuriamoci in zone impervie dell’entroterra lucano devastato dal terremoto e insicuro per non rari episodi di brigantaggio. Nonostante ciò, Bernoud fu in grado in pochi giorni di spingersi fino ai paesi più colpiti del Vallo di Diano (Lucania occidentale o interna) e rientrare il 28 di dicembre a Napoli.

Le prime immagini divennero famose soprattutto attraverso il settimanale parigino L’Illustration, che le pubblicò il 9 gennaio 1858 in una corrispondenza inviata da Napoli dal giornalista e scrittore Marc Monnier, con notizie dettagliate della grave calamità. Per poterle pubblicare, le fotografie dovettero essere trasformate in incisioni. Così Monnier ricorda la prima missione di Bernoud:

“Un fotografo di grande abilità, il Signor Bernoud […] è accorso immediatamente nella città distrutta. È ritornato ieri (28 dicembre) con parecchie fotografie stereoscopiche sviluppate in gran fretta: vi invio le più caratteristiche.” (L’llustration, Journal Universel 9 gennaio 1858).

Fra la fine di dicembre 1857 e la seconda metà di gennaio 1858 Bernoud completò le sua campagna fotografica, spingendosi ad Auletta, Atena Lucana, Tito, Vignola (Pignola), Paterno, Marsico Nuovo e Potenza. Alcune di queste fotografie furono pubblicate dall’llustration e sull’Illustrated London News.

Da sinistra a destra: fotogramma di sinistra della foto stereoscopica di Bernoud di Porta Salza a Potenza con i danni per il terremoto (Coll. Royal Society n. 305) e a seguire le incisioni tratte da questa fotografia e pubblicate sull’Illustration (30 gennaio 1858) e l’Illustrated London News (23 gennaio 1858).

Robert Mallet e le fotografie del disastro

Con il supporto di un finanziamento di 150 sterline da parte della Royal Society di Londra, il 27 gennaio 1858 l’ingegnere irlandese Robert Mallet partì dalla capitale inglese per studiare il terremoto che aveva devastato alcune aree interne del Regno di Napoli. Mallet arrivò a Napoli il 5 febbraio 1858, quando Bernoud aveva già portato a termine ben tre ricognizioni fotografiche esponendone i risultati in uno dei suoi studi. In quei giorni, oltre a trovare accompagnatori, attrezzature e viveri per il suo viaggio, Mallet vide le immagini di Bernoud che trovò, pur artistiche ma di scarsa utilità per la scienza. Ottenuto finalmente il permesso di proseguire verso l’interno del regno, il 10 febbraio Mallet partì per le zone colpite dal terremoto. In una lettera del 18 febbraio a Charles Lyell, Mallet spiegò l’importanza che il mezzo fotografico avrebbe potuto avere per la sua missione scientifica e, rammaricato di non aver potuto portare con sé un fotografo, chiese all’amico di intercedere presso la Royal Society per un ulteriore finanziamento di 50 sterline al fine di  affidare a “un signore francese” oppure a un altro eccellente fotografo a Napoli, la documentazione fotografica degli oggetti e delle vedute che lui reputava interessanti e di cui stava stilando un elenco.

Sarebbe valsa una qualsiasi somma se avessi potuto portare con me un fotografo come avevo tanto desiderato – un signore francese è stato in alcuni dei paesi ma le sue vedute sono di scarsa utilità per la scienza – il modo migliore sarebbe stato di poterlo dirigere al momento della veduta da riprendere – spesso sarebbe di parti degli interni – di statue o di immagini e di altri oggetti spostati o scagliati ecc.  Io ho fatto un elenco strada facendo degli oggetti principali e delle vedute di quelli che sarebbero ancora molto interessanti da fotografare, e ho l’intenzione ritornando a Napoli entro circa otto giorni da oggi di tentare di accordarmi sul contratto con il francese per ripercorrere le mie tappe e fotografare queste vedute.  Robert Mallet  (Lettera di R. Mallet a Ch. Lyell, Tramutola 18 febbraio 1858).

L’eccellente fotografo di cui parla Mallet è certamente Bernoud, mentre il “signore francese” con cui prese accordi è dimostrato essere Claudio Grillet (ma che Mallet cita come Grellier, probabilmente confondendo il nome), di cui scrive il 6 marzo 1858 a Lyell che “si era già recato nelle Province (e allo stesso tempo e in alcuni dei luoghi in cui ero stato)”. Eppure, delle 156 fotografie che Mallet utilizzò nel redigere il suo Rapporto (Mallet 1862), almeno 57 sono di Bernoud  (Bechetti e Ferrari 2004). Quelle allegate al manoscritto del Rapporto, conservato presso la Royal Society di Londra, sono le prime fotografie degli effetti di un terremoto, oltre che di molti dei paesi ritratti. In particolare, costituiscono i primi documenti scientifici per la nascente sismologia e un rilevante patrimonio di informazioni grazie al quale oggi è possibile ricostruire molte delle trasformazioni paesaggistiche intercorse negli ultimi 150 anni (Ferrari, Caciagli e Tarabusi 2004).

Da sinistra a destra: Pertosa – Rovine nella zona ovest con persone e animali in posa. (n.146 Coll. Roy. Soc). L’immagine è sicuramente di Bernoud ed è fra quelle considerate da Mallet artistiche, ma per lui inutili. Trinità – Rovine della Chiesa della Santa Trinità (n.209 Coll. Roy. Soc). E’ certamente una delle fotografie commissionate da Mallet a Grillet, come si evince dalle misure angolari che ne trae l’ingegnere irlandese.

Le 156 fotografie allegate al Rapporto di Mallet

Le fotografie allegate al manoscritto del Rapporto di Mallet si possono dividere in due gruppi a seconda del formato: il primo gruppo è composto da 36 foto monoscopiche, realizzate su commissione di Mallet, da C.Grillet, mentre le restanti 120 sono stereoscopiche montate su cartoncini di vario tipo e attribuibili solo in parte a Bernoud in maniera certa, anche se le foto furono tutte commissionate da Mallet a Grilllet. Si è ipotizzato che Grillet, non riuscendo a completare un così complesso e rischioso reportage fotografico, abbia spedito a Mallet anche foto di Bernoud, rendendole anonime. Ma non del tutto, infatti in alcune delle fotografie compare l’assistente di Bernoud con uno zaino sul quale è scritto chiaramente “A.Bernoud Photographe”.

Camera stereoscopica ideata nel 1852 dall’ottico di Manchester J.B. Dancer.

Questo espediente serviva a evidenziare le dimensioni del soggetto della foto oltre a tutelare, come si è detto, la proprietà del lavoro contro i “pirati di immagini”. Le coppie stereoscopiche sono state eseguite con una macchina stereoscopica quasi sicuramente con il metodo del collodio albuminato inventato da Taupenot (lastra al collodio secco) e variato da Bernoud stesso, che permetteva di preparare le lastre alcuni mesi prima dell’uso. Bernoud fu un vero pioniere in questo tipo di fotografia e la lunga esperienza, accumulata in vari anni di pratica, gli permetteva di padroneggiare il mezzo tecnico – fotografico con assoluta sicurezza e ottimi risultati. Durante le sue campagne fotografiche del terremoto, egli eseguì circa 150 immagini che, considerate le difficoltà di spostamento e la complessità delle operazioni, costituiscono il più ampio reportage mai eseguito fino ad allora. Per realizzare tali immagini impiegò prevalentemente la macchina stereoscopica, anche perché il piccolo formato delle lastre negative (7,7×7,5 cm circa) permetteva quasi l’istantanea, abbreviando di molto il tempo di posa. Due lastre di questo formato pesavano assai meno di una lastra grande ed erano più maneggevoli.

Il problema delle attribuzioni

Bernoud fece molte più foto stereoscopiche di quelle presenti nella collezione conservata alla Royal Society di Londra. L’archivio privato di Salerno, in particolare, conserva la più completa raccolta di foto di Bernoud del terremoto del 1857 finora reperita e comprende 71 fotografie stereoscopiche numerate dallo stesso Bernoud. Lo studio comparato delle fotografie di Bernoud note e delle 120 immagini stereoscopiche allegate al manoscritto del Rapporto di Mallet ha permesso di identificare alcuni elementi distintivi dello stile fotografico dell’illustre fotografo francese: la frequente presenza dello zainetto con la scritta “A.Bernoud Photographe” e di persone chiaramente in posa, il cartiglio firmato, le annotazioni sul fronte in lingua italiana. Inoltre, 18 delle fotografie allegate al Rapporto di Mallet coincidono con altrettante foto note di Bernoud. Per contro, le foto verosimilmente realizzate da Grillet per Mallet sono prive di persone e il cartiglio è anonimo, mentre le scritte sono sempre in francese. È così risultato che 57 fotografie (48%) sono attribuibili a Bernoud e 38 (32%) a Grillet, mentre le restanti 25 non sono risultate attribuibili sulla base dei parametri a disposizione.

Mallet e Grillet: la trattativa e i costi del nuovo reportage fotografico

Al suo rientro a Napoli, il 28 febbraio, Mallet trovò un telegramma da Londra che lo autorizzava ad affidare un reportage fotografico a Grillet a corredo della sua missione, come da lui richiesto a Lyell nella lettera del 18 febbraio.  In una nuova lettera del 6 marzo 1858 a Lyell, Mallet affermava:

Mi aspetto di concludere la trattativa [con Grillet] oggi e credo che sarà sostanzialmente come segue: ho preparato un elenco preciso dei luoghi, delle scene e degli oggetti seguendo l’intero tracciato del mio percorso che lui dovrà seguire e fotografare – il numero totale di vedute è di circa 125. Di queste una trentina sono da ingrandire essendo principalmente scene che dimostrano le relazioni delle cittadine ecc. rispetto al paesaggio circostante o adiacente – le loro formazioni ecc. ecc. Le altre saranno di dimensioni stereoscopiche che sarà del tutto sufficiente io ritengo per mostrare gli oggetti vicini con chiarezza. Devo garantire a una cifra tra le 40 e le 50 sterline (non ancora definito con esattezza) e prendere un numero fisso (dieci) copie di ciascuna veduta ad una tariffa fissa cadauna che sarà di circa 3 carlini per le piccole e il doppio per le vedute più grandi. Non ci sarà alcuna difficoltà immagino a piazzare le 10 serie di rovine a pari prezzo o persino a prezzo superiore a Londra e noi possiamo avere tutte le serie che vogliono – Grellier [Grillet] terrà e rimarrà proprietario dei negativi.

Nonostante la fiducia di Mallet nei confronti di Grillet, il fotografo inviò a Mallet le fotografie molto più tardi del previsto, molte delle quali senza didascalie o indicazioni dei luoghi fotografati, rendendo molto difficoltosa da parte di Mallet la ricostruzione a memoria di molti luoghi rappresentati. Questo sarà motivo, in alcuni documentati casi, di errori di identificazione di vedute di paesi da parte di Mallet, a cui si è potuto risalire attraverso una massiccia campagna di rilievi sul territorio alla ricerca di persistenze e mutazioni proprio a partire dalle foto del Rapporto di Mallet (Ferrari, Caciagli e Tarabusi 2004). Uno dei casi più eclatanti è la foto monoscopica attribuita a Viggiano (PZ), che in realtà rappresenta Caggiano (SA).

Due esempi di foto monoscopiche di Grillet. Da sinistra a destra: Caggiano – veduta sud-ovest (n.271 Coll. Roy Soc.) erroneamente attribuita a Viggiano da Mallet e ciò che restava del Palazzo Giliberti di Grumento Nova, allora Saponara (n. 251 Coll: Roy Soc.).

a cura di Graziano Ferrari (INGV – Amministrazione Centrale).


Bibliografia

Becchetti P., Ferrari G. (2004). Fotografia e osservazione scientifica. Il reportage di Alphonse Bernoud nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857. In: Ferrari G. (2004-2009) pp. 63-92.

Ferrari G. (2004-2009) (a cura di), Viaggio nelle aree del terremoto del 16 dicembre 1857, Bologna, 6 voll. e  3 DVD ROM multimediali.

Ferrari G., Caciagli M. e Tarabusi G., (2004). Sulle tracce di Robert Mallet e Alphonse Bernoud: paesaggi naturali e antropici che cambiano. In: Ferrari G. (2004-2009) pp. 289-312.

Mallet R. (1862). Great Neapolitan earthquake of 1857. The first principles of observational seismology, Londra. Traduzione italiana in Ferrari G. 2004-2009, vol. 2.


Licenza

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: