27 giugno 1719: due medici e un terremoto

Forse non tutti sanno che… tra Cinquecento e prima metà del Settecento, studiare i terremoti era roba da medici. E lo hanno fatto in tanti, tra cui veri e propri luminari, come Giorgio Baglivi, e illustri sconosciuti, come il ferrarese Iacomo Antonio Buoni (1570), il narnese Federico Zerenghi (1626) e tanti altri di cui sappiamo i nomi solo grazie agli opuscoli che hanno pubblicato per descrivere questo o quel terremoto dei loro tempi.

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Figura 1. Frontespizi di alcuni opuscoli scritti da medici su terremoti.

Si potrebbe pensare che quei medici si occupassero di terremoti perché questi fenomeni possono essere una causa indiretta di malattie, dovute allo stress o alle condizioni di vita precarie in cui gli scampati sono costretti a vivere per periodi più o meno lunghi. In realtà, però, il vero motivo era la salute di un paziente molto particolare: il pianeta Terra.

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Figura 2. L’articolo si riferisce alla condizione delle popolazioni colpite dal terremoto di Umbria e Marche del settembre-ottobre 1997 [La Stampa (Torino), 8 ottobre 1997].

Infatti la cultura medica di allora considerava la Terra come un organismo vivente, dalla fisiologia simile a quella umana ed esposto alle stesse malattie. Era un’opinione che risaliva all’antichità classica di Seneca e Lucrezio ma era condivisa senza esitazioni anche da un “genio moderno” come Leonardo da Vinci.

«[…] potremmo dire la terra avere anima vegetativa e che la sua carne sia la terra, i suoi ossi siano gli ordini delle collegazione dei sassi di che si compongano le montagne, il suo tenerume sono i tufi, il suo sangue sono le vene delle acque; il lago del sangue, che sta intorno al core, è il mare occeano; il suo alitare […] è il flusso e riflusso del mare; e il caldo dell’anima del mondo è il fuoco ch’è infuso per la terra […]» (Leonardo da Vinci, Codice Leicester, c. 34r).

Secondo questo modo di vedere, la causa dei terremoti era l’invecchiamento della Terra o più precisamente la sua “arteriosclerosi”, causata dai depositi minerali che ne occludevano le “arterie” (cavità sotterranee) impedendo la libera circolazione dei venti racchiusi nel globo. Sforzandosi di farsi strada in queste cavità per raggiungere l’esterno, le correnti d’aria sotterranee generavano terremoti e disgregavano le incrostazioni minerali, rilasciando nell’atmosfera vapori velenosi e corpuscoli maligni le cui “influenze” a loro volta causavano malesseri e malattie di ogni tipo, dalle vertigini alla nausea, alle infezioni e alle epidemie. Sono credenze che vennero abbandonate del tutto solo verso la fine dell’Ottocento, dopo le rivoluzionarie scoperte di Louis Pasteur (1822-1895) e Robert Koch (1843-1910), i padri fondatori della microbiologia e della batteriologia moderne.

Anche se i presupposti dei loro studi erano errati, i medici che hanno studiato i terremoti per cercare rimedi alle “influenze” meritano la nostra gratitudine. Infatti dobbiamo loro molti dati storici preziosi e la conservazione del ricordo di terremoti importanti, anche se a volte di limitata portata geografica, come quello del 27 giugno 1719, descritto da Antonio Celestino Cocchi, medico condotto a Cascia, in una lettera spedita al celeberrimo Gianmaria Lancisi, cattedratico e medico personale di Papa Clemente XI.

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Figura 3. Frontespizio della raccolta di lettere di Antonio C. Cocchi ai professori Lancisi e Morgagni.

Oggi il dottor Antonio Celestino Cocchi (1685-1747) è quasi del tutto dimenticato e su Internet spesso viene confuso con un quasi omonimo Antonio Cocchi, medico anche lui ma di dieci anni più giovane, noto soprattutto come primo italiano affiliato a una loggia massonica in Italia (ma questa è un’altra storia).

Il nostro eroe, nato a Fumone (FR) e cresciuto tra Firenze e Roma, era un enfant prodige: laureato a 19 anni e autore pubblicato a 22 anni (non a caso con un trattato De Terraemotu,eiusque causis …effectibus et prognosi). Appena laureato fu chiamato come medico condotto a Cascia (PG), poi ad Ascoli (Piceno) e Frascati (RM), e concluse la carriera come professore universitario di botanica e anatomia a Roma. Dev’essere stato un tipo pratico e positivo: senza preoccuparsi di contestare le strambe teorie mediche tradizionali, si tenne al corrente delle più recenti scoperte mediche e si concentrò sulla ricerca di cure efficaci per le malattie incontrate nella pratica professionale, svolgendo studi approfonditi sulle proprietà medicinali delle piante che lo portarono a consigliare il chinino come antimalarico e “rischiarono” di farlo diventare protomedicus (cioè consulente dell’intero Stato pontificio) per la bonifica dei territori infestati dalla malaria.

La sismologia storica gli è debitrice di due vivaci testimonianze su altrettanti terremoti da lui vissuti in prima persona mentre si trovava a Cascia, nel 1716 e nel 1719, cioè durante il periodo della ricostruzione dopo la grande catastrofe sismica che aveva devastato la Valnerina, l’Aquilano e l’Appennino centrale nel 1703 (con due eventi principali di Mw 6.9 e 6.7).

Il 28 giugno 1719 Cocchi si mise alla scrivania per descrivere all’amico e maestro Lancisi le due scosse di terremoto avvertite il giorno prima, la mattina (tra le 6:15 e le 7:30 locali) e nel tardo pomeriggio (tra le 19 e le 20 locali), chiarendo che avevano causato fenditure in edifici di recente costruzione a Cascia e Norcia e danni maggiori (ma imprecisati) a Preci, all’abbazia di Sant’Eutizio, a Todiano, Saccovescio, Croce e Castelvecchio, tutte località comprese in una ristretta area ai piedi dei Monti Sibillini, una quarantina di chilometri a nord di Cascia.

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Figura 4. Gianmaria Lancisi in un’incisione settecentesca

Sembra poco probabile – anche se non impossibile – che Cocchi abbia raccolto tutte le notizie di persona, perlustrando l’intera area durante la giornata. Le notizie sui danni a Preci e dintorni potrebbero essere state portate a Cascia da viandanti e per conseguenza riguardare soprattutto gli effetti del primo evento, che potrebbe essere stato il più energetico dei due.

Confermano questa ipotesi le poche testimonianze non locali. Rispondendo da Roma alla lettera di Cocchi, Gianmaria Lancisi racconta di aver anche lui avvertito, la stessa mattina, mentre si trovava al capezzale del Papa, una scossa di terremoto che lo aveva spaventato. A Perugia invece il diarista Pietro Vermiglioli le avvertì entrambe ma quella della sera fu “più debole”. Sul versante orientale dei Monti Sibillini l’avvertimento potrebbe essere stato più sensibile, visto che la stessa sera del 27 giugno il Consiglio comunale di Sanseverino Marche si riuniva per discutere l’organizzazione di una processione in cui pregare per la fine delle scosse “continue e pericolose”. Non si ha però notizia di danni, e una iscrizione tuttora visibile nel Santuario di Macereto (Visso, MC) afferma categoricamente che il territorio vissano non subì alcuna conseguenza negativa per le scosse del 1719.

Quello del giugno 1719 è uno dei numerosi terremoti che nel corso della storia hanno interessato la Valnerina, e non è certo uno dei più forti. Niente a che vedere con quelli, già citati, avvenuti nel 1703, o anche con gli ultimi devastanti eventi che hanno interessato l’area nel 2016. L’intensità epicentrale, sulla base delle informazioni disponibili nelle fonti storiche, è attestata al grado VIII della scala MCS e la magnitudo momento “equivalente”, cioè stimata sulla base delle (poche) osservazioni macrosismiche, è valutata a Mw 5.6.

A Spoleto, Foligno, Nocera e Rieti la scossa fu avvertita fortemente, senza danni. L’area di risentimento si estese fino a Perugia e Roma, ma come abbiamo detto, con tutta probabilità fu interessato anche il versante marchigiano dell’Appennino.

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Figura 5. L’area interessata dai massimi effetti del terremoto del 27 giugno 1719: in una stampa dell’epoca (da una mappa di G.M. Cassini, Roma 1792), a sinistra; come compare nell’odierno Catalogo CPTI15 (https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/), a destra.

A cura di Viviana Castelli, INGV – Ancona.


I testi originali delle lettere di Cocchi e Lancisi

Cocchi A.C., «De immani histerico affectu [Cascia, 28 giugno 1719]». In: Id., Epistolae physico-medicae ad clarissimos viros Lancisium et Morgagnum, Roma 1732, pp. 34-36.

Lancisi G.B., «Lancisio Cocchio suo [Roma, 5 luglio 1719]». In: Cocchi A.C., Epistolae physico-medicae ad clarissimos viros Lancisium et Morgagnum, Roma 1732, pp. 37-40.


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Pubblicato il 4 giugno 2019, in I terremoti nella Storia, Sismicità Italia con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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