Archivio mensile:Mag 2019

Evento sismico Ml 3.9 in provincia di Barletta Andria Trani del 21 maggio 2019

Alle ore 10:13 italiane del 21 maggio 2019 un evento sismico di magnitudo Ml 3.9 è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV 4 km a SE di Barletta (BT), ad una profondità di 34 chilometri.

L’epicentro del terremoto di questa mattina alle ore 10:13 in provincia di Barletta (la stella bianca).

L’epicentro del terremoto è a pochi chilometri di distanza dalla città di Barletta, Andria e Trani. In tabella i comuni entro 20 km dall’epicentro.

L’area interessata dall’evento è in una zona considerata a media pericolosità sismica, come è mostrato dal modello di pericolosità per il territorio nazionale.

La sismicità storica riporta pochi eventi sismici rilevanti in quest’area. Tra questi il terremoto del 11 maggio del 1560 con una magnitudo stimata (Mw) di 5.7 con epicentro tra Trani e Bisceglie. Un altro evento di magnitudo inferiore (Mw 4.9) è del 21 settembre 1689 con epicentro tra Barletta e Andria.

Come si evince dalla  Mappa del risentimento sismico in scala MCS elaborata a partire dai questionari online dal sito http://www.haisentitoilterremoto.it vengono evidenziati risentimenti fino V grado MCS in alcune località della provincia di Barletta Andria Trani ma anche in alcune zone delle province di Bari, Matera e Foggia.

In questi minuti, i sismologi stanno effettuando ulteriori analisi per vincolare meglio i parametri ipocentrali e il meccanismo focale, in quanto l’area, molto vicina alla costa, ha una copertura non ottimale della Rete Sismica Nazionale.


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20 maggio 2019: sette anni dalla sequenza sismica in Pianura Padana Emiliana

Sette anni fa, il 20 maggio 2012 alle ore 4:03 italiane, un terremoto di magnitudo Mw 5.8 provocava danni considerevoli in una vasta area tra le province di Modena, Mantova, Ferrara e zone adiacenti, dando l’avvio a una sequenza sismica molto lunga e con oltre 3000 repliche (aftershocks). Oltre al forte evento del 29 maggio alle ore 9:00 italiane di magnitudo Mw 5.6, che causò ulteriori crolli e vittime, si contarono altri 6 terremoti di magnitudo pari o superiore a 5 e, in totale, 24 eventi sismici di magnitudo compresa tra 4.0 e 4.9 e circa 230 di magnitudo compresa tra 3.0 e 3.9.

Il primo mese della sequenza della Pianura Padana Emiliana. In blu gli eventi tra il 19 e il 29 maggio 2012, in rosso dal 29 maggio fino al 19 giugno 2012. Il terremoto del 20 maggio 2012 alle ore 4:03 italiane ha avuto magnitudo momento Mw 5.8 e magnitudo locale ML 5.9 e l’evento del 29 maggio alle ore 9:00 italiane ha avuto magnitudo momento Mw 5.6 e magnitudo locale ML 5.8.

Il terremoto fu per molti, tra i non addetti ai lavori, una “sorpresa” in quanto non si ricordavano eventi recenti di quella magnitudo. Inoltre, il fatto di essere avvenuto in pianura costituì un altro elemento di anomalia, poiché si riteneva che solo in zone montuose potessero esserci faglie attive in grado di generare forti terremoti. Entrambe le considerazioni erano frutto di una scarsa conoscenza della storia e della geologia. Proprio per questo motivo, dopo il 20 maggio del 2012 prese vita questo blog ingvterremoti.wordpress.com, con il quale abbiamo tentato, per quella sequenza e per tanti altri terremoti che sono seguiti, di fornire informazioni rapide e puntuali, approfondimenti scientifici su terremoti, maremoti, attività di ricerca, curiosità e altro ancora. Per la sola sequenza nella Pianura Padana Emiliana e gli studi ad essa correlati sono stati pubblicati oltre 100 articoli (facilmente recuperabili effettuando una ricerca con la chiave “Pianura Padana Emiliana”). A testimonianza della funzione informativa che ha svolto durante la sequenza emiliana, il blog è stato visitato da più di 880.000 persone in un solo giorno, subito dopo una delle repliche più forti, quella del 3 giugno 2012, che fu ben avvertita in un’area vastissima del nord Italia.

Sorgenti Sismogenetiche Individuali (ISS) e Sorgenti Sismogenetiche Composite (CSS) della Pianura Padana (rappresentate rispettivamente con rettangoli neri e fasce rosse; per le definizioni si vedano Basili et al., 2008; DISS v. 3.2 http://diss.rm.ingv.it/diss/). Le anomalie della rete di drenaggio sono evidenziate in tratteggio bianco. SAMF: fronte montuoso delle Alpi Meridionali; SAOA: arco esterno delle Alpi Meridionali; GS: Sistema delle Giudicarie; SVL: Schio-Vicenza; PTF: fronte pedeappenninico; EA: arco Emiliano; FRA: arco Ferrarese-Romagnolo.

In questo post riassumiamo, attraverso alcuni dei contributi più significativi, le conoscenze sul terremoto del 2012, partendo dal primo articolo del 20 maggio 2012, che fu seguito nella stessa giornata da numerosi aggiornamenti.

In questo articolo, pubblicato due anni dopo il terremoto, i ricercatori INGV rispondono a 10 domande ricorrenti sul terremoti, sulla storia, la geologia, la pericolosità dell’area e molto altro: SPECIALE Due anni dal terremoto in Emilia.

Una delle polemiche che hanno seguito il terremoto del 2012 riguardò la presunta “sottostima” della pericolosità dell’area. In questo articolo i ricercatori esperti di pericolosità spiegavano i motivi del fraintendimento e cosa fosse opportuno confrontare e considerare: I terremoti in Pianura Padana Emiliana del maggio 2012 e la pericolosità sismica dell’area: che cosa è stato sottostimato?

Nei mesi successivi ai terremoti di maggio, alcuni ricercatori dell’INGV, in collaborazione con colleghi di altre amministrazioni, avevano effettuato numerosi incontri con la popolazione, allo scopo di spiegare i fenomeni e informare correttamente e direttamente i cittadini. In questo articolo hanno riassunto le domande più ricorrenti, cercando di dare una risposta a ciascuna di esse: Terremoto in Pianura Padana Emiliana: le domande più frequenti dagli incontri con la popolazione.

Le squadre di rilevamento del danno, Gruppo Operativo QUEST, hanno prodotto diversi rapporti sulla situazione post-evento del 20 e del 29 maggio. Qui si descrive il rapporto riassuntivo: Terremoto Pianura Padana Emiliana: rapporto macrosismico degli effetti dei terremoti del 20 e del 29 maggio.

Uno degli elementi di maggiore interesse fu la “scoperta” di strutture geologiche attive al di sotto della coltre dei sedimenti della Pianura Padana. In realtà si trattava di una conoscenza diffusa tra geologi e sismologi, come spiegato in questo post e nel video collegato: Terremoto Pianura Padana Emiliana: le faglie sepolte.

Il tipo di movimento delle faglie attive è stato studiato con varie tecniche, tra cui quelle sismologiche classiche, che hanno permesso di ricostruire la struttura attiva e i movimenti delle faglie sepolteTerremoto in Pianura Padana Emiliana: meccanismi focali e magnitudo.

Un altro approfondimento significativo e doveroso, vista la memoria corta della maggior parte dell’opinione pubblica all’indomani del terremoto del 2012, riguardò la storia sismica dell’area: Terremoto in Pianura Padana Emiliana: storia sismica dell’area.

Uno dei fenomeni più eclatanti dei terremoti del 2012 furono gli estesi fenomeni di liquefazione del terreno osservati in molte località. Squadre di geologi esperti del Gruppo Operativo EMERGEO, mapparono tutta l’area e produssero diversi rapporti sul fenomeno: Terremoto in Pianura Padana Emiliana: fenomeni di liquefazione.

Molti altri argomenti sono stati trattati e pubblicati in altri articoli. Una lista completa è consultabile qui.


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Terremoto-non-terremoto: probabile scoppio in cava in provincia di Viterbo

Le stazioni della Rete Sismica Nazionale (RSN) dell’INGV hanno registrato venerdì 10 maggio 2019 alle ore 12:52 italiane un evento sismico di magnitudo ML 0.9 (MD 1.9) inizialmente localizzato e valutato come un piccolo terremoto strumentale.

Mappa epicentrale dell’evento del 10/05/2019 in provincia di Viterbo. Sulla sinistra l’elenco dei terremoti localizzati dal sistema di acquisizione in funzione presso la Sala di Sorveglianza Sismica e Allerta Tsunami dell’INGV, sulla destra i parametri ipocentrali ottenuti dopo la revisione delle registrazioni.

Una successiva analisi più approfondita dei sismogrammi delle stazioni sismiche che avevano concorso alla localizzazione ipocentrale dell’evento ha consentito di rivalutare il piccolo terremoto come la probabile registrazione di uno scoppio in cava, quindi direttamente collegato ad attività antropica nell’area circostante l’abitato di Proceno in provincia di Viterbo. Data la sua posizione, l’evento in questione è stato registrato da 9 stazioni sismiche ubicate nell’alto Lazio, in Toscana e in Umbria, come mostrato nella mappa epicentrale sopra (quadrati giallo-rossi in figura). Va precisato che l’incertezza con cui può essere effettuata una determinazione ipocentrale con i pochi dati a disposizione per un piccolo evento come quello descritto, non può essere minore di 1-2 km. Per questo motivo non è possibile asserire con certezza assoluta che la sorgente dell’evento sia una specifica cava. Se però esaminiamo i dintorni dell’epicentro calcolato troviamo una cava poco più a sud (a circa 1 km). È quindi ragionevole ipotizzare che sia quella la sorgente dei segnali rilevati e mostrati più avanti.

La mappa della figura sottostante mostra la posizione dell’epicentro calcolato, l’abitato di Proceno e la cava possibile luogo di origine dei segnali registrati dalle stazioni sismiche della RSN.

Mappa di dettaglio (da Google Earth) della zona di Proceno, in cui si vede in alto a sinistra l’epicentro stimato per l’evento (simbolo rosso con le coordinate), in alto a destra l’abitato di Proceno e in basso a sinistra la cava dove potrebbe essere stato effettuato lo scoppio, a scopi estrattivi. La distanza tra l’epicentro calcolato e la cava è di circa 1000 metri.

Le caratteristiche salienti che consentono di discriminare un piccolo terremoto da un evento legato ad attività di estrazione in cava (scoppio) non sono sempre così evidenti nelle registrazioni; inoltre nella Sala di Sorveglianza Sismica e Allerta Tsunami la tempistica di comunicazione e di elaborazione degli eventi spesso non consente di soffermarsi troppo sui sismogrammi con analisi di estremo dettaglio, soprattutto per i microterremoti.

Proprio per questo motivo il Gruppo di Analisti del Bollettino Sismico Italiano (BSI) si impegna da più di un decennio nella rielaborazione in tempi piuttosto rapidi di alcuni di questi segnali; l’individuazione, ove possibile, dell’ubicazione sul territorio nazionale di cave estrattive ci consente di raccogliere informazioni per realizzare un catalogo più omogeneo e completo di registrazioni di piccoli eventi legati ad attività antropica e al tempo stesso di poter discriminare in tempi più rapidi tali eventi rispetto ai piccoli terremoti.

Sismogrammi dell’evento del 10 maggio alle ore 12:52 italiane, ordinati in ordine di tempo di arrivo dell’onda P. Sono riportate le componenti verticali del moto del suolo. Le barre verticali rosse indicano l’arrivo dell’onda P.

Le registrazioni di eventi legati ad attività antropica appaiono generalmente differenti rispetto ad un normale segnale sismico di origine tettonica. I segnali di esplosioni si presentano solitamente più “monocromatici” di un terremoto, a causa del tipo di impulso che genera le onde. Inoltre, sulla componente della registrazione che mostra il movimento verticale del terreno il primo arrivo è generalmente caratterizzato da un impulso verso l’alto (movimento compressivo), tipico dei segnali causati da una esplosione (nel caso di un terremoto, al contrario, si hanno sia primi impulsi verso l’alto che verso il basso, a causa del movimento di due blocchi ai lati della faglia e delle caratteristiche della distribuzione di radiazione delle onde). L’analisi completa di tutta la registrazione evidenzia la presenza di molteplici fasi secondarie, che potrebbero erroneamente essere interpretate come fasi S, ma che in realtà sono molto probabilmente onde superficiali o eventualmente fasi convertite in corrispondenza di superfici di discontinuità.

L’analisi di migliaia di terremoti che avvengono ogni anno in Italia consente di riconoscere numerose sorgenti di eventi “sismici anomali”, tra cui molte cave in diverse regioni italiane (Mele et al., 2010) e alcuni cementifici (Latorre et al., 2014). Si tratta comunque di eventi di bassa magnitudo, generalmente inferiore a 2.0, che raramente vengono avvertiti, tranne nei casi in cui le cave si trovano in prossimità di centri abitati, come per l’evento sopra descritto. Mediamente negli ultimi dieci anni la percentuale di eventi di origine antropica rispetto a quelli di origine tettonica è stata tra il 2% e il 3%.

a cura di Anna Nardi, Alessandro Marchetti e Alessandro Amato, Osservatorio Nazionale Terremoti, INGV.


Riferimenti bibliografici

Mele, F., Arcoraci, L., Battelli, P., Berardi, M., Castellano, C., Lozzi, G., Marchetti, A., Nardi, A., Pirro, M., e A. Rossi (2010). Bollettino Sismico Italiano 2008. Quaderni di Geofisica, 85, INGV, Roma.

Latorre, D., Amato, A., Cattaneo, M., Carannante, S., e A. Michelini (2014). Man-induced low-frequency seismic events in Italy. Geophysical Research Letters, vol. 41, p. 8261-8268, ISSN: 0094-8276, doi: 10.1002/2014GL062044


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Ricordando il terremoto del 6 aprile 2009: 4) Il rilievo del danno con qualche considerazione sul futuro

Il terremoto nell’aquilano del 6 aprile 2009 ha avuto una intensità epicentrale compresa tra il IX e il X grado della scala MCS: questo vuol dire che le località più danneggiate, in questo caso Onna e Castelnuovo, hanno subito danni gravissimi e crolli a più della metà degli edifici. Il terremoto è anche conosciuto semplicemente come terremoto dell’Aquila, in quanto dopo un secolo, è stata colpita in Italia una città importante, con decine di migliaia di abitanti e un impianto urbanistico vasto e complesso, e dove purtroppo si sono concentrati due terzi delle vittime.

L’assegnazione dell’intensità macrosismica necessita della tempestiva raccolta dei dati sul danneggiamento nei centri colpiti tramite rilievi di dettaglio che permettono di ricostruire l’impatto del terremoto sull’edificato. Subito dopo l’evento l’INGV aveva attivato il Gruppo Operativo per il rilievo macrosismico QUEST – costituito, in questa occasione, da squadre di esperti rilevatori delle sezioni INGV di Bologna, Roma, Napoli e Catania, in coordinamento con squadre del Dipartimento della Protezione Civile (supportate da tecnici ENEA) e da colleghi dell’Università della Basilicata e del CNR (IMAA) – avviando nell’immediato il rilievo degli effetti macrosismici.

La valutazione finale dell’intensità in ogni località (Figura 1) è quindi frutto del lavoro collegiale di un team di esperti di rilevamento macrosismico ed è stata condotta a partire dall’analisi e discussione delle osservazioni riportate dalle singole squadre. La valutazione del grado macrosismico è stata condotta sulla base della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS).

Figura 1. Mappa delle intensità del terremoto del 6 aprile 2009 (Rovida et al., 2015).

Il terremoto dell’Aquila ha tuttavia prodotto nuovi stimoli e riflessioni per quanto riguarda le tecniche di rilievo macrosismico; proprio in quell’occasione è stata usata per la prima volta in modo sistematico, per lo studio dei danni nella città dell’Aquila, anche la scala EMS-98 (Grünthal, 1998; Tertulliani et al., 2011).

Figura 2. Questa mappa mostra, con una scala di colori, come è stata valutata la vulnerabilità (intesa come suscettibilità al danno sismico), per tutti gli edifici del centro storico dell’Aquila, all’epoca dello studio citato. Con il rosso sono rappresentati gli edifici considerati particolarmente vulnerabili, con il verde chiaro quelli più resistenti. In questa figura è evidente che gli edifici più recenti (classi C e D in giallo e verde chiaro) circondano la parte più antica del centro storico, caratterizzata da edifici classe a vulnerabilità più alta (classi A e B, in rosso e arancio).

L’uso della scala EMS-98 permette di classificare le diverse tipologie costruttive presenti nelle nostre città e paesi e, diversamente da quanto si poteva fare con le precedenti scale macrosismiche, la EMS-98 consente di valutare l’impatto del terremoto su edifici a diversa resistenza, dai più vulnerabili (classe A) a quelli antisismici (classe D), a cui viene assegnato un grado di danno (da 0: non danneggiato, a 5: collasso) (esempio in Figura 2 per la città di L’Aquila). L’insieme di queste valutazioni riconduce lo scenario complessivo degli effetti in una località a indicare un grado di intensità. Le modalità di applicazione del rilievo in EMS-98, implementate durante il terremoto del 2009 sono state poi adottate per tutti i terremoti che si sono succeduti nel decennio appena trascorso. Il rilievo svolto, edificio per edificio, nel centro storico dell’Aquila ha permesso di raccogliere dati di tale dettaglio che sono divenuti la base per studi multidisciplinari con tecniche sismologiche, ingegneristiche e satellitari per mettere in evidenza la distribuzione territoriale e le caratteristiche dei danni subiti dagli edifici. Queste elaborazioni, ad esempio, hanno permesso di valutare il ruolo degli “effetti di sito” e ricostruire quanto il danneggiamento fosse stato influenzato anche da fattori di geologia superficiale, indipendentemente dalla vulnerabilità dell’edificato (Tertulliani et al., 2012; Di Giulio et al., 2014; Bordoni et al., 2014). Si è visto ad esempio che nella zona meridionale del centro storico dell’Aquila il forte danneggiamento, in particolare per quanto riguarda il cemento armato, coincideva con aree a evidente amplificazione locale (vedi Figure 3 e 4), e la presenza della formazione cosiddetta dei Limi Rossi del Colle dell’Aquila.

Figura 3. In questa figura abbiamo evidenziato solo gli edifici che subirono crolli parziali o totali. La scala di colore è la stessa della figura 2. Come si nota gli edifici in cemento armato (in giallo) crollati o parzialmente crollati (gradi di danno 4 e 5), erano edificati nella zona periferica del centro storico a sud ovest, a grande predominanza di Limi Rossi. In alto a destra in verde si nota il Forte Spagnolo.

 

Figura 4. Nei grafici è mostrata la frequenza percentuale di edifici danneggiati da danno 0 a danno 5 (muratura / classe B a sinistra, cemento armato / classe C a destra) in confronto al terreno di edificazione. Si nota chiaramente come oltre il 65% degli edifici in cemento armato crollati (D5, colonna bianca all’estrema destra) fossero edificati sui Limi Rossi (red silts).

È inoltre interessante il contributo che i dati macrosismici, in questo caso utilizzati come verità a terra (ground truth), offrono per il confronto con sistemi automatici di damage detection con l’uso di immagini satellitari.

I dati sugli edifici raccolti nel centro dell’Aquila rappresentano il riferimento per la calibrazione di algoritmi di riconoscimento e classificazione del danno in termini di scala macrosismica (o altro tipo di classificazione) che in via automatica possono fornire una stima preliminare del danneggiamento in tempi molto rapidi (esempi in Figura 5), per indirizzare ulteriori interventi di protezione civile (Dell’Acqua et al., 2011; Anniballe et al., 2018).

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Figura 5. Esempio di confronto tra classificazione automatica del danno e verità a terra (INGV-QUEST) (Dell’Acqua et al., 2011). Al poligono in rosso viene assegnato un grado di danneggiamento in base all’algoritmo di riconoscimento.

Ma al di là degli sviluppi scientifici, che ogni terremoto inevitabilmente stimola, l’analisi macrosismica si innesta naturalmente sul terreno dell’impatto umano e economico prodotto da un evento come quello di dieci anni fa.

All’indomani del terremoto di L’Aquila la comunità scientifica internazionale mise immediatamente in evidenza la sproporzione tra la magnitudo del terremoto del 6 aprile, Mw 6.1-6.3 (per la stima della magnitudo si veda qui), e l’entità dei danni e il numero delle vittime, un costo troppo elevato per un paese occidentale e moderno (Tertulliani, 2009).

A dieci anni dal terremoto, c’è da chiedersi se la stessa domanda sia sempre attuale e se la lezione del terremoto aquilano sia servita.

Nei dieci anni seguiti al 6 aprile 2009 il territorio italiano ha avuto ben poco riposo dal punto di vista sismico, e la comunità scientifica e quella ingegneristica hanno avuto diversi altri momenti (Emilia 2012, Italia centrale 2016-2017, Ischia 2017, Molise e Etna 2018) per riproporre lo stesso quesito e fornire risposte contrastanti.

Il terremoto aquilano aveva fatto riemergere, dal punto di vista del danno osservato, alcune croniche debolezze del patrimonio costruito italiano: l’edilizia tradizionale, spesso priva di manutenzione, pagava il prezzo più alto, mentre le nuove costruzioni avevano statisticamente mostrato una “ovvia” miglior resistenza. Se possiamo infatti descrivere il crollo di un edificio recente in cemento armato come un incidente, dovuto a cause ben precise, spesso singolari (si veda ad esempio l’intervista a Rui Pinho), il crollo degli edifici in muratura tradizionale per eventi di magnitudo considerata moderata, è purtroppo la quasi normalità in Italia, al confronto di altri Paesi dove si è investito maggiormente in prevenzione. Una grande maggioranza di questo tipo di edifici infatti è vetusta, con murature scadenti e scarsa manutenzione, specialmente nei piccoli centri appenninici; necessiterebbe quindi di interventi di consolidamento.

Il fatto che nel 2009 vi siano stati più morti in edifici di cemento armato che in case di muratura (135 vittime in 16 palazzi contro meno della metà in centinaia di case in muratura relativamente a L’Aquila) è sicuramente dovuto alla maggior concentrazione di abitanti in tali grandi strutture, ma anche perché quella seppur piccola percentuale di edifici in cemento armato che sono crollati, aveva molto probabilmente problemi strutturali.

Nonostante ciò, se analizziamo i numeri relativi al centro storico dell’Aquila notiamo come, su circa 500 edifici in cemento armato, meno del 6% ha sofferto danni che vanno dal grave danno strutturale al collasso. Su circa 1300 edifici in muratura (pietra locale, più o meno lavorata, in qualche caso mattoni) questa percentuale sale invece a oltre il 20%, e sale ancora di più nei centri minori, dove l’edilizia tradizionale era più povera e la qualità delle murature peggiore. Queste statistiche non tengono conto delle chiese.

Il terremoto di Amatrice dell’agosto del 2016 ha purtroppo confermato proprio questa criticità (D’Ayala and Paganoni, 2011; Sorrentino et al. 2018).

Ci vorrà qualche decennio per capire se la lezione impartita dal terremoto aquilano in termini di sicurezza sismica avrà risultati positivi. Il caso recente dell’Umbria, dove il terremoto del 30 ottobre 2016 (Mw 6.5) non ha fatto vittime, e prodotto danni tutto sommato contenuti dovuti anche alla buona pratica della ricostruzione post 1997, fa ben sperare.

A cura di Andrea Tertulliani, INGV – Roma1.


Bibliografia e sitografia

Anniballe R., Noto F., Scalia T., Bignami C., Stramondo S., Chini M., Pierdicca N., (2018). Earthquake damage mapping: An overall assessment of ground surveys and VHR image change detection after L’Aquila 2009 earthquake, Rem. Sens. Environ. 210,166-178, doi: 10.1016/j.rse.2018.03.004.

D’Ayala D.F. and Paganoni S. (2011). Assessment and analysis of damage in L’Aquila historic city centre after 6th April 2009, Bull. Earthq. Eng. 9, 81, doi: 10.1007/s10518-010-9224-4.

Dell’Acqua F., Bignami, C., Chini, M., Lisini, G., Polli D.A., Stramondo, S. (2011). Earthquake damagesr mapping by satellite remote sensing data: L’Aquila April 6th, 2009 event, Ieee J. Selected Topics in Applied Earth Observations and Remote Sensing., 4, 935-943, doi: 10.1109/JSTARS.2011.2162721

https://terremotiegrandirischi.com/2017/09/27/che-cosa-vuol-dire-antisismico-what-does-anti-seismic-mean-intervista-a-rui-pinho/

Rovida A, Locati M, Camassi R, Lolli B, Gasperini P (eds) (2016) CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15

Sorrentino L., Cattari S., da Porto F., Magenes G., Penna A. (2018). Seismic behaviour of ordinary masonry buildings during the 2016 central Italy earthquakes. Bull. Earthq. Eng. doi: 10.1007/s10518-018-0370-4.

Tertulliani A., Leschiutta I., Bordoni P., Milana G (2012). Damage Distribution in L’Aquila City (Central Italy) During the 6 April 2009 Earthquake, Bull. Seismol. Soc. Am. 102:1543-1553, doi: 10.1785/0120110205.

Tertulliani A., Arcoraci L., Berardi M., Bernardini F., Camassi R., Castellano C., Del Mese S., Ercolani E., Graziani L., Leschiutta I., Rossi A., Vecchi M. (2011). An application of EMS98 in a medium-sized city: the case of L’Aquila (Central Italy) after the april 6, 2009 Mw 6.3 earthquake, Bull. Earthq. Eng. 9, 67-80, doi: 10.1007/s10518-010-9188-4.

Tertulliani A. (2011). I segni sul tessuto urbano, in Darwin, n. 42, anno 7 Editoriale Darwin.


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