Bomba o non bomba? Ordigno bellico genera “terremoto” in Adriatico

Fare il turno in sala sismica comporta anche rispondere alle telefonate esterne. Se non si è nel mezzo di una sequenza sismica, le richieste sono disparate: persone che chiedono rassicurazioni sulla zona dove si stanno per recare in vacanza, sulla possibilità che il tremore che hanno avvertito in casa sia stato generato da un terremoto locale non riportato dagli organi di informazione, e così via.

Ieri, 8 luglio 2015, invece abbiamo ricevuto una telefonata che preannunciava l’esplosione di un ordigno bellico nel mare Adriatico. All’altro capo del telefono un Maresciallo del Circomare (Capitaneria di Porto) di Cesenatico, ci ha fornito i dettagli tecnici dell’operazione di brillamento di una bomba della II Guerra Mondiale che sarebbe avvenuto nel Mare Adriatico, al largo della costa di Cesenatico (Figura 1).

http://www.corriereromagna.it/news/cesena/13151/Spostato-l-ordigno-bellico-sommerso-e.html

Figura 1. L’ordigno rinvenuto – una “mina magnetica” di produzione tedesca risalente alla Seconda Guerra Mondiale – aveva un contenuto di circa 640 kg di esplosivo. http://www.corriereromagna.it/news/cesena/13151/Spostato-l-ordigno-bellico-sommerso-e.html

L’ordigno di 600 kg di esplosivo era, nelle parole del Maresciallo, uno dei più grandi mai rinvenuti nel mare Adriatico. Sarebbe stata la Rete Sismica Nazionale in grado di identificare e localizzare l’esplosione?  Il maresciallo ci aveva fornito in anticipo le coordinate geografiche e la profondità del sito dove sarebbe stata depositata la bomba (circa 14 metri sotto il livello del mare) e anche l’intervallo temporale entro il quale si sarebbe conclusa l’operazione, tra le 13 e le 15 di ieri, 8 luglio 2015.

Per la prima volta avevamo a che fare con una previsione di un evento sismico ad elevata probabilità di accadimento! Inoltre, conoscendo preventivamente la posizione del “terremoto”, sarebbe forse stato possibile fare un test diretto della sensibilità della Rete Sismica Nazionale e delle procedure di localizzazione, sia in modalità automatica che manuale, confrontando le coordinate epicentrali dello scoppio con quelle comunicateci.

L’esplosione si è verificata alle 14:33 (ora italiana) e ha comportato un notevole sollevamento della massa d’acqua soprastante, come si vede in questo video. La Figura 2 mostra i sismogrammi dell’esplosione ordinati dall’alto verso il basso per distanza crescente della stazione ricevente dall’epicentro.

Figura 2: i sismogrammi dell’esplosione ordinati dall’alto verso il basso per distanza crescente della stazione ricevente dall’epicentro dell’evento.

Figura 2. i sismogrammi dell’esplosione ordinati dall’alto verso il basso per distanza crescente della stazione ricevente dall’epicentro dell’evento.

Da un punto di vista sismologico la registrazione di un’esplosione si presenta con il primo impulso verso l’alto, ovvero i segnali hanno tutti polarità positiva, a causa della natura “esplosiva” della sorgente sismica che comporta una radiazione dell’energia verso l’esterno, cosa che è stata verificata dal personale in turno.

Un’altra caratteristica peculiare dell’esplosione è che genera onde di compressione (onde P) e non genera onde trasversali (onde S). Anche questo aspetto era abbastanza evidente nei segnali registrati.

La Figura 3 mostra le registrazioni alla stazione sismica di Bellaria (sigla BLLA), la stazione più vicina all’epicentro.

Figura 3. registrazione alla stazione sismica BLLA, dall’alto verso il basso si ha prima la componente verticale, e a seguire quella orizzontali orientate rispettivamente in direzione N-S e E-W

Figura 3. registrazione alla stazione sismica BLLA, dall’alto verso il basso si ha prima la componente verticale, e a seguire quella orizzontali orientate rispettivamente in direzione N-S e E-W

Possiamo notare che il primo pacchetto di onde sismiche ha frequenza più alta mentre ci sono delle onde successive caratterizzate da periodi e ampiezze maggiori.

L’analisi dei sismogrammi mostrati nelle figure sopra, in particolare la lettura dei tempi di arrivo delle prime onde (onde P, onde di compressione) ai diversi sismometri della Rete, ha consentito la localizzazione dell’esplosione e la determinazione della sua magnitudo. Le coordinate ottenute dal processo di localizzazione (Figura 4) si discostano di alcuni chilometri da quelle effettive, a causa della disposizione non ottimale della Rete Sismica rispetto al punto di esplosione: infatti gli eventi sismici in mare, non essendo circondati da stazioni sismiche, sono localizzabili con minore accuratezza. A ogni modo, la Rete Sismica Nazionale si è dimostrata molto sensibile, considerando che anche alcune sismometri sulle Alpi hanno rilevato l’evento. La magnitudo locale (Richter) stimata è pari a 1.9.

Epicentro dell'esplosione in Adriatico come calcolato dai dati della rete Sismica Nazionale dell'Ingv

Figura 4. Epicentro dell’esplosione in Adriatico come calcolato dai dati della rete Sismica Nazionale dell’Ingv. I quadrati gialli e rossi sono alcune delle stazioni sismiche che hanno registrato l’esplosione

La comunicazione preventiva del Maresciallo della Capitaneria di Porto ha permesso di determinare con immediatezza e certezza la natura non sismotettonica dell’evento registrato e va detto che probabilmente, a causa della bassa magnitudo e della scarsa copertura della Rete Sismica, non sarebbe stato tanto immediato capire che le onde sismiche registrate erano state prodotte da un’esplosione e non da un vero terremoto.

Le operazioni sono state coordinate dalla Prefettura di Forlì ed effettuate dai militari del Nucleo SDAI della Marina Militare di Ancona (artificieri, subacquei e infermiere) e della Guardia Costiera di Cesenatico.

A cura di: Paola Bordoni (INGV-Rm1), Alessandro Amato e Concetta Nostro (INGV-CNT).


http://www.prefettura.it/forlicesena/news/171735.htm#News_51813

http://www.cesenatoday.it/cronaca/ordigno-bellico-in-mare-a-cesenatico-e-stato-fatto-brillare.html

http://www.corriereromagna.it/news/cesena/13151/Spostato-l-ordigno-bellico-sommerso-e.html

http://www.corriereromagna.it/video/13152/Ecco-lo-scoppio-dell-ordigno.html

I terremoti nella STORIA: Il terremoto del 3 giugno 1781 nell’Appennino marchigiano, un evento disastroso in un periodo di intensa attività sismica tra Romagna e Marche

La primavera-estate del 1781 fu un periodo particolarmente difficile per le popolazioni dell’Italia centro-orientale. Nell’arco di soli quattro mesi, tra il 4 aprile e il 17 luglio ben tre terremoti molto significativi si verificarono in Romagna e nelle Marche settentrionali. L’intera area interessata apparteneva a diverse regioni dello Stato pontificio ed è negli archivi degli uffici periferici e centrali dell’amministrazione papale che si conserva la parte più consistente dei documenti coevi che ci permettono di ricostruire gli effetti di questi terremoti.

Gli eventi furono localizzati alle due estremità di un tratto di catena appenninica che si estende per circa 130 km in linea d’aria tra il forlivese a nord e l’area di Cagli-Fabriano a sud.

Il più forte e “disastroso” di questi terremoti, e anche uno dei massimi eventi sismici dell’Italia centrale  (magnitudo Mw 6.4 e intensità Io pari al grado 10 della scala macrosismica Mercalli-Cancani-Sieberg; CPTI11), ebbe luogo la mattina della domenica 3 giugno 1781. I suoi maggiori effetti interessarono l’area appenninica che si trova al confine attuale tra Marche settentrionali, Umbria e Toscana, e in particolare l’area compresa tra Cagli e Piobbico, nell’entroterra appenninico della odierna Provincia di Pesaro-Urbino. All’epoca si trattava di un’area caratterizzata da una fitta rete di insediamenti rurali di modeste dimensioni e di poderi isolati facenti capo a chiese parrocchiali o pievanili. Qui si ebbero gravissime ed estese distruzioni (“buona parte delle parrocchiali, e un’infinità di case coloniche sono del tutto rovinate” [1]). La coincidenza del terremoto con una importante festa liturgica – la domenica di Pentecoste – contribuì ad accentuare il numero delle vittime. La mortalità, infatti, fu abbastanza elevata principalmente a causa del crollo di numerose chiese rurali. Un contemporaneo riporta:

il massimo però degli effetti tragici di questo sì orribile castigo si è rovesciato nella campagna attorno alla città predetta [Cagli, NdR] con essere diroccate interamente da settecento case rurali, compresovi quasi tutte le chiese tutte de’ curati, dicesi tutte perite, ed estinte, al tempo in cui li poveri curati celebravano al loro popolo la Santa Messa, e contasi la mortalità di campagna a novecento e più persone con li curati che sopra, ed in seguito restò sotto sassi gran quantità di bestiame. (Pichi, 1781)

Le perdite umane in realtà sembrano essere state più contenute. Gli studi più accreditati (basati su documenti riepilogativi coevi per lo più conservati presso l’Archivio di Stato di Pesaro) suggeriscono da un minimo di 260 a un massimo di poco più di 300 morti. Numeri comunque elevatissimi per un’area rurale, soprattutto considerando le dimensioni relativamente piccole della maggior parte degli insediamenti colpiti.

Un testimone di eccezione del terremoto del 3 giugno 1781 fu il vescovo di Cagli, Ludovico Agostino Bertozzi, che dopo essere fortunosamente scampato al crollo della cupola della cattedrale di Cagli (in cui si trovava al momento della scossa) scrisse una relazione delle sue esperienze per il cardinal Antonelli, Protettore della città di Cagli (Bertozzi, 1781). Proprio a partire da questa lettera è possibile ricostruire la cronologia delle scosse avvenute quel 3 giugno.

Un foglio volante (un vero e proprio volantino dell’epoca) dedicato al terremoto del 3 giugno 1781.

Un foglio volante (un vero e proprio volantino dell’epoca) dedicato al terremoto del 3 giugno 1781.

Dopo una prima, lieve scossa forse avvertita nella notte tra il 2 e il 3 giugno (“sostengono certuni d’aver sentita una piccola concussione”), due scosse fortissime si verificarono la mattina del giorno 3, alle 11:00 e alle 11:15 “italiane” (secondo l’uso orario “all’italiana” in vigore all’epoca), corrispondenti alle 7:00 e alle 7:15 circa, ora locale [2] (cioè le 6:00 e le 6:15 GMT). La prima, che potrebbe essere stata la più violenta, causò il crollo della cupola del duomo di Cagli, in cui rimasero uccisi molti dei fedeli che gremivano la cattedrale per la messa mattutina:

… rimanendo vittima, e sepolti tutti quelli, che ivi in buon numero in quella festiva giornata si trovavano radunati ad ascoltare la Santa Messa […] Quelli […] che trovavansi nelle case sentendo che il continuo tremare non cessava, si risolvettero di uscirne […] ed ottima fu la loro ispirazione, poiché sette minuti dopo in circa sopravvenne un’altra scossa di terremoto così fiera, e veemente, che fuori di poche, tutte quante rimasero le abitazioni in tutto, o in parte abbattute. (Succinto ragguaglio …, 1781)

Effetti di estrema gravità si ebbero in particolare a Piobbico (PU) “rovinato affatto [3] e in alcune località rurali nell’area del Monte Nerone e del monte di Montiego (Ca’ Magagno, Ravignana, Rocca Leonella, Pieve di Accinelli e Naro). Tra le molte epigrafi commemorative del terremoto è da segnalare quella che nella chiesetta rurale di San Donato dei Pecorari (Piobbico) ricorda come l’edificio “il 3 giugno 1781 crollò a terrà quasi completamente per il terremoto trovandovi morte e sepoltura l’eccellentissimo parroco Domenico Crini, che vi stava celebrando la messa, insieme a 48 parrocchiani.

La Chiesa di S. Donato dei Pecorari (Piobbico), venne distrutta dal terremoto del 3 giugno 1781, per poi essere ricostruita nel 1783 (http://www.lavalledelmetauro.it/contenuti/beni-storici-artistici/scheda/11542.html). Sotto le macerie persero la vita il parroco e 48 fedeli, come ricorda una lapide posta nella sagrestia (https://lapicidata.wordpress.com/2014/01/27/territorio-di-piobbico-pu-chiesa-di-san-donato-dei-pecorari/ )

La Chiesa di S. Donato dei Pecorari (Piobbico) venne distrutta dal terremoto del 3 giugno 1781, per poi essere ricostruita nel 1783. Sotto le macerie persero la vita il parroco e 48 fedeli, come ricorda una lapide posta nella sagrestia.

Tra le località di dimensioni (relativamente) maggiori, Cagli e Apecchio furono le più gravemente colpite. Una fonte archivistica [4] dell’epoca riporta che “nella terra d’Apecchio tutte le sue fabbriche, Chiese, Palazzo apostolico, forni, molini e case rurali del territorio sono affatto atterrate, e vi sono periti molti di quegli abitanti senza sapersene finora il numero”. A Cagli i danni furono enormi, gran parte degli edifici pubblici e privati subirono crolli o rimasero gravemente lesionati.

Gravi ma meno diffuse distruzioni si ebbero a Sant’Angelo in Vado, dove il crollo della volta di una chiesa uccise 6 persone e “tutte le fabbriche e le case […] hanno patito e non poche sono in pericolo”, a Mercatello sul Metauro, dove “non vi è casa che non abbia sofferto discapiti considerabili, ed alcune le più eminenti qualche diroccamento, onde niuno s’azzarda di entrarvi” e a Urbania dove “cadde alle prime scosse il coro delle Monache di Santa Chiara […] Ogni Chiesa, ed ogni casa ha sofferto qualche considerabile danno, ma diroccate, e cadute non sono che nella maggior parte le mura castellane”.

Per maggiori dettagli sugli effetti del terremoto del 3 giugno 1781 e sulla ricca documentazione relativa ai danni nella zona di Cagli e di Apecchio si veda anche l’articolo di Stefano Lancioni: “Il terremoto del 3 giugno 1781. Documenti riguardanti Cagli ed Apecchio”.

Anno Domini 1781: questa scritta incisa sul basamento di una statua di s. Emidio (protettore contro il terremoto) attesta chiaramente la preoccupazione destata dagli eventi sismici di quell’anno in una comunità delle Marche settentrionali.

Anno Domini 1781: questa scritta incisa sul basamento di una statua di s. Emidio (protettore contro il terremoto) attesta chiaramente la preoccupazione destata dagli eventi sismici di quell’anno in una comunità delle Marche settentrionali.

 

L’area di danneggiamento moderato, molto estesa, raggiunse ad ovest Città di Castello, dove ci furono danni diffusi ma complessivamente non gravi (“patirono delle case, caddero dei camini, e ventaglie dei tetti, e qualche piancito di casa”), e Sansepolcro, a nord Urbino (“poche sono quelle case, che non ne abbiano sentito quamche notabile nocumento”), Fossombrone (“sono rimaste alquanto danneggiate alcune chiese e case di questa città”), e Fano, a est Pergola, a sud Gubbio, Cingoli, Arcevia e Fabriano. Danni ancora più lievi si ebbero a Senigallia, Pesaro e ad Arezzo.

Si dispone di relativamente pochi dati sull’estensione dell’area di risentimento. Questa comprese comunque buona parte della Toscana, da Firenze, dove il terremoto fu avvertito in modo leggero, all’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, una quarantina di km a sud di Siena, e in Romagna almeno fino a Ravenna, dove il 3 giugno “alle 11 circa si sentirono due leggiere scosse”.

Dopo il terremoto del 1781 i cagliesi decisero di mettersi sotto la protezione di s. Emidio. Una pala d’altare collocata in cattedrale (navata laterale destra) lo raffigura mentre raccomanda  la città a Gesù in gloria.

Dopo il terremoto del 1781 i cagliesi decisero di mettersi sotto la protezione di s. Emidio. Una pala d’altare collocata in cattedrale (navata laterale destra) lo raffigura mentre raccomanda la città a Gesù in gloria.

Per quanto riguarda la sequenza sismica, dopo le due forti scosse della mattina nel corso della stessa giornata del 3 giugno furono avvertite altre sette o otto repliche, più leggere e di minor durata rispetto alle prime due scosse. La notte tra il 3 e il 4 giugno “sino alla mattina del giorno seguente, sempre continuò a tremare la terra”. Il 7 giugno fu avvertita una forte replica che causò qualche danno ulteriore (“una terribile scossa fece cadere altre macerie”). Scosse “non tanto gagliarde” sono segnalate durante tutto il mese di luglio e, meno frequentemente, in agosto e fino a novembre (Monachesi, 1987).

Le forti scosse della mattinata del 3 giugno causarono anche effetti sull’ambiente naturale. Come ricorda anche Mario Baratta (1901), nella zona del Monte Nerone, in particolare, si verificò una varietà di fenomeni idrogeologici come “fenditure nel suolo […] straordinaria perturbazione nel regime delle sorgenti […] varii franamenti […] fenomeni acustici […]”. Dal monte Jego si staccarono grossi massi.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 3 giugno 1781 secondo lo studio di Monachesi (1987) [fonte: DBMI11 link].

Distribuzione degli effetti del terremoto del 3 giugno 1781 secondo lo studio di Monachesi (1987) [fonte: DBMI11].

Come abbiamo detto all’inizio, quello del 3 giugno fu il più violento, ma non l’unico forte terremoto che in quello scorcio di primavera-estate dell’anno 1781 colpì il settore orientale dell’Appennino settentrionale. Il 4 aprile e poi di nuovo il 17 luglio dello stesso anno due forti scosse interessarono la Romagna, causando gravi ed estesi danni tra faentino e forlivese.

Gli effetti dei tre forti terremoti avvenuti tra Romagna, Toscana, Umbria e Marche nella primavera-estate del 1781 (dati da DBMI11); la legenda dei colori riferiti alle intensità macrosismiche è la stessa della figura precedente.

Gli effetti dei tre forti terremoti avvenuti tra Romagna, Toscana, Umbria e Marche nella primavera-estate del 1781 (dati da DBMI11); la legenda dei colori riferiti alle intensità macrosismiche è la stessa della figura precedente.

 

Le aree colpite dai terremoti del 4 aprile (Mw 5.9, CPTI11) e del 17 luglio (Mw 5.6, CPTI11) risultano in buona parte sovrapposte, mentre quella colpita dal terremoto del 3 giugno è decisamente spostata più a sud-est. E tuttavia i tre eventi furono sufficientemente ravvicinati nel tempo e nello spazio da poter ragionevolmente pensare che abbiano generato una situazione di allarme crescente e prolungato in una vasta area dell’Italia centrale a cavallo dell’Appennino, compresi diversi centri dove le scosse causarono solo lievi danni o furono solo ripetutamente avvertite (ad esempio in città come Firenze, Arezzo, Pesaro, Rimini, Ravenna). L’occorrenza di forti scosse ravvicinate non solo nel tempo ma anche nello spazio geografico è una caratteristica che sembra ricorrere con una certa frequenza nella storia sismica italiana. Per rimanere nell’Appennino settentrionale (incluso il settore di catena colpito dagli eventi del 1781), è molto significativa la serie di forti terremoti avvenuti nella prima metà del secolo scorso nell’arco di soli cinque anni, tra il 1916 e il 1920, con una curiosa “migrazione” degli epicentri da sud-est a nord-ovest: nel 1916 una lunga e complessa sequenza sismica colpì la costa adriatica tra Pesaro e Rimini, con due eventi principali (17 maggio, Mw 6.0, e 16 agosto, Mw 6.1, entrambi con Io 8 MCS); il 26 aprile 1917 toccò all’alta Valtiberina, nella zona di Monterchi (AR) e Citerna (PG), con Mw 5.9 (Io 9-10 MCS); il 10 novembre 1918 furono gravemente danneggiati Santa Sofia (FC) e altri centri dell’Appennino forlivese (Mw 5.9, Io 9 MCS); poco più di 7 mesi dopo, il 29 giugno 1919, fu la volta del Mugello con Mw 6.3 (Io 10 MCS) e gravi distruzioni tra Vicchio e Borgo San Lorenzo (FI); infine, il 7 settembre 1920 si verificò il più forte terremoto fino ad oggi registrato nell’Appennino settentrionale (Mw 6.5, Io 10 MCS), il cui epicentro fu in Garfagnana e Lunigiana, dove ci furono vaste distruzioni e centinaia di vittime (dati da CPTI11 e DBMI11).

A cura di Viviana Castelli (INGV, Sezione di Bologna, sede di Ancona) e Filippo Bernardini (INGV, Sezione di Bologna).


Note

[1] Archivio di Stato di Pesaro, 1781. Legazione apostolica di Urbino, Lettere delle comunità, Cagli, il vescovo di Cagli al Legato, 25 giugno.

[2] Notizia dei morti rimasti sepolti sotto le rovine di varie Chiese o Case all’occasione dell’orribile Terremoto della mattina de’ 3 Giugno 1781 giorno sacratissimo di Pentecoste, sulle ore 11 dell’Orologio d’Italia, e circa le sette dell’Orologio Oltramontano o Astronomico.” [Archivio di Stato di Pesaro, Legazione apostolica di Pesaro e Urbino, Perizie del Terremoto 1781, busta 1, carte non numerate]

[3] L’avverbio affatto significa ‘del tutto, interamente’, ed è con questo significato che lo si trova usato spesso nelle fonti storiche. Con il tempo, tale valore rafforzativo ha preso a essere usato soprattutto in frasi negative (http://www.treccani.it/vocabolario/affatto/ )

[4] Archivio di Stato di Roma, 1781. Camerale II, 1113, 64, lettera del Legato apostolico di Urbino al Segretario di Stato, 7 giugno.


Bibliografia

Baratta M. (1896). Sul terremoto di Cagli del 3 giugno 1781. Memorie della Società Geologica Italiana, 5, pp. 363-383.

Baratta M. (1901). I terremoti d’Italia. Torino (rist. anast., Bologna 1979), 950 pp.

Bertozzi L.A. (1781). Lettera all’Eminentissimo Cardinale Antonelli sul terremoto accaduto in Cagli il di 3 giugno dello scorso giugno 1781. Antologia Romana, 8, pp. 365; 373; 377; 385. Tale “lettera” è disponibile alla pagina: http://digilander.libero.it/stefano0104/Bertozzi.pdf

Monachesi G. [ed.] (1987). Revisione della sismicità di riferimento per i comuni di Cerreto d’Esi (AN), Esanatoglia (MC), Serra San Quirico (AN). Osservatorio Geofisico Sperimentale, Macerata, Rapporto interno, 240 pp.

Pichi F. (1781). Relazione funesta delli due terremoti sentiti la mattina del 3 giugno 1781. Archivio storico comunale, Sansepolcro, ms.

Succinto ragguaglio delle funestissime conseguenze apportate alla città di Cagli ed altri luoghi di questa Legazione di Urbino dal formidabile terremoto avvenuto la mattina del 3 giugno 1781 (1781). Pesaro.

Il terremoto del 2012 in Emilia poteva essere previsto guardando le formazioni nuvolose?

Un lavoro pubblicato di recente sulla rivista Natural Hazards and Earth System Sciences da un team di ricercatori statunitensi e italiani, Jeremy Thomas, Fabrizio Masci e Jeffrey Love, pone fondati dubbi sulla validità di uno studio di due ricercatori cinesi relativo ad una presunta previsione del terremoto del 20 maggio 2012. Lo studio di Thomas et al. è parte di un processo di riesame dei precursori dei terremoti che sono stati e continuano a essere riportati nella letteratura scientifica con l’obiettivo di poterli un giorno utilizzare per sviluppare tecniche di previsione dei terremoti.


La presunta previsione del terremoto del 20 maggio 2012 nella valle del Po

In un articolo pubblicato nel 2013 sulla rivista Natural Hazards and Earth System Sciences, due ricercatori cinesi, G. Guangmeng and Y. Jie, affermarono di aver predetto il terremoto avvenuto il 20 maggio 2012 nella valle del Po. La previsione era stata fatta osservando immagini da satellite che mostrano la formazione di nubi lineari lungo il versante orientale degli Appennini. Secondo Guangmeng e Jie, formazioni nuvolose lineari e stazionarie, possibili precursori del terremoto del 20 maggio 2012, si sono formate lungo gli Appennini nei giorni 22 e 23 aprile 2012 (vedi esempio in Figura 1).

fig1

Figura1. Una delle immagini satellitari della nube lineare considerata precursore del terremoto avvenuto il 20 maggio 2012 nella valle del Po.

Questa osservazione aveva portato i due ricercatori a formulare una previsione di un terremoto di magnitudo 6 che si sarebbe verificato da qualche parte in Italia entro un mese. La previsione sarebbe stata comunicata a due loro colleghi. Come prova a supporto della loro previsione, Guangmeng e Jie fanno notare che la formazione da loro riportata è pressoché orientata in direzione NW-SE, come le principali faglie attive presenti nell’Italia centrale. Circa un mese dopo, il 20 maggio 2012, un terremoto di magnitudo 6 si verificò nella valle del Po.

Breve introduzione al processo di riesame dei precursori sismici

Il lavoro pubblicato di recente da Jeremy Thomas, Fabrizio Masci e Jeffrey Love pone fondati dubbi sulla validità di questa previsione. Lo studio di Thomas et al. è parte di un processo di riesame dei precursori dei terremoti che sono stati e continuano a essere riportati nella letteratura scientifica con l’obiettivo di poterli un giorno utilizzare per sviluppare tecniche di previsione dei terremoti. Il processo di riesame ha come scopo primario verificare se realmente esista un legame tra l’attività sismica e le anomalie che sono identificate, in maniera retrospettiva, prima di forti terremoti, sia nel campo magnetico terrestre sia in parametri ionosferici. Il riesame dei precursori dei terremoti, con la pubblicazione negli ultimi quattro anni di circa venti articoli su importanti riviste internazionali, ha evidenziato che in molti studi le anomalie magnetiche e ionosferiche sono state messe in relazione con l’attività sismica senza analizzare a fondo altre possibili cause. Si è dimostrato che queste anomalie sono in realtà strettamente correlate con l’attività geomagnetica indotta dall’interazione Terra-Sole, oppure sono artefatti legati alla metodologia adottata nell’analisi dei dati. All’interno del processo di riesame dei precursori dei terremoti, si è anche analizzata la nube lineare stazionaria ritenuta da Guangmeng and Jie precursore del terremoto emiliano del 20 maggio 2012. Si è dimostrato che la sua formazione è in realtà un normale fenomeno atmosferico che non ha alcuna relazione con l’attività sismica.

Lo studio di Thomas, Masci, e Love

Chiaramente, se formazioni nuvolose possono essere correlate con l’attività sismica, questo sarebbe un importante sviluppo per la scienza della previsione dei terremoti. Tuttavia, come si può riscontrare in altre pubblicazioni, i precedenti esempi di formazioni di nubi come precursori sono poco chiari, aneddotici, e soprattutto privi di prove scientificamente valide.

Allo scopo di verificare se nubi lineari si formino effettivamente sopra l’Italia prima del verificarsi di un terremoto, Thomas et al. hanno analizzato le stesse immagini satellitari nell’infrarosso utilizzate da Guangmeng e Jie, disponibili presso la società meteo SAT24. Esaminando quattro anni d’immagini orarie (2010 – 2013), di cui due esempi sono riportati in  Figure 2a e 2b, gli autori hanno messo in evidenza che formazioni di nubi lineari stazionarie sono spesso presenti lungo gli Appennini, indipendentemente da ogni rilevante attività sismica.

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Figura 2a. Tipica nube orografica che si forma lungo il versante NE degli Appennini.

La nube lineare identificata da Guangmeng e Jie il 22 aprile 2012 come possibile precursore del terremoto del 20 maggio è solo una di queste nubi. Nell’articolo Thomas et al. riportano una selezione di 24 immagini di nubi lineari, mentre nel materiale supplementare dell’articolo sono anche disponibili alcuni filmati che mostrano la formazione di queste nubi e la loro evoluzione nelle ore successive. Thomas et al. hanno poi investigato la possibile correlazione tra la formazione di queste nubi lineari con i 14 terremoti di magnitudo superiore a 5 che si sono verificati nei quattro anni analizzati nell’area mediterranea compresa tra l’intervallo di latitudine 35-48°N e longitudine 6-20°E. È stato eseguito un test per verificare la significatività statistica tra la presenza delle nubi lineari e i terremoti. Il test ha evidenziato che il presunto legame tra la formazione di nubi lineari, come quella di Guagmeng e Jie, e il verificarsi di terremoti è privo di correlazione statistica.

Contrariamente a quanto affermato da Guangmeng e Jie a pagina 91 del loro articolo, c’è una semplice spiegazione meteorologica per la formazione delle nubi lineari lungo l’Appennino. Questo tipo di nubi sono classificate in meteorologia come “nubi orografiche”. Le nubi orografiche si formano sui fianchi delle montagne, nel nostro caso la catena appenninica, a causa del sollevamento, e del successivo raffreddamento, di masse d’aria che hanno un contenuto di umidità sufficiente affinché si abbia la formazione di nubi. Nel caso degli Appennini, quando la circolazione è prevalentemente da SW (questo può essere verificato facilmente nei filmati allegati all’articolo) tali nubi sono confinate sul versante NE della catena montuosa, e rimangono stazionarie per diverse ore poiché sono protette dalla catena stessa dai venti presenti in quota. Tutte le formazioni nuvolose analizzate da Thomas et al., inclusa quella riportata da Guangmeng e Jie, sono chiaramente nubi orografiche. Nelle Figure 2a e 2b sono mostrati due esempi di nubi orografiche formatesi lungo la catena appenninica. È evidente la stretta somiglianza che esiste tra le nubi nelle  Figure 2a e 2b e quella di Guangmeng e Jie in Figura 1. Essendo le principali faglie attive pressoché orientate con gli Appennini, queste nubi lineari sono solo apparentemente in linea con le faglie stesse. Pertanto, contrariamente a quanto affermato da Guangmeng e Jie, il disporsi delle nubi in direzione delle faglie non è prova del loro legame con l’attività sismica.

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Figura 2b. Tipica nube orografica che si forma lungo il versante NE degli Appennini.

Un’ulteriore osservazione che può essere fatta alla previsione di Guangmeng e Jie, è che la formazione lineare del 22 aprile 2012 si è sviluppata parallela a tutto l’Appennino centro-meridionale, una regione tettonica caratterizzata da un’estensione in direzione NE-SW e faglie normali, mentre il terremoto del 20 maggio 2012, che essi affermano di aver predetto, si è verificato nella Pianura Padana, una regione tettonica caratterizzata da una compressione N-S che produce faglie inverse in direzione E-W. Guangmeng e Jie non spiegano come una nube lineare presente nell’Appenino centro-meridionale possa essere correlata a un terremoto avvenuto in un’altra zona d’Italia, che oltretutto presenta caratteristiche tettoniche diverse.

In conclusione, pur volendo considerare la previsione di Guangmeng e Jie un “successo”, è evidente che essa non ha nessuna base scientifica per esserlo. Al contrario, vi sono forti evidenze scientifiche che ne smentiscono la validità. Il fatto che il terremoto del 20 maggio 2012 nella valle del Po sia stato preceduto un mese prima dalla formazione di nubi lineari è chiaramente solo una casualità, nella quale Guangmeng e Jie hanno voluto riscontrare un inesistente legame tra due fenomeni geofisici differenti. Se dati geofisici sono analizzati in maniera retrospettiva è facile trovare presunte anomalie nelle ore, nei giorni, o nei mesi prima di un terremoto, ma ciò non significa che queste debbano essere necessariamente correlate – in senso causale – con il seguente terremoto se non si dimostra in maniera esaustiva il legame ipotizzato tra i due eventi.

A cura di Fabrizio Masci, INGV, sede di L’Aquila.

Italia sismica: i terremoti di maggio 2015

Nel mese di maggio 2015 la Rete Sismica Nazionale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha registrato 1344  terremoti, in diminuzione rispetto all’ultimo mese di aprile ma in linea con i primi mesi del 2015. La media giornaliera è di oltre 43 eventi, una decina in meno dello scorso mese.

I terremoti del di maggio registrati dalla Rete Sismica Nazionale.

I terremoti del maggio registrati dalla Rete Sismica Nazionale.

Sono stati tre i terremoti di magnitudo maggiore o uguale a 4 registrati nel mese di maggio, tutti avvenuti in mare. Solo l’evento di magnitudo M 4.2 del 29 maggio, localizzato in Mar Adriatico al largo della costa abruzzese in corrispondenza della provincia di Teramo, è stato moderatamente avvertito (mappa del risentimento sismico in scala MCS da www.haisentitoilterremoto.it), mentre gli altri due localizzati nel Mar Ionio (11 maggio, M 4.4) e nel basso Mar Tirreno (9 maggio, M 4.5) non sono stati risentiti dalla popolazione.

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Grafico dell’andamento temporale dei terremoti registrati nel mese di maggio 2015. Si notano in rosso i tre eventi di magnitudo maggiore di 4.0 .

Il grafico sopra mostra l’andamento temporale dei terremoti avvenuti su tutto il territorio nazionale dal 1 al 31 maggio 2015. Si notano in rosso i tre terremoti che hanno avuto una magnitudo maggiore o uguale a 4.0. Sono stati 14 gli eventi di magnitudo compresa tra 3.0 e 3.9 e poco oltre 130 quelli tra magnitudo 2.0 e 2.9. Anche in questo mese la maggior parte dei terremoti registrati, quasi 1200, ha avuto una magnitudo inferiore a 2.0.

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Gli eventi registrati nel mese di maggio tra Calabria e Sicilia. Con i quadrati rossi sono rappresentati i due eventi di magnitudo M 4.5 nel Mar Tirreno e M 4.4 nel Mar Ionio.

Anche questo mese nell’area compresa tra Calabria e Sicilia sono stati registrati numerosi terremoti, tra questi i due eventi di magnitudo maggiore: il primo (Ml 4.5) localizzato nel Mar Tirreno tra le Isole Eolie e la costa calabra occidentale avvenuto il 9 maggio ad una profondità di oltre 200 Km; il secondo  (Mw 4.4) localizzato al largo della costa orientale della Sicilia nel Mar Ionio avvenuto l’11 maggio. Nella parte meridionale della provincia di Reggio Calabria è stato localizzato il 24 maggio un terremoto di magnitudo Ml 3.9 che ha avuto pochi risentimenti (vedi la mappa del risentimento sismico in scala MCS da www.haisentitoilterremoto.it) probabilmente a causa della profondità elevata, oltre i 100 Km.

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La sismicità nell’area dell’Appennino tosco-emiliano durante il mese di maggio 2015.

In diminuzione nel mese di maggio la sismicità nell’area dell’Appennino tosco-emiliano. Non più di 100 gli eventi registrati tra le province di Modena e Bologna, tutti di magnitudo inferiore a 3. Molto attiva invece l’area di confine tra l’Umbria e le Marche dove sono stati registrati numerosi terremoti concentrati in particolare tra Gubbio e Città di Castello, nell’area interessata da una lunga sequenza sismica da diverso tempo, e a nord di Fabriano nella provincia di Ancona.

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I terremoti registrati al confine tra l’Umbria e le Marche. Si notano le due concentrazioni di eventi nei pressi di Gubbio (PG) e Fabriano (AN).

Si ricorda che per tutto il 2015 è possibile visualizzare gli articoli di ITALIA SISMICA con un una story map del tipo MAP JOURNAL che permette di integrare la mappa interattiva dei terremoti di magnitudo uguale o superiore a 1.5 per ciascun mese con i contenuti informativi e multimediali degli articoli. Sulla mappa interattiva è possibile anche interrogare i singoli eventi ed avere informazioni sulla magnitudo, la data\ora e la profondità.

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La story map “MAP JOURNAL” della sismicità del 2015

Terremoti, Comunicazione, Diritto. Riflessioni sul processo alla “Commissione Grandi Rischi”

È uscito in questi giorni il volume Terremoti, comunicazione, diritto. Riflessioni sul processo alla “Commissione Grandi Rischi”, edito da Franco Angeli. Il libro, curato da due sismologi dell’INGV, Alessandro Amato e Fabrizio Galadini, e da un sociologo della Sapienza Università di Roma, Andrea Cerase, si propone di rilanciare un dibattito sulla mitigazione del rischio sismico in una prospettiva marcatamente interdisciplinare.

Il libro verrà presentato il 17 giugno, presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma (Via Salaria 113). Alla presentazione, moderata da Marco Cattaneo, direttore de “Le Scienze”, parteciperanno tra gli altri Stefano Gresta, Presidente dell’Ingv, Mario Morcellini, direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale, Leonardo Cannavò, professore ordinario e sociologo della scienza, Marco Magheri, vice segretario generale dell’Associazione italiana comunicazione pubblica e istituzionale, altri esperti e giornalisti, oltre ad alcuni degli autori del libro.

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Nelle sue 372 pagine sono ospitati i contributi di 22 autori tra sismologi, geologi, ingegneri, sociologi, psicologi, giuristi e giornalisti scientifici, esperti e accademici, sia italiani che stranieri. La “novità” dell’approccio proposto sta nell’esigenza, condivisa tra tutti gli autori del volume, di avviare un’analisi più articolata e dal carattere marcatamente interdisciplinare della vicenda aquilana, capace cioè di definire un campo di riflessioni in cui le conoscenze sismologiche, ingegneristiche, sociologiche, comunicative, psicologiche e del diritto possano in qualche misura integrarsi.

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I terremoti nella STORIA: la grande scossa del 31 maggio 1646 nel Gargano, un caso di terremoto recentemente rivalutato

Si potrebbe pensare che i cataloghi sismici storici – quegli “oggetti” in cui vengono raccolte e catalogate, sotto forma di stringhe (records) di parametri, le informazioni relative ai terremoti avvenuti nel passato – siano un qualcosa di “congelato” e impacchettato; un oggetto che, una volta compilato e pubblicato, è da considerarsi chiuso, acquisito, in qualche modo definitivo. Le cose però non stanno proprio così. Un catalogo storico è lo specchio che riflette le migliori conoscenze acquisite e aggiornate fino a un dato momento; in altre parole, riflette il cosiddetto stato dell’arte al momento della sua compilazione.

La ricerca storica, però, è qualcosa di dinamico, in continuo divenire, e per questo i cataloghi storici necessitano di periodici aggiornamenti che permettano di includere gli eventuali nuovi studi nel frattempo prodotti. E non solo: dati e parametri contenuti nei cataloghi sismici possono essere soggetti a modifiche e integrazioni a seguito di successive e più approfondite ricerche. Lo stesso catalogo sismico si arricchisce man mano che la ricerca storica scopre terremoti del tutto sconosciuti alla tradizione sismologica (le compilazioni descrittive di terremoti del passato prodotte in Italia fin dal XV secolo e che formano il background dei cataloghi recenti) oppure accerta la maggiore significatività di eventi che erano stati in qualche modo “sottovalutati” da studi e cataloghi precedenti.

Neanche i  terremoti già studiati e noti da tempo sono del tutto immuni da possibili, successive modifiche e integrazioni. Può capitare infatti che, a seguito di ulteriori ricerche mirate, o perfino in modo del tutto casuale e fortuito nel corso di ricerche di altro tipo, si scoprano nuove informazioni su un evento già noto e da tempo presente nel catalogo. E queste nuove informazioni, una volta portate alla luce, possono cambiare – a volte anche in modo radicale – le preesistenti conoscenze del quadro degli effetti di quell’evento, ridimensionandone oppure rivalutandone i parametri che fino a quel momento lo avevano caratterizzato in catalogo.

Esemplare, da questo punto di vista, è il caso del terremoto toscano del 13 aprile 1558ben descritto in un recente articolo su questo stesso blog; noto fin dal Settecento ma conosciuto, fino al 2004, come un “piccolo” evento di area senese, solo da una decina di anni è stato rivalutato come un terremoto ben più importante e rilocalizzato tra le colline del Chianti e il Valdarno superiore.

Un caso analogo, forse meno clamoroso ma altrettanto rilevante, è rappresentato da un terremoto distruttivo avvenuto nel Gargano attorno alla metà del XVII secolo. L’area della Puglia settentrionale, e in particolar modo il settore del Gargano, sono caratterizzati da una sismicità che si può definire relativamente “moderata”, con eventi abbastanza frequenti ma per lo più di energia medio-bassa.

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Figura 1. Mappa dei terremoti storici nell’area del Gargano dal’anno 1000 al 2006 (fonte CPTI11)

La versione corrente del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani, CPTI11, complessivamente elenca poco più di venti terremoti con Mw ≥ 5.0 avvenuti in questo settore della Puglia tra l’anno 1000 e il 2006, più numerosi altri con magnitudo minore (Figura 1).

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Evento sismico in provincia di Teramo, Ml 4.2, 29 maggio ore 15.07

Oggi alle ore 15:07 italiane è  stato registrato un terremoto di magnitudo ML 4.2  localizzato al largo della costa abruzzese in corrispondenza della provincia di Teramo.

Nessun comune italiano entro 20 km dall’epicentro.

 

Comuni tra 30 e 40 km: Martinsicuro (TE), Alba Adriatica (TE), Giulianova (TE).

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L’epicentro del terremoto di oggi di magnitudo ML 4.2.

Al momento i questionari compilati su http://www.haisentitoilterremoto.it/ non sono molti e quindi non si ha una buona distribuzione dei risentimenti del terremoto sul territorio.

Per ulteriori informazioni http://cnt.rm.ingv.it/data_id/4005527661/event.html

Italia sismica: i terremoti di aprile 2015

Nel mese di aprile 2015, che sarà purtroppo ricordato per il devastante terremoto in Nepal, sono stati registrati dalla Rete Sismica Nazionale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia 1618  terremoti, in aumento rispetto agli ultimi mesi e con una media che sale ad oltre 53 eventi al giorno.

I terremoti registrati dalla Rete Sismica Nazionale dal 1 al 30 aprile 2015.

I terremoti registrati dalla Rete Sismica Nazionale dal 1 al 30 aprile 2015.

In questo mese sono stati due i terremoti di magnitudo superiore o uguale a 4: il terremoto del 24 aprile di magnitudo (Ml) 4.0 tra le province di Ravenna e Forlì-Cesena e quello del 15 aprile di magnitudo (Mw) 4.3 nel Mar Tirreno al largo della costa calabrese occidentale. Leggi il resto di questa voce

Cosa (non) sappiamo del vulcano Marsili?

Qual è lo stato di attività del Marsili, il più grande vulcano d’Europa e del Mediterraneo? È vero che è attivo? Esiste un pericolo tsunami legato al possibile distacco di una grande frana (collasso laterale)? Il web è in continuo fermento su questo argomento, ma qual è lo stato attuale delle conoscenze su questo vulcano?

Figura 1. Batimetria tridimensionale del Tirreno Meridionale e localizzazione del vulcano Marsili

Figura 1. Batimetria tridimensionale del Tirreno Meridionale e localizzazione del vulcano Marsili

Ciò che sappiamo sul Marsili è legato a dati geofisici e campioni prelevati dalla sua sommità. Sappiamo che è interessato da un’attività idrotermale e da una attività sismica legata ad eventi di fratturazione superficiale e a degassamento. Sappiamo anche che Leggi il resto di questa voce

Terremoto in Nepal: modello di faglia e repliche più forti

Il 12 maggio la zona di confine tra Nepal e Cina è stata colpita da una forte replica (aftershock), di magnitudo 7.3, localizzato circa 150 km a est dell’epicentro del terremoto principale della sequenza, quello di magnitudo 7.8 del 25 aprile.

La faglia del terremoto del 25 aprile

Per comprendere in che rapporto sia il forte aftershock del 12 maggio rispetto alla faglia attivata il 25 aprile, presentiamo i risultati di uno studio condotto dai ricercatori dell’INGV per determinare un modello di faglia della zona. Sono stati utilizzati i dati dello spostamento del terreno durante il terremoto del 25 aprile ottenuti da diversi satelliti (dettagli sotto). La faglia ottenuta dal modello si estende per circa 180 km da ovest verso est, e per circa 130 km (in senso nord – sud) dalla superficie a una profondità di 18 km al di sotto della catena himalayana (figura sotto). La distribuzione del movimento sul piano di faglia risulta molto eterogenea, con un massimo di quasi 6 metri di spostamento tra i due lati della faglia (zone rosse in figura). Il momento sismico calcolato è pari a 6.82E+20 Nm e la corrispondente magnitudo momento Mw risulta 7.86.

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Figura 1. Distribuzione del movimento sul piano di faglia, aftershock e terremoti storici. Sono mostrati i risultati della modellazione della distribuzione dello spostamento (slip) sul piano di faglia a partire dai dati geodetici (InSAR e GPS). L’area rettangolare reppresenta la proiezione in superficie del piano di faglia, mentre i colori mostrano l’entità dello spostamento (in metri) secondo la legenda in basso a sinistra. La stella rossa rappresenta l’epicentro della scossa principale del 25 Aprile (Mw 7.9), mentre i cerchi grigi indicano gli epicentri degli aftershock (le stelle grigie indicano quelli più forti (agg.to 13/05; fonte USGS). Sono inoltre mostrati i terremoti storici più significativi avvenuti nelle aree circostanti (simboli viola).

Ricordando che la faglia attivata il 25 aprile è il contatto tra la placca indiana che si infila sotto quella euroasiatica con una debole pendenza (~10°) verso nord, vediamo dalla figura 1 che il suo bordo meridionale coincide con il limite di tale contatto mappato in superficie dai geologi (la riga rossa con i triangolini indicata come Main Himalayan Thrust). La faglia si immerge verso nord Leggi il resto di questa voce

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