Il terremoto del 1693 al Pollino ridimensionato da documenti storici inediti

L’area del Pollino, che si trova tra la Basilicata e la Calabria, è stata interessata negli ultimi anni da una sequenza sismica caratterizzata da periodi di attività frequente intervallati da periodi di relativa calma. Dal 2010 ad oggi sono avvenuti più di 6100 terremoti, la maggior parte dei quali di magnitudo modesta (M < 3.0): 46 hanno avuto magnitudo tra 3.0 e 4.0, 2 eventi di magnitudo tra 4.0 e 5.0 ed uno di magnitudo ML pari a 5.0 (Mw 5.2), avvenuto il 26 ottobre 2012.

Dal punto di vista storico, il massiccio del Pollino nel passato non ha avuto terremoti distruttivi (magnitudo Mw superiore a 6) ed è quindi considerato come una zona di gap sismico, cioè un’area dove l’occorrenza dei terremoti è storicamente scarsa o quasi nulla (vedi post). Di contro, studi paleosismologici, che analizzano i terremoti molto antichi, hanno trovato prove significative dell’esistenza di importanti faglie che possono essere considerate attive come la faglia del Pollino e la faglia di Castrovillari.

L’INGV ha quindi pianificato ulteriori attività e progetti di ricerca per il miglioramento delle conoscenze del potenziale sismogenetico di quest’area proponendola al DPC come area di studio dei progetti da sviluppare nel 2012-2013 e negli anni futuri. Lo studio di A. Tertulliani e L. Cucci fa parte del progetto DPC-INGV S1 “Miglioramento delle conoscenze per la definizione del potenziale sismogenetico”.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI11) il massimo terremoto avvenuto nella zona del massiccio del Pollino è quello dell’8 gennaio 1693 (Intensità VIII MCS, Mw 5.7). Si tratta di un evento sconosciuto alla tradizione sismologica italiana, scoperto di recente e ancor più recentemente inserito nel Database Macrosismico Italiano (DBMI11) e nel CPTI11.

Effetti del terremoto del 18 maggio 1895 [fonte: DBMI11].

Effetti del terremoto dell’8 gennaio 1693 [fonte: DBMI11].

Il principale motivo per cui l’evento è rimasto così a lungo sconosciuto è di natura cronologica: esso infatti ha preceduto di poche ore il primo degli eventi principali della sequenza che devastò la Sicilia Orientale nel gennaio 1693, causando estese distruzioni e lasciando un’impronta molto duratura nelle fonti storiche e nell’immaginario collettivo. Questa coincidenza, amplificata dalle caratteristiche del sistema di circolazione delle informazioni del periodo incentrato sulla spettacolarizzazione della narrazione ha probabilmente, in una prima fase, contribuito a far confondere l’evento del Pollino con la più devastante sequenza siciliana, rendendolo poi invisibile agli autori di compilazioni sismologiche successive, nelle cui ricostruzioni i due eventi, quello calabrese e quello siciliano del 1693, vengono associati.

Un articolo recentemente pubblicato da A. Tertulliani e L. Cucci su Seismological Research Letters ha aggiornato le conoscenze sul terremoto del Pollino dell’8 gennaio 1693 prendendo in considerazione tutte le fonti storiche contemporanee finora identificate e cercando di darne una rilettura critica che risolva per quanto possibile i dubbi interpretativi. La ricerca, che si è avvalsa di nuovi documenti storici, è stata effettuata presso numerosi archivi, sia nazionali come Napoli, Venezia, Firenze e Cosenza, sia locali, che presso l’Archivio Segreto Vaticano e archivi diocesani e parrocchiali in Calabria. Parte della documentazione proviene dall’Archivo General de Simancas, a Valladolid (Spagna).

Copia di lettera (datata 5 marzo 1693) allegata al dispaccio del residente Giovanni Giacomo Cormiani al Senato veneziano, Napoli 17 marzo 1693, ASVE, Senato, Dispacci degli ambasciatori e residenti, Napoli, filza 102. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Archivio di Stato di Venezia, aut. n. 10/2014.

Copia di lettera (datata 5 marzo 1693) allegata al dispaccio del residente Giovanni Giacomo Cormiani al Senato veneziano, Napoli 17 marzo 1693, ASVE, Senato, Dispacci degli ambasciatori e residenti, Napoli, filza 102. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Archivio di Stato di Venezia, aut. n. 10/2014.

La gran mole di documenti analizzata ha permesso di aggiornare in modo significativo la conoscenza di questo evento sismico. Quello che si sapeva già prima di queste ultime ricerche era che un terremoto aveva colpito l’area settentrionale della Calabria la sera dell’8 gennaio 1693, in particolare il circondario di Castrovillari, producendo danni in alcune località. Nelle 24 ore successive (la sera del 9 e poi l’11 gennaio) due fortissime scosse, in particolare la seconda, avevano portato devastazione nella Sicilia orientale, con la distruzione di Catania e molte altre località. La vicinanza temporale di questi eventi ha dato origine, nell’immaginario dell’epoca, alla convinzione che essi fossero tutt’uno. Le informazioni relative alla Calabria erano riportate in poche fonti, nelle quali era evidente, nonostante il danno, il sollievo di essersi salvati da una sorte ben peggiore, quale quella toccata alla Sicilia.

Effetti del terremoto del 9 gennaio 1693 [fonte: DBMI11].

Effetti del terremoto dell’11 gennaio 1693 [fonte: DBMI11]. Il rettangolo indica una delle possibili sorgenti sismogenetiche del terremoto.

Essendo infatti le fonti leggermente tarde rispetto all’evento, da qualche giorno a qualche mese, e considerando i tempi della diffusione delle notizie all’epoca, non si fa fatica a comprendere come gli effetti dei due terremoti siano stati facilmente sovrapposti nelle corrispondenze e nella diaristica. Il dettaglio dei documenti utilizzati nella ricerca è disponibile in un altro articolo pubblicato da A. Tertulliani e L. Cucci.

Cercare di distinguere fra le due sequenze era il primo passo verso un chiarimento definitivo del ruolo che i singoli eventi ebbero nell’impatto sul territorio. Il terremoto dell’8 gennaio è descritto con dettaglio da Giorgio Toscano nella sua storia di Oriolo, coeva all’evento di cui l’autore fu testimone oculare. In altre fonti coeve di tipo archivistico, soprattutto lettere e corrispondenze amministrative e diplomatiche scritte qualche giorno dopo l’evento, è spesso impossibile riuscire a separare gli effetti dei due terremoti, anche se in alcuni di essi sono descritti con precisione.

Tuttavia, oltre al Toscano, che indica tre diverse scosse ad Oriolo nella notte tra giovedì 8 e venerdì 9 gennaio, alcune lettere in particolare ci danno gli orari di accadimento dei terremoti: sono corrispondenze da Castrovillari, da Napoli e da Palermo per la corte dei Medici a Firenze, per il Senato Veneziano, per il Regno di Spagna e la Curia Vaticana, nelle quali vengono indicate le scosse nella notte dall’8 gennaio con il relativo orario, mentre la prima scossa siciliana avviene la sera del 9 gennaio. Un’ulteriore scossa, alla quale vengono associati danni, solo in Calabria settentrionale, è segnalata poi il 22 gennaio nella notte.

In sintesi, la scansione temporale delle scosse sembra essere la seguente, come dedotta da alcune delle fonti principali:

Data Orario (UTC) Effetti
8 gennaio 1693 poco dopo le ore 21.00 senza danni, ma avvertita in modo rilevante dalla popolazione
8 gennaio 1693 alle ore 23.00 danni
9 gennaio 1693 alle ore 5.00 circa danni
23 gennaio 1693 poco dopo le ore 01.00 danni

Per quanto riguarda la durata della sequenza, dalla lettura delle fonti si evince che la popolazione continuò ad avvertire scosse per diversi mesi, probabilmente un anno.

Sono state individuate 16 località dove la sequenza, iniziata l’8 gennaio 1693, produsse effetti di danno o risentimento. In particolari si ebbero danni a Castrovillari e Morano Calabro, dove alcune chiese e altri edifici ebbero a soffrire lesioni gravi e crolli. A Oriolo fu danneggiata parte della muratura del Castello e si ebbe la caduta di diversi camini. Notizie di danni si ebbero ugualmente per i paesi di Altomonte, Mormanno, San Basile e Saracena senza però che le fonti ne descrivessero i dettagli:

…Né in luoghi convicini sta minore il danno, havendo patito Saracena, Mormanno, S. Basile et altri infiniti luoghi; (Archivio di Stato di Firenze, 1693).

Danni, anche ragguardevoli, avvennero in edifici religiosi, come indicato nelle fonti, come ad esempio il monastero dei Padri Colloretani (Santa Maria di Colloreto), a qualche chilometro da Morano Calabro; altri danni furono segnalati ad un altro convento colloretano (San Nicola da Tolentino) a Pedali, vicino Viggianello e alla cattedrale di Anglona.

Mappa delle intensità del terremoto dell’8 gennaio 1693 nel lavoro di A. Tertulliani e L. Cucci. D indica danno a edifici singoli, F risentimento generico.

In mappa è illustrata l’area di risentimento completa del terremoto dell’8 Gennaio 1693, con evidenziate le intensità macrosismiche assegnate. A seguito della revisione contenuta in questo lavoro sono stati ricalcolati i parametri epicentrali di questo evento. L’intensità epicentrale passa da 8 MCS a 7 MCS, la magnitudo macrosismica Mw diminuisce da 5.7 a 5.2, e la localizzazione epicentrale si sposta di circa 6 km verso sud-est.

In conclusione, la ricerca ha permesso di aumentare il livello di conoscenza di questo terremoto grazie a notizie inedite su località colpite oltre a quelle già conosciute, quali Saracena, Altomonte, San Basile, Corigliano. Inoltre è emerso un quadro più ampio del risentimento che risulta documentato fino a Napoli. A margine di questo lavoro, emerge come l’area di risentimento dei terremoti della citata sequenza della Sicilia Orientale sia più ampia di quanto documentato nella letteratura corrente, arrivando a lambire l’area oggetto del presente studio.

Resta quindi ancora non chiarito il significato della discrepanza tra assenza di forti terremoti storici in quest’area e studi paleosismologici che al contrario evidenziano importanti faglie attive. Per questo motivo continuano le ricerche geologiche, sismologiche e geodetiche per identificare le faglie attive e quantificare la deformazione che si sta accumulando nella regione.

A cura di Luigi Cucci e Andrea Tertulliani (INGV-Rm1).

 


Bibliografia

Archivio di Stato di Firenze, Mediceo del Principato, Napoli regno e isole 1691-1694, lettere di Pre’ Giovanni Berardi ad Apollonio Bassetti.

Basile P., (a cura di) (1978). Toscano G. – La storia di Oriolo. Testo del XVII secolo, Fasano editore Cosenza, pp. 298.

Cinti, F.R., L. Cucci, D. Pantosti, G. D’Addezio, and M. Meghraoui (1997). A major seismogenic fault in a ‘silent area’: the Castrovillari fault (southern Apennines, Italy), Geophysical Journal International 130, 595-605.

Guidoboni, E. and D. Mariotti (1997). I terremoti sconosciuti: Appunti per un catalogo, in Boschi, E., E. Guidoboni, G. Ferrari, P. Gasperini, and G. Valensise, Catalogo dei Forti Terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1990, ING-SGA, Bologna, pp. 80-90.

Guidoboni, E., G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri, G. Tarabusi and G. Valensise (2007). CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500), INGV-SGA.

Locati, M., R. Camassi, and M. Stucchi (a cura di) (2011). DBMI11, la versione 2011 del Database Macrosismico Italiano. Milano, Bologna.

Michetti, A. M., L. Ferreli, L. Serva, and E. Vittori (1997). Geological evidence for strong historical earthquakes in an “aseismic” region: the Pollino case (Southern Italy), Journal of Geodynamics 24, 1-4, 61-86.

Rovida, A., R. Camassi, P. Gasperini, and M. Stucchi (a cura di) (2011). CPTI11, la versione 2011 del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani. Milano, Bologna, doi: 10.6092/INGV.IT-CPTI11.

Tertulliani A. and L. Cucci (2014a). New insights on the strongest historical earthquake in the Pollino region (southern Italy), Seismological Research Letters, 85, 3, 743-751, doi: 10.1785/0220130217.

Tertulliani A. e L. Cucci (2014b). Presentazione e analisi critica dei dati storici di base del terremoto dell’8 gennaio 1693 nel Pollino, Quaderni di Geofisica, 117, 44 pp.

Toscano G., Manoscritto senza titolo del 1695, famiglia Dr. Giorgio Toscano, Roma.

Valensise, G., D. Pantosti, G. D’Addezio, F.R. Cinti, and L. Cucci (1994). L’identificazione e la caratterizzazione di faglie sismogenetiche nell’ Appennino Centro-Meridionale e nell’Arco Calabro: nuovi risultati e ipotesi interpretative. In Atti XII Convegno GNGTS, Roma, 1993, 331-342. Esagrafica, Roma.

 

L’esplosione del 9 luglio a Tagliacozzo registrata dalla Rete Sismica Nazionale

Durante l’incendio del 9 luglio alla fabbrica di fuochi d’artificio Paolelli di Tagliacozzo, si sono avvertite alcune esplosioni e un tremore in tutta l’area intorno alla fabbrica. Come riporta l’ANSA: “In base al racconto di alcuni testimoni, al momento dell’esplosione la terra ha tremato per chilometri. Le case hanno tremato al punto che si era pensato a un terremoto.”

Siamo andati quindi a vedere se i sismometri della Rete Sismica Nazionale (RSN) dell’INGV avessero registrato le esplosioni che hanno accompagnato l’incendio. La stazione sismica più vicina alla fabbrica è quella ubicata al Santuario di Piatraquaria, vicino Avezzano, posta a circa 12 km dalla fabbrica Paolelli. La sigla internazionale della stazione sismica è PTQR. Effettivamente all’ora indicata abbiamo trovato sulla registrazione di PTQR un segnale sismico simile a un terremoto, o meglio a una serie di piccoli terremoti.

Registrazione del sismometro triassiale di Pietraquaria (PTQR) dalle 13:35:15 alle 13:36:35 (ora italiana). Segnale non filtrato. In alto la componente verticale, al centro quella nord-sud e in basso quella est-ovest.

Registrazione del sismometro a tre componenti di Pietraquaria (PTQR) dalle 13:35:15 alle 13:36:35 (ora italiana). Segnale non filtrato. In alto la componente verticale, al centro quella nord-sud e in basso quella est-ovest.

Si poteva trattare dell’esplosione, ma per esserne sicuri (non si conosceva con precisione l’orario dell’evento), dovevamo verificare se alla stessa ora ci fossero segnali simili agli altri sismometri della RSN, sebbene più lontani, e se questi segnali fossero correlabili a una stessa sorgente. Il risultato è mostrato nella figura sotto. In effetti altri cinque sismometri, entro 40 km dalla fabbrica, hanno registrato lo stesso evento. Per vederli meglio abbiamo filtrato i segnali tra 3 e 7 Hz.

Registrazione delle esplosioni a sei sismometri della Rete Sismica Nazionale INGV. Componenti verticali. Segnali filtrati tra .. e .. Hz.

Registrazione delle esplosioni a sei sismometri della Rete Sismica Nazionale INGV. Componenti verticali. Segnali filtrati tra 3 e 7 Hz. (PTQR: Pietraquaria; FIAM: Fiamignano; CERT: Cerreto Laziale; FAGN: Fagnano; VVLD: Villavallelonga; GUAR: Guarcino)

Come si vede, i segnali sono coerenti con una stessa origine e si presentano abbastanza simili tra loro. La durata totale è di circa 1 minuto. Per ulteriore verifica sull’origine dei segnali, abbiamo provato a calcolare l’epicentro dell’evento sismico. Come si vede dalle registrazioni, non sono identificabili le onde S, come è naturale per delle sorgenti esplosive: queste  infatti non generano onde di taglio ma solamente onde di compressione, come le onde P. In queste condizioni, la localizzazione epicentrale non è facile, anche a causa dell’inizio “emergente” dell’onda P. Siamo comunque riusciti a determinare le coordinate epicentrali della prima esplosione, che si localizza entro 1-2 km dalla fabbrica. Un’incertezza di qualche chilometro è normale per una localizzazione con sole sei stazioni sismiche, segnali emergenti e senza fasi S. Leggi il resto di questa voce

Italia sismica: i terremoti di giugno 2014

Scende sotto i 2000 il numero di terremoti registrati e localizzati dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV nel mese di giugno 2014, con una media di poco più di 65 eventi al giorno, molto simile al precedente mese di maggio.

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La mappa dei terremoti registrati nel mese di giugno 2014.

Dei quasi 2000 terremoti registrati solo un evento ha raggiunto magnitudo Mw 4.0 il 6 giugno nell’area del Pollino. Proprio in questa zona a cavallo tra le province di Potenza e Cosenza nel mese di giugno c’è stata una ripresa della sequenza sismica che continua da qualche anno con alcuni periodi di maggiore attività. Oltre 120 i terremoti registrati a giugno, tutti di magnitudo molto bassa tranne l’evento già citato del 6 giugno (ben risentito dalla popolazione come mostrato dalla mappa dal sito http://www.haisentitoilterremoto.it)  e quello del 4 giugno di magnitudo Mw 3.7 con epicentro nei pressi del centro abitato di Mormanno (CS). La sequenza continua a concentrarsi nelle due aree già interessate dall’attività precedente. Leggi il resto di questa voce

I terremoti nella STORIA: Il grande terremoto del Sannio del 5 giugno 1688

Il 5 giugno 1688 (un sabato, vigilia di Pentecoste), attorno alle ore 20 locali1, un violento terremoto (Mw 7.0) colpì l’Italia meridionale, provocando estese distruzioni e gravissimi danni in un’area dell’Appennino molisano e campano che dai Monti del Matese si allunga al Beneventano e all’Irpinia.

Pompeo Sarnelli, all’epoca Abate del collegio di Santo Spirito a Benevento e testimone oculare dell’evento, così racconta i terribili attimi della scossa da lui stesso vissuti:

Era il quinto giorno di Giugno, Sabato vigilia della SS. Pentecoste, sesta del nostro insigne Collegio di S. Spirito nella Chiesa di S. Maria di Costantinopoli, quando io, Abate del medesimo [Collegio, ndr], preparavami per andarvi à celebrare la solennità de’ primi Vespri. Ed, essendo già hora, pensava d’inviarmi verso colà […]. Ed ecco, che sonate le 20. hore, sentii una grande scossa alla stanza. […] ed in un subito (erano le venti hore, e mezza) senza accorgermi di altra scossa, vidi precipitarmi addosso la soffitta, e tetto della stanza. […] onde cessata la scossa, restai tutto pesto, e contuso sotto le rovine della soffitta, del tetto, e del muro à me vicino… [Sarnelli 1688, pp.70-71]

I massimi effetti distruttivi si ebbero nel Sannio, a nord-ovest di Benevento e a sud-ovest dei Monti del Matese: i paesi di Cerreto Sannita, Civitella Licinio e Guardia Sanframondi furono completamente rasi al suolo. In questi centri l’intensità macrosismica della scossa arrivò al grado 11 della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS), tra le più alte rilevate nella intera storia sismica italiana. Altri 20 paesi e villaggi situati nelle attuali province di Benevento e di Avellino furono quasi completamente distrutti (I>9 MCS).

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Effetti del terremoto del 5 giugno 1688 [fonte: DBMI11].

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SPECIALE Terremoti e cambiamenti del paesaggio urbano a Roma tra Tarda Antichità e Alto Medioevo

Grazie alla collaborazione con i funzionari archeologi della Soprintendenza di Roma, della Provincia e del Comune, nel corso degli anni sono state acquisite informazioni sulle tracce archeologiche di terremoti del passato, nello specifico per il periodo compreso tra il VI e il IX secolo d.C. In particolare, dalle stratigrafie archeologiche emerge che probabilmente a causa dell’elevata vulnerabilità degli edifici – di età plurisecolare, spesso senza manutenzione per secoli o privi di parti originarie per la prassi della spoliazione – lo scuotimento sismico ha contribuito in misura non trascurabile ai cambiamenti del paesaggio urbano, alimentando la formazione di contesti ruderali o comunque degradati. In sostanza, proprio per l’elevata vulnerabilità dei fabbricati è possibile che gli effetti dei terremoti del passato siano stati superiori a quelli meglio noti dalle fonti storiche relative ai terremoti più recenti (es. 1703 e 1915).

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Figura 1. Sotterranei di Palazzo Spada: frammenti di piani pavimentali in giacitura di crollo, inclinati e giustapposti.

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Italia sismica: i terremoti di maggio 2014

È di poco superiore a 2000 il numero di terremoti registrati e localizzati dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV nel mese di maggio 2014, con una media di poco più di 65 eventi al giorno, in diminuzione rispetto ai precedenti mesi del 2014.

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I terremoti registrati dalla Rete Sismica Nazionale dall’1 al 31 maggio 2014

Nessun evento registrato sul territorio nazionale ha raggiunto magnitudo 4: una decina sono stati gli eventi di magnitudo compresa tra 3.0 e 3.8, la maggior parte localizzati al di fuori del territorio nazionale (in Slovenia e Bosnia) o nel Mar Tirreno e nel Canale di Sicilia. Molto attiva è stata l’area intorno alle Isole Eolie con diversi eventi sismici caratterizzati da un’alta profondità ipocentrale anche oltre i 200 Km. Leggi il resto di questa voce

I terremoti dell’Emilia 2012, l’effetto della liquefazione e le conoscenze sismiche pregresse

L’INGV ha contribuito alla realizzazione della mostra “TERREFERME – EMILIA 2012. IL PATRIMONIO CULTURALE OLTRE IL SISMA”, presso la Triennale di Milano. Riportiamo qui il contributo (pubblicato nel catalogo della mostra) dei colleghi Francesca Cinti e Paolo Marco De Martini. La mostra è stata inaugurata il 29 maggio e resterà aperta fino al 20 luglio 2014.  I dettagli dell’evento sono disponibili qui

L’area epicentrale della sequenza sismica emiliana del maggio-giugno 2012 ricade nella porzione meridionale della Pianura Padana, circa 40 km a nord della catena Appenninica settentrionale. La sequenza è stata caratterizzata da due forti scosse principali (stelle rosse in figura 1). La prima, avvenuta il 20 maggio alle 04:03 ora italiana di magnitudo M 5.9 a una profondità di 6.3 km, ha colpito l’area tra Finale Emilia e San Felice sul Panaro; la seconda scossa, avvenuta il 29 maggio alle 09:00 ora italiana, con una magnitudo M 5.8 e profondità di 10.2 km, è stata localizzata circa 12 km a sud-ovest della precedente. L’area delle repliche si è estesa in direzione est-ovest per più di 50 km, ed è stata caratterizzata dall’occorrenza di cinque eventi di magnitudo M ≥5.0 (stelle grigie in figura 1) e più di 1800 con magnitudo M >1.5 (cerchi verdi in figura 1). I dati della sequenza indicano che si sono attivate due faglie inverse, facenti parte del sistema tettonico compressivo dell’area (linee nere con barbette in figura 1), sepolte al di sotto di una spessa copertura di sedimenti della piana del Po.

Figura 1. Localizzazione della sequenza Emiliana del 2012, e sismicità storica e strumentale nell’area. (modificato da EMERGEO W.G., NHESS, 2013).

Figura 1. Localizzazione della sequenza Emiliana del 2012 e sismicità storica e strumentale nell’area. (modificato da EMERGEO W.G., NHESS, 2013).

Le informazioni storiche rivelano che l’area epicentrale del 2012 ricade in una regione a sismicità relativamente moderata (gli eventi storici sono indicati con quadrati blu in figura 1), con terremoti che hanno prodotto effetti sino all’VIII grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg. Questi effetti sono stati osservati nel 1570 a causa di un terremoto che ha colpito la provincia di Ferrara, a soli 35 km di distanza dagli epicentri del 2012. L’evento storico ha avuto origine lungo il prolungamento orientale del sistema di faglie inverse responsabili della sequenza del 2012. Alcuni dei paesi colpiti dagli eventi recenti erano già stati scossi dal terremoto del 1570. I dati storici evidenziano anche che, analogamente al 2012, la sequenza sismica del 1570 è durata molto tempo (circa due anni) ed è stata caratterizzata da scosse principali multiple. Inoltre anche in questo caso, i terremoti hanno causato fenomeni di liquefazione in diverse località, oltre che fratture del terreno e cambiamenti del regime delle acque di superficie. La memoria storica riporta tracce di un terremoto nel 1346 a Ferrara, ma le informazioni a disposizione sono poche e le incertezze nella localizzazione sono molto elevate. Il settore settentrionale della provincia di Modena è stato scenario di eventi sismici di magnitudo medio-bassa nel 1986 (M 4.6) e nel 1987 (M 4.7) (cerchi celesti in figura 1). Più frequente, invece, è la sismicità con eventi di magnitudo moderata al limite occidentale dell’area del 2012. Questa zona nel 1996 è stata colpita da un terremoto di magnitudo M 5.4 (cerchio celeste in figura 1) che ha prodotto effetti molto estesi, principalmente nei paesi di Bagnolo in Piano e Correggio, fino ad interessare anche le zone danneggiate nel 2012. Un terremoto comparabile all’evento del 1996 è avvenuto circa 10 km più a nord nel 1806 (non in figura 1) danneggiando Correggio (VII grado MCS), e altre località colpite anche nel 2012, quali Reggiolo e Carpi (VI-VII grado MCS). Leggi il resto di questa voce

SPECIALE Due anni dal terremoto in Emilia

Per questa occasione abbiamo pensato di proporre 10 domande ai ricercatori dell’INGV che stanno studiando questo terremoto e cercare quindi di fare il punto su quanto è stato compreso finora.

1) Dal punto di vista geologico, i terremoti del 20 e 29 maggio 2012 sono stati una sorpresa?

No, perché i terremoti del maggio 2012 sono accaduti in un’area geologicamente attiva, ben conosciuta e descritta in tutti i modelli geologici e sismologici. Il settore esterno dell’Appennino settentrionale (cioè tutta la porzione a Nord e a Est dello spartiacque in direzione dell’Adriatico, compreso il margine sepolto sotto i depositi della Pianura Padana) è caratterizzato da una tettonica compressiva. Le strutture, conosciute anche nel loro andamento in sottosuolo grazie all’esplorazione per la ricerca di idrocarburi, mostrano evidenze di deformazione in atto le cui caratteristiche sono confermate dai dati delle reti sismiche, dai meccanismi focali dei terremoti recenti, delle reti di stazioni GPS, dai dati del campo di stress. Il Database delle sorgenti sismogenetiche DISS proponeva per l’area, già prima del 2012, strutture in grado di generare terremoti fino a magnitudo 6.2.

 

2) E dal punto di vista storico? Leggi il resto di questa voce

Ye Zhiping e il grande terremoto in Cina nel 2008

Questa è una storia di prevenzione sismica, di coraggio e intelligenza, di vita e di morte.

Quando, a sei anni di distanza dal tremendo terremoto del 2008 nel Sichuan in Cina lessi di quest’uomo, rimasi così colpito che pensai di invitarlo a venire in Italia o quanto meno a raccontarci la sua storia. Perché è una bella storia, e istruttiva. Poi scoprii che un’emorragia cerebrale se l’era portato via tre anni fa, tre anni dopo il terremoto, e ci rimasi davvero male.

Ye Zhiping davanti alla scuola dopo il terremoto

Ye Zhiping davanti alla sua scuola dopo il terremoto del 2008

Ye Zhiping aveva speso la sua vita a insegnare, e ripeteva spesso queste parole: I genitori ci hanno affidato i loro figli. Non possiamo deluderli.  Ye non li ha delusi, il 12 maggio del 2008. Migliaia di classi in tutta la regione sono crollate, ma non le sue, quelle della scuola che dirigeva.  E i suoi 2323 ragazzi si sono salvati. Tutti. Avevano tra gli 11 e i 15 anni. Leggi il resto di questa voce

SPECIALE Una faglia attiva in Sicilia Occidentale identificata grazie a uno studio multidisciplinare

Nonostante l’elevato numero di vittime e la devastazione indotta, il terremoto del Belice del 1968 non ha avuto un particolare riscontro nell’attività di ricerca geologica e geofisica nel corso di questi anni. Pochi e tipicamente monodisciplinari sono i lavori scientifici che hanno avuto come oggetto quel terremoto e il suo contesto geodinamico.

Per questa ragione, circa tre anni fa un gruppo costituito da ricercatori dell’INGV di Catania, dell’Università di Catania, dell’Università di Napoli e dell’Università di Palermo ha cominciato un lavoro sistematico di raccolta dati e analisi sul terreno che aveva come finalità la comprensione del contesto tettonico e geodinamico che rende la zona della Valle del Belice così esposta al verificarsi di eventi sismici quali quelli del 1968 e quelli che hanno interessato l’area di Selinunte tra il V-IV secolo A.C. e il IV secolo D.C.

Il punto di partenza è stato un set di immagini satellitari SAR del satellite ESA ENVISAT acquisiti tra il 2003 e il 2010 e che mostrano (Figura 1) due aree in Sicilia Occidentale caratterizzate da anomale velocità di deformazione.

Figura 1: Immagine SAR dell’area della Sicilia Occidentale in cui è nettamente visibile la deformazione associata al movimento del tratto di faglia tra Campobello e Castelvetrano. L’altra area con marcate variazioni è associata ad un massiccio sfruttamento della falda acquifera in quella zona.

Figura 1: Immagine SAR dell’area della Sicilia Occidentale in cui è nettamente visibile la deformazione associata al movimento del tratto di faglia tra Campobello e Castelvetrano. L’altra area con marcate variazioni è associata ad un massiccio sfruttamento della falda acquifera in quella zona.

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